ISOLINA – Elianda Cazzorla: Il silenzio degli innocenti- 9° episodio

elianda cazzorla- sprizzy tra cielo e terra – padova 2016  

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Isolina vorrebbe scrivere un aggettivo per ogni genitore che le siede davanti, avrebbe raccolto, nel tempo, una collezione di variopinta umanità per il gusto di fare una linguaccia a Balzac. Non ha mai segnato nulla per una sorta di pudore o forse di rispetto. Certo più che tipi arrivano a colloquio solo tipe. Basterebbe individuare un tic negli occhi, un’alzata di spalle, le dita a scalpello, i capelli a banda serrata, una smorfia sul viso, per costruire un catalogo esaustivo in cui a ogni tratto corrisponde, per amorosa sinteticità, un carattere e un’altra linguaccia a Balzac. La seconda. Che succede! Un’uscita di senno della nostra Isolina. Perché nessun genitore si è mai permesso di farla. Intanto colora una lingua, rosso fuoco, su un foglio dell’agenda, e alza e abbassa lo sguardo sulle labbra della Signora che le sta parlando. Quelle si aprono e si chiudono, si stendono e si arricciano. Poi Isolina poggia la penna, per seguire le parole, e dare tutta la sua attenzione, ma silenziosa come una biscia, la lingua rossa disegnata sul foglio si stacca dal piano, segmento per segmento, si allunga, raggiunge la sua massima estensione, e fluttua davanti alla Signora Innervosita. Fermati Isolina. Contegno. Intanto quella continua a sventolarle il foglietto con il TRE davanti ai suoi occhi, lo mostra e lo rimostra e le ripete che un brutto voto come quello non l’ha mai preso nessuno in famiglia, e che sua figlia alle medie aveva otto in tutte le materie. E che non capisce come abbia potuto prendere TRE in italiano. E poi cos’è l’italiano? Cosa ci vuole a studiare quei racconti? Va ben, la grammatica è più complicata, ma una volta che hai capito dov’è il verbo e il soggetto è facile. Vero, professoressa?

Quattro esse sibilano nell’aria con la stessa intensità di quelle pronunciate da Sir Hiss al Principe Giovanni:

– Senta maestà, lei è superbamente splendido. – E giubilo di trombe nella foresta di Sherwood. Vorrebbe fischiettare Isolina, il motivetto del Gallo, dei titoli di testa, del cartone di Robin Hood. Però nella sua scena non c’è il principe Giovanni, al limite Rodolfo, lo Svedese, che aspetta la risposta a un messaggio, e Isolina non ha le fattezze di una principessa. C’è solo una Signora Sibilante, come sir Hiss che ripete:

– Però si salva, vero professoressa, mia figlia si salva?- E non c’è selva, né verzura, solo una pianta Benjamina, un po’ rachitica, da cui una madre precedente ha strappato una foglia. Non è l’ava di quel rigoglioso esemplare che il padre, Marcovaldo aveva portato in giro per la città, sul portapacchi della bicicletta, inseguendo la nuvola carica di pioggia. No. Questa è una pianta spellacchiata deposta come emblema di una natura tramortita, nel corridoio della scuola, davanti alla sala colloqui. Intanto Isolina è da quattro minuti che guarda quella Signora Innervosita e vede in fila, uno dietro l’altro, tutti i suoi anni di studio, i giorni e le ore alla scrivania a segnare i concetti, le parole-chiave, a costruire gli schemi, a smontare i racconti, a individuare il narratore e il punto di vista, anni in cattedra, in cerca del modo più semplice per realizzare l’educazione sentimentale, attraverso le parole degli autori più amati e di quelli che hanno conquistato l’eternità. Che non sempre coincidono.
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elianda cazzorla- miù e il mistero dei faraoni– padova 2016 

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E la Signora Innervosita continua nella sua sibilante richiesta: si salva mia figlia, si salva? E cosa ci vuole per studiare italiano, professoressa, non è mica matematica?

– Professoressa?

Sì, signora, mi dispiace ma non riesco a sopportarla. La prego di alzarsi e di andare. Venga in un altro momento quando sarò più disponibile. Ora proprio non ce la faccio.

È proprio questo, quello che dice Isolina?

No. C’è una deontologia professionale che le vieta di dire quello che realmente pensa e allora soffoca il fiume in piena che vorrebbe uscire dagli argini. C’è ancora un guizzo di parole pronto a lanciarsi. Lo frena. Io inghiotte. È un rospo. E tutto rientra, senza che lei possa dire:

– Lei non sa quante pagine ho dovuto leggere per una frase sensata che si adattasse a sua figlia, per portarla a riflettere sul mondo e sulla vita, sui pensieri primari e quelli che stanno nel fondo, che vanno scovati per non ritrovarsi con un non-sense che annienta le anime. Lei non sa, signora, che cosa significhi insegnare.

Isolina non dice nulla. Sorride come un ebete e poi accoglie quel:

– Sa che mia figlia mi dice che durante l’ora di scienze la prof. non riesce proprio a fare lezione e invece la prof. di scienze mi dice che mia figlia chiacchiera. Le pare che mia figlia chiacchiera? Cosa si è inventata quella lì, forse è lei… – Scusi?- La richiama la madre. – Mi scusi, ma lei mi sta a sentire? –

Ecco che si svela uno dei piccoli segreti di Isolina. La sospensione tra cielo e terra. Tra sì e no. L’amore per il dubbio. La blocca. Cosa può dire a quella madre ferita da un TRE e dalla scoperta che sua figlia, così coscienziosa e matura in casa, è una che disturba in classe. Cosa può dire? E allora per non dire, tace.

Isolina, sveglia! Qui l’ingranaggio si ferma. C’è un’altra madre e tra un po’ suona la campana della terza ora. Non perderti nel silenzio del dubbio. L’istituzione non ammette stasi, vuole il fare e non l’essere. L’efficienza, sempre.

Bum! È il suono dell’atterraggio dell’agenda sul pavimento cinereo, nella sala colloqui. La Signora Innervosita l’ha provocato. Non poteva mica aspettare altro tempo davanti a quella fissità d’occhi. Isolina ha un sobbalzo. E in pochi secondi ritorna nel vestito a poise, nella collana che le ha regalato un’alunna, nel suo secondo anno d’insegnamento, che lei porta sempre a ogni colloquio con i genitori. Un supporto scaramantico. Perla dopo perla. Si china, raccoglie l’agenda, la sistema sulla cattedra e riprende la rappresentazione con la Signora Innervosita.

– La ringrazio del suo punto di vista, in qualità di coordinatrice, parlerò con la docente di scienze e chiederò conferma. Per la mia disciplina dica a sua figlia di studiare quelle quattro paginette e se sarà in grado di avere a disposizione i concetti attraverso cui smontare un racconto, si conquisterà un otto. La tranquillizzi. Ha tutte le possibilità d‘essere brava. Conosce il detto: se c’è stoffa si fa un vestito. Mia nonna era sarta e lo ripeteva spesso. Ecco lo dica a sua figlia.

– Mi scusi, la stoffa, quale stoffa deve comprare? – Chiede la Signora Innervosita con somma perplessità.

– Sì, per la stoffa? È necessaria la tessitura, prima del taglio e del cucito. E ora mi scusi. C’è un’altra Signora che attende in panchina.

– Sì, ma quel TRE lo recupera mia figlia?

– Certo! È da tanto tempo che la media aritmetica non viene più applicata. È tempo di altri conteggi. Si considera l’impegno nel desiderio d’imparare, in altri termini: la curiosità d’essere al mondo, e un TRE non è più un tre sommato a un sette. Perché fa dieci, ma la media che dovrebbe essere cinque, diventa otto.

– Otto?- Ancora somma perplessità.

– Sì! Otto, Signora.- Risponde lapidaria Isolina.

 

Elianda Cazzorla
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 elianda cazzorla- madre e figlio– cherso 2016 

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