COME TRASFORMARE UN VESTITO IN MATTONI E CEMENTO RICETTA SOLIDALE DEL MARCHESE HUBERT DE GIVENCHY- Adriana Ferrarini

hubert de givenchy exhibition, madrid

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Moon River, largo più di un miglio,
oggi ti attraverserò a nuoto,
tu, fabbrica di sogni,
fabbrica di cuori spezzati
dovunque tu vada, ti seguirò

Moon river, wider than a mile
I’m crossing you in style today
You dream maker
You heartbreaker
Where ever you’re going I’m going your way

Johnny Mercer e Henry Mancini

 

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audrey herpburn in abito givency

 

Ingredienti:

un tubino nero
un’attrice
un sarto
uno scrittore filantropo
una fabbrica di sogni e di cuori spezzati, cioè la Paramount Pictures

Prendi un tubino nero – il famoso Little black dress- disegnato da un giovane sarto di grande talento, aggiungi lunghi guanti neri e una collana a tre giri di perle, fallo indossare a una giovane attrice di grazia irripetibile – la musa del sarto -, metti il tutto dentro una storia di quelle giuste, dove gli ingredienti sono perfettamente dosati (l’orfana, il denaro, la mafia, l’amore), una storia struggente e glamour, insomma tutta americana – “dream maker heart breaker” – ma con il tocco spiazzante di uno scrittore di genio, prendi una New York deserta nelle prime luci del mattino ma già frizzante di vita, e per finire fai partire la musica di Henry Mancini, Moon River. Il tutto miscelato all’interno di un set della mitica Paramount. Ecco creata un’icona. Un’icona pop.

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Icona il vestito, ma ICONA –immagine sacra che illumina – è soprattutto l’attrice con i suoi grandi occhi e il corpo efebico, sottile come iniziava a essere in voga negli anni del boom economico (vedi Twiggy). Perenne adolescente affamata di vita e dispensatrice immortale di seduzione. Struggente. Come la gioventù. Come l’amore.

Lascia agire l’Icona per qualche anno, finché non sarà diventata un oggetto di culto planetario.
Poi metti in vendita.

Si chiamano reliquie da contatto, cioè di II classe, (seconda rispetto alle parti del corpo) gli oggetti che sono venuti a contatto con il corpo dell’icona e nel medio evo se le disputavano a suon di guerre monasteri e cattedrali e sovrani. Ora miliardari e musei a colpi di denaro.

Il Tubino Nero (che si è ormai guadagnato la maiuscola) è icona e reliquia insieme, vale dunque un sacco di soldi.
Con il ricavato della vendita, costruisci scuole per i bambini disabili in una regione derelitta dell’India.
Ecco fatto. Ecco come trasformare un vestito in calce e mattoni.

N.B.
In effetti, nel 2006, a 45 anni dall’uscita del film Colazione da Tiffany, l’abito indossato da Audrey Hepburn fu battuto a un’asta di Christie’s. Ci si aspettava di realizzare 100.000 dollari, se ne incassarono dieci volte tanto, quasi un milione.

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christie’s- lotto n. 111

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Il proprietario, Dominique Lapierre, lo scrittore filantropo autore del best seller La Città della Gioia, a cui l’aveva donato a scopi benefici lo stesso stilista, disse: “E’ una cosa che mi lascia senza parole il fatto che un pezzo di stoffa appartenuto a una così magica attrice mi permetta ora di comprare mattoni e cemento per mandare a scuola i bambini più bisognosi della terra”.

Due anni dopo inaugurò una scuola elementare per 1500 bambini a Lakshmikantapur e un centro per donne disabili a Keoradanga, vicino a Calcutta. Entrambi dedicati a Audrey Hepburn, che, tra parentesi, ne sarebbe stata più che felice, dato il suo impegno umanitario in favore dell’Unicef.

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dominique lapierre e sua moglie alla cerimonia dell’inaugurazione

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Racconto questa storia, vera, anche se passata, perché poche settimane fa si è spento Hubert de Givenchy, l’autore del Little Black Dress, quindi il motore di tutta la vicenda. Mi sono chiesta perché il tubino da lui disegnato sia diventato un capo così iconico. Messi da parte la grazia incantevole dell’attrice e tutti gli altri ingredienti citati, io credo che quell’abito abbia incarnato lo stile di una donna che, agli albori della rivoluzione sessuale, iniziava a esplorare il proprio corpo, non più mero oggetto di seduzione e/o procreazione, ma luogo in cui si realizza la bellezza e la sacralità dell’esistere. Gettati via corsetti, bustini, vitini a vespa, con cui il dopoguerra voleva riportarla nel chiuso delle mura domestiche, questa donna reclamava abiti che le facessero assaporare il piacere di sentirsi a proprio agio nel suo corpo e le permettessero di muoversi ed esprimersi liberamente, sperimentando la vita in tutte le sue forme. Il grande couturier, con i suoi abiti, si fece interprete di questo bisogno. Non è un caso che tra le sue clienti ci fossero donne dall’apparenza fragile, ma in realtà dotate di una fortissima tempa e perciò capaci di scelte spiazzanti e molto criticate, come Wallis Simpson, la duchessa di Windsor, e Jacqueline Kennedy.

«Tutte le mie linee permettono movimenti svelti e fluidi, i miei vestiti sono vestiti reali, ultra-leggeri, senza imbottiture e corsetti, sono indumenti che aleggiano su un corpo libero da lacci», così ha detto di sé il marchese Hubert de Givenchy.

Chapeau, Monsieur le Marquis!

Adriana Ferrarini

hubert de givenchy, 1960

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https://it.wikipedia.org/wiki/Tubino_nero_Givenchy_di_Audrey_Hepburn

https://www.unicef.it/doc/2559/audrey-hepburn-un-sito-dedicato-al-suo-impegno-per-unicef.htm

https://www.indiatoday.in/magazine/offtrack/story/20070326-lapierre-collecting-funds-for-rural-schools-in-laskhmikantapur-bengal-748971-2007-03-26

 

2 Comments

  1. Che bello questo tuo tessere discreto con i fili della moda che non è solo moda. Corpo e anima. Sensibilità e seduzione. Bisognerà farne una raccolta… e il tuo progetto continua! Brava Adriana.

  2. Il tuo commento mi fa molto piacere. Dietro e dentro ai vestiti c’è così tanto, così tanto di umano, in effetti, che se ne potrebbe raccontare di qui fino alla fine dei tempi. (che suppongo e spero molto in là)

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