L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE ovvero Del vedere delle donne- Milena Nicolini: Memento di Emilia Bigiani.

hsiao ron cheng

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Emilia Bigiani ha dedicato la silloge Memento alla figlia Alessia, perduta di là in un “paese dal suono impronunciabile”, per continuare, da questo paese di qua, che lei, Alessia, forse guarda ormai “con altri occhi” e “con altro cuore”, a farle dono della vita. A nascerla ancora, come quell’altra madre, di cui vi dissi nella prima presentazione de L’occhio.
Sono una, io, che piange a un funerale anche se non conosce chi è morto. Perché non posso assistere a un dolore senza entrarci dentro anch’io. Ecco la ragione per cui sono stata molto ritrosa all’invito di leggere Memento, che mi sgomentava fin dal titolo – sono già dilaniata mille volte da ordini così, del tutto miei. Mi sono difesa prima con riflessioni da lontano, nel filtro di Rilke e Luisa Colli che sempre mi paraventano la morte. Ma poi proprio queste riflessioni,  messe a postfazione – al di là del mio intento primario – mi hanno scaraventato nel pieno dei versi, in contaminazione. Vi propongo il mio cammino, a volte distaccato –guardando con gli occhiali che ingrandiscono i particolari fino a isolarli o invertendo il senso del cannocchiale per allontanare a distanze siderali –,  a volte invece coinvolto, inciampato dentro, preso, sorpreso, incarnato in quelle parole.
Molti elementi retorici concorrono a fare di questi versi  un tessuto a forte impatto emozionale: i neologismi, da quelli più vistosi di marcatura ermetica (“ la notte s’impiuma” p.8, “il mare pennella” p.124, “spero che/ un fuoco/ s’appressi con la notte” p.11), a quelli che semplicemente sbilanciano ad autentica sorpresa (“ la luna… si ignuda” p.76). I moltissimi ossimori, più o meno palesi: “A te/ che sempre manchi” p.7, dove proprio il leitmotiv della silloge oppone la durata di un esistere senza limiti nel “sempre”, al vuoto della ‘mancanza’, cioè della cancellazione, dell’assenza di un esistere che prima c’era; “piume burrascose”, “odiare con/ tenerezza” p. 10; “stelle lontane/ nello specchio” p.19, dove il vero lontano diventa lo “specchio” che eppure sta qui; “ghiacciai/ nel sole” p.19, che quasi simboleggia l’adiacenza di vita e morte.    E le continue antitesi: “Alta la luna/ grande/ Piccola/ la lampara/ bassa” p.50, a chiasmo; “l’idea del sole/ agitava l’ombra” p.12; “Vorrei scrivere il dolore con / parole nere/…/ senza misericordia o poesia,/ rabbia senza metafora/… / eppure/ continua la tua voce di sabbia/ a dire/ sentire/ vedere” p.32; “Mancano i tuoi rumori/ stropicciati/ da papavero appena schiuso/…/ Io/ascolto rumore di slavina/ inarrestabile.” p.29. Ossimori ed antitesi  arrivano a costruire un universo duramente e totalmente dicotomico:

Noi
abbiamo bevuto
vino allegro a
sostenere la voglia di
essere
uno.
Eppure
improvvisa
la lontananza
ci colse.
(p.20)

Dove l’antitesi si insinua tra intenzione esistenziale e fallimento. O tra le facce di un doppio io, uno impolverato nella ripetizione di un tempo lungo, che sorveglia e forse sospinge l’altro alla capacità dell’emozione, dello stupore:

(…)

Polvere di sentiero vecchio
a biasimare
la dimenticanza e
un prurito di stelle
accende la pelle.

(p.46)

Così forte l’antitesi che porta la realtà ai limiti dell’implosione:

La geometria del tempo
non
ha teoremi
Anche la tenerezza
taglia.
Non piove altro sull’arsura
il vento inganna
suonando
le foglie e
il pensiero crea origami
dono
per la luna alabastrina
se verrà.
(p.34)

Dove la razionalità, l’ordine della “geometria del tempo” è versus l’indecifrabilità, l’indimostrabilità del non avere “teoremi”; “la tenerezza” è versus  la violenza del “taglia”; pioggia ed “arsura” avvicinati dal bisogno, dal desiderio, sono ancora opposti nell’esito del contatto sterile; ed infine il bel paesaggio lunare – in cui anche il vento, mentre seduce con la musica, “inganna” – è di colpo frantumato dal finale “se verrà”, che, più che un’ipotesi, pare una cancellazione. Qualche rara volta, però, l’antitesi inverte l’ordine e fa balenare qualcosa di positivo:

Preghiera

da imperscrutabili spazi
cala il silenzio indifferente
di un dio,
eppure
per l’aria chiara e il desiderio
si segue il sentiero
ammantati di speranza.

(p.104)

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hsiao ron cheng

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Ci sono allitterazioni (“Rientro lenta/ nel profondo./ Come noia/ da moscon d’oro p.9; “A lungo/l’onda mi ha lappato la pelle”p. 35 ), consonanze e assonanze(“s’impiuma”- “fiume” p.8, “luna –ignuda” p.76), paronomasie (“conta”-“canta”, p.9), anafore, parallelismi, riprese, raddoppiamenti, chiasmi (“Ancora tu/ mi tieni legata … /… /Ancora io/ ti tengo legata.”p.96), che contribuiscono a creare un’atmosfera di sospensione misteriosa, come fanno le formule magiche all’abracadabra, le narrazioni favolose ( e sette e sette e sette volte/ leghe/ notti/ anni…), le filastrocche (oca, bell’oca…), le canzoni (noia noia noia, non ho detto gioia…). Non a caso, forse, Emilia ha scritto racconti che potrebbero essere definiti di genere fantasy. I frequenti enjambement, spesso arditi (“che non arriva alle/ stelle e/ sorrisi stretti”p.19; “dal nord scivolò l’ab-/braccio furioso”p.12), non motivati da ragioni metriche né da particolari intelaiature del senso, tendono, credo, a rendere quanto già il verso quasi sempre breve, brevissimo, esprime: un fiato sincopato, affaticato dal singulto, un ansimare, oppure l’interruzione sospesa di un attimo, oppure l’improvvisa afasia per dolore o meraviglia, oppure la scansione ticchettante della fatalità:

Continuo

una precaria attenzione
procede
stupefatta.
Il custode
dell’equilibrio
svela il segreto.
Il tempo
è il cerchio dove
l’inizio
incontra
la fine
senza rimpianti.
(p.105)

Nonostante la normale presenza di verbi, lo stile è nominale, cioè con dominanza di cose, oggetti e loro qualità (“Cerchi piccoli/ nella danza della pioggia/ sulla strada./ improvvisi arcobaleni/ prima delle suole”p.39), magari movimentate a verbi (es. “inselvatichisce”), dove comunque più che un’azione si esprime un interno movimento tragico, dicotomico. Anche i concetti astratti sono concretizzati, resi in una materica vicenda. Il tempo è quasi sempre il presente, quello dell’hic et nunc e della sospensione. Il passato remoto, più che a sottolineare un giàstato, mostra una fatalità: “dal nord scivolò l’ab-/braccio furioso/… / lasciai l’anima/ cristallizzare/ al vuoto.”p.12); “la lontananza/ ci colse”p.20; “conobbi il canto della pietra”p.42; “il gioco finì/ non risi”p.47. La figlia del ricordo quasi non conosce passato, compare nel presente dell’assenza-presenza eterna e immobile – “tu manchi” – o nel passato prossimo, quasi ancora in attuazione nell’adesso: “mi hai scavato/ gallerie nell’anima” p.7.

Ma è la metafora la figura retorica più presente ed interessante. E’ una poesia talmente densa di metafore che potrebbe essere definita ‘barocca’, non però nel senso negativo dell’artificio bizzarro, quanto nel senso più profondo di perturbazione della realtà, della sua ri-creazione. A volte il groviglio è quasi inestricabile, che ci si perde, come in un mondo incantato, di meraviglie alla Alice:

Sfoglio una pelle alla volta.
Non più sangue veloce
nelle vene.
Mentre
scompongo pensieri di
indietro,
quando ero,
il mio ventre di spugna
raccoglie
respiri d’onda.
(p.41 )  

Con l’impermanenza di un cuore danzante
conobbi il canto della pietra e
il sospiro della pianta.
Spiai  il vento
saldare i lembi del silenzio
con voce d’acqua.
(p. 42)

Quasi dispiace che a volte la metafora venga dispiegata nei suoi moventi originari: ad es. “Il gufo beveva la luna” è un’immagine magica, immensa; che subito dopo si dica “Nella luna/ il laconico gufo/ aspetta/ la quiete dell’alba./ Il gufo/ mastica sogni.”p.10,  limita la prima forte impressione ad una consueta emozione umana. Così pure “Mi visita un vuoto sapiente/ dal sapore di pietra”, potente apertura a molteplici sensi, prospettive, anche metafisici, viene ridotta ad un univoco significato coi versi successivi: “ è così che danza/ il tempo” p.80. Molto spesso le metafore hanno una funzione di umanizzazione di elementi della natura: “la luce/ randagia/… /scherza/ il buio/ … / ottuse zampate/ rosse/ feriscono/ il crinale/ violetto” p.28; “ un canto d’acqua/ veste rami spogli/ … / l’aria si arrende” p.61; “L’orizzonte sorseggia l’ultima luce” p.15; “La ritrosia bambina del fiume” p.60; “Il vuoto passeggia/ come un silenzio offeso” p.109. Come si è anticipato sopra, anche i concetti più astratti o le riflessioni più teoriche sono animati a personaggi e vicende: così per dire che è difficile riuscire a pensare, immaginare, circoscrivere l’infinito, ecco: “ho sparso nella corrente/ pensieri/ che arrivassero al mare/ li ho visti/ come foglie/ ingarbugliarsi alle rive./ Poco/ troverà/ l’infinito.” p.60; e, per affiancarsi – forse – al ‘verba volant’ latino, ribadire il limite dei pensieri, delle parole: “le mie parole/ come/ acqua che sui/ sassi/ inciampa/ un momento e/ scorre/ lontano.” p.69; e ancora: “Si è sospeso/ il tempo/ fra cicale e nulla.” p.87, potentissima immagine dell’ impermanenza dell’adesso, che le cicale annullano non prevedendo niente oltre, e che il “nulla” cancella. Fino a tracciare, a poco a poco, una coerente mappatura tragica della realtà, con eventi e metamorfosi e giudizi:

(…)

Si sono nascoste le piccole formiche
voraci
in un qualsiasi altrove
dove scrivere parole-pietra e
gallerie
dal sapore di grandine.
(p.31)

 

Passeggia
un ragno
sul muro,
e della sua geometria
non sembra stanco.
(p.83)

A volte l’analogia è davvero fulminea, immediatamente identificativa più che comparativa. Sono lampi, scorciatoie veloci: “un vento accartocciato/ vortica”p.13; “aspetto/ un abbraccio da/ ultima stazione”p.43; “Aspetto i tuoi passi a/ camminarmi dentro” p.8; “A lungo/ ho tollerato aquiloni/ ora/ mai più/ piccole cose inquiete/ in finti voli” p. 11. Si incontrano così gruppi di versi che per l’immediatezza, l’evidenza, la potenza di senso profondo, oltre che per la bellezza, hanno la potenza di aforismi, a volte ancora misteriosi come gli svelamenti della Pizia, a volte lampanti di buon senso comune come i detti popolari: “la perfezione che dona l’assenza” p.14; “nessun sogno è garantito/ma/ la grazia del tempo/ consente/ l’inganno” p.5; “La luna nel pozzo/ si specchia,/ ma/ senz’acqua/ soccombe”p.33; “osservo mille e/ mille verità/ scivolare/ sul vetro” p.106; “Basta vedere l’orizzonte/ per sentire le maree”p.109; “Un niente sottile/ si è seduto/ sul soffitto e/ inventa ombre/ dall’odore di cannella.” p.61. Col ripetersi, poi, di alcune occorrenze (il mare, le onde, il fiume, il vento, la luna, la notte, i profili delle montagne), di certe situazioni, luoghi, oggetti, si arriva al tratteggio di un paesaggio completo, quasi come quello ligure degli Ossi di Montale, e quindi a qualcosa di simile al correlativo oggettivo, al simbolo, che affida concetti e riflessioni a veicoli oggettuali della comune realtà:

La ritrosia bambina
del fiume
nell’odore assoluto
del gelo
s’accartoccia
a rocce
rotonde.
Nel tonfo
stille
s’alzano a
sublimare voli.
Un attimo
e

come piume fantasma

nella corrente
si perdono.
(p.60)

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hsiao ron cheng

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A rendere la leggerezza e la fragilità del sogno-speranza, comunque in movimento in contrasto con l’immobilità gelata e fatale della realtà. Un tema ricorrente: quasi sempre nelle rapide notazioni impressionistiche anche piacevoli, di colpo, si accampa un vuoto, un silenzio, un’assenza, una dissonanza, una dissolvenza che infrange l’illusione: “dentro il silenzio/ permane uno scricchiolio/ di corteccia/ che sgretola” p.95; “C’è un afoso concerto/ nell’aria vuota/ l’invisibile/ canta” p.70; “Si sciolgono/ campane di sale/… /Un vento-ombra/… / per smembrare/ l’antico mito/ di un ridere/ sottile” p.45.

Incespicando
si risalgono abissi
a tentare la luce.
La fatica si fa
vortice porpora e oro
a piene mani
sparso.
Il crinale attende,
non alba o tramonto,
solo lampi di luce a
graffiare l’azzurro.
Si piega alla brezza
l’arbusto
stupito del rosso che
brucia le foglie.
(p.22)

La vita è, infatti, compresenza dicotomica di luce e ombra, di alba e notte, e costante adiacenza alla morte. Osservata con calma lucidità:

Da tempo
non parla col mattino.
Lui
ha svelato le sue
crepe.
Da tempo
lei
preferisce
la notte fonda e
le lontane stelle
fredde.
(p.51)

Nell’impressionismo descrittivo vengono scolpiti momenti, attimi esterni ed interiori di un’attualità piena che compendia il tempo tutto: “Cammino nelle stoppie/ come/ l’antica strega/ come la cerva/ segreta/ come/ il tempo chiaro/ che nulla attende” p.9. E visioni di paesaggi in veloci fermo-immagini: “La luna grossa del maggese/ si adagia sul silenzio”p.48; “il sole/ muta in oro/ la polvere della notte”p.52. E miriadi di colori: “Sotto la patina del gelo/ trema/ l’azzurro/ vestito di nebbia” p.58; “La luce/ blandisce il sonno/ con un canto viola e/ oro” p. 57. E suoni, e tocchi, e sapori: “rumori/ stropicciati/da papavero…/ … / rumore di slavina” p.29; “La punta delle dita/ come nocciolo di pesca/ mi lascia labirinti/ increspati” p.35; “prima che l’oleandro/ amaro apra/ la sua bocca di ruggine”p.38.

E’ in questo paesaggio di impressioni che si svolge la vicenda del ricordo. Al di là di alcune ricorrenze tematiche (il senso della mancanza, con le corrispondenti immagini del ‘vuoto’ e del ‘silenzio’) e al di là di alcuni fugaci contatti io-te (“ti ho sfiorato con/ imprecisioni da cucciolo” p. 9; “Ho vegliato le tue/ ciglia chiuse”p.40), la figlia non compare che pochissime volte; e, se compare, è metonimicamente quasi solo lieve riso. In realtà è molto più spesso presente, mimetizzata nella natura (ed ecco un altro motivo della umanizzazione di elementi naturali così cospicua in questa silloge), soprattutto in alcune situazioni, dove ad esempio ci sia un suono che richiami la sua piccola risata. In Eco – titolo assai significativo – : “ cercherò conchiglie/ di mare-deserto/ … / solo per risentire/ la tua risata/ dal sapore d’onda” p.63. E ancora in Forse: “Volevo cancellare/ la voce dell’orma/ nell’onda che/ scivola dalla riva/ eppure/ il piccolo solco/ fa eco nell’anima” p.71. Anche la poeta si mimetizza, si oggettiva nella natura: “a un cielo altro/ come faville/ s’involano/ pensieri./ … / senza lotta/ l’aria si arrende/ al desiderio/ del sole.” p.61; quasi che,  come qui, la madre abbia pudore –per senso di colpa? – ad esprimere in prima persona un bisogno-desiderio positivo, oppure provi ritrosia a mostrare un intimo sentimento. E’ un ricordo, comunque, trattenuto con caparbietà: “Mi arrendo/ alle lontananze./ Nella mano tengo/ il seme che non cresce/ eppure/ ho sognato fiore e/ foresta./… / Aspetto radici e/ spine/ dal sonno. Non/ mi arrendo alle/ lontananze.” p.18.  Anche se a volte emerge una voglia irrimediabile di fuga – senza precisare da cosa: “La schiena prude di ali.” p.73 e “desideri di fuga/ opprimono il/ petto” p. 77.  L’addio, il distacco è messo in scena tante volte: “ al tocco dell’alba/ ti ho lasciato/andare” p.40; “aspetto/ un abbraccio da/ ultima stazione” p.43, mentre la figlia le dice “- Non piangere-” e “guarda,/ seduta/ davanti alla propria/ partenza” p.72; “Io ti lascio libera/ ma tu/ qualche volta/ passa per i miei sogni/ per la libertà concessa/ e anche solo per misericordia” p.102. Ma poi tutto ricomincia in un eterno ritorno: “Ancora tu/ mi tieni legata” e “Ancora io/ ti tengo legata.” p.96. Perché la dimenticanza è da biasimare e il ricordo è quasi divenuto forza vitale e misura:

Sempre mi visiti la memoria
Sei la radice perenne
Così
non m’inselvatichisce il cuore.
(p.90)

Anche il tempo nel ricordo si muove: “Il silente incedere dell’ombra/ nei ricordi è/ passo inudibile./  Mi cammina nel cuore./… / Attendo/ il tempo/ di un ancòra.” p. 55. E qui emerge il dubbio che quell’ordine-invocazione del titolo, Memento, non sia soltanto rivolto a se stessa, e a noi lettori, ma anche, insieme, a lei, alla figlia, di là, trattenuta dalla “propria/ partenza” alla “periferia del pensiero” p.97 della madre, ormai un “doppio” inestricabile con lei-madre che dice: “Scopro il me/ dove il troppo male/ somiglia al riso” p.25; “In questo giardino/ nudo d’incontri/ intreccio parole/ per attendere te/ e mi attendo,” p.100, divenuta anche lei d’ombra (“amo la mia ombra” che “non ha sostanza/… / non ha faccia” p. 101; “Ombra in attesa sul ciglio/ neghittosa/ non dice,/ oscuramente so.” p.77); in una reciprocità, l’una all’altra, essenziale e necessaria. Perché, se forse la dimenticanza potrebbe essere “libertà”, avrebbe però –  quel vuoto quell’assenza senza oggetto – il segno di un nonsenso assoluto.

Milena Nicolini

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Emilia Bigiani è nata a Modena, ma vive e lavora a Pisa. E’ scrittrice di racconti fantastici, di romanzi, di poesie. Educatrice per molti anni ha curato, insieme alle colleghe, la stesura di alcuni libri di aggiornamento per insegnanti. Ha pubblicato: Le parole dei sogni, racconti (IBISKOS, 2008) e A volte l’onda, a volte l’ombra poesie (Ed. ROSSOPIETRA, 2013). La tessitrice e’ il suo secondo libro di racconti. Ha partecipato a diversi concorsi nazionali di poesia, piazzandosi sempre ai primi posti, e diverse sue poesie e racconti sono usciti su varie riviste culturali.
Il quotidiano “Citta della Spezia” ha pubblicato un suo racconto-denuncia intitolato Storie di Signoraggio. Caal Center Raffaella.

 

 

Emilia Bigiani, Memento- Edizioni Rossopietra 2018

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