IL GRANDE GHIBLI- Recensione di Francesco Piga

il ghibli

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A dare l’avvio al romanzo di Sergio D’Amaro è la scoperta, in una vecchia borsa abbandonata al fondo di un tiretto, di documenti, carte geografiche, biglietti di viaggio, fotografie ingiallite. Sono le testimonianze della partecipazione del padre all’occupazione italiana in Libia. E il desiderio dell’Autore, l’impulso morale, è di recuperare le memorie famigliari, e al tempo stesso quelle della generazione precedente, anche per conoscere meglio la propria condizione esistenziale.
Ma ricostruire le vicende attraverso i documenti trovati, tentare di interpretare il passato, è un’impresa difficile perché ciò che appare sono immagini indefinite, parvenze di realtà inaffidabili e miraggi propri di un deserto che diviene metafora della vita. Simbolo di questo sconvolgimento è il grande ghibli, il vento che spira nel deserto della Libia plasmando tutto ciò che incontra e dando forme sempre diverse, false visioni.
D’Amaro, per afferrare brandelli di storie e di visioni, si avvale della propria esperienza di poeta, narratore e saggista, e adotta una scrittura che ha le caratteristiche del ghibli, un racconto in frammenti scompaginati di narrativa e poesia, di storia e di cronaca. Affiorano così dal passato immagini, vicende tragiche, desideri e illusioni.
Su sprazzi di liricità si profilano i paesaggi e i luoghi con una natura amica, abbondante di minerali e di acque, le città con il loro splendore e la ricchezza architettonica; è conseguente una contemplazione che implica un difficile percorso mentale, quello dell’esploratore che si fa mistico. Ma il grande ghibli travolge e semina morte come le storie tragiche che porta soffiando: il bombardamento di Bengasi, la presa di Derna, i massacri di Sciara Sciat e di Feschlum, altre sanguinose battaglie.
Si fa allora decisa la voce dell’Autore, il suo sdegno morale e civile, con l’accusa all’insensatezza della guerra, contro chi calpesta la dignità di altri popoli in nome della patria, di una presunta e superiore civiltà, e della gloria, disconoscendo libertà e giustizia. E lo sdegno è unito alla pietà di fronte alle violenze e alle atrocità della guerra, alla deportazione delle popolazioni libiche, ai campi di concentramento, a una civiltà tradita, a un’umanità definitivamente calpestata.
La pietà è anche per gli italiani che si illudevano di vedere realizzati in terra libica i loro sogni di progresso, per poi attraversare paradiso e inferno, con la nostalgia del passato, richiamato anche da certi scorci di paesaggi e da una natura che ha gli stessi profumi dei territori italiani, con i ricordi di una vita serena in un’Italia povera e dignitosa. Il vento, che sembra permeare anche le foto e le carte riemerse dal cassetto, consente ancora di udire le voci e di vedere con gli occhi di questi umili testimoni, di un malinconico radiotelegrafista, di un pensoso e sconsolato capitano, con lo sguardo perso nel vuoto, di un contadino che con la sua “battaglia del grano” si credeva pioniere di una nuova era.
 Nelle pagine di D’Amaro si percepiscono le atmosfere romanzesche di Salgari, fantasticherie dei libri di avventura in luoghi esotici, si ravvisano testi e cronache dell’epoca, dal reportage di Luigi Barzini alle indagini geo-idriche del marcherse Caetani, alla messa in atto delle strumentazioni di Marconi. L’Autore ha sempre presente la grande tradizione culturale che caratterizza e rende unica la terra dove hanno vissuto il poeta e filologo Callimaco, il matematico e astronomo Eratostene, il filosofo e fondatore della scuola cirenaica Aristippo, il vescovo e scrittore Sinesio.
Il grande ghibli rientra nel vasto contesto letterario sull’occupazione italiana in Libia, e si distingue per la particolare mescolanza di vari generi di scrittura. In questo trova rispondenze ne Il deserto della Libia di Mario Tobino, edito nel 1952. Inoltre nei due romanzi, di memoria e riflessione, scritti con stati d’animo estremamente partecipi, le mutazioni del deserto hanno gli stessi palpiti della vita, divenendo così simboli di una condizione esistenziale che va oltre quella degli aspiranti colonizzatori e dei libici, e si fa universale. Come il ghibli, il destino umano è un turbinio continuo, imperscrutabile, soggetto a qualcosa di sconosciuto, senza precise direzioni e senza senso.
Tuttavia l’immenso deserto possiede una dimensione misteriosa e magica: le antiche leggende dai nuclei esoterici contengono l’originaria radice dell’uomo, la consapevolezza del proprio destino, la saggezza dell’essere in armonia e in pace con le forze della natura, della madre terra.
L’intento morale, sotteso a tutto il romanzo, è ora nell’indicare agli uomini che, come il ghibli, hanno saputo finora soltanto distruggere, nuovi sentimenti alla luce dell’antica sapienza africana.

Francesco Piga

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Sergio D’Amaro, Il grande ghibli- Besa editriceSalento Book 2017

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