TRASMISSIONI DAL FARO- Anna Maria Farabbi: Mediterraneo

paphos- cipro capitale europea della cultura- parco archeologico di Nea Paphos-  Teseo e Minotauro, IV secolo.

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Consegno ai pesci alle acque alla rete la mia relazione portata al convegno dedicato a Fikret Demirag nel Dicembre scorso a Cipro del Nord.

Mediterraneo

Viviamo nel cuore liquido del nostro pianeta, dentro cui si riflette, si irraggia, l’apertura mite e ventilata, ritmica, di una fertile solarità. Questo occhiello geografico e culturale, che è il Mediterraneo, pulsa una potenza  radiante che ha determinato secoli di storia e continua a essere fulcro per tutta l’umanità. Il mito insegna che Venere sorge e si manifesta proprio
qui, a Cipro, nella schiusa della sacra conchiglia, in epifania della Bellezza, nonostante ogni orrore, di allora come di oggi, in emersione da questo maestoso, unico, bacino amniotico. Non poteva essere altrove la sua nascita. Assumerne consapevolezza è un fatto individuale e corale di civiltà: ciascuno di noi è responsabile della propria eredità e è chiamato a risponderne. La colta maturità rende umili e limpidi: propongo alcune braci del mio sguardo dentro il nostro patrimonio mediterraneo: a) Le acque congiungono nella loro impermanenza ondulata: ricordano ai popoli che possono imitarle con la stessa mobilità, con la stessa fluidità, nel reciproco rispetto. Ma, di fatto, la compensazione, nel principio fisico dei vasi comunicanti, è utopia per la maggioranza degli esseri umani. b) Il cuore del Mediterraneo ha generato tre battiti cardiaci, tante sono le religioni monoteistiche. Ciascuna risuona dentro chiese di verità
inconciliabile e maschilistica, misurata in gerarchie carnivore. La sapienza profonda, tuttavia, attinge nell’abisso da ogni radice e semenza: conciliando e innestando i fili della mistica dei musulmani, degli ebrei, dei cristiani. Non solo, anche quelli dell’oriente. La sapienza concepisce accoglimento, non possesso, nonmenzogna, nonviolenza. c) Ulisse è stato consacrato eroe dell’intelligenza e del viaggio nella conoscenza. Non condivido. Per me Ulisse è il ritratto della furberia predatoria, è l’identità che penetra per sua utilità, premendo in terra altrui la sua impronta, con il potere di uno sciame di divinità replicanti. Nel poema di Omero, l’Odissea, per me fonte di studio e oro potabile, la voce magnifica esce dalla bocca di Penelope: è lei la figura della resistenza e della rivoluzione. Penelope è spogliata della sua filialità (abbandonata in un modo o nell’altro dai genitori e dai suoceri), della sua coniugalità (Ulisse viaggia e
giace con altre donne senza per altro amarle), della sua maternità (lo scarto con Telemaco è doloroso e irriducibile), della sua autorità (tradita dalle sue collaboratrici asservite ai proci o porci che sia), della sua devozione (lasciata da tutti gli dei, ubbidienti alla maschia Minerva). Tuttavia è lei, Penelope, che intensifica e custodisce, malgrado tutto, la propria identità e
quella del regno che rappresenta, con mitezza e forza, con soletudine. Il suo viaggio non è orizzontale e famelico come quello di Ulisse, ma verticale, intimo, interiore: è un canto della resistenza che si estende dal sé, proteggendo il meglio della comunità. E’ rivoluzione senza spargimento di sangue, quando nel canto primo vv. 337, interrompe, davanti a tutti, al
fuoco, all’assemblea dei servi, innanzi al figlio, ai proci, il cantore Femio, colui che allora rappresentava l’autorità orale del canto, cioè la trasmissione della tradizione. Penelope spacca con la voce, con mite fermezza, il canto di Femio perché inneggia e esalta guerra e lutto. Porge una tensione di silenzio, fende, destabilizza, senza uccidere. Pone in discussione la qualità dei poeti, la loro onestà e la loro compiacenza al potere. Dei poeti e di tutti gli esseri. Quelli di allora e quelli di oggi, me compresa. d) Alla nudità regale di Penelope rispondono nel poema un coro di femmine costruttrici di pace, Calipso, Circe, Anticlea, Nausicaa, Arete e, in carne e ossa, Saffo tra le altre, coloro che praticano una cultura altra, concreta, che non prescinde dall’umanità, dalla tolleranza, dalla necessità della relazione, dalla condivisione, dalla pluralità della verità.
Tutto questo ha sangue ciprigno, significa ciò che è bellezza, ciò che guarisce, salva, cresce il mondo, ama. Nonostante tutto, ama.

 

Anna Maria Farabbi

p.s. – cfr la tela di penelope, scritta da me per Lietocolle, 2004 e l’opera di Aldo Capitni

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paphos- mosaico pavimento, pesce

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