ISOLINA- Elianda Cazzorla- Mon- chéri caprone d’inverno- 8° episodio

elianda cazzorla- 13^ mostra biennale architettura venezia- padiglione Venezuela- settembre 2012

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– Buongiorno. Tocca a me.
Si siede, poggia la foglia stropicciata sulla cattedra.
– Buongiorno.
Le risponde Isolina, che guarda la foglia e tocca le perle attorno al suo collo. Uno, due, tre… Inizia a contarle automaticamente. Quanti baci vorrebbe in questo momento. Al cinque si ferma. In attesa che lei dica qualcosa. E intanto pensa a lui.
La Madre resta in silenzio. Isolina riprende.
– Fa caldo oggi! È proprio una bella giornata. Che inverno strano.
Tre frasi brevi, di circostanza, per iniziare la conversazione con gentilezza e nessuna originalità. Isolina, non l’ha mai vista la signora.
– Calda? Non mi pare.
E la Madre si stringe alla sacca di panno che porta con sé. Isolina le conosce quelle partenze da disagio contaminato da pensieri irrisolti, da imbarazzo della prima volta, da opposizione meditata, si chiede: quando mi dirà di quale figlio o figlia vuole che parliamo? E poi, mentre continua il silenzio e nell’aria non sale nessun suono articolato, la guarda. Indossa una giacca pesante di pelo di marmotta. Un foulard di seta che non lascia sfuggire nessuna ciocca di capelli dal cuoio capelluto. Non può continuare così e interrompe il silenzio con:
– Signora, mi scusi. Lei è la mamma di…?
– Oh! Che stupida! Pensavo che lei lo sapesse. Noi ci rassomigliamo così tanto. E aspettavo che lei iniziasse a dirmi, come va mio figlio.
– Sì. Sì certo. Quale?
– Sono la mamma di Marco. Prima G.
E come se fosse la battuta lunga in un copione, imparato a memoria, da illo, illo tempore, Isolina con tono monocorde, inizia la tiritera. Che Marco non studia, che nel compito di grammatica ha fatto diversi errori, che i capitoli su cui concentrarsi erano solo due e poteva, dio se poteva, impegnandosi, prendere la sufficienza. Che di poesia sa poco. Che non c’è mica tanto da lambiccarsi. Solo un po’ d’impegno. In più…
E la Madre la interrompe, prende al volo quell’ In più, e chiede:
– In più. In più… Allora che facciamo con Marco?

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elianda cazzorla- 13^ mostra biennale architettura venezia- padiglione Venezuela- settembre 2012

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Sarebbe potuta essere la domanda conclusiva di Isolina alla Madre, se solo le avesse fatto finire il classico stendino di frasi per studenti svogliati appesi al filo con le mollette del che polivalente. Invece la domanda l’ha posta lei. E la Madre non aspetta la risposta. Anzi, incalza che quel figlio la fa disperare, che non è giusto che sua sorella ne soffra. Che il tempo è prezioso. E che la vita è una. E che l’anno scorso tutti, in famiglia, si sono rovinati le vacanze e che lei non sa più che dirgli e che la vita è una…
Isolina la interrompe:
– Perché soffre sua sorella?
La guarda meglio. Quel foulard di seta, così stretto attorno al capo, è proprio strano. Forse la signora ha un mal di testa terribile o vuol semplicemente dar risalto agli occhi verdi. Eccoli. Li sbarra. Poi serra la bocca. E tutti i pori urlano: ma com’è che non capisce prof?
La Madre si guarda attorno. Non c’é nessuno nella sala colloqui per afferrare consensi. Solo loro due. E riprende il discorso:
– Perché, sa…
– Sì? – Monosillabo di Isolina che vuol dire: continui sono un orecchio gigante. Lei, la Madre, potrebbe chiamarsi Wanda, e starebbe bene con un gran mazzo di rose rosse tra le braccia, in discesa lenta e seduttiva per le scale illuminate di un teatro, invece è la Madre di Marco, un alunno sveglio e svogliato. Ed é nella sala colloqui con Isolina.
– … Quel caprone, studia d’estate e non d’inverno, quando dovrebbe!
E la Madre sistema sulle tempie il foulard di seta che tende a scivolare, per distrarre l’attenzione dall’offesa che ha appena formulato per il figlio. O vorrebbe marcarla di più? Questo è un nuovo dilemma per Isolina. Ma dura poco.
Lascia volatilizzare il dubbio, schiarisce la voce e sentenzia:
– Non è un caprone.
Lo dice così decisa, che sembra aver declinato la prima legge della Didattica Felice. Mai offendere gli studenti.
La Madre accavalla le gambe fasciate da calze nere, ricamate con tralci d’oro, appoggia la sacca sul piano e riprende impettita.
– Sua sorella avrebbe diritto a una vita. Noi avremmo diritto a una vita.
– Lui oggi ha risposto alle mie domande ed era molto…
La Madre la interrompe e alza un braccio al soffitto. Isolina guarda verso l’alto e ha una nuova certezza: sarà un’attrice melodrammatica.

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elianda cazzorla- 13^ mostra biennale architettura venezia- padiglione Venezuela- settembre 2012

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– Oh! Non vogliamo l’eccellenza!- Abbassa un braccio e alza l’altro. – Gli dico sempre! Fa quelle cosine. Che ci vuole? Ma lui, nulla. Nemmeno quelle cosine fa.- E il braccio va in giù e poi di nuovo in su.
Isolina rischiara la voce, per non tentennare nella “oh” d’attacco ed evitare di dirle tutto, fino in fondo, senza alcun controllo. Tutto quello che pensa. Non è ipocrisia è self control.
– Oh! Forse… (e si ferma). Forse c’è una qualche difficoltà di un qualche tipo? Che dice?
– Meno male che non sei stato adottato, gli ho detto ieri. Altrimenti… ti avrei rispedito al mittente.
E già, pensa Isolina, mi sa proprio che questa signora reciti a soggetto e sappia capovolgere le situazioni per trarne vantaggio. Non perde la battuta.
– Quale mittente? – Chiede, seria
E ancora una volta gli occhi della madre si allargano di meraviglia.
– Si fa per dire. Non c’è scatola che lo contenga. Quel figlio lì.
E forse anche la Madre si controlla.
Insiste Isolina:
– C’è qualche difficoltà di un qualche tipo, non c’è altra spiegazione.
Si oppone la Madre:
– Ma è possibile che lui non sia in grado di leggere due paginette e saperle ripetere. Mamma mia! Siete bravi voi a sopportare. A me, mi ha fatto cadere i capelli. Lo vede cosa mi tocca mettermi in testa. Come fate? Proprio non v’invidio.
– È un ragazzo intelligente, forse si sente inadatto, ha risposto alle domande dal posto, oggi. Forse è fragile. Bisogna capirlo.
– Fragile? E io, che mi tocca sentire i rimproveri di mia madre – Alza gli occhi al cielo. – Clara, non devi dire così, Clara! Non va bene con Marco.
– Ah! Sua madre. Quindi la nonna lo difende?
– Lo difendeva! Mia madre è morta da due anni.
– Povero piccolo, l’ha persa.
– Come?
– Avrà sofferto. Ecco signora, non sarà il caso di ascoltare la nonna dal cielo.

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– Cosa, devo fare? Devo lasciarlo andare? È così che si rinforza? E mi rovina le domeniche. Studia. Dico. Studia. Tua sorella vuole uscire e non può. E lui non fa nulla.
– Escono assieme?
– No!
– Vede, signora, oggi ha risposto durante l’interrogazione, ha affrontato il tema con esempi e argomenti validi, dati precisi.
– Ma basterebbe così poco per fare quelle cosine!
– Le ha fatte le cosine, signora. Guardi che sua madre dal cielo la chiama.
Allora la Madre si gira attorno. Lancia uno sguardo agli altri tavoli. Ai quadri appesi alle pareti. Si mette in ascolto per un attimo. C’è silenzio. Poi come riempita di nuova energia riparte.
– Mi ha detto la prof. di matematica che se qualcuno alza la mano in classe, subito dopo, i compagni gli mandano i messaggini in cui gli dicono: lecchino. Non studiano e disprezzano chi studia. Tra quelli ci sarà mio figlio. Lo so. Ne sono certa. Il primo a usare il cellulare.
– Non credo. E non è vero! Oggi in classe nella mia ora c’è stata una lezione dialogata e in otto hanno discusso, Marco ha saputo rispondere.
– Rispondere? No. No, non è possibile. Lui ha risposto?
– Signora sì. E ora. Mi dispiace, ma la devo lasciare, ci sono altre due mamme, in attesa sulla panchina, in corridoio. Ho settantadue studenti.
Scavalla le gambe, cerca nella sacca blu. Tira fuori una scatola rossa. Sul coperchio, la fotografia di una ciliegia gigantesca. Carnosa. Lucida. Con il picciolo lungo. E gocce rugiadose di liquore. Pensa Isolina che sia proprio un buon esempio d’ipotiposi per spiegare a quelli di prima A una figura retorica poco nominata, ma così diffusa. Userà quell’immagine, la cercherà in internet.
– Oh! Guardi. Prenda. Mi scuso se la scatola è aperta. Ne ho mangiato uno. Li accetti, ce ne sono ancora nove. Ora non ha ancora tre ore di lezione? Sono Mon cheri. Credo che ne abbia proprio bisogno. Più di me. Per andare avanti.
– Davvero?  – Risponde Isolina.
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E mentre accompagna la Madre sulla porta, ne scartoccia uno. La Madre va ancheggiando, con il suo foulard di seta verso le scale e lei mastica quella delizia, di colpo la Madre si gira, lei la guarda, le sorride, ma sta pensando a lui. Rodolfo, Mon-chery, vieni a liberarmi da questa tortura. Il liquore le riempie la bocca. Io mi librerei, con te, sui pezzetti di gesso frantumato tra le dita. La ciliegia gironzola tra il palato e la lingua. Sul gesso disgregato sotto i tacchi. Azzanna il frutto, Isolina. Mi librerei sulle foglie staccate dai rami con rabbia. Rodolfo! Sussurra mentre ritorna nella sala colloqui con un’altra Madre che la precede. Quanti stati d’animo aleggiano in questa stanza? Frustrazione e narcisismo, incomprensioni ed empatia, orgoglio e pregiudizio. No! Questa è la storia di Jane Austen. Qui tra queste pareti è fuori tempo. Sono le dieci e venti di un martedì del duemila e vattelapesca.
E io ho solo voglia di vederti. Invece. – Prego signora si accomodi.

Elianda Cazzorla

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