FRIULANE: LA BELLEZZA DELLA POVERTA’?- Adriana Ferrarini

piedaterre venezia- laboratorio artigianale

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Queste scarpette rosse
hanno un potere magico.
[…] possono trasportarti
in qualsiasi luogo del mondo
in tre soli gesti, e ogni gesto avverrà
in un batter d’occhio.
Tutto quel che devi fare è battere i talloni
uno contro l’altro per tre volte,
e ordinare alle scarpette di portarti dove desideri.

L. Frank Baum – Il mago di Oz

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Quando a Venezia, sotto i portici che conducono a Rialto, passo davanti al negozio Piedaterre a Venezia, ritorno a essere la bambina incantata dal valore magico della scarpe: penso alle scarpette rosse di Dorothy nel mago di Oz, alle scarpe di cristallo di Cenerentola che riportano la giustizia in un mondo malvagio, agli stivali delle sette leghe del gatto di Perrault.

Nella vetrina appese a un filo volteggiano pantofole di velluto e di raso dai colori brillanti, arancio tramonto, fuxia ballanzone, rosso refosco, verde carnia, rosa colombina, viola anarchico (sic!), azzurro adriatico (cito i colori che si trovano sul sito del negozio). Sofisticate ed eleganti, dal sapore vagamente orientale, hanno nomi suggestivi, come Rimbaud, Dandy, Grace, Audrey, Vanity/Velvet, Modigliani, Salomé, Wilde, Savoy, Brodsky, Brummel, Breton. Nomi di poeti, artisti, attrici dal fascino leggendario.

Così, mettiamo, ti compri una furlana Rimbaud e, oltre a indossare una scarpa leggera e comoda, non solo hai il piacere di avere ai piedi un pezzo di Venezia – queste sono le calzature dei gondolieri – ma anche quello, più sottile, impalpabile e, indubbiamente,  frivolo, di sentirti addosso l’anima visionaria e girovaga del poeta francese. “Cavalca le bateau ivre verso visioni siderali”, leggo sempre sul sito online del negozio, e, a dire il vero, non so cosa voglia dire.

Per una di quelle inversioni che non solo la moda pratica spesso, per cui la cultura alta si appropria delle creazioni che vengono dal basso, un’umile calzatura dal passato montanaro è diventata un capo elegante, forse addirittura un’icona di stile. Friulane, furlane, o scarpét, come venivano chiamate nel bellunese, queste scarpe di pezza, fatte di scarti e di ritagli, diffuse in una vasta area dell’arco dolomitico, erano infatti le scarpe dei poveri. Lo sa bene Mauro Corona, per il quale erano gli scufòns, che sul suo primo paio di scarpe in cuoio, recuperate in una discarica, imbastisce un bel racconto, “Le prime scarpe” (ne “Il volo della martora”). Gli  scufòns gli venivano confezionati da una “religiosissima zia sordomuta […]  trapuntando uno sull’altro diversi strati di tessuti per formare la suola”. Sulla punta avevano un fiorellino dai colori sgargianti ricamato e “il tipo di fiore variava a seconda dei paesi, in modo da poter riconoscere la provenienza”.

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suole di un paio di scarpét, sulla parte bianca sono visibili i nodi del filo di canapa

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Gli strati di stoffa resistente erano dodici, quattordici, uno sopra l’altro, cuciti con filo di canapa doppio e attorcigliato. Si trattava di un lavoro duro, perché il filo faticava a passare attraverso tanti strati di stoffa e per tirarlo si doveva usare una pinza. La suola dura e spessa era talora protetta nella parte esterna da copertone di bicicletta.  

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Forme di legno di varie misure

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Per la tomaia invece ci si serviva di una forma in legno su cui veniva modellato il velluto, spesso avanzo del corredo di nozze o di giubbe logorate dall’uso.

Sino alla fine degli anni ‘50 queste, assieme agli zoccoli, erano le calzature fondamentali nella vita quotidiana dei paesi di montagna. Venivano utilizzate nel lavoro nei campi, in miniera, dai bambini nei giochi, dai giovani per andare alla festa da ballo, da chi camminava sui sentieri di montagna.

Alcuni anni fa Alcide Zas Friz, emigrante bellunese e autore di numerose opere sull’emigrazione, e Paola Soppelsa, esperta nella confezione delle friulane, si sono messi d’impegno e hanno raccolto in un libro fotografie di gente dell’Agordino, dello Zoldano e di Longarone con ai piedi gli scarpét: ci sono il postino, un gruppo di alpinisti, minatori, falciatori, anziane, bambini, ragazze e molti emigranti fotografati in parti diverse del mondo. Spesso, infatti, nella corrispondenza che l’emigrante inviava ai familiari, vi era la richiesta di un paio di scarpét: queste calzature rappresentavano un filo di congiunzione al paese d’origine.

Le foto arrivano fino agli anni ‘60. Poi, con il boom economico, il benessere, la produzione seriale, le furlane sono scomparse, o meglio, sono rimaste solo ai piedi dei gondolieri. Fino a quando, in questi ultimi anni, sono state riesumate, e, con nuovi colori e nuovi tessuti, si sono imposte a una clientela internazionale, tanto che il Financial Times un paio di anni fa dedicò un lungo articolo alle “friuli slipper” delle sorelle veneziane Vera e Viola Arrivabene Gonzaga, creatrici del marchio di scarpét “VIBI” (vendita solo online) che ha conquistato modelle come Kate Moss.

“Hanno la bellezza della povertà le furlane veneziane, una bellezza senza trucco, naturale e perciò intramontabile.” Così recita il sito di Piedaterre. Sulla “bellezza della povertà” non so cosa pensare, ma mi vengono in mente le parole di Rilke, citate da Heidegger in “Perché i poeti”: “Per i nostri avi, una casa, una fontana, una torre loro familiare, un abito posseduto, il loro mantello, erano qualcosa di infinitamente più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui rintracciavano e conservavano l’uomo. Ora ci incalzano dall’America cose vuote e indifferenti, pseudo-cose, aggeggi per vivere […].

Forse, a parte lo sfavillio dei colori e l’incanto del velluto, è anche questo che inconsapevolmente ci affascina nelle friulane: l’eco di un tempo in cui ogni singola cosa contava davvero perché raccontava una storia di pazienza e passione. Nelle cose di ogni giorno, come in oggetti magici, si annidava la fiaba: dura, crudele, incantata.

Adriana Ferrarini

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piedaterre venezia- laboratorio artigianale

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Bibliogarfia di riferimento

Mauro Corona, Il volo della martora, Cda&Vivalda, 1997

Alcide Zas Friz, Paola Soppelsa, Scarpét: una vita…una storia…, Cornuda, Grafiche Antiga, 2004

Rainer Maria Rilke, Lettera del 13 novembre 1925, in M. HEIDEGGER, “Perché i poeti”, Sentieri interrotti, cit, p. 168, La Nuova Italia, 1999

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Riferimenti in rete

http://www.piedaterre-venice.com/

http://vibivenezia.it/shop/

https://www.lofficielitalia.com/fashion/furlane-friulane-scarpe-brand-storia

http://lisfurlanis.com/

https://www.ft.com/content/4136c280-4919-11e6-8d68-72e9211e86ab

http://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2011/02/27/news/scarpet-tradizione-di-famiglia-1.935812

 

 

1 Comment

  1. Quando arrivai a Belluno, nel lontanissimo 1980, per tre giorni di supplenza ad Agordo, la mia affittacamere indossava le friulane. Pensai che fossero pantofole eleganti. Erano di velluto verde e subito mi dettero quello che io desideravo: l’idea che potessero esserci giorni di speranza nel mio cammino. Le friulane erano di Ines Olivotto. Non le mie, che ero giunta in terra di neve con i mocassini, senza sapere che i fiocchi s’infilano dovunque se trovano pertugi, un po’ come l’acqua del mare. Ma con delle belle differenze. Se sei donna libera, non nuoti con le scarpe. E così conobbi il freddo nei piedi bagnati dalla neve. Nel mio paese non aveva mai nevicato, tranne l’anno in cui nacqui. Ines meravigliosamente cieca, mi insegnò a passare una mano sulle superfici per vedere se fossero pulite. Certe volte non riuscivo a mangiare senza pensare alle briciole che la sua mano rugosa avrebbe raccolto dal tavolo in cucina e alle osservazioni che sarebbero seguite nel suo improvviso apparire con le scarpe verdi ai piedi. Silenziosissime. Era ossessiva nei suoi lunghi silenzi insieme al ticchettio della sveglia in sala. Teneva le gambe accavallate e i piedi che dondolavano come se fossero lancette d’orologio. Verde velluto. Spesso, quando sentiva che ero in bagno per prepararmi e uscire, mi chiamava per dirmi:
    – Per favore, il rientro non oltre le 22,00.
    Ero andata via dal sud dagli orari dei miei e ne ritrovavo altri, più rigidi e senza attenuanti.
    Allora guardavo i suoi piedi nel verde velluto e mi tranquillizzavo.
    Un giorno sarei uscita per sempre dalla casa di via Mezzaterra, a Belluno.

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