SPECIALE de L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE- Milena Nicolini: LA RESISTENZA DELLA POESIA

alexandra eldridge

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LA RESISTENZA DELLA POESIA

Avvertenza: i vari testi poetici inseriti tra le riflessioni non esemplificano quel particolare punto, ma tutti sono portati a testimonianza del come oggi la poesia osi farsi resistenza.  

 

Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

(Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere, Milano 2017, p.22)

Non difficile, ma impossibile dire con argomenti non dogmatici cosa è o non è poesia. Salvo, poi, sentirlo e seguirlo e poi deciderlo tra sé e sé, cercando magari argomenti  a posteriori di convalida per quell’istinto. Anche percorrendo la storia letteraria – peraltro spesso lacunosa a causa di tra-dizioni e testimonianze estetiche legate al predominio delle forze emergenti e/o alla cancellazione dei segni di chi, vinto o impotente, non deve avere voce (un’indicazione per tutti: le donne) – ci si trova continuamente di fronte a dichiarazioni  di gruppi o di singoli che con piglio deciso affermano teorie d’arte, maniere d’attuazione, precise delimitazioni d’inclusione ed esclusione, quelle che poi gli storici marcano con gli –ismi, quelle che invariabilmente dopo un certo lasso di tempo decadono, quando proprio non partoriscono al proprio interno i batteri del cambiamento, a senso contrario o a dissoluzione o a mutazione che si manifesti. Ancora oggi, per quanto l’allargamento esponenziale della cerchia degli artisti e degli utenti d’arte, dovuto ai nuovi e capillari mezzi di educazione e comunicazione, renda difficilissima non solo una catalogazione ma proprio una disamina completa degli ‘oggetti estetici’, comunque capita di incontrare chi – gruppo o individuo – pensa di potere discriminare linee artistiche di demarcazione, con tanto di indicazioni di contenuti, scelte tecniche, idee poetiche, raggruppamenti antologici. Ma oggi è così ‘liquido’ e tumultuoso da ‘navigare’ il mondo dell’arte che forse il problema principale sta diventando quello di emergere dal grande magma, tirare su la testa dalla bolgia un po’ di più, annoverando magari più ‘amicizie’ dell’altro o urlando sconvolgenze più sbalorditive che mai. Quando, allora, più che di convinta affermazione di concezioni artistiche, si tratta forse di una terrificante antagonistica solipsistica solitudine dei tantissimi operatori del settore, l’un contro l’altro armati: parodiando Hobbes, artifex artifici lupus, e restringendo ad hoc: poeta poetae lupus. In ogni caso, ieri come oggi, la domanda su cosa è o non è poesia resta inesausta.          Questo ho capito frequentando per tutta la vita la poesia, mentre cercavo di raccogliere strumenti di riflessione che potessero darmi tecniche di vaglio, dalla linguistica alla retorica alla filosofia – estetica, ma non solo. Il grande Maestro Luciano Anceschi, alla mia domanda pressante: “cosa distingue poesia da non poesia?”, al di là di preziose indicazioni per un metodo di indagine sui testi già definiti di poesia, non aveva risposta su come la stessa potesse essere stata decisa, stabilita, riconosciuta. “Ma” diceva –  più che arreso, contrario alle definizioni totalitarie – “questione di gusto…”. Naturalmente si riferiva ad un ‘gusto’ filosoficamente inteso, ma ugualmente indefinito, indefinibile, e ancora ancora soggettivissimo. Allora?

non scrivere ora
e vai in un luogo pubblico
un luogo pubblico è dove c’è gente
con cui conversare
non scrivere non scrivere ora e vai in un luogo pubblico
se lo scrivi è perché non ci sei
se scrivi dell’idea non sei nel luogo
abbandona l’idea di comunicare che la scrittura è solitudine
se lo scrivi sei solo e non sei in un luogo pubblico
se scrivi non stai conversando con qualcuno
eppure io sto scrivendo ora e sono in un luogo pubblico
ed è difficile cominciare una conversazione con uno sconosciuto
io sto scrivendo non scrivere e vai in un luogo pubblico
perché sono in un luogo pubblico
e sono solo
solo a scrivere non scrivere ora e vai in un luogo pubblico

(Paolo Gera, In luogo pubblico, inedito 2018)

Perché questa domanda e questa impossibile risposta, oggi? I tempi sono duri – non mi metterò qui ad elencare i disastri ambientali, politici, sociali, etici del globo, perché, ormai, li sappiamo benissimo tutti. I tempi sono epocali, forse nel senso più spaventoso del termine: quando un’epoca, un’età, un’era finisce. Forse proprio ogni possibile altra età, era, epoca, in cui c’entri l’umanità – pur sperando io che questo panico derivi solo dal fatto che non si intravede ancora l’inizio del nuovo e che quindi questo panico sia da annoverare nell’antico sentimento autocentrato: après moi le déluge. Comunque sia, è necessario che i poeti intervengano, che facciano con i loro versi barricate contro la slavina, il dirupo, non perché da sola la poesia possa frenare lo sfacelo, ma perché la poesia deve esserci nel mondo, non solo a testimoniare ma anche ad agire, fosse l’azione anche solo una pura forma di resistenza, di opposizione e rifiuto. E inoltre perché la poesia ha una forza di veggenza e di manipolazione della realtà che potrebbe aiutare a guardare-vedere più in là, al possibile ulteriore positivo futuribile, ma potrebbe anche aiutare a scoprire-vedere (ri-scoprire?, ri-vedere?) nel profondo dell’adesso – uomo, mondo, socialità – qualcosa di potentemente vitale, capace di farsi àncora e polline contro la dissoluzione.

io non so scrivere bene  ma ho bisogno di leggere
la polpa del mondo
e di sentire il corpo delle lingue
nelle creature quando cantano
come i polmoni eseguono le punteggiature
vivendo il ritmo

io non so firmare
imprimo la mia impronta digitale
nella crepa profonda   un attimo dopo
il vento mi cancella
e diffonde la mia spirale

(Anna Maria Farabbi, Abse, Biblioteca,diario di una analfabeta, p.70, Il Ponte del Sale, Rovigo 2013)

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alexandra eldridge

 

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No, non è la solita affermazione esaltata di una certa concezione idealspiritualveggentistica et similia della poesia. Prendete quei cantori dei ghenos di signorotti arroganti ed aggressivi del medioevo ellenico, che dovevano esaltarne stragi, distruzioni, violenze come eroiche gesta da immortalare ad onore della stirpe. Chissà quanti canti si saranno semplicemente adeguati alla funzione celebrativa. A noi comunque ne sono arrivati che, se pure grandi capibranco come Achille e Menelao e Ettore e Agamennone sono esaltati nei ruoli di sanguinari guerrieri, però, qua e là, emerge l’orrore per la morte e la rovina della violenza:

Andromaca al figlio

… tu, bimbo, tu seguirai
me, là dove indegne fatiche dovrai sopportare,
penando sotto un duro padrone. Oppure un acheo
ti scaglierà, sollevandoti, giù dalle mura – orribile fine! –
irato perché, forse, Ettore gli uccise un fratello,
o il padre, o un figlio: moltissimi Achei
sotto la forza d’Ettore morsero la terra infinita.
Non era dolce, no, il padre tuo nella carneficina paurosa.

Iliade, XXIV, vv.732-739

Prima di morire il guerriero spesso predice la morte prossima del suo stesso uccisore: più che un improvviso dono sibillino, sembra quasi  un redde rationem dell’ineluttabile insensatezza della guerra. E la formula che spesso accompagna la morte di un guerriero non insiste sulla gloria, ma sulla perdita:

   Mentre parlava così la morte l’avvolse,
la vita volò via dalle membra e scese nell’Ade,
piangendo il suo destino, lasciando la giovinezza e il vigore.

Iliade, XVI, vv.855-857; XXVI,361-4

E madri, mogli, padri, pur sovrani e potenti, spesso supplicano i guerrieri di interrompere almeno un poco la furia bellica, che pare comunque voluta, condotta, decisa più dagli dei fatali che dai contendenti umani.  Ad entrambe i quali è riservato dai cantori il medesimo rispetto ed attenzione scenica. Alla storica Anna Bravo sarebbe bastato per mettere i cantori dell’Iliade nella Conta dei salvati, cioè tra chi, in tempi di logica di violenza, andò in senso opposto. Tanto di quello che da quella poesia venne dopo – l’evoluzione dei miti, le tragedie, i frontoni dei templi – non esaltò la violenza della sopraffazione, ma si piegò piuttosto a contemplare il dolore infelice dei diseredati vinti dal potere, dalle leggi dominanti, dal fato, fossero divini come Prometeo o umani come Antigone, Dafne e le Troiane. Noi, pure da lì veniamo, anche se, lungo il cammino ci siamo indubbiamente arricchiti di essenziali incontri, come la follia d’amore di Gesù e di Buddha. Non abbiamo, è vero, esiliato la guerra, la sopraffazione, la violenza, anzi: nuove e più terribili forme abbiamo messo al mondo come lo schiavismo dei neri africani e la Sohah e questa economia globale che tutto divora.  Eppure, mi sembra, abbiamo via via anche meglio capito e sentito più a fondo il loro orrore.

Non erano Ifigenia
figlia di re e regine
tra strazianti urla materne
sacrificata
perché concedessero gli dei</span
favorevoli venti
alle navi guerriere degli Achei.

Non erano le
trentasette vergini di un qualche empireo
pronte ad accogliere
il fanatico dalla cintura esplosiva.

Non erano ventisei ancelle
sulla Mesekter, barca dei morti
al seguito della figlia
deceduta del faraone.

E non era il Mediterraneo
un grande cenote
in cui gettare quaranta fanciulle
per propiziarsi
Chac, il dio della pioggia.

Binitubo
Esther
Chinelo
Blessing
Ayomide
Ozuoma
Nzube
Grace
Nwando
Kebe
Favour
Redeem
Loveht
Marian
Ogochi
Precious
Osato
Ljeoma
Joyce
Balogun
Queen
Olabisi
Promise
Kemi
Vivian
Amineet

Non placarono l’arsura
del mercato delle carni,
né il sale ne conservò le fattezze.

Né oltrepassò
la loro barca le colonne di Ercole
del maschio muscolo,
né quello della nostra ignavia.

L’ultima volta che ognuna
levò in alto gli occhi
forse le arrise Oshun,
negra dea dell’acqua dolce
giunta a raccogliere
neri petali di rosa
per farne ghirlanda.

(Pina Piccolo, I canti dell’interregno, Lebeg Edizioni, Roma 2018, pp. 39-41)

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alexandra eldridge

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Abbiamo anche intravisto alternative: Etty Hillesum, l’economia del dono, Gandhi, Capitini. E oso aggiungere, proprio controcorrente oggi, l’utopia marxiana e anarchica di un mondo di liberi e felici.

Alternative certamente marginali, praticate da pochi, fallite nel tentativo di concretarsi in storia, difficili da imboccare. Le cui radici, io le sento anche là, in quella poesia cantata intorno alle tavole dei banchettanti eredi dei vincitori achei. Allora?

Quale poesia, oggi? Come la poesia, oggi?
scende la fronte a terra
pregando dentro il suo corpo integralista
ubbidiente e smemorato

che il suo dio maschio bellissimo e terribile
spalanchi l’arca e la sua testa
e lo comandi

issam issam   issam delle mie meraviglie
sepàrati da anna
non dirle che è buona la gioia che mangi con lei
pecchi se scivoli nella sua lingua laica
mentre canta

ogni volta dopo la preghiera si scorda
e torna sorridendo con noi a tavola

(Anna Maria Farabbi, dentro la O, Kammeredizioni, Bologna 2016, dentro la O del mio manicomioarca, otto. a lezione dai miei matti ni: terzo ritratto, p. 122

Perché, se qualcosa mi sembra di avere capito, è che la poesia non si incentra su cosa dice, un contenuto, un messaggio, un oggetto di pensiero. Ma su come lo dice, che deve essere un modo di cogliere di sorpresa, non per il gioco barocco dello strano che sbalordisce, ma per lo svelamento assolutamente nuovo e originale di ogni cosa possibile del mondo. Dopo la poesia si è più in là, spostati, nel vedere, capire, sentire, essere: tra sé e sé, tra sé e gli altri, tra sé e il mondo.

viene il giorno in cui si aprono
le storie e dentro
ogni parola la lingua espelle uomini
e bestie in una sola rigida carcassa
nuove divinità si stendono
da un ventre oscuro più della notte buio
storie di pece nascono

nella pancia del mito c’è una balena sbilenca
di giorno e di notte
in quel mare di marmo
i morti scrivono
navigando fuori rotta
lungo le coste la si vede in giorni malfermi
galleggiare su una spalla d’acqua gonfia
erutta sangue in zampilli di gerani
il mare intorno al relitto trema
la sua carcassa è un sarcofago d’ossa
di fango un lunghissimo poema
senza soste un fluire di onde
pagine come gusci e fili di calce
di ignote conchiglie di perla le vite aperte.

(Fernanda Ferraresso, Maremarmo, Sulla riva di Maremarmo, p.30, LietoColle, Como 2014)

Difficilissimo riuscirci, dopo tanti millenni di parole. E difficilissimo se, sotto sotto, si dà poi un bisogno, una traccia di scopo, di contenuto, di impegno, a qualcosa che, per essere pienamente, esige una totale libertà da fini, obiettivi, militanze, per quanto eticamente alti. Perché altri sono – e ci sono – i modi per comunicare e sostenere e diffondere fini, obiettivi, scelte, militanze: dalla politica, al lavoro intellettuale, dalla piazza alla scuola.

Fosse poesia potrei indugiare
su qualche vezzo cromatico, un radere
di luce tra capelli e volto, indulgere
a un virtuosismo lirico, un pacato
trasgredire metrico, i trucchi buoni
che lusingano in una lana di fiato
stemperano la voce che s’aggruma.

Ma questa scena è minima, assoluta
non si concede appello, assoluzione.
Lui siede agli scalini, tra i piccioni
le gambe lacerate dalle piaghe
intruso tra quei cenci, qui recluso
in un rettangolo di cicche, di sputi
lo sguardo arrovesciato sui detriti
di storie, ciò che ne resta tra le unghie
sudice, un bicchiere, stente monete.
Chiede nuda evidenza del suo esserci.

E non serve una poesia, un altro alibi.

(Fabrizio Bregoli, Zero al quoto, Fosse poesia, p.31, puntacapo, Alessandria 2018)

L’aseità (lo stare solo in sé, il rendere conto solo a sé) della poesia, chiamava Galvano della Volpe questo carattere speciale del poetico. Aseità: un carattere che mi è sempre sembrato indicare una dimensione  misteriosa e oscura nella sua evidenza, come il sacro e la magia (senza qui forzare il senso in direzione mistica o metafisica). Perché si tratta di una complessità polimorfica che si può un poco intuire nel suo farsi, della poesia, a cominciare dalla parola di cui vive: la parola è già di per sé umbratile unione di fisico fiato e impalpabile concetto; è presenza asserita e richiamata davanti a tutti di un’assenza (“ceci n’est pas une pipe” dicevano i surrealisti sotto l’immagine dipinta di una pipa o in un calligramma a forma di pipa); è astrazione di pensiero che si è mosso e riprende continuamente avvio dal tumulto dell’esperienza nel mondo materico. Le maniere, le speciali forme e figure del linguaggio poetico non a caso riprendono forme e figure del linguaggio onirico, che è linguaggio del sé profondo, dell’inconscio. Qualcuno molto competente, che qui non è però il caso di richiamare, ha detto essere l’inconscio il punto di contatto dove quella dualità che ci hanno abituati ad accettare come dicotomica realtà umana – idea e materia, anima e carne, pensiero e cosa – sta in tumultuosa unità. Della metafora si dice dai tempi di Aristotele che è proporzione zoppa perché presenta il vuoto di una parola che manca, in quanto la poesia mette a fuoco una porzione di realtà di cui non c’è ancora parola per esprimerla; e allora la poesia ricorre all’esperienza extralinguistica, materica del corpo sensitivo dentro il mondo, cerca qualcosa che possa essere sentito come si sente la porzione di realtà che non ha parola, e quindi ritorna nel linguaggio con un paragone che non è più tale ma una nuova identificazione, una nuova tessitura del mondo, una scoperta. La poesia, quindi, non si limita a dire cose nuove; fa cose nuove, fa mondo nuovo nella misura in cui intreccia, scopre, inventa relazioni nuove.

Prendete la bellissima metafora di Dante nel canto di Francesca, per dire della  novissima ‘bufera infernale’: “mugghia come fa mar per tempesta/ se da contrari venti è combattuto”; è un rumore che Dante non sa dire, assolutamente estraneo all’esperienza comune: siamo all’Inferno, non a caso. Dante affonda nella ricchezza della sua esperienza sensoriale e richiama, per l’effetto sonoro dei lamenti e del vento che sferza, qualcosa di simile al muggito animale, e allora dice e ascolta e scrive “mugghia”, ‘muggisce’. Ma non basta, perché c’è la violenza dello strascinamento in un travolgimento di passione e morte, sì, come in mezzo alle onde di una tempesta marina, onde che si accavallano tra di loro, spinte da venti in opposizione. Il risultato è qualcosa di complesso e originale, che ci porta dentro un’esperienza fino a quei versi sconosciuta. E ancora, più avanti: “Siede la terra dove nata fui/ su la marina dove ‘l Po discende/per aver pace co’ seguaci sui.” La sedia       sta a   riposo/comodità/ solidità nello spazio indi sicurezza, tranquillità      come    la pianura ravennate (quella che confina col mare dove sfocia e trova riposo il Po con i suoi affluenti)    sta a     X. La metafora, a sorpresa, congiunge sedia e pianura: quello che  Francesca non può, non vuole dire direttamente, lo svela la metafora: nostalgia e rimpianto per quella terra dell’infanzia, lontanissima (“nata fui”), solido baluardo al mare, dove anche i fiumi arrivavano al riposo, in cui c’era una serenità, sicurezza, fiducia che mai più ebbe dopo.

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alexandra eldridge

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E allora?

E’ difficilissimo impegnarsi con la poesia nel e per il mondo d’oggi. E’ vero che, pur non essendo il suo scopo, la poesia ha comunque sempre un oggetto di cui si parla. Importa, sì, più il ‘come’ del ‘cosa’, anche se poi il ‘come’ può diventare capace di approfondire, rinnovare, svelare, ecc. il ‘cosa’. Ma proprio per il carattere di questo impegno, che attiene per lo più al sociale, al politico, all’etico, mi vengono in mente alcune preoccupazioni.

Una è la facilità di scivolare senza avvedersene nella volontà prioritaria di lanciare messaggi, scuotere coscienze, denunciare orrori. Magari con una tinta imprevista di retorica, che può materializzarsi quasi automaticamente anche solo per l’occorrenza di parole, espressioni, nominazioni già apparsi e conosciuti in altre forme del linguaggio che veicolano finalità ben più esplicite, come i giornali, le conferenze, i dibattiti, ecc. E, se questo rischio posso anche accettarlo in parte, praticamente inevitabile, dove e come potrò – potrò? – tentare di discriminare tra poesia e non poesia – naturalmente consapevole di tutto quanto ho premesso sopra? Oppure non si dovrà più neanche provare a discriminare, perché il valore dell’oggetto sarebbe così alto da far dimenticare tutto il resto? Al che mi vengono in mente tante prove in forma di poesia da ‘realismo socialista’ anche qui da noi (quante sui cippi e sulle targhe dedicati alla memoria di partigiani o di ignoti caduti o di eroi fascisti!), tanti pezzi buonisti e commossi sui ‘barconi’ naufragati nel Mediterraneo, postati su giornaletti locali o in rete, che neanche a piangere smuoverebbero qualcuno che abbia convinzioni da ‘ributtiamoli indietro’.

Un’altra preoccupazione è quella, per dar forza allo sforzo di un impegno serio e non retorico, di cadere nella facile tentazione – già apparsa qua e là –  di bollare tutto il resto della poesia (da quella che si ripiega nell’introspezione, a quella che registra emozioni, a quella che pennella impressioni, a quella che spazia nel metalinguaggio o nella riflessione filosofica, a quella metafisica, sperimentale… insomma a tutta l’altra possibile poesia) come banale, narcisistico, soggettivamente chiuso, fuori tempo, disimpegnato, ecc.  

Infine la preoccupazione che non si separi, innaturalmente, la poesia di parole dalla poesia del fare concretamente e originalmente, per quanto possibile al corpo-esistenza del poeta, dentro le relazioni degli uomini, nella coralità dei rapporti, attraverso il proporsi del sé nell’apertura all’altro.

Da molti anni tesso la mia ricerca interiore con quella artistica.  Poesia significa per me entrare nel corpo, nel mio corpo, impegnarmi in una creatività organica da cui può sorgere il segno scrittorio ma anche oralità quotidiana dentro cui gesto e parola sonora sono scelti e coniugati verso qualunque tu, anche un tu apparentemente immobile e sprofondato: quel tu che la società ghettizza e consegna definitivamente alla rinuncia. Pratico vie che rovesciano ogni semplificata cementificazione sociale, spesso distruggendo la fragile vibratilità dell’ombelico ricettivo dell’essere umano con handicap, isolato nel carcere o in un ospedale o comunque in grave sofferenza. Il mio lavoro poetico agisce attraverso postura, gestualità, voce colloquiale dentro cui la parola musica significativamente una narrazione studiata a seconda delle problematiche dell’individuo o del gruppo, sostando nell’accezione, aprendo suoni e significati in corrispondenti affacci e specchi esistenziali.

La lingua è organica: agisce anche nei nostri interiori strati “geologici”: contiene e diffonde il dominio della cultura di cui facciamo parte, imprime dettati di comportamento, può confermare barriere architettoniche sociali, ruoli, scarti relazionali in una rassegnazione di definitività del proprio stato. Riaprire la parola, la sua pancia,  risveglia l’individuo, lo accende, mettendo in moto viaggi di conoscenza e meraviglia in cui può attraversare sì occhielli autobiografici rielaborandoli, ma anche possibilità di acquisizione di nuovi strumenti di lettura e sostegno, portarsi nella dimensione del colloquio. Ogni esperienza che creo, sia corale che individuale, si compie in lievità, in un’atmosfera di calore e agio. Coinvolgo ogni sensorialità, dall’olfatto al tatto, all’odorato, al gusto, alla vista, utilizzo strumenti etnici, oggetti quotidiani che rileggo richiamandone un significato non abituato, elementi della natura, una lavagnetta da viaggio con gessetti e lettere magnetiche, fogli e pennarelli, pagine di capolavori letterari, estratti epistolari e diaristici di maestri e non, brani di musica per sollecitare e educare l’ascolto nell’attenzione provocando il coinvolgimento. Dichiaro immediatamente la mia disposizione interiore che è un vero e proprio baratto esperienziale: tutti imparano da tutti, nella spola dall’io profondo al noi. Nell’esperienza si raggiunge la scrittura solo dopo averne vissuto il desiderio di incidere nella carta una parola urgente e liberatoria seminata  dal proprio io autobiografico.

   (Anna Maria Farabbi, L’ombelico vivo di ogni creatura, inedito 2016)

E allora?
Mi piacerebbe vedere tante risposte, vostre. Comincio io con una confessione di sconfitta:

la mia poesia è piccola
perché la domanda
sempre troppo grande
annienta

e la ferita

Milena Nicolini   

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NOTE AL TESTO

1- Spesso, ma non sempre. Infatti è mirabilmente fuori da una certa abitudinaria lettura della storia – mia ad esempio – che connette – se non sottomette – l’esperienza ideale di un periodo alle linee portanti dell’economia, della società, delle classi sociali, è mirabilmente fuori, dicevo, che sia arrivata comunque a noi la voce di Saffo e di Emily Dickinson, la musica dei neri africani in schiavitù, le tracce culturali della Grande Madre anche dopo il neolitico. Mirabilmente, ma forse per caso? Oppure c’è una forza di resistenza in certe espressioni artistiche e culturali che a volte vince il silenziamento del potere?

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alexandra eldridge

2 Comments

  1. Perché una volta gli anziani conoscevano a memoria le poesie di Carducci e Pascoli e nelle stalle e intorno ai falò comunicavano quei versi ai piccoli che ascoltavano incantati? Perché mia madre – terza elementare – mi prendeva sulle ginocchia e mi recitava, quasi cantandola: ” O Valentino, vestito di nuovo…”? C’era un ‘brodo comune’ legato alla cultura orale in cui andavano a confluire racconti epici della guerra, filastrocche, indovinelli e poesie. C’era una corrispondenza forte, al di là del giudizio qualitativo che si può dare sulla loro opera, tra i poeti e la gente comune. E’ chiaro, si è passato dalla società contadina a quella industriale e poi a quella postindustriale e informatica, ma credo che la tensione originale della poesia orale ( Omero e la povera mia mamma, grande affabulatrice), debba essere assolutamente conservata e riportata, con coraggio, nei nuovi luoghi di incontro. Resta questo dubbio: non vogliamo tornare allo zdanovismo, i traguardi sperimentali raggiunti dalla poesia come possono essere salvati senza essere ermetici e ostici alle orecchie del pubblico e tradotti in poesia civile? Questa è una bella sfida. Ma ricordiamoci che in ogni caso, ogni poesia, anche la più impegnata, è sempre un ‘gioco linguistico’ e dunque sta all’autore trovare il meccanismo stilistico più adatto alla comunicazione del messaggio.

    1. non ti avevo ancora letto ma ho scritto questo testo in cui penso ad una parola di grandi dimensioni e relativamente alla misura grande penso al fatto che arrivi dappertutto, perché tutto è anche corpo nostro, una intelligenza che tutto permea, terra e pane e limo e erba, cielo tutto tutto insomma e nessuna creatura o essere non comprende quali siano i sostanziali elementi che ci tengono insieme in questo sconclusionato artificio che chiamiamo reale e ci affanniamo a de-scrivere e a illuminare minando spesso quella volontà di vivere che sembra diventata cosa marginale.
      Dunque lascio il mio scritto, come un appunto di viaggio, senza vanità alcuna, senza raggiro linguistico. Grazie a Milena e anche a te Paolo, per tutto quanto cercate di cucire insieme come una veste ospitale per chi la vuole indossare .
      ferni
      serve una parola di grandi dimensioni
      una parola fatta a grani per gradi di oscuraluce
      che s’infili tra gli interstizi di una mente rovinosa
      serve trovare
      una parola che buchi le vene e soffochi l’iride
      anneghi l’ossessione di un senso
      miriadi di milioni un proliferare di equazioni di voci in bilico
      tra spazi liminali e abissi di profondità inospitali
      telluriche abrasive reti di neuroni
      fisica dei quanti per trafori di immagini
      enne dimensioni di parole per ogni segno che configuri una lettura
      serve una preghiera cucita di spine

      perché la pena non misura se si può campare
      per vivere o morire
      non serve scrivere o dire disegnare dipingere
      scatto dopo scatto l’immobile fermo
      dentro un unico paesaggio è il bordo
      di un olfatto avvizzito che non sente la cancrena
      uno sguardo schermato
      e tra i bordi di ogni città non riconosce la fame
      né la mancanza di dignità
      la crudezza e l’infelicità di un tempo cagliato
      che non si può mangiare
      da chiunque passi
      perché tutti passiamo
      e tutti patiamo un dolore solo nostro
      una fame incondivisibile con gli altri
      fame è fame e non per gesti e ancor più non per parole
      ma silenzio per un patire che ci fa animali e ci spoglia
      di ogni assurda vanità assunta a brevetto
      attraverso una parola sgonfia
      che s’inventa ancora la dicibilità
      di un reale che dall’inizio non c’è

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