TRADUZIONI E TRADIZIONI- Daniela Raimondi: la poesia di José Jorge Letria

mar hernandez

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José Jorge Letria è nato a Cascais, in Portogallo, nel 1951. Impegnato politicamente, divenne uno degli esponenti più noti della canzone politica che caratterizzò il Portogallo prima della rivoluzione del 25 aprile 1974, al lato di José Alfonso e altri intellettuali portoghesi.  Presiede l’Assemblea Generale dell’Associazione Portoghese di Scrittori ed è vicepresidente dell’Associazione di Città e Regioni Europee per la Cultura.

E’ stato editore della prestigiosa rivista letteraria Jornal de Letras e autore di vari programmi di radio e televisione.  La sua produzione poetica conta oltre trenta pubblicazioni per le quali ha ottenuto numerosi premi letterari in Portogallo e all’estero, come il Premio Mural (Messico) il Premio Internazionale UNESCO, il Premio Internazionale delle Arti e Letteratura di Parigi, il Premio dell’Associazione Paulista di critici letterari di San Paolo (Brasile).  Non è ancora stato pubblicato in Italia.  

Daniela Raimondi

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Dal libro: Os mares Interiores, Premio spagnolo Aula de Poesia nel 2001

 

Escreve-se para o desdém

Escreve-se para o desdém, o vazio,
à espera de um dia, que pode ser o seguinte,
em que alguém dirá: valeu a pena.
Contam-se as traves do tecto, contam-se os versos
do enamoramento e da guerra,
contam-se as ilhas e as paixões
e sobretudo tenta ecrever-se, credulamente,
com a inocência de quem descobre petróleo
no canteiro da horteã e segue em frente,
indiferente à riqueza e à posse. Escreve-se
para o desprezo dos que amam outra escrita
e se enredam nela como as prositutas
nas camas baixas do lucro garantido.
Escreve-se para não se der lido, para a morte,
para a ironia dos que dizem: até nem
era mau poeta, mas escreveu de mais.
Escreve-se para o bandolim e para a quimera,
para a queixa e para o ciúme, para depois
da morte, caneta apontada à têmpora, à espera
que alguém se levante e diga: aprendi
a gostar de poesia lendo o seu silêncio,
saboreando a sua dor. Escreve-se para
o gosto da aventura, como na prosa de Salgari;
com medo que un crítico chegue e diga:
está fora do cânone, cede à facilidade.
Escreve-se para não se ter poder, para o nada,
rosto caído sobre a página da adoração dos sons.
Escreve-se burlescamente, com os olhos postos
nas personagens que se confudem com o musgo
das casas assombradas pelo tédio. Escreve-se,
escreve-se sempre para o desdém,
para o fingimento das vozes que prometem
a glória na miséria dos livros. Escreve-se
para a alma que fica, muito despois
de deixarmos de escrever, de viver
estupidamente na solidão do que ecrevemos.
E pode ser que num outro dia,
no dia seguinte, alguém abra o livro,
a gaveta, a caiza dos medos, sonâmbulos, e diga:
esteve aqui um poeta, sinto-lhe o cheiro,
a forma, o alvoroço da ausencia, a raiva,
o desespero de não querer partir.
Muito respetinho, que aqui morou um poeta,
na mais perigosa curva das palavras
que matam, libertam e resgatam. Fim.

 

Si scrive per il disprezzo

Si scrive per il disprezzo, per il vuoto,
sperando un giorno, forse il seguente,
che qualcuno dica: ne è valsa la pena.
Si raccontano attraverso il tetto, si raccontano i versi
dell’innamoramento e della guerra,
si raccontano le isole e le passioni
e soprattutto si prova a scrivere, ingenuamente,
con l’innocenza di chi scopre il petrolio
in un vaso di menta e continua,
indifferente alla ricchezza e al possesso. Si scrive
per il disprezzo di coloro che amano un’altra scrittura
e ad essa si aggrovigliano come prostitute
nel peccato di alcove dal guadagno garantito.
Si scrive per non essere letti, per la morte,
per l’ironia di quelli che dicono: non era
male come poeta, ma scrisse troppo.
Si scrive per il mandolino e per il sogno,
per il lamento e per la gelosia, per dopo
la morte, penna puntata alla tempia, aspettando
che qualcuno si alzi e dica: imparai
ad amare la poesia leggendo il suo silenzio,
gustando il suo dolore. Si scrive
per gioire dell’avventura, come nella prosa di Salgari;
con la paura che giunga un critico e dica:
è fuori dai canoni, cede al verso facile.
Si scrive perché non si ha potere, per il nulla,
il volto piegato sulla pagina dell’adorazione dei suoni
Si scrive per burla, gli occhi fissi
nei personaggi che si confondono con il muschio
delle case allucinate per la noia. Si scrive,
si scrive sempre per lo sdegno,
per la finzione di voci che promettono
la gloria nella miseria dei libri. Si scrive
per l’anima che resta, molto dopo
aver smesso di scrivere, di vivere
stupidamente nella solitudine di quello che scrivemmo.
E può essere che un giorno,
il giorno dopo, qualcuno apri il libro,
il cassetto, il baule colmo di paure, sonnambulo e dica:
passò di qui un poeta, noto il suo odore
la forma, l’eccitazione dell’assenza, la rabbia,
la disperazione di non voler partire.
I miei rispetti, che qui visse un poeta,
nella curva più pericolosa delle parole
che uccidono, liberano e riscattano. Fine.

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mar hernandez

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Entre o abismo e a mão suplicante

Eu voltarei, misturado com a terra,
grinalda de jasmim a adornar a face,
somente para dizer, na minha língua triste,
que a lua não perdoa a quem a esquece,
que o mar só ama quem o sabe oubir.
Nada mais. Eu voltarei como os faunos,
como as garças azuis do sussurro das lendas,
como o eco tímido dos pequenos tambores
no fim das batalhas perdidas
e lançarei un fio de luz
entre o abismo e a mão suplicante
para que ninguém mais se perca
por amor de quase nada,
entre espigas e réstias de lume.
Eu voltarei aureolado de espuma,
colar de algas a cingir a voz,
somente para dizer como se escreve
o meu nome na língua triste
das criaturas que a noite amortalha e canta.

 

Tra L’abisso e la mano che supplica

Tornerò, mischiato alla terra,
una ghirlanda di giacinti ad adornarmi il viso,
solo per dire, nella mia lingua triste,
che la luna non perdona chi la dimentica,
che il mare solo ama chi lo sa udire.
Niente di più. Tornerò come i fauni,
come le gazzelle azzurre del sussurro e le leggende,
come l’eco timido dei piccoli tamburi
al finale delle battaglie perdute
e lancerò un filo di luce
tra l’abisso e la mano che supplica
perché nessuno più si perda
per amore di ciò che è quasi nulla,
fra spighe e resti di fuoco.
Tornerò con un’aureola di spuma,
un collare d’alghe a cingermi la voce,
solo per dire come si scrive
il mio nome nella lingua triste
della gente che la notte uccide e canta.

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mar hernandez

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O Perfume Andalus

Desculpa Federico, mas não tive tempo
para ir a tua casa, em Fuente Vaqueros,
porque aquilo a que chamarias
um dilúvio de açucenas me deteve,
me corou o caminho, me travou o passo.
Tu já tinhas morrido há décadas,
no teu posto de general da infância,
e havia uma melodia de Falla
rumorejando entre as folhas, cantante,
como um duende no alvoroço da fábulas.
Ficará para outra altura, Federico,
quando a brancura do nosso mágico mês
se engalanar de estrelas e quando a doença
infamante das palavras, foragidas, raivosas,
der lugar a um júbilo celeste
que se torne eclipse ou cantata.
Ficará para outra altura, quando o ar
tiver o peso do perfume aldaluz
de mil giestas debruando a tarde.

 

Profumo andaluso

Perdona Federico, ma non ho avuto tempo
d’andare a casa tua, a Fuente Vaqueros,
perché quello che tu definiresti
un diluvio di gigli mi ha fermato,
mi ha tagliato il cammino, e frenato il passo.
Tu eri già morto da decenni,
nella tua uniforme di generale d’infanzia
e c’era una melodia di Falla
che sussurrava fra le foglie, canterina,
come un folletto nell’eccitata baldoria delle favole.
Sarà per un’altra volta, Federico,
quando il biancore del nostro mese magico
si adorna di stelle e il male
infame delle parole ribelli, rabbiose,
lascerà spazio a un giubilo celeste
che si trasformi in eclissi, o in cantata.
Sarà per un’altra volta, quando l’aria
avrà il peso del profumo andaluso
di mille ginestre che ricamino la sera.

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mar hernandez

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As pétalas do horror da febre

Eu sou aquele que sai do círculo
incendiado do seu próprio cansaço
e se deiza emparedar pelos livros
que corrompem a ilusão das fadas.
Eu já não acredito em nada,
nem sequer no arrebatamento de um corpo
que dança sobre o medo das navalhas.
Eu já comi as pétalas do horror da febre
e senti nos ossos e gelo das madrugadas.
Eu já amei as mulheres desesperadas
que agonizam nas camas, nos abisoms,
nas artérias apodrecidas sob a pele
e confessei-lhes o meu arrependimento,
a minha inocência truculenta e grave
como quem entrega o coração
para penhor do que usurpou, do que esqueceu.
Tudu isto num teatro ameaçado
pela voracidade sibilina das máscaras
que disfarçam a tristeza do poema
com o esgar colorido e sonoro
de um saltimbanco imitando a lua.

 

I petali d’orrore della febbre

Sono quello che esce dal cerchio
incendiato della propria stanchezza
E si lascia incarcerare dai libri
che corrompono l’illusione delle fate.
Non credo più a niente,
nemmeno all’eccitazione di un corpo
che danza sopra la paura dei coltelli.
Già inghiottii i petali dell’orrore della febbre
e sentii nelle ossa il gelo dell’alba.
Ho amato donne disperate
che agonizzavano nelle alcove, negli abissi,
nelle arterie putrefatte sotto la pelle
e a loro confessai il mio pentimento,
l’innocenza atroce e austera
di chi regala il cuore
come pegno di quello che usurpò, che dimenticò.
Tutto questo in un teatro minacciato
per l’oscura voracità delle maschere
che nascondono la tristezza della poesia
con il gesto colorato e sonoro
di un saltimbanco che imita la luna.

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