ISOLINA- Elianda Cazzorla: Some might say – 10° episodio

marie francine dongmo

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Luccicano gli anelli d’oro alle orecchie come luccicano le pupille nere negli occhi. Tutt’attorno è bruno caffè. Integro, senza segni del tempo. Non c’è ruga su quel viso levigato. In testa un turbante verde con fiori fucsia. Sgargiante. È la madre di Marc che una ventina d’anni fa ha lasciato il suo villaggio in Camerun, Bandjoum ed è partita per U.S. Poi, è atterrata nell’aeroporto di Venezia, con un figlio per mano e l’altro in pancia. L’ex marito in America e il nuovo compagno a fianco nel pullman. Tre anni di convivenza e poi di nuovo sola, con due figli da educare in una città di nebbia. Nel nord.

Isolina, nel giorno d’accoglienza dei genitori e studenti in classe, aveva notato quel ragazzetto nero che si muoveva come un grillo, tra i compagni silenziosi e forse un po’ intimoriti dal nuovo ambiente. Una volta conosciuto la terra d’origine, un desiderio irrefrenabile di saperne di più de Cameroon, l’aveva colta. Lei è soggetta a queste passioni e non può che assecondarle con il sopraggiungere delle visioni. E così aveva scoperto la Chiefdom, simbolo del villaggio di Bandjoum. aveva gironzolato nella capanna gigante del capo, alta diciassette metri, nella sala riunioni adorna di pelli di leone e di pantera, aveva sfiorato, una per una, le incisioni di lucertole sulle porte. Avrebbe conquistato Marc parlandogli dei Leoni Indomabili, i giocatori del Cameroon, vincitori di cinque coppe d’Africa, l’ultima nel 2017.

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marie francine dongmo

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Dopo aver fatto girare il mappamondo e identificato il villaggio dei nonni di Marc, aveva calcolato a spanne la distanza tra la nuova città di adozione e quella della famiglia d’origine. Mila e mila chilometri di strade, sei o sette, e miglia d’acqua chissà, boh! Giungere in Tunisia, dall’Italia, attraversare l’Algeria, il Niger e la Nigeria. Da quel primo giorno Marc era diventato sempre più vispo, pronto a cercare la scena con la battuta, per far ridere i compagni, capace di creare un dialogo tra tre personaggi immaginari che discutono tra di loro in tre lingue diverse e non si capiscono. Il narratore, in lingua italiana, racconta la storia di Lucifero, che parla in inglese, e vuole rapire la madre di Marc, che usa la lingua del suo villaggio, inseguita da un killer, rigorosamente francese, socio del diavolo.

  • Perché mamma non si tocca. È il ritornello di suo figlio, signora ed è cosciente d’essere discolo, di disturbare la lezione. E tante volte non so proprio come fare. –

E Isolina non dice che Marc le ha confessato che la madre ha un armamentario per punirlo: la ciabatta per le bugie, il mestolo per i danni in casa e la corda se fa a pugni con qualcuno. Lui però riesce a scansare sempre, perché porta il nome di un calciatore. E mentre la madre lo rincorre per casa, lui si muove come se fosse in un campo da calcio, per fortuna della mamma, che è la mia sfortuna, la casa è piccola. Lei dice che se voglio fare il comico devo studiare. A me piace scrivere tanto e sogno di diventare come Eddy Marfin, ma studiare, non ce la faccio. Prof.

– Ma se tu non studi non vai lontano, dico a mio figlio e lui non mi ascolta e lo devo convincere. Ora buona, ora cattiva. E ancora non fa quello che dico. Professoressa, cosa devo fare?

 

E non aspetta risposta, anzi, incalza. Isolina cerca qualche frase tampone.

  • Gli metteranno i piedi in testa. Deve studiare, altrimenti tutti, tutti polpette. Ed è facile. È magro. Ha il nome di calciatore Marc Vivien Foà. Il collasso in campo, dopo l’ultimo goal. Era il 2003. Nello stadio del Manchester, Maine Road, lì ho sentito gli Oasis.

– Sa, signora cosa è successo?

– Wonderwall e Some migh say!  The roads we have to walk are winding. Tortuose.  Some might say they don’t believe in heaven, go and tell it to the man who live in hell. Inferno e paradiso. Io so. Poca scelta.

– Signora, avantieri, Marc…- e viene interrotta Isolina che tra quelle parole vede punte di sofferenza.

– Oh, my good, c’è altro? Oui. Ieri l’ho caricato perché da scuola ha chiamato suo fratellastro per venire a prendere.  Ha detto di star male e mi sono arrabbiata. – Non puoi star male gli ho detto e che piangi? Devi studiare e basta.

– Avantieri è successo.

– Non importa quando, è tornato a casa prima the finish lessons.

– Quando abbiamo ascoltato la musica egiziana antica.

– Io non so nulla. I don’t Know. – E si sistema il turbante, mentre tintinnano gli orecchini.

– Non le ha raccontato della meditazione?

– Lui non dice quello che capita a scuola, io lavoro e non ho tanto tempo da perdere con lui. – E si guarda le mani sciupate e le dita con lo smalto rosso a pezzi. Da sistemare.

– Sabato scorso, negli ultimi cinque minuti della seconda ora di storia, ho cercato un modo per interessarli al pantheon delle divinità egizie. Ho richiamato il silenzio, ho detto di chiudere gli occhi, di tenere ritta la spina dorsale senza appoggiarla allo schienale, di tenere le mani sulle cosce, le gambe a novanta gradi.

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pejua latise

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– E loro?

– Sono rimasti immobili. Ho detto: – Lasciare scorrere i vostri pensieri e ascoltate la musica egiziana antica Sacred cerimony, in silenzio, provate a stare con voi, non disperdetevi. Coraggio. Dura quattro minuti e cinquantasette secondi. Siamo pronti. Proviamo a entrare in un altro mondo. Pronti. Silenzio. Via!

– E loro… anzi mio figlio ha fatto il cretino. Sicuro. Ha stretto la risata, facendo rumore con la bocca.

– Abbiamo chiuso tutti gli occhi. Io ogni tanto li aprivo per vedere cosa stessero facendo. Erano tutti concentrati. Mancavano due minuti. Li ho richiusi, mentre seguivo il suono greve di un gong, poi un altro, poi dei passi pesanti, delle note leggere di uno strumento a corda. Immaginavo l’oltre tomba. È arrivato un toc toc. Nessuno si è mosso. I passi erano sempre più vicini. Ho aperto gli occhi e, davanti ai miei, c’era Demetrio, il bidello che mi guardava con un’aria stranita. Aveva in mano una circolare. Ha aperto e richiuso gli occhi ed è scoppiato a ridere. Tutti i ragazzi l’hanno seguito a ruota.  E anch’io. Tutti tranne uno. Una risata generale. Poi Demetrio si è schiarito la voce e ha detto:

– Prof. comunicazione del dirigente da leggere alla classe. –

Da un banco in fondo veniva un suono sommesso. Mi sono avvicinata. Era Marc con la testa sul banco. Gliel’ho tirata su piano.

– Che c’è? – Gli ho chiesto. – Intanto il suo viso si rigava di lacrime. -Silenzio e singhiozzi. Che c’è? – Ho richiesto. E allora è scoppiato in un pianto fragoroso, irrefrenabile. – Poi mi ha risposto tra le lacrime.

– Prof. Ho visto mia madre sul letto di morte. Non voglio che mia madre muoia. No prof. No.

– Ma no che dici? Lei sta benissimo. Adesso la chiamiamo e vedrai che ti risponde.

Digita il numero. Aspetta. Silenzio.

– Ecco lo sento, lei sta male. Per questo non risponde. Io l’ho vista. Non deve soffrire.- E continua nei singhiozzi.

– Ma no! Non può rispondere. È al lavoro, non avrà il permesso di farlo. Sta tranquillo.

– Prof. non ce la faccio, mi sento svenire, mi sento la febbre, devo andare a casa a controllare.

– E per questo abbiamo chiamato il fratellastro che è venuto a prenderlo. Signora!

La mamma, dal viso di caffè, scuote la testa e dice:

– Se stava male, doveva rimanere a scuola. Lui deve studiare altrimenti gli mettono i piedi in testa. Io lo so come va. La scuola è importante. Non c’è nient’altro che lui deve fare. Some might say that sunshine follows thunder, go and tell it to the man who cannot shine. Deve studiare. Non c’è altro, per lui. Cannot shine.

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    pejua latise

 

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