L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE…ovvero DEL VEDERE DELLE DONNE- Milena Nicolini: No fast poetry

catrin welz stein- flower power

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E’ il tempo della fretta, del trascorrere veloce che tutto coinvolge: dal cibo, che negli scorsi decenni ha acquisito un nuovo campo ‘qualitativo’ – quello del ‘fast’, appunto -, alla moda, che dura qualche giorno e poi ti fa buttare il capo, anche se ti sta bene e ti piace; all’interesse civilmente impegnato, che dura il tempo dello spot televisivo e della telefonata cieca a un anonimo numero, il quale però ha il pregio di farti sentire a posto con la coscienza e di costare in genere pochissimo –un euro non si nega a nessuno! – ;  e al libro, che – di valore o no – ha un tempo brevissimo di vita libraria, ma anche bibliotecaria a volte. So che le ‘rottamazioni’ sono previste ed imprescindibili come gli inventari; non conosco i criteri, che certamente considerano la condizione fisica del cartaceo e la quantità di passaggi di lettura, ma so che spesso la poesia è tra gli scarti. Non sarà certo quella di autori che, passati nella categoria ‘classici’, possono respirare aure eternali, ma a volte si tratta della poesia di autori che hanno solo il difetto di non essere molto conosciuti, a cui occorrerebbe solo un po’ di tempo per arrivare: proprio quello che non può essere concesso;  comunque sia, un qualche maniacale e ritardatario lettore di quella poesia cartacea non lo troverà più, in biblioteca o in libreria, quel testo, se ormai out the time. Vero è che non sono ancora sparite le rivendite di usato e remainder, ma ci vuole tanta fortuna o abilità di ricerca: un amico è riuscito a scovarmi un ‘introvabile’ di Silvia Bre, con traversie da romanzo picaresco. Anche nei tanti moltiplicati festival, incontri letterari e di poesia, domina la legge del ‘fast’: due, tre, a volte anche cinque autori/poeti strizzati in un’ora, un’ora e mezza, che a malapena riescono a leggere due tre poesie, esibiti ‘a crudo’: o li conosci già e allora ti basta, come a un vero fan, l’occhiata fugace dal vivo, oppure ti passano via come acqua nelle orecchie; ma in tal caso, se un segno hanno lasciato, puoi sempre acquistare il libro in vendita al banchetto in fondo alla sala, e saranno contenti tutti, dal libraio all’editore; peccato che tu, poi, a casa, magari non troverai il tempo per leggerlo e digerirlo in santa pace. Sempre più spesso, in questi convegni letterari, ormai conta la quantità più che la qualità delle proposte. Ebbene. Invece. A Bologna, presso la Biblioteca delle Donne, hanno ideato una rassegna di “incontri e pratiche di poesia” – “una come lei” – di segno esattamente opposto.

Le organizzatrici ci dicono, infatti:

“L’intento di questo percorso, che partirà il 23 gennaio e terminerà in giugno 2018, è quello di creare uno spazio che possa essere intimo e raccolto, dove poter riflettere sulla poesia, attuare una discussione e avvicinarsi ad essa anche tramite un’esperienza diretta di scrittura. Questo sarà il clima che vorremmo creare durante il laboratorio, che sarà la prima parte dell’incontro, dove i/le partecipanti potranno iscriversi e seguire più da vicino l’intera rassegna nel corso dell’ora che precede il momento pubblico accessibile a tutti/e. Potranno rivolgere più domande e seguire il percorso di scrittura della poeta ospite come esempio e attraverso un confronto diretto. Il momento successivo sarà invece di incontro pubblico, destinato a tutti/e gli/le interessati/e, durante il quale sarà presentato il lavoro della poeta ospite attraverso la lettura di testi e una discussione frontale con il pubblico. Per quel che riguarda il laboratorio vorremmo che avesse l’impronta personale della poeta invitata: dare libero spazio a ciò che ha esigenza di dire, e che vorrebbe trattare. Io e Roberta condurremo l’incontro attraverso gli spunti dati dalla poeta e anche insieme a lei, se lo vorrà. Per questo la inviteremo a fornirci qualche indicazione su argomenti, percorsi, tematiche che le preme mettere in evidenza a partire dalla sua esperienza, e alcune poesie tratte da alcuni degli ultimi suoi libri pubblicati. Insomma l’invito che facciamo è di far decidere alla poeta stessa le modalità di interazione che vuole avere con le partecipanti al laboratorio, ciò di cui vuole parlare, e i testi che vorrebbe proporre. Sentendosi libera, ma non forzata a farlo.” 1 Firmato: Anna e Roberta, più precisamente Anna Franceschini e Roberta Sireno, le coordinatrici di questi incontri. Che sono cominciati il 23 gennaio con Anna Maria Farabbi. Si veda il programma completo che qui alleghiamo.

Quando ho saputo di questo modo di proporre la poesia, di questo sereno, dilatato tempo di incontro, scambio, riflessione reciproca, mi è sembrato di afferrare una zattera di salvataggio dell’Arca  nel bel mezzo del diluvio universale, capace di resistere ai marosi e di far approdare con piede sicuro alla spiaggia della poesia. Soprattutto i giovani, che a scuola arrivano sì e no alla poesia di un secolo fa, che rischiano di scambiarla per le frasette dei baci cioccolatosi o per certe mediocri proposte che navigano in rete, sull’onda dei ‘mi pace’, ‘non mi piace’. La poesia, la buona poesia, cioè quella capace di far sentire e pensare a fondo, quella che agisce sul mondo, che lo cambia il mondo, perché lo dice, lo interpreta, lo critica, gli fa vedere, lo apre come un frutto e ne cura i semi e pianta quelli buoni a costruire un orizzonte terra-cielo; la buona poesia, come la buona musica, come il bel quadro, il bel film, ha bisogno di tempo e di riflessione per arrivare ad aprire tutti i suoi polisemici rami. Ben venga, quindi, un’iniziativa così distesa e rispettosa come questa della Biblioteca delle Donne di Bologna. Alla cui partecipazione invito calorosamente, per chi ne abbia la possibilità.
Mi si permetta di farvi toccare con dita curiose la fitta trama che si è quindi intrecciata nel primo incontro con Anna Maria Farabbi.
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Milena Nicolini

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In occasione del primo appuntamento di Una come lei – incontri e pratiche di poesia, il ciclo di incontri mensili alla Biblioteca delle donne di Bologna, tenutosi il 23 gennaio 2018, abbiamo invitato Anna Maria Farabbi, poeta, narratrice, saggista e traduttrice. Dopo un’ora di laboratorio, in cui i partecipanti hanno avuto la possibilità di confrontarsi con la poeta ospite, è seguito un momento pubblico in cui abbiamo presentato i suoi libri più recenti: La casa degli scemi (LietoColle, 2017), Dentro la o (Kammer Edizioni, 2016) e Abse (Il ponte del Sale, 2013). E’ stato un incontro stimolante e interessante; abbiamo conosciuto la poeta da vicino, che si è offerta di rilasciarci un’intervista. La riportiamo qui di seguito, con alcune domande che ci sono sembrate fondamentali per comprendere la sua poetica.

R.S. Il libro Dentro la O, pubblicato nel 2016 per Kammer Edizioni, si articola in un momento poetico e in un momento politico/etico. Il momento poetico ruota intorno a un «telaio» la cui «interiorità di fili è immobile», come si narra nella dichiarazione poetica iniziale, a sua volta intitolata «l’ordito nella tramontana»: nei libri di Anna Maria Farabbi, infatti, c’è spesso il rincorrere a termini tecnici propri del settore tessile: il telaio, i fili, l’ordito, la trama, la tessitura. Quella di Anna Maria Farabbi è, dunque, una POETICA DELLA TESSITURA: tessitura è l’arte di costruire un tessuto attraverso l’intreccio di fili di ordito con quelli di trama. E’ un’arte molto antica, fiorisce intorno al V millennio a.C., ed è spesso ricordata nei miti greci a simbolo dell’operosità femminile; la tessitrice mitologica più conosciuta è Penelope nell’Odissea che attende il ritorno di Ulisse lavorando alla tela. Nel mito la tessitura diventa spesso metafora della narrazione: di qui lo stretto legame tra tessitura e scrittura. Su questa scia, Anna Maria Farabbi trasforma il proprio poema in una tessitura di persone, luoghi, eventi, oggetti.

Nella dichiarazione poetica si parla in particolare di una TESSITURA SOLIDALE: in questo punto interviene il momento politico/etico. Solidale da solidarietà, indica un sentimento di appartenenza, di comunanza entro una cornice di valori etici e politici. La poeta afferma di impegnarsi nella scrittura stringendo a sé Aldo Capitini e Walter Binni, due intellettuali antifascisti militanti e promotori di un’etica della non violenza.

«Non si lavora abbastanza nella resistenza, non si praticano abbastanza le vie della congiunzione, non si disobbedisce abbastanza ai comandamenti del re e alle sue seduzioni, non si esplorano, non si attraversano, non si seminano i campi incolti.» (pp. 8-9, Dentro la O)

Queste sono frasi ricche di significato, che descrivono pienamente il momento politico/etico, e da cui si può dedurre: la poesia come quotidiana pratica civile di resistenza; la presa di posizione da parte di un soggetto femminile e femminista che insegue un sentimento di ingovernabilità, e che, quindi, si pone contro «il re e le sue seduzioni», metaforicamente contro i governi, le istituzioni, i grandi sistemi; e infine un desiderio di ritorno alla terra, alla materia biologica, vegetale, minerale, animale, un desiderio di contatto con le profondità della natura e dell’essere.

A.F. C’è un filo conduttore che lega Dentro la o ad un altro libro importante di Anna Maria: La casa degli scemi, una silloge pubblicata dalla casa editrice LietoColle per la collana gialla oro di Pordenonelegge nel 2017. Questo libro ha una forma poematica, può dirsi una sorta di romanzo in versi. Si dipana in un lavoro di abile tessitura fatta di una trama ben delineata da tempi scanditi, dalla Grande Guerra al 2016, data del terremoto che ha devastato il centro Italia; luoghi riconoscibili; un protagonista e altri personaggi che concorrono a formare un’opera completa e complessa. Anna Maria Farabbi si presenta sempre nei suoi testi, si impone, direi, delineando le proprie scelte di campo, le intenzioni (non ama le prefazioni o introduzioni altre da sé). Ci avverte che la scrittura avrà un percorso, che è contenuta e pensata, che sarà lei a raccontare una storia che, anche se scritta, sembra destinata all’oralità, come un poema epico. Si trova tra i terremotati del centro Italia e  rinviene la motivazione, il motore, il filo unico da cui parte la trama: un diario appartenuto a Bruno, il soggetto onnipresente dell’opera.

È una tessitura femminea la sua, oltreché solidale. Anna Maria scrive continuando e approfondendo tematiche a lei care di libro in libro. Nella Tela di Penelope (edito da LietoColle nel 2003) possiamo immaginare una Penelope che prende il posto di Ulisse, diventando l’eroina di una dimensione di permanere e di circolarità. Rappresenta una figura opposta a Ulisse che è proiettato nella ricerca, nella conoscenza, nel raggiungimento del proprio scopo attraverso la guerra e la violenza, di ciò che è altro da sé. Penelope è eroina dell’essere, di ciò che permane, resta, della comprensione e accoglienza di un spazio e di un tempo (in una dimensione circolare). Una circolarità che è superamento di quel seme patriarcale rappresentato da Ulisse. Un lavoro che anche Margaret Atwood ha fatto nel libro Il canto di penelope, edito da Rizzoli, dove riprende la stessa vicenda di Odisseo facendo parlare Penelope e le sue ancelle giustiziate, mettendo in luce l’eroismo maschile violento e la sottomissione femminile impostata nella cultura occidentale.

Insomma appari quasi tu stessa come una Penelope, un’eroina della poesia, una tessitrice umile delle poesia. Cosa rappresenta per te la figura di Penelope?
E perché il personaggio principale, Bruno, a cui dai voce è un eroe maschile?

(pp.15-19 da La casa degli scemi)

A.M.F. Riprendendo la tua lettura, indico la dimensione vitale non circolare ma a spirale: tolgo quindi l’idealizzazione immobile e astratta della perfezione per suscitare un significato di divenire in trasformazione.  Scrivo con essenzialità ma ci tengo a distinguere i due significati esistenziali. Non il cerchio ma la spirale.

Penelope appartiene a una cultura altra, opposta a quella rappresentata da Ulisse, predatoria, opportunistica, scaltra. Ulisse, incarna il viaggio orizzontale, è l’individuo che non si trasforma andando, colui che non entra in relazione con il sé profondo, né con gli altri, se non da un punto di vista utilitaristico. Esce incontaminato dall’esperienza. Ecco perché non muta il proprio aspetto esteriore. Penelope ha, non solo il mare che la recinge, ma la stessa casa. La responsabilità di custodirla e mantenerla in vita. La tessitura esige una tensione muscolare fortissima, lo sa chi tesse nel senso stretto del termine. Penelope vive la sua solitudine in resistenza, sola senza affiancamento senza dei e senza umani, nella sua nudità regale agisce: ferma il canto falso di Femio davanti a tutta l’assemblea (canto IX), scendendo dalla sua stanza. Sostiene il dolore filando e sfilando, creando.

L’incontro con il diario di questo soldato della prima guerra mondiale, maestro ambulante anarchico nonviolento, mi ha permesso di cantare la carie dentro cui marcisce la nostra società, indicando responsabilità maschili che si perpetuano nei secoli. Bruno, il protagonista, è l’antieroe: la sua testimonianza denuncia.  

R.S. Inizia così una poesia nomade, che compie un viaggio per esplorare quella che è la terra degli «ultimi», e quindi dei soggetti cosiddetti minoritari, secondo una definizione di Rosi Braidotti nella teoria del nomadismo filosofico: i soggetti minoritari sono quelle persone poste sui margini della storia, e che vivono o hanno vissuto in una condizione di afonia, di silenzio. In questo poema gli ultimi sono i «matti ni» o «uccellisenzali», come definisce l’autrice, e quindi le persone rinchiuse dentro la comunità psichiatrica di Torre Certalda sull’Appennino umbro. Si vede, dunque, un io poetico impegnato in una «democrazia dal basso», che tenta di riportare alla luce non una storia alta, quella data dalle istituzioni, ma una micro-storia o, meglio, una non-storia, di persone, luoghi, oggetti, eventi che non sono stati ricordati nel tempo.

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Ci vuoi raccontare la tua esperienza con questi «ultimi», cosa hanno significato per te e la tua poesia?

A.M.F. INTERVISTA Grazie per questa analisi e per questa domanda. Tuttavia è come dire: spiegaci la caduta delle gocce nel diluvio. Mi disporrei a narrare, ma l’occhiello dello spazio e del tempo qui è troppo stretto.  Gli ospiti della comunità avevano registri di età dai 19 anni ai 75, livelli culturali altrettanto distanti, dal quasi analfabetismo alla raffinata conoscenza. L’energia della poesia orientata con studio e delicata cautela ha permesso di attraversare l’ombelico di molte di queste creature, re/suscitando le radici della propria creatività, della propria concentrazione di ascolto, di comunicazione, di fiducia solidale, inoltre ha generato la curiosità per un progetto corale fondato nella parola, progetto esperienziale intimo ma anche pubblico. Pubblico nel senso che abbiamo compiuto occasioni pubbliche: installazioni con origami scritti e disegnati, intere  tovaglie ricamate di scrittura, molto lavoro disponibile per essere disteso e reso visibile. Abbiamo creato musiche con strumenti etnici percussivi, alternate a voce leggendo poesie.  Ne conservo la registrazione.
Vorrei scrivere questa esperienza. Vorrei portare questa creatività a chi mi chiede. Sto ancora elaborando interiormente questa esperienza.
Gli ultimi non esistono. Non esistono i primi. Esistono creature. Esistono ricchezze e dignità da accogliere. Non ci sono luoghi da recingere e isolare. Si impara, si cresce gli uni con gli altri.

A.F. Si tratta, quindi, di una poesia con un forte senso civile e storica: una storia degli ultimi, dei dimenticati. Il recupero è un altro motivo della scrittura e nodo cruciale. Rappresenta un atto di responsabilità: un atto che riporta l’attenzione sulla materia, una pratica politica, sociale e spirituale. Qualcosa che si dovrà fare per il bene di tutti: da un tu, un io è necessario relazionarsi a un noi, alla memoria che riguarda tutti, ritessuta.
Come scrivi in un tuo verso: «molteplici fili in un’unica cruna».
Ritornando a La casa degli scemi, possiamo affrontare la storia di Bruno che è il protagonista.
Inizialmente è un maestro ambulante, orfano, autodidatta, anarchico, un uomo che si tiene da parte. Nel libro subirà un cambiamento che lo vedrà mutare in barelliere per la croce rossa, snaturato dai suoi ideali e, infine, considerato matto all’interno di un manicomio. In un drammatico soggiacere agli eventi si assisterà alla sua reificazione. È un testimone. Il diario a lui appartenuto, motivo dell’opera, va recuperato come atto di sopravvivenza, come alfabetizzazione del dolore dopo la guerra e le vicende traumatiche, ricreando uno spazio vuoto dove tutte le macerie si conservano insieme, per trovare una soluzione pacificata che riguardi tutti. Bisogna trovare il modo di raccontare.
Mi viene in mente Celan con il suo scenario rappresentativo metaforico che sembra negare i fatti (l’olocausto) attraverso il bello estetico, riproponendoli nello stesso tempo alla memoria. Si tratta della grande contraddizione dell’indicibile: riproponendo i fatti traumatici nella loro valenza estetica di bellezza, tramite la poesia, li si nega in qualche modo. Resta il fatto che la poesia, l’arte, sia un modo per fissare nella memoria gli eventi.
In Anna Maria questo recupero è empatico perché non è vissuto come in Celan in prima persona: la potenza poetica di Farabbi afferra la realtà come una materia a cui va tolto il potere (anche di fare male).
«La morte è questione di fango» si può plasmare e arrivare ad essere «libertà liberata», (pp. 36-37). Anche la morte deve essere spogliata dal potere.
Sono diapositive dell’orrore quelle che si susseguono nella sezione dedicata a Bruno barelliere, da cui bisogna congedarsi.

Vuoi spiegarci come avviene il recupero tramite quest’empatia che non fa perdere di autenticità la scrittura e la memoria? (pp.52-53 in La casa degli scemi)

A.M.F. INTERVISTA

Il mio corpo si dispone in umiltà rigore passione rispetto permanenza di studio meditazione desiderio del tu. Il mio piccolo io è orientato alla gioia nella creazione del valore. Intimità e intensità sono le due coordinate esistenziali nella mia matrice capitiniana. La scrittura è un rimbalzo calibrato del mio lavoro interiore.
Non so se sono stata in grado di rispondere.      

R.S. Dentro la o è un poema che si articola su cinque vocali, muovendosi su diversi livelli poetici-fonetici, e infine, la poesia precipita dentro la vocale «O»: di qui il significato del titolo, in cui questa vocale va a rappresentare una sorta di vuoto trasparente o nulla della creazione, un nulla ombelicale o cosmico, in cui qualcosa succede ma succede anche nulla. Si tratta del vuoto dell’io e del linguaggio, una condizione pre-linguistica, in cui la lingua non è ancora divenuta norma o convenzione: in questa condizione ha origine la poesia più autentica. Anche in Abse (Il ponte del sale, 2013), un altro tuo libro significativo, la tessitura avviene con quello che è un attraversamento, appunto, nell’«abse», e quindi in una condizione di negazione o absentia, come spieghi in una postilla al testo. Il tema del nihil, e quindi della nullificazione, è centrale nella poesia del Novecento: ad esempio, Ungaretti ne Il porto sepolto (1916) scrive che «di questa poesia / mi resta quel nulla di inesauribile segreto»; anche Zanzotto in Vocativo (1957) racconta di un «ricchissimo nihil / che incombe e esalta». Dunque, il nihil o nulla, non è una condizione negativa, anzi, è proprio in questo processo che accade il nucleo originario, puro e genuino, della poesia.

Vuoi raccontarci come accade la conoscenza del vuoto nella tua esperienza quotidiana, ad esempio attraverso la pratica della meditazione? Che legame c’è tra poesia e meditazione?

A.M.F. INTERVISTA

Quando si nomina il vuoto entrano dinamiche retoriche e semplicistiche, come quando si tocca la parola   silenzio.
Scendo il mio baricentro esistenziale: dalle tempie all’ombelico, coniugando tutto il corpo, con una respirazione  che ritmicamente irrora e intensifica la mia biologia. Mi infonde armonicamente energia. La poesia è il gheriglio di questo mantice generativo, nella mia animalità femmina.
Quando nomino la poesia, la significo organicamente, non solo dentro le solite cornici letterarie. Quando lavoro in me, nelle mie profondità, anche oltre il flusso verbale, nel tacere nel sentire… sono in poesia.

A.F. Altro tema centrale è appunto quello legato alla psichiatria che è presente sia in Dentro la o che ne La casa degli scemi.
Nell’ultima parte di La casa degli scemi assistiamo alla resa umana di Bruno da barelliere della croce rossa a malato mentale, o presunto tale, in un centro psichiatrico.
Il centro di contenzione psichiatrico è rappresentato come un luogo di anonimia, di non recupero, dove i dottori fanno una propaganda dell’illusione (p.82), irretiscono con il farmaco che non è cura, ma panacea fino a divenire veleno.
«La notte scema» sembra richiamare la luce coatta di Celan con le lampade che favoriscono l’insonnia (p. 81): tutto è per impazzire, per il non recupero.
È un luogo di violenza e solitudine. Disintegrazione dell’identità.
È la psichiatria prima di Basaglia, non è quella narrata da Tobino in Per le antiche scale rappresentativa di una società che si tiene al riparo dagli eventi, dalla storia come fosse un luogo quasi di protezione. Quella rappresentata da Farabbi delinea una psichiatria che prendeva esseri umani indistintamente, ‘incarcerava’, chiudeva. Aveva inizio con la malattia, o presunta malattia, terminando spesso con la morte del paziente dentro l’istituto. Erano malati di cause riconosciute di povertà, fame o guerra. Un trauma concreto e visibile era la causa della detenzione.

Tu Anna Maria lavori con i malati psichiatrici ai giorni nostri, come è cambiata la psichiatria?
Qual è il trauma da cui bisogna uscire? (pp.81-82 in La casa degli scemi)

A.M.F. INTERVISTA

Attualmente non collaboro più con la comunità a doppia diagnosi di Torre Certalda. Da tre mesi, ormai. Non sono in grado di rispondere sui cambiamenti dell’attuale sistema psichiatrico. Non credo si possa uscire dal trauma. Saperci convivere acquisendo ogni giorno creativamente strumenti,  grazie a leve di umanità maestra. Ognuno metta a disposizione il meglio di sé.

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NOTE AL TESTO

1 Ho dovuto modificare il testo in alcuni minuscoli punti per adattarlo a questo intervento.

Il testo è stato redatto da Anna Franceschini ( A.F.) e Roberta Sireno (R.S.), che hanno dato il consenso a questa pubblicazione. A.M.F. naturalmente è per Anna Maria Farabbi.

 

locandina incontri – centro delle donne città di bologna- biblioteca italiana città delle donne

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