L’occhio alla fine del cannocchiale ovvero Del vedere delle donne- Milena Nicolini: Ma, in Le giovani parole, di Mariangela Gualtieri.

safet zec

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Ancora una volta versi come uno svelamento sciamanico. A rivelazione di qualcosa che conosciamo, viviamo, ma che non sappiamo nominare, a volte neanche pensare, addirittura neppure sentire, o almeno consapevolmente sentire. Perché occorrono giovani parole che non abbiamo sulla bocca o nella fronte. Che ha invece Mariangela Gualtieri nella sua poesia, e in questo caso, appunto in Le giovani parole, nella sezione Ma’. Ancora una donna, una figlia che accompagna la vecchiezza malata di sua mamma alla morte. Ancora la levità del dire a cui ci ha aperto Mariangela Gualtieri: semplice, immediato, chiaro, anche quando si spalanca su vuoti-infiniti dell’esistere incolmabili ed inesausti.

(…)
A chi chiedere aiuto? E’ desolato deserto il panorama.
Si faccia avanti chi sa fare il pane.
Si faccia avanti chi sa crescere il grano.
Cominciamo da qui.

(Bestia di gioia, p.53)

(…)
e la parte che mancava
era lacerante nel suo mancare.

Essere altrove e non me per intero
(…)
Ma tutto è mio ora e non importa
metterci sopra il nome. Tutto scolora e
torna. Nessun niente muore.

(Bestia di gioia, p.55)

Se non li riempie, i vuoti, però li contorna, li tiene, con uno sguardo, un tocco, un fiato che non hanno niente delle sfide contro il fato dell’antica o moderna ubrys, ma solo l’affondo, lo spessore di una femmininità speci-ale, corale, quella che dalla propria carne sa la creanza e la vita, anche se la sua singolarità non ha esperito gravidanza e parto. Perché essere figlia di una madre, e – di più – poterlo essere consapevolmente nell’intrecciarsi a tessitura di una vita, costruisce una reciprocità di ruoli, un interscambio così profondo da rendere concretamente esperenziale l’eredità anche solo potenziale della maternità: che, infatti, può farsi maternalità al mondo – e quindi cura, attenzione, apertura, disponibilità, accoglienza dell’altro-da-sé – :

Quando vuole pregare
Lei va alla piscina comunale
(…)
Allora fa una bracciata e dice
eccomi, poi ne fa un’altra
e ancora eccomi. Eccomi dice
ad ogni bracciata. Eccomi a te
che sei acqua e cloro
e questi corpi a mollo come spadaccini.
(…)

(Bestia di gioia, p.48)

(…)
A volte una gioia diffusa
ci chiama e pare intessuta della fibra
di tutte le cose.
(…)

(Bestia di gioia, p.19)

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safet zec

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Ma anche può diventare circolarmente maternità alla propria madre.

All’origine “La mamma era una grande arca” (Le giovani parole, p.39). Anche se poi, nei versi a seguire, Mariangela la revoca a sé come “mia casa”, ”tana”, “enorme noce/di latte”, è quasi divinatorio questo primissimo nominarla “arca”, ventre che con-tiene ogni vivente, lo protegge da ogni diluvio, lo porta dal nulla al suo “grido” d’inizio: miracolo tanto potente che “la camera esplode/ per una voce che prima non c’era”, anche se, appunto, è “una” sola singola voce, e nel caso specifico: “adesso è la mia”. Perché nell’“arca” uno e molti, anzi: uno e tutti, sono reciproci, di più: sono medesimi. E così, in quel verso finale: “e adesso è la mia”, non credo si accampi tanto un’individualità separata, quanto piuttosto il doppio miracolo, immotivato ed inneccessario, della vita che sorge “dal tempo che ero/ senza nome” all’“adesso”, e vi sorge consapevole di sé. Certo, “sganciata ora e sola/ scompagnata”, staccata da quel “tepore/corpo dentro corpo”, in uno spazio dove “la mia voce” si fa subito “frastuono” che fa paura. Ma proprio questo sentire lo strappo è l’eredità, il dono, il viatico: sapere che prima si era nell’“arca”, “corpo dentro un corpo”, insieme. Ecco come è possibile, normale, naturale, dopo – tutta una vita come un lampo proteso alla sintesi finale – dire: “Ogni giorno partorivo la mamma”. Avviene quando lei è in uno “stare rovinato”, in un “pozzo” da cui sillaba “lenta lenta” e bisogna aggiustarle “le forme” “sul guanciale”, modellarle il “corpo disteso” con “parole rimpicciolite”, quelle che i piccoli insegnano ai grandi con la loro lallazione. Quando partorire, allora, non è un sospingere alla vita, ma è un faticoso, lacerato tenerla “di qua”, un “lungo sgravare”, un “infinito lento precipitare”. Eppure, ancora, qualcosa di miracolosamente potente e grande avviene:

(…)
Questa fanciulla mamma rovinata
ogni parola resta imprigionata
in un gorgoglìo di vento e di tormento –
il suo nome, il mio nome, ogni nome
è fuoco spento.

(Le giovani parole, p.41)

Il “fuoco” che si è spento, infatti, non lascia un freddo vuoto, perché quel piccolo vortice che si è messo a vorticare nel verso precedente, trascinando tutt’insieme il nome “suo” e “mio” ed “ogni”, è in ricongiunzione con l’“arca” della scaturigine.  Ma intanto qualcosa è già trapelato, quando la mamma, “grande larva buona”, nel farsi accudire (“La giro nel letto, la metto a sedere/ la imbocco, la lavo, le cambio il vestito.”), si rivela “formìca regina, piena di uova”, anche se non ha più “voce e parola”. Ha infatti un sorriso di scambio, riconoscente, amorevolmente reciproco, sapiente: sa di ricevere amore, e riconosce-restituisce amore, “una vittoria vera di millenni/ un’inspiegabile aurora rosa/ improvvisa, accesa, dentro casa”. Lo sa chi, un certo giorno, è arrivato a dover toccare la carne di sua mamma, e l’ha lavata, curata, carezzata, sentendo di toccare una, comunque inviolabile, numinosa sacralità, che, però, si lasciava disponibile alla cura, alla restituzione della cura. Docile, sorridente, tenera. Mentre cominciava l’altro dono:

(…)
M’insegna l’immobile attesa
come rendere tutto di sé pian piano
le gambe le mani la vista la voce
e ancora, per un soffio, un boccone
un po’ di luce, abitare un bene.
(Le giovani parole, p.42)

Nessuna filosofia, infatti, nessuna promessa di fede, nessun dogmatico buonsenso possono portare così vicino a sentire, capire com’è, condividere la morte. “Come era vecchia la mamma./ Come era non qui.”:

(…)
nella discesa si preparava malamente
e non c’era tutta andava
in un posto di là.
(…)
– mamma –
resta – non restare vai –
Vai? la casa attrezzata
per la battaglia finale, con
maniglioni e ruote e tazze
e meccanismi rotanti.

La casa come in sorda guerra
che si perderà. Si perderà con la guerra
la mamma nostra
un pagliaio che brucia, un soffio appena
nei suoi polmoni e sola sola sta
come attenta a una cosa di là
una chiamata pare. Arpionata ora
la mamma. Noi reggiamo –
una forza densa la tira
violenta e lenta in un lontano
d’oscurità. Accerchiata ora.
Noi respingiamo. Senti?
Arpionata accerchiata promessa ora
la mamma – alla terra che chiama
vieni ho fatto un buchetto per te
vieni piàntati come patata
una talea di rosa. Ficcati dentro me.
Riposa. Esci dalla vita, ora.
(…)

(Le giovani parole, p.43-44)

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safet zec

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Essere  vis-a vis con la morte, non più ipotetica, potenziale, teorica, ma “forza densa” che “tira violenta” verso qualcosa che  è solo buio. Reggere, respingere, lottare. E non potere entrare nel solissimo “soffio” del suo respiro, perché alla morte lei ci va “sola sola”, lasciando solo l’indizio di una tensione a “una cosa di là” che “pare” avocarla a sé. Cosa che, comunque respinta, si fa leggere come una “promessa”: uscire dalla vita e piantarsi  per altra vita, “patata”, “talea di rosa”.  

(…)
La mamma affogava nel tempo
lasciava pezzi di abilità
e ingegno e memoria, tutto
sbriciolava lento, si allagava
la mamma, spettinata come non mai
si dileguava in parte in parte
ogni giorno diluiva il suo essere lei
nell’indistinto della specie.

Che è naturalmente la cosa più dolorosa, quella a cui si avversa disperatamente la ribellione, perché è perdita, mancanza, dissoluzione di ciò che ancora è individualità unica e identità irripetibile e unicità d’amore: per chi resta. Che invece è ritorno all’“arca”. O all’“indistinto della specie” – come dice, nomina, chi non lo sa, lo intuisce ma non lo capisce, lo sente ma lo rifiuta, lo rimpiange ma ne ha paura.

E io accompagnando quel suo
disimparare il mondo
studiavo l’ultima scena
recitando con lei.

Perché solo questo si può: recitare, imitare, aderire. Non essere insieme, solo essere come.

                                         Il finale
quando il figliolo viene confuso
con tutto il resto e nessun nome
ha più aderenza.

Perdere sé nella perdita di memoria della madre è uno dei passaggi più dolorosi e faticosi. Come essere da lei cancellati, non più garantiti  all’esistenza: eppure in questo tremore terribile, si conferma invece la potenza – magari dimenticata, svalutata, addirittura ignorata – dell’essere stati da lei messi al mondo, dell’avere da lei avuto origine, dell’esistere dal suo esistere. Di colpo la incommensurabile misteriosissima potenza della creazione.

                                  Imparavo
che sotto il nome c’è un buco
una distanza di secoli, resta il bambino
dentro la mamma, col suo faccino
senza crescita e quello cerca, lei,
quell’eterno fecondo del suo ventre
quando aspettando rideva.

(Le giovani parole, p.45)

In questo perdersi si arriva, se non a comprendere, almeno però a intuire un essere che non accade, perché non è nel tempo, non è in una sola precisa limitata maniera/forma del tempo,  ma è come in simultanea coesistenza dei suoi vari modi, pura durata. Dove non solo permane “il bambino dentro la mamma” nell’“eterno fecondo del suo ventre”, ma lei stessa, la mamma, si abita: giovane e, sempre più indietro, bambina e infante, che cerca invoca implora la sua mamma; in un continuo avvicinarsi  alla propria scaturigine, entro cui coinvolge e modifica la figlia, divenendola madre a lei. Quest’ultima esperienza – che però è di  tante e credo anche sua certamente – Mariangela non la descrive direttamente, ma tra i versi sembra comunque emergere a evidenza: “Ogni giorno partorivo la mamma”, ha già detto; e poi dice:

(…)
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami per la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
(…)

Proprio in questo scambio di ruoli si impara a superare il nuovo distacco, che non è perdita. E si può dire:

(…)
Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla
(…)
Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

(Le giovani parole, p.47)

E, anche, si può sentire, aderire alla fisica e metafisica con-sistenza dell’invito di Mariangela:

Lavate i vostri morti. Non perdete
quel giorno del tesoro quando tutto
il caro corpo loro è una mappa
di terra d’oltremare. Piano piano
lavate gli irrigiditi morti,
con le mani toccate quel deserto,
il guscio inabitato freddo e vuoto.
Sentiteli diffusi – spalancati –
vivi più – di quando furon vivi –
liberati. E’ allora che s’apre
l’ostrica dura dei morti.

(Le giovani parole, p.48)

Milena Nicolini

 

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