BIENNALE ARCHITETTURA 2018 Venezia- Adriana Ferrarrini: a cura di ANNA HERINGER, NON E’ UNA SHIRT MA UNA CASA DI FANGO

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Percorsa tutta la lunghezza delle Corderie, suggestivo fabbricato che, per la scansione a tre navate, l’altissimo tetto a capriate e la corrosione del tempo sulle sue murature, si impone con l’austera bellezza dei luoghi di antico culto; ammirati annusati ispezionati modellini in legno in filo di seta in plexiglass, guardate le proiezioni i disegni le planimetrie degli spazi liberi che l’architettura progetta perché gli umani possano vivere in modo più felice;  giunta infine là dove l’antico edificio si chiude in un gomito che dà avvio alle Artiglierie – altro lungo fabbricato ma dal tetto più domestico – e il buio e i soffitti vertiginosi lasciano spazio alla luce e all’azzurro di una bellissima mattina di giugno, arrivo al punto. Un mondo non più verticale, ma orizzontale, terra color sabbia, sedili bassi, gli strumenti e gli oggetti di un mondo antico, architetture disegnate in aerei paraventi di ferro, il vuoto di un mondo rurale che si sostituisce al pieno degli spazi urbani. Mi riferisco all’installazione dell’architetto bengalese Marina Tabassum. E, a breve distanza, tra le colonne di pulviscolo dorato, dei teli dai colori luminosi e cangianti che ondeggiano appena appena, appesi a bambù, sostenuti da fili invisibili. Sono disposti in modo da delineare uno spazio che è chiuso e aperto nello stesso tempo. Colorato e mobile. Al suo interno, un cubicolo con le pareti esterne a specchio, che in questa luce mi sembrano dorate. La qualità morbida dei tessuti in contrasto con gli angoli a spigolo vivo del cubo dorato.

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Questo è l’allestimento dell’architetto tedesco Anna Heringer, che con la sua scuola METI, costruita utilizzando, oltre alle maestranze locali, anche i materiali del luogo – fango e bambù –  ha vinto nel 2007 il prestigioso Aga Khan Awards (per questo progetto vedi il sito, ricco di informazioni e immagini: http://www.archiportale.com/news/2010/03/architettura/meti-la-scuola-handmade-in-bangladesh_18232_3.html).

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Ma torniamo alla Biennale 2018. Curiosa di tutto ciò che sa di trama e colore, entro in questo spazio luminoso e mi faccio guidare dalle parole che leggo stampate su un pannello o ricamate su un telo davanti.

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This is not a shirt. It is a playground, a garden, a mud house.

Questa non è una camicia. E’ uno spazio di gioco, un giardino, una casa di fango.


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Leggo che questi “panni screziati fatti con fregi, o di pezzi, e liste di più colori” (per dirla con G. Boccaccio) sono strati di sari cuciti l’uno sull’altro, con file regolari di impunture parallele. Le donne del Bangladesh ricevono un sari all’anno in occasione di festività Hindu o Musulmane, e quando il sari è ormai troppo logoro, viene messo da parte e poi sovrapposto ad altri per creare coperte. I sari hanno ormai perso la brillantezza del loro colore originario: quei blu profondi, quei rossi impetuosi, quei gialli squillanti, quei verdi  fregiati di ricami dorati, così belli indosso a queste donne dalla carnagione scura. I colori sono stinti, il tessuto è liso, ma ogni pannello è un concentrato di storia: sei anni di vita della stessa o di diverse persone sono cucite insieme, gli strappi lasciano vedere il tessuto sottostante, i colori si fondono, si intravvedono, creando decorazioni impreviste.

Incantate dalla bellezza di questi prodotti di riciclo della cultura artigianale locale, Anna Heringer con Veronika Lena Lang, stilista e designer dei tessuti, hanno pensato di farne capi dal design contemporaneo, per un progetto solidale che mira a preservare la straordinaria cultura tessile di questo territorio, che nell’emigrazione rischia di andare dispersa. In effetti il Bangladesh è uno dei paesi con il più alto tasso di emigrazione al mondo, non solo verso paesi più ricchi, ma anche interna verso le città.

Didi Textiles, l’iniziativa collettiva di Anna Heringer, Veronika Lena Lang e di  20 donne dei villaggi di Rudrapur e Birgonj mira a soluzioni che permettano alle donne delle zone rurali di guadagnarsi da vivere restando nel loro villaggio, invece di essere costrette a trasferirsi in città per mettersi a servizio delle grandi fabbriche tessili, come avviene per molte di loro.

Il cubicolo quadrato dietro ai teli iridescenti è eloquente: dorato all’esterno e specchiato – non posso evitare di pensare allo specchietto per le allodole – piccolo e buio all’interno, tutto foderato di carta di giornale con un televisore che va in continuazione, rappresenta il tipo di vita che aspetta le donne nelle aree urbane. Private degli spazi aperti comuni in cui si sentono sicure e lavorano e chiacchierano insieme, badando ai figli e agli anziani, a loro non resta che condividere a turni una minuscola e buia stanza in affitto.

In un’intervista sulle donne nell’architettura, Anna Heringer ha detto che “non si tratta di avere donne architetto nelle posizioni più alte, bensì delle qualità femminili nell’architettura. Più intuizione. Più empatia e più umanità. Più condivisione.” Didi Textiles rappresenta tutto questo.

Su wemakeit si può contribuire al progetto di crowfunding di Didi Textiles, acquistando una Didi shirt o una Didi bag o un Didi cuscino o con un’offerta volontaria.

https://wemakeit.com/projects/didi-textiles.

Peccato i costi: le Didi shirt a 180,00 euro non sono accessibili a tutti. Forse il passo successivo per Diditextiles è pensare a qualcosa di un po’ meno elitario. Ma pur sempre sostenibile.  

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Sull’allestimento di Anna Heringer alla Biennale Archiettura 2018:

https://www.azuremagazine.com/article/2018-venice-biennale-arsenale/

http://www.floornature.it/blog/biennale-2018-anna-heringer-freespace-le-donne-del-banglades-13829/

sulla Meti school e sull’architettura sostenibile di Anna Heringer:

http://volzero.com/the-meti-school-is-an-inspirational-paradigm-of-sustainable-design-using-the-local-construction-techniques-and-labour-by-anna-heringer-and-eike-roswag/

http://www.anna-heringer.com/fileadmin/anna/Press/flair_9.pdf ( sulla Meti school, articolo apparso su Flair nel 2006)

https://www.ted.com/talks/anna_heringer_the_warmth_and_wisdom_of_mud_buildings

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Un ringraziamento a Didi Textiles anche perché, cercando notizie sull’emigrazione dal Bangladesh, ho scoperto questo bel sito, creato nel 2015 da studenti e studentesse universitari con l’obiettivo di fornire strumenti utili ad avere una migliore comprensione dei temi al centro dell’attualità internazionale. Suggerisco quindi, per avere informazioni semplici e chiare sull’emigrazione dal Bangladesh:

https://lospiegone.com/2017/07/26/bangladesh-cause-numeri-emigrazione/

Adriana Ferrarrini

 

 

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