PASSAGGI CON FIGURE – Elianda Cazzorla: La Carta Carbone e le altre  

palazzo carminati, piazza duomo milano 1975 –  insegna della signorina kores 

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La carta carbone era un untuoso foglio argenteo che produceva un suono difficilmente riproducibile oggi con le parole. Era un cric croc? E chi può dirlo! Dopo un certo uso, quel suono si modulava in toni sempre più bassi, la pellicola perdeva il colore e l’energia, e il nero deciso delle parole sul primo foglio diventava un grigio sbiadito sulla pagina riprodotta.
Perché, bisogna sì ricordarlo, con lei, infilata tra due fogli bianchi, come il prosciutto tra due fette di pane, era possibile avere due copie identiche di un unico manoscritto. Cibo per segretarie e dattilografe nel dopoguerra. Era nata nel 1806, da un certo Ralph Wedgwood, un distinto signore inglese, e nello stesso tempo, da un romantico italiano, Pellegrino Turri e da subito aveva dovuto relazionarsi con la doppiezza. Due padri senza alcuna madre.

La carta carbone raggiunse il suo massimo splendore nel 1870 con l’avvento della macchina da scrivere, e nel periodo fascista conobbe gli ordini perentori del duce, che per moltiplicarli usava più fogli di carta carbone e più fogli di carta velina. In poco tempo tante copie. Così dopo gli anni del boom, del terrorismo, dell’austerity e tangentopoli, della fine della prima repubblica, alla fine anni novanta, con l’affermarsi sempre più diffuso della scrittura digitale, ha iniziato a perdere terreno, senza riuscire a bilanciare lo strapotere delle fotocopiatrici, ed è stata costretta ad abbandonare il trono di onestà duplicità. E con i suoi 212 anni, prossimi a venire, il 6 ottobre, la carta Carbone è completamente scomparsa dai cassetti delle scrivanie e viaggia per il web, grazie alle richieste dei nostalgici delle macchine da scrivere. In Ebay una confezione di due fogli costa poco più di cinque euro.

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anni 60- dattilografe

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La carta carbone era la Signorina Kores che dall’alto del palazzo Carminati a Milano, guardava la Madonnina negli occhi e ticchettava indefessa sui tasti della sua macchina luminosa. Sotto di lei, nella piazza del Duomo, passavano di corsa, sempre di corsa, le donne che cercavano il modo per emanciparsi, nelle azienda, nelle fabbriche, nelle redazioni dei giornali: le dattilografe. Da poco la signorina Kores è stata tolta dal suo meraviglioso punto panoramico, ma la carta carbone continua ad essere venerata nel Cc delle mail. Carbon copy si chiama e non lascia sbafi né sui fogli né tra le dita di chi usa la tastiera.

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festival di letteratura carta carbone- treviso (foto d’archivio carta carbone)

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Il pregio della bassa riproducibilità tecnica dei documenti dava a quei fogli una diversa preziosità. E la cura artigianale nel comporre un testo e nel correggerlo, nel fermarsi davanti ai tasti della lettera 22, in cerca della parola giusta, che non poteva essere facilmente sostituita, ci porta a capire perché un Festival di letteratura sulla “Autobiografia e Dintorni” sia stato chiamato: Carta Carbone. Non è certo amore per il bel tempo andato. Chi potrebbe abbandonare la videoscrittura? Nessuno. Credo che sia il piacere dell’incontro tra chi scrive e chi legge. Nella doppia possibilità di amare le parole da parte di chi narra e di chi ascolta, di chi si dice e di chi partecipa. Nel Festival Carta Carbone c’è il bell’incontro tra scrittori e lettori, ideato da una tra le sorelle emancipate della signorina Kores. Bruna Graziani, direttrice artistica che per la quarta edizione ha mosso migliaia di persone nei punti più belli di Treviso. Letteratura, danze, musica, cibo e vino. Un miriade d’incontri, di sorrisi e anche di piacevole gioco di carte proposto per raccontare storie: I Cartonauti.

In uno di questi incontri, il 14 ottobre 2017, nella Sala dei Trecento nel convegno:  Il Cielo è rosso e Il male oscuro ci si è interrogati sulla attività letteraria di Giuseppe Berto. Con estrema sensibilità due autrici, Saveria Chemotti e Elisabetta Baldisserotto, hanno esplorato i due romanzi dell’autore veneto.

Ripercorriamo con loro, la grandezza  dello scrittore nelle sue due opere in due differenti articoli.

 

giuseppe berto- ritratto (foto d’archivio carta carbone)

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Elisabetta Baldisserotto, nella sua duplice veste potrà aiutarci a capire Il male oscuro considerato uno dei massimi “capolavori in controcanto” del Novecento italiano, da poco ristampato da Neri Pozza, con una posta fazione di  Emanuele Trevi e una nota di Gadda del 1965.

 

  1. Giuseppe Berto alla morte del padre entra in depressione che si manifesta attraverso alcune paure. Quali sono?

Nel 1953, quando muore il padre, Berto vive a Roma ed è già uno scrittore affermato, anche all’estero. Nonostante sia corso al suo capezzale, non è presente, per una serie di circostanze, nel momento del trapasso, e questa colpa, che considera molto grave, lo ossessiona. Nel suo immaginario la figura del padre morto diventa una sorta di persecutore interno che lo controlla, lo punisce con una serie di sofferenze fisiche e mentali e lo condanna alla sua stessa morte per cancro intestinale. Col passare del tempo la sua sintomatologia peggiora fino ad arrivare al culmine nel 1958: è afflitto da attacchi di panico che gli impediscono di restare da solo in una stanza, attraversare una strada, salire oltre il quarto piano di un palazzo. Non prende ascensori, treni, aerei, navi. Se c’è traffico, anche spostarsi in auto lo getta nel panico. Ha dolori al colon, al torace. Vive nel terrore del cancro, dell’infarto, della pazzia. Soprattutto scopre una paura a lui finora sconosciuta: quella di scrivere. È bloccato al terzo capitolo di un romanzo (che diventerà poi La cosa buffa), lo lima fino alla perfezione, ma non riesce ad andare avanti. Da tempo ha iniziato un pellegrinaggio infruttuoso da un medico all’altro e da una terapia all’altra finché non gli resta che scegliere tra l’elettroshock e la psicoanalisi.

  1. Quindi il corpo che soffre. E l’anima lacerata. Non solo per la “lunga lotta con il padre”. Quali altri motivi?

Rispetto al suo personaggio, che per tanti versi coincide con lui ma non ha ancora pubblicato pur aspirando alla gloria letteraria, lo scrittore ha più motivi di frustrazione: l’insuccesso de Il Brigante, uscito nel 1951 e definito dal “Time” uno dei romanzi più belli e tragici comparsi da anni, ma che non viene apprezzato né dal pubblico né dalla critica italiana, e il definitivo ostracismo dell’intellighenzia romana a seguito della pubblicazione di Guerra in camicia nera (1955). Già considerato di destra per aver combattuto come volontario nella guerra in Abissinia e in Libia e mal tollerato per il suo carattere polemico, Berto si ritrova escluso dai salotti letterari dell’epoca e ignorato dai critici. L’umiliazione è ben rappresentata da un sogno, che porta in analisi, ambientato nella libreria Rossetti di via Veneto, frequentata da quelli che lui definisce i ‘radicali’: “scrittori, giornalisti, commediografi, saggisti, esegeti e via dicendo, tutte persone che almeno secondo la mia opinione avevano più fama e fortuna di quanto non si meritassero, e questo precisamente perché erano molto legati uno all’altro, e in realtà quando usciva un libro loro o di un loro amico alla libreria Rossetti lo tenevano in vetrina per anni quasi fosse stato la Bibbia o la Divina Commedia”. Lì un uomo molto importante con un lungo tabarro mostrava una bellissima riproduzione pittorica ai presenti che la elogiavano. Ma quando Berto si avvicinava per ammirarla “l’uomo col tabarro disse in malo modo di no, che a me non la lasciava toccare e manco guardare, e così con mia grande umiliazione il sogno finiva”. Berto si definisce ‘un fallito sulla via della gloria’, poiché l’ambizione (volta a smentire il padre che gli profetizzava un futuro da galeotto), un’ambizione non al successo, ma alla gloria imperitura conseguibile solo scrivendo un capolavoro, è fonte di tormento e di blocco creativo.

  1. Consideriamo la relazione: paziente – psicanalista. Ci spieghi perché si tratta di una scelta dialettica e Berto è fortunato nell’incontrare il “Vecchietto”.

Quando Berto decide di rivolgersi a un analista, non gli interessa di quale scuola sia, unica condizione importante per lui è che sia un uomo probo e onesto, come lo era suo padre.

Nicola Perrotti (1897-1970) personalità di primo piano della psicoanalisi italiana, fondatore della SPI (Società Psicoanalitica Italiana) e di riviste come “Il Saggiatore” e “Psiche”, socialista politicamente impegnato, è realmente un uomo probo e onesto con una concezione etica della psicoanalisi. Suo il decalogo del buon analista che deve essere curioso di conoscere l’animo umano, curioso di sé e dell’altro e di conoscere sé tramite l’altro; che ha la capacità di stabilire una comunicazione col paziente e possiede un desiderio inesauribile di aiutarlo e di guarirlo; che sa creare un buon ambiente emotivo, e ha pazienza infinita e intuito. Ma possiede anche un Io robusto eppure agile, comprende il transfert e controlla il proprio controtransfert; infine, possiede un tratto speciale: “l’angoscia dello psicoanalista, cioè quello speciale bisogno di certezza e di dubbio metodico che è inerente alla professione della psicoanalisi”.

Nicola Perrotti, che i suoi allievi chiamano “il professore”, è per Berto, fin dal primo incontro, “il vecchietto”: “Mi trovo davanti un vecchietto – scrive – poco alto di statura e tutto sommato miserello come corporatura il quale mi guarda sì in modo aperto e accattivante però (…) solo per dirmi ‘si accomodi’ tira fuori un bell’accento meridionale (…) e io non sono preparato a un terrone”. La delusione iniziale dovuta all’aspetto del vecchietto, molto diverso da quello di suo padre, si trasforma presto in affetto e stima.

Il vecchietto, infatti, capace di attenuare gli spropositati sensi di colpa di Berto, si rivela “un padre come si conveniva che potevo amare incondizionatamente dal momento che non mi rompeva di continuo le scatole come il padre mio vero ancorché morto…”. “Il vecchietto ha questo di buono che (…) mette diligenza e amore nel suo mestiere (…) e inoltre un’altra buona qualità ha questo vecchietto e cioè che non dice fesserie dal punto di vista del senso comune (…) in sostanza devo dire che molte cose in questo vecchietto sembrano confermare sia la probità che l’onestà che in fondo sono la stessa virtù o pressappoco”.

Perciò il transfert si sviluppa subito in modo positivo e intenso tanto che Berto farebbe qualunque cosa pur di non dare un dispiacere al suo vecchietto. Ed ecco la sua personalissima concezione del transfert: “Lui mi attende sulla porta dello studio – scrive – quasi sempre con un buon sorriso sulle labbra e mi porge la mano, poi io chiudo la porta mentre lui si avvia al suo posto dietro la scrivania e io mi porto davanti a lui e lui mi guarda con attenzione e intensità sebbene senza darlo troppo a vedere per capire dal mio aspetto come sto, e delle volte anche dice che dal mio aspetto si direbbe che sto bene e non la indovina quasi mai (…) comunque spesso non dice nulla eccetto ‘s’accomodi’ e io dopo aver rispettosamente aspettato che lui si sieda, mi sdraio sul lettino togliendomi le scarpe (…) e stando lì steso sento alle mie spalle la presenza affettuosa e attenta di questo vecchietto che vuole che io guarisca, ecco io penso che il vantaggio del transfert sia precipuamente questo cioè la percezione dell’affetto e la certezza che il nostro rapporto si è spostato su di un piano che non è più quello meramente professionale (…) siamo per così dire in confidenza”.

Berto sa intuitivamente, ancor prima di iniziare l’analisi, che le interpretazioni e le conoscenze dell’analista hanno meno importanza – per la buona riuscita del trattamento – delle sue qualità umane. È piuttosto scettico nei confronti del metodo psicoanalitico, ma crede sconfinatamente in quest’uomo quant’altri mai probo e onesto e “il bisogno impulsivo d’amore – scrive – che nell’infanzia avevo avuto modo di soddisfare con estrema difficoltà ora lo soddisfacevo amando quest’uomo, il quale nonostante la mediocre statura e l’accento meridionale era già mio padre anche se ancora non lo sapevo bene”.

  1. La scrittura del romanzo che lo differenzia da quello di Svevo, in La coscienza di Zeno e da quello di Gadda, ne La Cognizione del dolore, è stato definito materia viva, che nella verità della finzione, riporta sulla pagina il flusso di coscienza. Uno stile psicanalitico. Sei d’accordo?

Le quattrocento cartelle di Ambivalenza (il primo titolo pensato per Il male oscuro) abbandonano la prosa (di ispirazione americana) dal lessico scarno e dalla sintassi essenziale de Il cielo è rosso e de Il brigante e inaugurano il periodare fluido e avvolgente, impeccabile nell’uso delle subordinate e della consecutio temporum. “Via le virgole! Sembra essere l’emblema di codesta sintassi – dice Gadda –, per loro non c’è tempo: la frana è su di noi”. Timoroso di aver imitato Joyce, di cui non aveva ancora letto l’Ulisse, Berto sottopone una trentina di cartelle al critico Vigorelli il quale lo rassicura: si tratta di uno stile del tutto nuovo, diverso dal flusso di coscienza di Joyce poiché organizzato in forma logica, uno stile che lo scrittore stesso definirà “psicoanalitico”, giacché adotta come sistema narrativo la tecnica delle libere associazioni: “periodi interminabili che corrono per pagine e pagine senza punti, con pensieri che si collegano l’uno all’altro in apparente libertà (…) ma con un costante desiderio di ordine, di logica, di chiarezza”. Il modello inseguito da questa prosa – dice Emanuele Trevi – è l’oralità, “il fantasma di una voce afferrato nel momento stesso del suo articolarsi (…). Al suo massimo grado di efficacia, lo stile psicoanalitico è una scrittura che produce l’illusione di qualcosa di diverso dalla scrittura: una vociferazione, un teatro della nevrosi”. Il monologo-confessione è infatti, nello stesso tempo un dialogo, in cui l’io si rivolge a un tu che è, innanzitutto, l’analista.

Nonostante l’indubbia novità, il romanzo non è privo di precursori. Per quanto riguarda lo stile, l’autore si ispira ai classici latini, alla sintassi e alla scriptio continua degli antichi romani che non conoscevano la punteggiatura e non differenziavano tra linguaggio parlato e linguaggio scritto. “Io scrivo – spiega Berto – attaccandomi a una sintassi non italiana, ma addirittura latina. Non rinuncio a un piuccheperfetto congiuntivo, non appena ciò mi sia possibile”. Per quanto riguarda l’umorismo: “Mi pareva di avere alle spalle Svevo e Gadda, ed era a mio avviso una buona compagnia”, scrive. Da loro ha imparato la lezione che non c’è modo migliore di parlare a tutti che parlare di sé e che bisogna farlo con umorismo. “D’altronde un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’umorismo: una fortuna in mezzo a tanti malanni”. Umorismo che non emerge solo a tratti, ma serpeggia costantemente, anche quando il male oscuro picchia con particolare violenza: meccanismo di difesa, da un lato, che contribuisce a salvare Berto da una definitiva catastrofe, e, dall’altro, “unica via per liberarsi dalla retorica”. Umorismo della profondità, sguardo acuto e preciso sulle cose interne ed esterne, capace di dare al lettore un godimento massimo. Umorismo che è salus, ossia salute e salvezza; è smitizzare i miti stessi della sofferenza e delle terapie ad essa connesse, compresa la psicoanalisi. “Berto descrive se stesso e le proprie viscere scoperchiate – dice Montanelli – con un occhio che piange e un occhio che ride”.

Lo stile del romanzo, spontaneo a prima vista, è in realtà sorvegliato: il libro viene limato per due-tre anni, fino a tutto il 1963. Una “laboriosissima masticazione letteraria” per dirla con Berto. E non è, in realtà, “la ricostruzione di un’analisi psicoanalitica, ma la ricostruzione letteraria di un caso di nevrosi trattato da uno psicoanalista”. E lo psicoanalista è, ancora una volta, l’autore, che afferma: “Io sono insieme il paziente che dipana il suo (relativamente) libero filo e l’analista che cerca di comporlo in un’ordinata interpretazione”, ottenendo una rappresentazione organica di fatti, pensieri e stati d’animo in cui il presente della narrazione si fonde col presente storico tradizionale e col vivido e dinamico presentarsi del passato inconscio.

  1. Cosa ne pensi dell’affermazione: nel Male oscuro la scrittura artistica abdica in favore della scrittura terapeutica. In altri termini la messa in discussione del romanzo porta Giuseppe Berto a lottare contro la paura di scrivere, esplorando un nuovo stile.

Un felice paradosso. Berto, su suggerimento del suo analista, rinuncia a scrivere il suo capolavoro e si dedica a qualcosa di nuovo, ma anche di meno impegnativo da un punto di vista letterario: il resoconto della sua malattia ovvero “la storia della sua lunga lotta col padre”. Lo scrive in poco più di due mesi, senza gravi difficoltà e senza fermarsi: “Era come se avessi scoperto il bandolo d’un filo che mi usciva dall’ombelico: io tiravo e il filo veniva fuori, quasi ininterrottamente, e faceva un po’ male si capisce, ma anche a lasciarlo dentro faceva male”. Si tratta di una scrittura terapeutica sia come forma di elaborazione dei traumi, sia come strategia per aggirare il blocco creativo. Infatti, l’abdicazione (in prima battuta) alla scrittura artistica gli permette di raggiungere proprio quell’eccellenza cui aveva rinunciato. Il risultato è artistico in sommo grado, anche in virtù di quella “laboriosissima masticazione letteraria” di cui si è detto, intervenuta in un secondo tempo. Inoltre, laddove il personaggio di Berto fallisce, bruciando il suo tentativo abortito di romanzo, lo scrittore trionfa. Il Male oscuro, infatti, com’è noto, esce nel 1964 per Rizzoli, vince il premio Campiello e il premio Viareggio e ha un successo clamoroso. Berto, dunque, riesce a scrivere un capolavoro e a conquistarsi la gloria raccontando un fallimento. Così facendo prende le distanze dal suo personaggio (rappresentazione del suo Sé fallimentare), rendendolo funzionale alla propria vittoria.

  1. Come hai immaginato Giuseppe Berto, sul lettino del suo psicanalista?

Senza scarpe, naturalmente. Quello di togliersi le scarpe o meno prima di stendersi sul lettino è il primo “dilemma della cura” per Berto. “E sto lì a pensare che se me le tolgo può essere mancanza di riguardo mostrare i piedi senza scarpe specie tenendo presente quante spiritosaggini si dicono soprattutto nelle caserme a proposito dei piedi che puzzano (…) d’altra parte però anche mettere le scarpe sopra i divani non è una bella cosa (…), insomma è chiaro mi sembra che io alle scarpe sui divani attribuisco un’importanza grande e forse eccessiva così mi dibatto nel mio intimo se togliermi o no le scarpe (…), e in conclusione siccome tergiversare oltre potrebbe essere offensivo per lui che attende e forse non capisce ad un certo momento mi tolgo con risolutezza le scarpe e mi sdraio avendo davanti agli occhi i miei piedi ricoperti da calze per fortuna senza buchi ché ormai da parecchi anni le fanno meglio di quando ero piccolo con le calze sempre bucate, ora sono calze sane grazie al cielo e perciò non sfigurano tuttavia mi rimane il sospetto che forse non ci si devono togliere le scarpe per farsi psicoanalizzare, io in genere queste cose e altre simili le sbaglio tutte, e in verità pure questa la sbaglio come verrò a sapere in seguito informandomi…”. Al disagio riguardo alle scarpe si aggiunge quello dell’uso del lettino che non lo rilassa per niente ma anzi, sollecitando uno dei suoi punti critici, le cinque vertebre lombari, gli causa formicolii e tensioni. Nonostante queste perplessità, immagino Berto fortemente motivato alla cura. A differenza, infatti, di Gadda che ci fornisce il mirabile ritratto di un nevrotico e di Svevo che irride la psicoanalisi pur usandone le categorie interpretative, Berto ne attesta il valore perché mosso dal sentimento della gratitudine. Berto parte dal proprio personale dolore, dalla necessità di chiedere aiuto e dall’esperienza diretta dell’analisi che gli ha permesso di salvarsi la vita. La sua non è una conoscenza intellettuale o letteraria del tema, è la conoscenza del paziente che pian piano riemerge dagli abissi dell’angoscia e del terrore e con fatica, impegno, volontà di guarire e dispendio di denaro, ripercorre la sua storia alla ricerca delle cause del suo dolore, si mette in discussione, esamina i suoi sentimenti, lotta con i suoi sintomi e si guadagna duramente ogni progresso. Il risultato è un romanzo che raggiunge vertici di sincerità e profondità inauditi e per l’epoca spregiudicati. Che non dice la sofferenza ma la fa vivere al lettore e nello stesso tempo lo delizia mettendone in luce i lati buffi e farseschi.

Elianda Cazzorla

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Note al testo

1- R.Di Fazio, M. Marcheselli, La signorina Kores e le altre, Donne e lavoro a Milano (1950-1970). Editore Enciclopedia delle donne, 2017. Se avete difficoltà a trovarlo in libreria. Potete ordinarlo scrivendo a redazione@enciclopediadelledonne.it, http://www.enciclopediadelledonne.it/libri/

2- Elisabetta Baldisserotto è scrittrice e psicanalista.  “Morire non è niente” e “Di là dall’acqua” sono i suoi due romanzi di recente pubblicazione presso la casa editrice Cleup, in entrambi il commissario Jacopo Zambon indaga sul buio dell’anima.

3- N. Scaffai, Il grande romanzo sperimentale. Il Male oscuro di Giuseppe Berto., in Le parole e le cose.it,  http://www.leparoleelecose.it/?p=26113

4- G. Gentile, Perrotti Nicola, http://www.spiweb.it/elenco-voci-spipedia/7161-perrotti-nicola.

5- G. Berto, “Appendice” a Il Male Oscuro, Neri Pozza, Vicenza 2016, p. 468.

6- Trevi, Lo stile psicoanalitico di Berto in G. Berto Il Male…cit., pp. 500-501.

7- Vigorelli, Intervista a Berto in “L’Europa letteraria” (marzo 1964), p. 66.

8- E. Compagnone, “Nostro Tempo”, maggio 1964.

9- I. Montanelli, “Corriere della Sera”, 8 aprile 1964.

10- C. Piancastelli, Berto, La Nuova Italia, Firenze 1970, p. 7.

11- Pomella, Giuseppe Berto, in  doppio Zero, http://www.doppiozero.com/materiali/giuseppe-berto-il-male-oscuro

12- Berto, “Appendice” a Il Male…cit., p. 468.

 

palazzo carminati- insegna della signorina kores- foto cartolina in notturna

 

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