T9-LE PAROLE INTERROTTE – Emanuela Croci e Paolo Gera dialogano su “Dei Sepolcri” di Ugo Foscolo

tunguska

 

Ma perchè pria del tempo a sè il mortale
Invidierà l’illusion che spento
Pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
Gli sarà muta l’armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Nella mente de’ suoi? Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con l’amico estinto
E l’estinto con noi, se pia la terra
Che lo raccolse infante e lo nutriva,
Nel suo grembo materno ultimo asilo
Porgendo, sacre le reliquie renda
Dall’insultar de’ nembi e dal profano
Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
E di fiori adorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
Poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
Fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
O ricovrarsi sotto le grandi ale
Del perdono d’lddio: ma la sua polve
Lascia alle ortiche di deserta gleba
Ove nè donna innamorata preghi,
Nèpasseggier solingo oda il sospiro
Che dal tumulo a noi manda Natura.

 Ugo Foscolo, Dei Sepolcri,  vv.23-50

 

Emanuela Croci

Ho incontrato questo componimento per la prima volta quando avevo 18 anni, in quinta superiore, in preparazione all’esame di stato: non fu una folgorazione, risultava difficile il linguaggio, lungo, nessun docente me lo aveva spiegato e lo studiavo da sola. Rimase lì, però, vagava dentro di me. Come spesso accade anche per gli amori in cui spesso il primo incontro suscita interesse, ma al secondo scoppia la passione,  così fu per me il secondo incontro con i Sepolcri: avevo circa 22 anni e preparavo Italiano 2: avevo finalmente gli strumenti per comprendere l’armonia del testo, la sua perfezione linguistica, ma soprattutto avevo trovato un amico in grado di darmi una risposta che sentivo mia ad uno dei più grandi interrogativi della vita: che senso ha la morte? che senso ha la vita? Perchè dobbiamo separarci da chi amiamo? e la risposta era lì: lo scopo della vita è amare, quando si ha amato tanto, si continua a vivere, anche dopo la morte, nonostante tutto, nel cuore delle persone che abbiamo amato. Quando a 35 anni ho subito il dolore più grande, che mi ha cambiato per sempre, la morte per mano di un uomo della mia migliore amica, ho fatto stampare nel ricordino proprio questi versi di Foscolo:

Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con l’amico estinto
E l’estinto con noi.

Lei vive con me. Foscolo ha saputo scrivere ciò che io sentivo: e la poesia è davvero l’unica arte in grado di eternare il ricordo degli esseri umani defunti, come afferma nella conclusione del poema. Tramandare il ricordo e l’amore è l’unico modo per sconfiggere la morte.

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tunguska

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Paolo Gera

Ho perso un caro compagno a 17 anni. Era sul motorino e un camion lo ha travolto. Ascoltavamo insieme “Radici” di Francesco Guccini e ho chiesto ai genitori di far incidere sulla lapide i versi di “In morte di S.F”: “ quando si è giovani è strano poter pensare che la nostre sorte venga e ci prenda per mano”. Più tardi mi ha lasciato un altro amico fragile – già era passata la giovinezza –  e sul suo manifesto funebre abbiamo deciso di far scrivere i versi di “Stand by me” perché amava tantissimo John Lennon, anche se questa canzone è stata solo eseguita dal componente dei Beatles, ma non firmata. “When the night has come/ and the landis dark/and the moon/ is the only light we’llsee/ No, I won’t be afraid/ Just as long asyou stand/ Stand by me”. Non credo che questi epitaffi abbiano confortato i defunti, restituiti alla terra che li aveva cresciuti, ma sono serviti ad alleggerire il nostro cuore e a stabilire un’ultima “corrispondenza di amorosi sensi” con le persone che se ne erano andate.

L’istituzione cimiteriale ci sembra oggi del tutto ovvia, ma ricordiamo che “I sepolcri” sono stati scritti da Ugo Foscolo sotto l’onda emozionale dell’editto di Saint Cloud emanato da Napoleone nel 1804 e poi esteso al territorio italico nel 1806: le tombe dovevano essere raccolte su un terreno comune fuori dalle mura cittadine, per questioni igieniche, e dovevano apparire tutte uguali agli occhi dei visitatori, per ragioni ideologiche. L’aspetto interessante de “I Sepolcri”, poema diventato presto un classico, è il suo carattere di istantpoem, di poesia polemica, di débat; Foscolo vuole inserire i versi in una discussione aperta con opinioni immagino anche discordanti, rivolgersi direttamente ad altri per avvalorare il proprio intervento: “Vero è ben, Pindemonte”.  Il carattere formidabile di questo poema civile è che ha come argomento la morte, ma che richiama a sé la funzione testimoniale e politica della poesia, cioè la caratteristica che anche oggi la rende più viva. E’ la poesia stessa , con la sua traccia di memoria a volte non cancellabile, uno degli argini più forti contro l’estinzione.

Emanuela Croci

Concordo con te Paolo sulla natura di istantpoem dei Sepolcri di Focsolo, la cui funzione polemica e di dibattito ritengo quanto mai attuale; se è vero infatti che egli scrisse questo poema per criticare ferocemente l’istituzione di cimiteri con tombe anonime, in cui non fosse possibile distinguere un defunto da un altro, oggi la questione è ancora più drammatica, con l’istituzione delle sepolture “a tempo determinato”. Secondo la legislazione attuale infatti, a Carpi, città in cui vivo, le tombe a terra possono rimanere per 10 anni, poi devono essere rimosse; i defunti nei tombini rimangono invece per 30 anni: le ossa riesumate vengono poi conservate in un ossario. Insomma se la città dei morti è sempre stata lo specchio della città dei vivi, i cimiteri oggi riflettono benissimo la società consumistica, materialistica, atea,  in cui la corrispondenza d’amorosi sensi è possibile solo per 10 anni, al massimo 30 anni, in cui vi è la rimozione della morte anche attraverso la scomparsa della cerimonia funebre; spesso si sceglie di farsi cremare e di non fare eseguire alcun funerale. Ecco, per me invece il funerale e il culto dei morti sono alla base della società, è una caratteristica precipua dell’essere umano, definita da Foscolo, che ricordiamo era ateo, “celeste”, proprio per connotare come la capacità di serbare memoria e ricordo del passato e dell’affetto che ha legato le persone in vita, sia quasi divina, e ciò renda unico l’uomo, lo ponga al di sopra degli altri esseri viventi. Che poi tutto sia corruttibile e destinato a perire lo sapeva bene anche Foscolo, ciò che contestava era la scomparsa del segno, della pietra tombale, istituito per legge, cosa che oggi accade in modo similare. Foscolo come ben ricordi tu, Paolo, poneva la poesia come unica arte in grado di eternare la memoria delle vite degli uomini:  fintanto che ci fosse stato qualcuno cin grado col canto di trasmettere la memoria degli eroi, questi non sarebbero periti. Si pone così nel solco della tradizione letteraria che riconosce nella poesia la forza di superare la morte: mi piace qui ricordare il Poema di Gilgamesh, in cui vengono scritte queste parole:

“L’umanità è recisa come canne in un canneto. / Sia il giovane nobile,/ come la giovane nobile / sono preda della morte. / Eppure nessuno vede la morte, / nessuno vede la faccia della morte, / nessuno sente la voce della morte. / La morte malefica recide l’umanità…. sono preda della morte. / Eppure nessuno vede la morte, / nessuno vede la faccia della morte, / nessuno sente la voce della morte. / La morte malefica recide l’umanità.” (L’epopea di Gilgamesh, Tavola X, vv. 303 – 315)

Ma nonostante quanto dice Utnapishtim a Gilgamesh che cercava il modo di riportare in vita il suo amico Enkidu scomparso, nonostante appunto questo terribile verdetto negativo, le sue imprese giungono a distanza di migliaia di anni sino a noi, le imprese di Gilgamesh e del suo amico Enkidu sono diventate eterne, la poesia ha compiuto il miracolo di preservare il loro ricordo. Ribadirà il concetto della poesia eternatrice Orazio, “non omnis moriar multaque pars mei vitabit Libitinam; usque ego postera crescam laude recens,” (Orazio, vv. 6 – 8, Ode 30, Liber 3, Carmina) : Foscolo con parole diverse rende universale questo concetto: fintanto che esisteranno i poeti, l’uomo avrà la speranza di vivere nel canto dei posteri.

Paolo Gera

Condivido perfettamente la tua analisi socio-antropologica. Posso solo aggiungere che il rimosso trova i modi più insoliti per manifestarsi. La scorsa sera, nella melma dei palinsesti televisivi, mi è capitato di vedere un film a disegni animati della Pixar. Il titolo è “Coco”. La sceneggiatuta è decisamente interessante e prende spunto da una festività molto sentita in Messico:” la dia de losmuertos”. Ogni famiglia il 2 novembre allestisce l’ofrienda, cioé un altare dove vengono esposte le immagini rimaste degli antenati defunti , insieme ad offerte di cibo e fiori. Nel film si immagina un ponte di petali arancioni che unisce solo quel giorno il mondo dei vivi e quello dei morti e che i defunti possono attraversare solo se una loro fotografia è stata esposta dalla famiglia di origine. Succede che un piccolo musicista vivo e in carne e ossa possa varcare il ponte dall’altra parte e giungere nel paese  degli estinti. Lì gli scheletri conducono una specie di vita consequenziale rispetto a quella che hanno dovuto abbandonare, ma se qualcuno della famiglia di origine per troppo tempo non espone la loro immagine sull’ofrienda, succede che il cadavere che pure ha in sé ancora una larvale scintilla di vita, svanisce nel nulla e perde per sempre la sua identità ancora garantita dai ricordi e dagli affetti espressi nei suoi confronti. Incredibile! Ho ritrovato la tematica de “I sepolcri” in un film a disegni animati , vincitore dell’Oscar! Ma questo ridimensionamento culturale  non mi dispiace per nulla: sta a significare che il tipo di corrispondenza indicata da Foscolo è quanto mai attuale. Foscolo non poteva immaginare che per un discorso di sovraffollamento i cimiteri tornassero a perdere la loro vocazione di ponte tra l’oblio e il ricordo, di mano immateriale che ancora si sforza di stringere qualcosa che per natura è destinato a scivolare via per sempre.  Vorrei però citare un’interessante osservazione di Elias Canetti, da quel libro fondamentale per la cultura del Novecento che è “Massa e potere”. Canetti suggerisce che dietro la visita al cimitero e la devozione dei congiunti ci sia in effetti qualcosa di terribilmente compensatorio: la coscienza naturalmente egoistica di essere vivi.

“Egli tuttavia sente  ancor di più d’essere il solo che passeggia nel cimitero. Sotto i suoi piedi giacciono molti sconosciuti, tutti stretti insieme.  Il loro numero è indeterminato, ma certamente grande, e sempre cresce. Essi non possono allontanarsi gli uni dagli altri: giacciono come in un mucchio. Solo il vivo  va e viene come più gli piace. Solo lui sta ritto in piedi in mezzo ai giacenti”

Elias Canetti, Massa e potere, Bompiani Milano, 1960, pag.334

Riguardo all’eredità dei poeti credo occorra vivere la nostra epoca di crisi con disillusione. Gilgamesh rimarrà immortale e fino a tutto il Novecento c’è ancora la possibilità di tracciare un percorso di memorabilità. Ma ora? L’estensione del concetto di merce-feticcio alle pubblicazioni editoriali credo abbia distrutto per sempre la possibilità di una storia della letteratura che includa opere contemporanee e anche per quelle passate, chissà tra cent’anni…Ognuno brilla per cinque minuti sul proprio blog e poi rimane un tenue fuoco fatuo che nessuno riesce più a identificare.

 

Emanuela Croci, nata a Carpi, classe 1976. Laureata in lettere con una tesi in archeologia romana, insegna nell’istituito professionale Vallauri di Carpi. È appassionata di storia e letteratura e si diletta nel teatro contemporaneo che vede come mezzo unico per esprimere se stessi, resistere all’omologazione e criticare la società

 

 

 

5 Comments

  1. Foscolo, al liceo, era la mia passione, era la carica interiore che mi spingeva fuori di me a guardare il mondo, a confrontarmi con esso, con impeto, con foga con tutta la luce di ogni sua parola. Le ultime lettere di Jacopo Ortis è proprio questo continuo slancio passionale e ideale ed è slacciarsi e riallacciarsi in una alternanza continua da un sé individuale ad uno collettivo mostrando alla fine di cosa sia fatto ogni uomo, mai solo, ma sempre e comunque tutti gli altri che lo hanno preceduto e lo seguiranno.Cosa che anche nei Sepolcri si mostra, anzi ha la misura non solo dello slancio passionale tipico dei giovani, ma una consapevolezza matura di chi ha conosciute tutte le congiunture dell’umana tragedia. L’apertura mostra subito questa soglia ed è quella che illumina il resto del cammino di una memoria che non cede nulla. Amorosi sono i sensi, che magnifica trasposizione attua, considerando i sensi ( non solo intesi come percezione ma anche direzione) il mezzo che agisce il tra- mite nell’ora della sera. “Lenti”, in-corpo-reo di non afferrare l’altro eppure teso nei sensi che convogliano all’incontro e promuovono la visione di quel nostro caro che non sarà perduto, in terra, nella collocazione nella casa dei morti. Morire è un abito, o meglio un vestimento,che nasconde solo quanto non si vuole ricordare, non si vuole mantenere in quella relazione dei sensi, amorosi, che conducono all’incontro, sempre, poiché è in noi memoria e anche la moira che tagliò il filo, d’amore, che li legava indissolubilmente.

    ferni

  2. Cara Emanuela, caro Paolo, com’è stato bello leggere il vostro dialogo pieno di spunti e suggestioni. Questo carme di Foscolo ha per me un valore assoluto, dà voce a una corrispondenza molto più ampia e profonda di quella a cui fa riferimento il poeta.
    La prima volta che questi versi entrarono nella mia vita avevo circa sette anni e dell’editto napoleonico non sapevo nulla. Dal momento che giungevano dalla voce della persona che più amavo al mondo e da cui più di tutti mi sentivo amata, per me erano nient’altro che parole d’amore. Avevano un certo incedere (la musica dell’endecasillabo avrebbe continuato a sedurmi per tutta la mia vita adulta) e procedevano con sicurezza dalla sua bocca al mio cuore. Mio nonno, prima mugnaio poi ostinato maestro, aveva imparato a memoria quei quasi trecento versi e qualche volta me li recitava in terrazzo, quando entrambi appoggiati al balcone guardavamo il sole che tramontando allungava la sua ombra in direzione del cimitero. Li aveva imparati non per vezzo ma per la necessità di averli sempre con sé, come sostegno, come risorsa. I francesi usano un’espressione bellissima per indicare ciò che s’impara a memoria: par coeur, attraverso il cuore. Quando sentiamo il bisogno di imparare a memoria una poesia la impariamo attraverso il cuore: è nelle sue stanze che risuonerà quella musica, mentre laviamo i piatti della cena o aspettiamo il treno che ci riporterà a casa.
    Così erano passati quei versi nella mia vita bambina, da cuore a cuore, per suono e immagini. E Parini, Alfieri erano nomi sconosciuti, sì, ma familiari. La voce di mio nonno vibrava e gli occhi si facevano più lucidi quando recitando arrivava a quell’immagine che anche allora mi sembrava stupenda: «Rapìan gli amici una favilla al Sole / a illuminar la sotterranea notte». Non capivo tutto, ma capivo quello che mi spiegava, che poteva spiegarmi. Capivo che la morte era una faccenda comune ma lontana, che avrei voluto che non lo riguardasse mai, che non ci riguardasse mai. Capivo anche che in qualche modo per me sarebbe rimasto, come per lui rimanevano suo padre e la sua seconda figlia, persa pochi mesi dopo la nascita. Non ricordo di essermi mai annoiata, ascoltandolo. I Sepolcri, la Commedia dantesca, le poesie di Carducci s’intrecciavano armonicamente con le vicende della sua vita, dei suoi primi incarichi fuori regione, dei concorsi, della vita militare. Lui, la letteratura sono stati le mie radici e le mie ali. E se la letteratura e la poesia hanno ancora qualcosa da dirci – e hanno sempre qualcosa da dirci, se sappiamo metterci in ascolto – è in virtù di una corrispondenza profonda e lontana, una corrispondenza sconosciuta eppure familiare, che si rivolge al mistero di ciò che siamo.
    La morte, infine, riguardò anche lui. Io ero lontana per il mio primo incarico da insegnante. Feci appena in tempo a salutarlo, ma forse lui non lo seppe mai. Sul necrologio chiesi di riportare dei versi di Emily Dickinson che avevo imparato a memoria: «Ricorda – mentre andrai – / noi ti seguiremo fino a quando / non ti accorgerai più – di noi – / e poi – a malincuore – ci volteremo / per tenerti nella mente sempre e sempre». Questo fu sempre il nostro modo di dialogare: attraverso le parole d’arti, confidarci il nostro smisurato affetto.

  3. Grazie per questo bellissimo commento che dimostra anche una notevole conoscenza della composizione scritta. Lo pseudonimo che hai scelto è calzante:una violenta fiducia nella poesia quando questa sia in grado di collegarsi direttamente alla vita, quando ci viene trasmessa da persone a cui si sentiamo legati per affetto e per gratitudine. La poesia per valere deve farsi corpo, deve essere quelle labbra che leggevano e quegli occhi che scrutavano con speranza le nostre reazioni. Noi, se volevamo, potevamo essere l’anello successivo della catena, il passo in avanti del percorso. L’acquisizione ‘par coeur’ dei versi è la testimonianza del passaggio del testimone: si affronterà la vita non aridamente, basandosi su dati puramente economici, ma con la passione di chi un tempo gratuitamente ci fece ascoltare la bellezza, l’armonia, la conoscenza delle affinità. “I sepolcri” è uno straordinario poema sulla persistenza affettiva della poesia.

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