PRIMO SALONE DEI RESILIENTI – una cronaca partigiana di Paolo Gera

24° festival internazionale di poesia- parole spalancate- genova 2018

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È il primo anno che Claudio Pozzani, direttore del Festival Internazionale di Poesia “Parole spalancate” organizza uno spazio aperto alla piccola editoria, alle riviste cartacee e a quelle on line. È come se avesse amplificato verso il basso le intenzioni ideologiche  del Festival che dopo ventiquattro anni ancora resiste contro i tagli di fondi e gli specchietti per le allodole degli scrittori preconfezionati per attirare il pubblico. Il tema dell’edizione 2018 è la passione ed è dunque coerente invitare individui e collettivi che sulla poesia non fanno una questione di profitto, ma di forte necessità personale e di impegno culturale e civile. Se si tratta di un conflitto contro gli stereotipi mediatici, contro il controllo delle majors editoriali, contro una politica culturale per nulla aperta al dialogo con le realtà di base, questa del salone dei resilienti – faccio mia una definizione che è proprio di Pozzani – è stata una vera e propria “chiamata alle arti”. Le iniziative nei dieci giorni previsti dal programma (7-17 giugno), si susseguono a un ritmo indiavolato, ma occorre dire che questo è uno dei pochi spazi in Italia dove la poesia è ospitata coraggiosamente e ogni realtà ad essa connessa può trovare un quarto d’ora non di visibilità, ma di partecipazione.

Siamo a Genova, disposti sul lato destro del cortile maggiore di Palazzo Ducale, tra le colonne e le mura dentro cui si aprono gallerie d’arte e spazi culturali. Le presenze non sono molte, ma decisamente interessanti e portatrici ognuna di una propria biodiversità culturale, ricca e stimolante. Non immaginiamoci un vero sottobosco poetico o una barricata underground resistente contro le derive commerciali dell’editoria che conta. Qualche selvaggio reale c’è veramente e alla postazione di cartesensibili sono anche accorsi poeti tredicenni e un artista ciclista in giro per l’Europa che si occupa di Art Land minimale e allestisce affascinanti opere a mani nude senza alcun strumento di lavoro. Ma sono presenti riviste che hanno un passato storico direi memorabile e case editrici coraggiose che si battono per far conoscere buona poesia, svolgono costante attività di scouting e cercano di far quadrare i conti nonostante poche persone ormai abbiano voglia di acquistare volumi di/versi, fuori dal richiamo illusorio dei fenomeni del momento.

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  • Specimen. The Babel Review of Translations.

www.specimen.press

 

La prima che incontro nel cortile di Palazzo Ducale è Nausikaa Angelotti. Siamo arrivati un po’ in anticipo per allestire i nostri banchetti e stiamo aspettando l’organizzatore. Primo incontro sulla sabbia di città del Festival: io un po’ disorientato con una donna che si chiama Nausikaa! Dice di arrivare da Massa ma la sua rivista on line gravita intorno al Canton Ticino svizzero. “Specimen” commissiona, traduce e pubblica testi in ogni lingua e ogni alfabeto. Durante la kermesse ci perdiamo un po’ di vista, ma ora che sono a casa e posso collegarmi, devo dire che la rivista è bellissima e mi entusiasma.  Ad apertura dell’ultimo numero ci sono tre poemi di Agota Kristof nella versione originale, dunque in ungherese, e poi la traduzione in francese e italiano. Un articolo in particolare mi colpisce perché riflette in maniera storicamente critica sulle nostre vicende contemporanee di accettazione ed esclusione. Il titolo è “Arabi in Romania. Una storia d’amore orientale”.

È stato scritto in tedesco da  Dana Grigorcea e tradotto in Italiano da Roberta Gado. L’articolo, si può leggere anche in inglese e tedesco inizia così:

“Il primo torchio per la stampa a caratteri arabi arrivò in Siria più di trecento anni fa. Era un dono della Romania ai cristiani arabi di Antiochia. Il torchio restò in funzione per tre secoli e ancora recentemente era esposto ad Aleppo. La Romania non fa eccezione nel novero dei paesi est-europei che mal digeriscono l’idea delle quote europee per i rifugiati. Eppure è legata al mondo arabo da stretti rapporti economici e culturali, profondamente radicati nella sua storia.”.

Più in generale è una gioia per gli occhi e per la coscienza vedere scorrere le pagine di “Specimen”, con le lingue scritte e i caratteri alfabetici di ogni parte del mondo, compresi naturalmente ebraico e arabo.

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  • Nuova Editrice Magenta – Varese

www.nuovaeditricemagenta.it

 

L’editore Dino Azzalin mi fa firmare il libro, “L’acqua del tempo”, dal suo autore Gabriele Sprocati.  È la sua prima dedica in assoluto perché il libro credo sia stato appena pubblicato e io ne sono orgoglioso.  Dice che è il suo primo e ultimo libro di poesia. Ha 64 anni ed è di Pontelagoscuro, delta del Po ferrarese. Il protagonista del libro di Sprocati è il fiume. Nella sua presentazione parla di come i detriti portati dalla corrente possano costruire nuove forme e che ciò che si disgrega possa trasformarsi in vita differente. L’editore è un medico che ha deciso di investire i suoi guadagni rilevando una casa editrice di poesia e letteratura destinata alla chiusura e trasformandola in qualcosa di nuovo.  Sprocati mi parla anche di una interessante collana di viaggi “Lanterna magica”, in cui si parla non tanto di paesaggi, ma di esperienze umane e di incontri fra culture. O come dice Dino Azzalin: “la bellezza del mondo non è disgiunta dalla verità del mondo”. In altre collane sono inclusi testi inediti di Guido Morselli, ma il fiore all’occhiello è la ristampa anastatica di” Quarta Generazione, a cura di Piero Chiara e Luciano Erba – La giovane poesia 1945-1954”, con le prime esperienze poetiche, fra i tanti nomi, di P.P.Pasolini e Andrea Zanzotto. Mi sto commuovendo.

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  • Toni Piccini, Auschwitz e simili – haiku &notes (Red Moon Press, Winchester, Usa)

 

Ho disposto sul mio banchetto i libri di Terra d’ulivi e gli altri che mi sono stati affidati direttamente dalle poete di cartesensibili. Nello spazio accanto arriva insieme a un’amica, un ben stazzato  signore dai chiarissimi occhi azzurri. Fa in fretta ad allestire la sua postazione. Una tovaglia e una dozzina di copie del suo libro, disposti a scacchiera in modo che a un pieno del libro corrisponda un vuoto della tovaglia. Ci presentiamo. Si chiama Toni Piccini e arriva da Trieste. Ha scritto un libro di haiku su Auschwitz. È davvero troppo straordinario per citarlo di sfuggita e quindi ho deciso di scrivere un intero articolo dedicato al testo e all’autore.

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  • Xenia, rivista letteraria

rogiango@tin.it

 

 

Nemapress Edizioni

www.nemapress.it

 

Un banchetto è equamente diviso fra la rivista genovese di letteratura “XENIA” e i libri della casa editrice Nemapress che ha i suoi uffici ad Alghero e Roma.

Xenia è un nome bellissimo perché in greco indica i doni da offrire agli ospiti, oltre a essere un omaggio alla raccolta di Montale. Scambio opinioni con Rosa Elisa Giangoia che è scrittrice e direttrice della rivista. In effetti mi appare persona assai disponibile e ospitale e sfoglio la rivista che ha sulla copertina dell’ultimo numero un disegno, appunto, di Eugenio Montale. Giangoia ha realizzato con Laura Guglielmi la collana (10 voll.) Liguria terra di poesia (1996-2001). Montale scrisse “Xenia” anche per tessere un filo sottile tra la sua esistenza che continuava e quella perduta della moglie Drusilla. Anche Rosa Elisa ha scritto un libro “Sequenza di dolore” (Nefesh, 2011) dopo la morte del marito Pino. La poesia come elaborazione di un lutto unisce due poeti liguri, uno più famoso dell’altra, ma entrambi hanno trovato nei versi una sorgente di memoria necessaria e un percorso orfico per strappare alla morte affetti ancora presenti.

Per Nemapress è presente il direttore editoriale Neria De Giovanni. Neria mi parla anche di un’altra iniziativa, l’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, affiliata all’Unesco dal 1971, che ha lo scopo precipuo di scambi fra letterature attraverso la traduzione di libri. Un messaggero si avvicina al mio banchetto e si mette a chiacchierare. È il poeta Bruno Rombi, ottantottenne, che mi pare abbia lo spirito battagliero del violinista Jones di Edgar Lee Masters.  È cinico sulla reale possibilità di resistenza della poesia. Mi parla del suo impegno politico, di come conoscesse Pablo Neruda e di come gli parlasse dei suoi presagi di morte. Mi si avvicina e mi sussurra all’orecchi che prima di essere ucciso il poeta cileno sentisse progressivamente diminuire il proprio corpo, sino a percepirlo come un originario grumo di sperma. Mi parla ancora della sua partecipazione alla lotta per l’indipendenza della Macedonia, 1991: tornato in Italia a chi gli chiedeva delle persecuzioni contro gli indipendentisti, lui rispondeva risentito che gli domandassero invece della straordinaria ospitalità che gli avevano offerto. La luce e non l’ombra, il momento di condivisione della gioia e non quello del dolore. Bruno Rombi presenta il suo poemetto, tradotto in diverse lingue, “Tsunami”.

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  • Cartacanta

www.cartacantaeditore.it

 

Nel banchetto alla mia sinistra ci sono due ragazzi belli, alti e gentili, Martina e Roberto, che si occupano della postazione della casa editrice Cartacanta di Forlì. Martina Capezzuto mentre sorveglia i libri esposti e il raro transito di persone, tira fuori gli appunti su cui sta preparando un esame di Letteratura inglese. Si schernisce quando le chiedo se scrive poesie. Lo fa per una sua necessità personale, senza nessuna ambizione letteraria, per ora. Invece vuole capire seriamente come funziona la grande macchina dell’editoria perché è in questo settore che le interesserebbe lavorare. Mi parla di Cartacanta e della collana di poesia diretta da Davide Rondoni che arriverà per la presentazione di un testo per cui ha scritto l’introduzione.  L’interessante volume ha come titolo “Rilke feat Michelangelo” ed è curato da Massimo Morasso, poeta e germanista, che è uomo di profonda e viva cultura, non di arida erudizione. Martina mi parla anche di una scrittrice che non conosco, a suo dire molto brava, che si chiama Alice Malerba, autrice del romanzo, “La meccanica dei ruoli”. Alla fine quando non ne possiamo più di poesia e di presentazioni che si succedono uno dopo l’altra senza soluzione di continuità, io e Roberto iniziamo a parlare di manga, del grande Jiro Taniguchi, del suo romanzo a fumetti “Gourmet” e di quanto sia fine e preciso la sua maniera di disegnare.

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  • Il segnale

www.rivistailsegnale.it

 

Molto cordiali sono gli uomini e le donne della rivista “Il segnale” di Milano, Mario Buonofiglio, Simonetta Longo, Antonella Doria, Massimo Rizza e Adriano Rizzo. “Il segnale”, rivista storica che ha il suo anno di fondazione nel 1981, riprende nelle sue intenzioni l’eredità sperimentalista che da Luciano Anceschi in avanti ha fatto la storia della più coraggiosa esperienza di scrittura italiana. Hanno organizzato un convegno sul gruppo 63 per il 50 anniversario, sulla rivista ha scritto Seamus Heaney, assai prima di ricevere il premio Nobel, ma la militanza nel presente si indirizza verso reading   davanti alla metropolitana o nei centri commerciali di Milano, a testimoniare anche una presenza viva e corporale della poesia. Antonella Doria pubblica per i quaderni del Verri e il progetto grafico della sua raccolta poetica è curato dal figlio di Anceschi, Valerio, mentre l’introduzione è della grande madre della ricerca poetica Giulia Niccolai. Antonella scrive sulle vicende del Mediterraneo, con uno stile antiretorico e una scelta scarnificata di parole, con un ritmo e un respiro assolutamente al di fuori da ogni implicazione e impalcatura metrica. La rivista è redazionale e nella presentazione si è voluto sottolineare che ci si incontra realmente, in una vera stanza, ogni due settimane e non inviandosi mail. Ma “Il segnale” è anche aperta a contributi esterni e la sua vocazione è quella di pubblicare inediti di autori già affermati o assolutamente sconosciuti, dalla poesia alla saggistica, unicamente selezionati in base alla qualità della proposta. Mi piace questa rivista che unisce la serietà critica alla pratica reale dell’happening, seguendo le istruzioni per l’uso mai scadute di Sanguineti e soci. Giulia Niccolai, appunto, docet.

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  • Puntoacapo Editrice

www.puntoacapo-editrice.com

 

Mi sono spostato di venti metri e mi sono rivisto come un giovane progetto ancora da sbozzare. Alla fine del colonnato del cortile di Palazzo Ducale c’è la postazione della casa editrice “Puntoacapo” e lì incontro Mauro Ferrari che non vedevo da quarant’anni. Io e Mauro Ferrari siamo coetanei, abbiamo vissuto l’adolescenza e la giovinezza nella stessa città del basso Piemonte e abbiamo frequentato lo stesso viale alberato, in fondo l’unico luogo d’incontro dei ragazzi di quel posto, che pure aveva in serbo qualche buon fermento culturale. Erano gli ultimi anni Settanta e i primi Ottanta. Non si sapeva bene se andare alle manifestazioni in cui circolavano ancora i partigiani o alle feste borghesi per limonare con le ragazze. Ora ci incontriamo tra le colonne dei resilienti. Non sono un nostalgico. Sono contento di aver trovato dopo tanto tempo una persona che ha seguito con maggior costanza e fermezza un percorso simile al mio. Mi sembra però che il mio si sia perso in deviazioni spinose, mentre il suo è andato dritto per una strada maestra con le pietre miliari dritte e ben scandite. Mauro Ferrari è poeta sensibile e costruttore, insieme a Cristina Daglio, di una casa editrice attenta alle nuove proposte come alla tutela di poeti che non dovrebbero essere dimenticati.  Cristina Daglio è una forza della natura e conosce alla perfezione i territori della poesia italiana contemporanea. Milena Nicolini, che con me portava lo striscione di cartesensibili, ha saputo che “Puntoacapo” aveva pubblicato l’opera omnia di Tolmino Baldassarri e quella di Alberto Cappi, poeti deceduti qualche anno fa, che lei conosceva bene, frequentava e molto apprezzava. Oggi “Puntoacapo” ha un catalogo veramente stimolante tra cui mi va di citare due poeti che per strade diverse arrivano alle stesse amare conclusioni. Ancora una volta due uomini e un traguardo comune. Questa coppia però non ha la stessa età. Sto parlando di Mauro Macario, di cui amo la sincera e corrosiva rabbia e Fabrizio Bregoli, un poeta bravissimo a coniugare controllo stilistico e disillusione contemporanea. Di Mauro Macario è uscita qualche mese fa “Le trame del disincanto poesie 1990-2017” , mentre l’ultima opera di Bregoli si intitola significativamente “Zero al quoto”.

 

Al salone dei resilienti le presentazioni ufficiali dei partecipanti hanno contato meno dei rapporti che si sono intrecciati sotto il porticato, del confronto aperto fra  i gruppi presenti, delle testimonianze di resistenza quotidiana allo status quo e alle sue manipolazioni ideologiche per ottenere il controllo di ogni tipo di spazio culturale. Ognuno in modo diverso, i partecipanti al salone dei resilienti rivendicano invece una pratica libera e autonoma della cultura, senza controlli, senza vessazioni, con un forte afflato di apertura verso l’esterno, con una tensione comunicativa che è parte integrante della riflessione sulla propria identità. Al salone dei resilienti sono nati progetti comuni, piccoli, ma germinativi, che cercheremo di portare avanti con tenacia.

La poesia deve mantenere la sua vocazione clandestina. La poesia non è un selfie, ma una foto di guerra, sia che mostri i conflitti interiori della coscienza, sia che documenti gli sconvolgimenti della società. Ma la poesia può ancora fare paura? La poesia può ancora passare di mano in mano, nottetempo, di nascosto, scritta su opuscoli rivoluzionari, braccati dal potere costituito? La poesia può ancora essere quella sospetta e perseguitata di Iosip Mandel’stam e di tanti altri come lui? Io sono sicuro di sì, perché la poesia è immaginazione critica e il potere, con modi  violenti o subdoli e striscianti, la libera critica non può fare altro che temerla e provare a schiacciarla. Succede ancora in tanti parti del mondo, succede a Cipro, succede anche nella mia città. Quelli che ancora non hanno la bocca completamente imbavagliata e il corpo neutralizzato dai taser, devono denunciare gli impedimenti, le sospensioni, le carcerazioni, le brutalità che colpiscono gli altri.

Cara Nadezda Mandel’stam, vorremmo come te imparare a memoria tutte le poesie del nostro compagno di strada, se quello fosse l’unico modo di preservare dall’incendio le sue pagine scritte e dalla distruzione le sue idee, le sue creazioni. Imparare a memoria le poesie e fuori da ogni spazio virtuale, andare a dirle nei corridoi dei municipi e delle prefetture, nei centri commerciali e nelle carceri, nelle scuole e negli ospedali. Noi sappiamo, Nadezda, che il tuo nome vuol dire speranza.

Paolo Gera

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