LETTERE & LETTERE – RACCOLTA CARTESENSIBILI Natale 2017

cover della raccolta Lettere e Lettere di prossima pubblicazione

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Scivolare, questo facciamo tutti i giorni, scivoliamo lungo invisibili archivi di tempo la cui scrittura traccia legami tra terra e cielo. Balla, traballa spericolando la nostra vita, su ali di parole che hanno un corpo vuoto, teso tra più persone e brilla, sulle loro ali  ridipinte dalle nostre più vere emozioni. Ci arrampichiamo, dal basso della nostra ignoranza, su specchi di nuvole e luce, dilagando come onde su rive sconosciute. Il sole ravviva tutte le nostre genesi, mentre inconsapevoli ci dividiamo in cento mille cose che abbiamo sognato di fare o di avere, girando intorno al nostro asse, scosso da desiderio e paura, mentre rivoluzionando noi stessi, saliamo in un altobasso lontanovicino, guidati da un silenzio altissimo, inconsapevoli ancora di cosa significhi davvero esserci, essere l’uno per l’altro una sola infinita stanza, vivendo l’essere che ci abita.
In queste tante lettere giunte leggiamo questo voler incontrare l’altro e se stessi, leggiamo il desiderio di non perdere quel fulcro che ci rende viventi, umani, esseri “celesti” in un lunghissimo filo, che tutte avvolge le nostre nascite e le morti, crescendoci dentro un cosmo ricco d’immensa, incorruttibile, dialogante germinazione di relazioni vitali.

Rivolgiamo per questo un ringraziamento particolare agli autori che hanno voluto annodare tutti i capi del filo di amore, perché ancora si dirama e abita i luoghi della terra, mostrando in ogni lettera la lettura di questa pressante e incontrovertibile presenza che non cade, non cede, non abbandona le nostre esistenze, nemmeno quando l’affanno, la sopraffazione dell’orrore, le tante inspiegabili perdite sembrerebbero amputare quella radice fissamente piantata dentro ciascuno di noi e come le piante giunge lontano, per una radicante germinazione sotterranea, profonda, intima.

La raccolta di cartesensibili, a cui hanno partecipato 46 autrici/autori,  sarà pubblicata con 44 indeiti a cura della casa editrice TERRA D’ULIVI Edizioni- Lecce e sarà la prima di altri incontri che ogni anno, in questa data, verranno pubblicati in collaborazione con Cartesensibili, che intende così promuove l’incontro tra autori noti e sconosciuti, nel cuore di un tema di volta in volta diverso, che sia casa per tutti e luogo di relazione e dialogo. Diamo di seguito solo un breve estratto dei tanti scritti che ci hanno inviato, rimandando alla pubblicazione l’intera raccolta.
Questa prima proposta cartacea, che dovrebbe uscire in gennaio 2018,  diventerà un libricino di meraviglia, un quaderno da leggere e da scrivere, un compagno da portare con sé, l’immagine delle rosse bacche di rosa canina indicano le bacche di poesia, ricche di nutrienti per ristabilire il nostro sistema immunitario contro un male-essere che ci impoverisce e ci ammala di solitudine. Poesia salutare dunque, come le proprietà della rosa selvatica, una pianta spontanea, come la poesia e isola di sole ai margini di boschi e foreste, proprio come tutte queste lettere, ai margini di discorsi che ci allontanano al contrario della poesia e del racconto, che ci chiamano all’ascolto. Plinio il vecchio diede il nome a questa rosa associandola ad una storia secondo cui un soldato romano, affetto da rabbia, riuscì a curarsi grazie a un preparato con radici e bacche di questa pianta. Anche noi, allora, malati di una infausta inciviltà che ci rende muti e isolati, spesso anche noi malati di rabbia, espressione di disumanità e mancanza di dialogo, possiamo curarci nutrendoci di queste bacche di prosa e poesia.

A tutti i nostri lettori rivolgiamo gli AUGURI DI UN NATALE CHE SIA RADICE DELL’ESSERE, una continua lettura di quell’alfabeto segreto e vivissimo che abbiamo in noi come ricchezza non derubabile,  perché ognuno di noi sia per sé e per gli altri quella relazione che ogni lettera in-tende senza sosta saldare. AUGURI!

il gruppo di cartesensibili

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massimo polello

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Ho pianto un esercito di segugi
Una faccenda di elemosine
Un sagrato per dormire infausto.
La lettera è sparita tra ripidi
Forzieri e l’io ragazza è una gazza
Arrochita dal dispiacere di starsene
Notte e dì per il passato pessimo
Simile al natale delle esequie.
Allora è breve la fandonia d’eremo
Questo mortale equilibrio a mo’
Di darsena senza incontrare nessuno.
Marette di petali le stanze d’infanzia
Quando bel fatale il brio di giocare
Contamina di sé anche la polvere.
Ti scrissi le lettere e ne incontrai
Il boia del senza risposta.
Stamani l’adulterio
Bivacca calori di baci a perdere.

marina pizzi

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denis brown

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Da quel giorno chiaro e lontano
ho desiderato dirti
che non posso fuggire i giorni,
e nemmeno posso rivivere con te un tempo diverso.
Non ti ho dimenticata.
Qui le notti sono lunghe e difficili
e tutto ciò che ci legava: l’acqua, la nave, il molo,
il tuo viso nel cerchio dell’oblò,
ogni cosa è intatta.
Poi sono arrivati giorni nuovi
e la tua assenza.

Ora vorrei che ora il mio sole ti toccasse,
e ti dico tua figlia è mia figlia,
i pupazzi nella grande stanza dei cristalli sono di entrambe.
Le mie sottane bordate di pizzi, la blusa antica,
lo scialle dai nastri rossi e viola, sono tuoi,
e mie le antiche piazze di Parigi:
Place de Vosges, così trascurata e sola.
Tu sarai sempre tu, unica e mia.
Le lumache e la bambola vestita da sposa sono tue.
L’abito è lo stesso che non voleva togliersi
il giorno del suo finto matrimonio,
quando la trovammo addormentata
sull’asfalto sporco di una strada.
Ma il colore della tua pelle, dei tuoi occhi, dei capelli,
tutto è diverso nel vento di questo mio paese.
E sai bene che ogni cosa che i miei occhi vedono,
ogni cosa che le mie dita toccano,
al di là di ogni distanza,
appartiene a lui.
La carezza del tessuto, i fili di ferro, i nervi,
e le matite, fogli di carta, polvere, cellule,
la guerra e il sole,
tutto ciò che vive nei minuti
liberi dalla prigionia degli orologi
appartiene a lui.
Tu lo hai capito, e per questo hai permesso
che la nave di Le Havre mi portasse via.

Continuerò a scriverti con i miei occhi.
Bacia la bambina.

daniela raimondiLA LETTERA

 

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massimo polello

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foglio bianco
non un segno né una parola
omettere il mittente e dimenticare la struttura
non è necessaria una risposta umana
il foglio all’interno è bianco
per tutte le colpe
per il diritto all’errore
perché imparare assomiglia all’amore
nella buca della posta
la lettera è sigillata, affrancata
giungerà a Speranza
un luogo impreciso, un vagabondaggio
un foglio bianco è un tesoro:
l’inizio di un uomo

alessia bronico

 

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birgit nass

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Ti scrivo per dare da bere alla tua memoria, per annaffiare l’albero che cresce nel tuo torace.
Nel viaggio in mare della vita adulta, ti prego, non perdere la ricchezza che custodisci dentro.
Io so che sapore avranno i suoi frutti, so come le sue radici arrivano fin dentro le tue ossa, so che il tuo busto e il suo tronco sono una cosa sola ormai.
Non smettere di curare il tuo giardino e non permettere che lo inquinino in nessun modo.
Così tanta gente lo lascia appassire, altri lo vendono in misere carte per edificare cementiferi uffici o bituminosi parcheggi…
Quando lo vedo alcune foglie cadono, come lacrime verdi.
L’albero che donerà il raccolto dei sogni che coltivi è inseparabile e inamovibile da te, siete un’unica cosa e vi nutrite a vicenda.
Allora crescilo e cresci tra i suoi rami!

Non diventare uno statico edificio grigio, non arrenderti alla superficie della vita.
Sicuramente le norme, i vincoli, le leggi seccheranno alcuni rami.
Inevitabilmente l’indifferenza, l’ignoranza, l’arrivismo feriranno il tuo corpo.
Certamente il luogo in cui sei è terreno duro e terso, ma ogni cosa di valore è difficile e faticosa, è la vita che chiede radici di tenacia e volontà.
Non lasciarti appassire, il nutrimento lo possiedi nel laborioso formicaio della tua anima.

Ricorda che il seme da cui sei germinato è l’amore per la creazione.
La creazione come prosperità della diversità, come collaborazione nell’ interdipendenza, è convivenza nella stanza di questo istante, grande come il mondo.
Tu vuoi parteciparvi, ricorda, tu vuoi manifestare e portare ovunque questa vita straripante.
Renderla riconoscibile, renderla abitabile, portarla a coscienza nella concretezza di edifici, di templi. Rimani coerente con la tua natura.

Coerenza e autocoscienza sono come i due poli magnetici.
Uniscono i pezzi del puzzle del nostro io in un disegno di autenticità, tutti i frammenti del nostro specchio, tutte le nostre personalità che ci abitano vengono appena accostate, rimangono impermanenti perché nulla resiste al cambiamento ma sono così vicine da non lasciare fessure.
Su un asse verticale,alza la tua vela, così che il vento delle possibilità, della contingenza, del destino ci possa trovare pronti e possa spingere la nostra nave quando soffierà.
Questo devi ricordati, questo è ’importante per navigare tutti i tuoi sogni.

michele anelli monti– LETTERA CHE RICEVERO’ DAL PASSATO ME STESSO

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kitty jun

 

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Così come fiorisce nella testa
l’erica alla memoria tua tenace
cresce questa missiva in ore e giorni
che in altro tempo è dato consegnarti.

I gesti i quadri i testi catturati
sembrano e non sono nella via
che percorremmo e forse percorriamo
in vicinanza attesa, ora distanti.

Enigma mi porgevi di parole
che non compresi all’ora del distacco
e che la tua pazienza ora m’insegna:
quieta sagacia è cura, mano tesa.

anna maria curci -LETTERA AD ANGELA
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yves leterme

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Cara Anna,

ti penso molto. Rileggo le nostre mail, i messaggi di anni ed anni. Ritrovo le poesie che ci siamo scambiate,  gli scritti sui temi   che tutte e due amavamo . Riconosco  i dubbi, i dolori, le differenze, le sintonie.
Ripercorro così le nostre vite, quelle dei figli,  le fatiche.  Ritrovo la comune  paura di morire per non lasciare soli chi amiamo.
Ci siamo ritrovate  sorelle nel profondo al  laboratorio di scrittura  con  Donatella e le altre.  Abbiamo  rivissuto ricordi, fatti della vita. Sedute intorno a quel tavolo quadrato, abbiamo pianto, riso, ci siamo consolate,   è stato uno scambio di amore e di comprensione, che ha sciolto nodi.
Ho immaginato che la mamma ti  sia venuta incontro e ti abbia guidata  là dove sei; aspetto un tuo segno,  ti porto con  me ogni giorno, mi mancano le tue parole.
Ti penso nella luce, in una luce cosmica universale. Se vedrò una farfalla o un piccolo uccello posarsi sulla magnolia di fronte a casa, ai bordi della valle,  penserò che sei tu, che sei venuta a salutarmi.

V.

vittoria ravagli – LETTERA ALLA SORELLA 

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abstract

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Cosa scriverti, cara amica che non conosco, se non cose che tu non conosci di me. Scrivere è questo cercare un luogo che provi a racchiudere fra il niente e la forma infinita un tempo luminoso da poter toccare nel medesimo istante.
Per quanta accuratezza e attenzione io metta, mai succederà che tu mi veda davvero.
Eppure, quanta forza hanno le parole, quante forme vestono, quanti desideri epifanie e tremori e vertigini e schianti possono.
Forse, la vera forma che ci appartiene è proprio questa inconsistente apertura, questo battito furioso che cerca, senza limite cerca.
Per questo il mio scrivere, così come il tuo, vive e si alimenta e cresce – per questo restare sospesi, per questo incandescente smarrimento che fa ogni cosa smisurata e presente, il senzatempo che diventa la forza maestosa del restare.

Mentre ti scrivo guardo dalla finestra. E’ dicembre, il cielo è pulito. Alle 9 di un sabato mattina tutto è lento. Fra un poco uscirò, passeggerò con svogliatezza, mi sentirò bene come solo all’aperto sento di stare.
Ma tutto questo non ha niente a che vedere con te e con me. Non pensi sia così anche per l’amore? Due mondi distinti, che non si incontrano mai.
Perché incontrarsi significa crearne un terzo, che dura la frazione del tempo che impiega la materia a toccare la luce, un unico colpo di reni, un fiato nel quale la memoria non ha nessun potere, né il tatto l’olfatto la vista, nessun senso che noi si conosca ha modo di esprimersi. Un potente scuotimento di tutto, un unico strappo che sembra fondere corpo a cielo.
Così ora mi preparo a uscire, non potrò sorriderti, bere un caffè con te, non potrò dirti del mio braccio rotto, di quanto mi manchi la montagna. E tu non potrai allo stesso modo raccontarmi di te.
E questo scriverti osa percorrere la parabola fra neve e nuvola, come provare a togliere quella nave dal fianco da cui partono flotte di guerrieri pronti ogni volta a invadere la nebbia.

iole toini-  LETTERA APERTA

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kitty sabatier

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Ci sono  attimi
come sassi ruvidi
senza armonia
senza piacere al tatto

Minuti
come sassi duri
che segnano  il viso
di lacrime pesanti.

Ore come sassi cercati
nel blu della neve
sublimi note  una sinfonia di luce.

Giorni
come sassi di stupore
nei solchi del calcare
imprevisto amore.

E in tutto c’è
un segno sottile
che  attraversa il tempo
i giorni della tua assenza.

Della tua non nascita.
Sorella.

elianda cazzorla – LETTERA SOTTO I SASSI

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massimo polello

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Davvero le parole, quelle vere, quelle capaci di tradurre l’anima in lettere sono da conquistarsi con fatica, strappandole all’involucro minerale che le ingloba come severo guardiano, drago senza fiamme, bestia di dolore, e non servono congegni artificiali né macchinari salottieri, no, devi usare le mani, spezzarti le unghie, procurarti lividi , spellare dita e cuore, grata per ogni scheggia di vero che riuscirai a fare emergere da queste macerie di anni passati per costruire fortezze e ponti levatoi, ad armarti di sorrisi e gentilezza, a nasconderti dal male, negli angoli più bui della tua anima, che nessuno possa trarti fuori, affinché tu possa continuare a sanguinare, ma in silenzio e cieca, poiché intuisci che gettare anche un solo sguardo alla ferita originaria potrebbe essere mortale, ed allora ti ritrai, sempre di più. Alla fine l’angolo buio che ti contiene non ci riesce più, impregnato di dolore ti espelle, con violenza, ti lascia nuda, e allora sei costretta, senza più riparo, ad affrontare la tua nudità, ad accudirla, ad amarla, a scriverne. Per questo mi sono decisa a scriverti, con la piena consapevolezza che sarà utile a me stessa prima che a te.
Padre, non potrò mai più inviarti questa lettera, sebbene la speranza di un mondo altro mi induce a pensare che tu,immerso in una serenità intangibile, già ne conosci il contenuto, avendola letta prima ancora che io la scrivessi, ora, in un’ età già tarda. Dei venti anni in cui ti ho avuto posso ricordare molte immagini, che fanno bene all’anima, per esempio la mia fierezza nel camminarti accanto, e l’oscura comprensione della tua eccessiva indole, da difendere da quella più compassata di tua moglie, mia madre, e la tua attenzione amorevole all’indigenza altrui, e, ancora, il tuo vestire da gentiluomo inglese di campagna, ti si addiceva, così simile a quanto risiedeva nel mio immaginario cosmopolita di bambina.
E i ricordi si accavallano, tutti dolcemente malinconici, perché e facile ricordare la tenerezza di un rapporto certamente d’amore, ma. Necessita scovare l’altro, l’altro ricordo, quello che, pur sembrando banale, si è imposto come unico sopra tutti, sufficiente nella sua piccola banalità a diventare il nocciolo attorno al quale si è costruita una vita intera, come accade per la perla che va accrescendosi, strato su strato attorno al granello di sabbia, ospite indesiderato, producendo bellezza laddove in origine era ferita. Nel mio caso si è formata una perla barocca, un monstrum, qualcosa che ha soffocato la vita stessa di quell’ostrica umana che sono io, che le ho offerto la casa minerale delle mie ossa, qualcosa che ha gettato radici ingombranti e fredde sulle vite che attorno sono andate crescendo, ignare. Un ricordo di inizio adolescenza è stato il mio granello di sabbia, padre, e tu non te ne sei nemmeno accorto!
Una partenza per le vacanze estive di noi donne della tua famiglia, la ricordo bene la stazione centrale di Milano, allora una sorta di caverna umida e buia, luce solo all’estremità, a ricordare che il mondo fuori comunque c’era! Un andirivieni di treni e di gente, poveri bagagli,  sudati, trasportati a spalla, bagagli trasportati dai facchini, allora così si chiamavano, non esisteva nemmeno la parola politically correct, ma solo polvere nera e untuosa dovunque, così da far avvertire fisicamente lo sporco, che andava depositandosi sul viso sui capelli sull’ansia sottile che mi pervadeva, sulla partenza verso una terra altra, di luce e di mare, benevola.
Una famiglia piccolo borghese la nostra, come tante altre, con pochi mezzi in più rispetto a quelli che avevano a disposizione gli operai delle fabbriche, quelli che tornavano a casa, riconoscibili sempre perché avevano come un marchio speciale, imbastarditi, non più siciliani o calabresi, non ancora milanesi, condannati nella terra di mezzo, che non sa più nutrire radici di alberi forti né far germinare nuovi speranzosi polloni .

Famiglia piccolo borghese, sì, dignitosa ed attenta al decoro quotidiano. Ti ricordi, padre, la cura nel vestire e nel parlare, a bassa voce, che non è il caso di far saper i fatti nostri a tutti, che è maleducazione. Decoro nell’uso del linguaggio, un italiano senza sbavature, che il dialetto lo si lascia agli altri, marchio di un vivere plebeo, come il panino con la mortadella o i contenitori di pastasciutta, in treno! In viaggio con un buon libro, che di riviste infime, tra Grand Hotel e Sogno, ne girano già troppe, ed i fotoromanzi sono la mia passione segreta e tentatrice, la mamma lo sa e censura! Il treno è in partenza, nel pozzo nero orizzontale che è il nostro binario iniziano i saluti, le raccomandazione le lacrime i baci i richiami dell’ultimo momento e la corsa patetica di chi sta arrivando or ora, trascinando bagagli e figli e moglie, e si sbraccia verso il capostazione, che pure l’ha visto, non serve correre…

La famiglia piccolo borghese che è la nostra ti vede, padre, baciare la guancia della mamma, senza troppi cerimoniosi contorni, con discrezione. Poi ti chini a baciare la figlia piccola, ancora bimba, e poi ti rivolge a me, la figlia maggiore, non ancora adulta non più bambina, e mi porgi la mano, una grande mano, come si fa tra le persone educate e perbene, ed il cuore di questa tua figlia non più bambina e non ancora adulta si crepa, una sola lunga crepa, e da quella volta per sempre.
Perché, padre, non mi hai abbracciata stretta? Perché mi hai sottratto quel nido di braccia, tu, il mio albero gigante? Tu che accoglievi con gentilezza uccellini persi e scoiattoli distratti, hai lasciato tua figlia sulla punta dei piedi a porgerti la guancia, pronta al solletico della barba mal fatta, non ancora pronta ad essere sola in un mondo che da allora è rimasto senza baci e senza abbracci , tranne quelli dell’amore, più tardi.
Chissà che tu non abbia visto con occhi preveggenti il mio futuro ritrarmi con impaccio, l’evitare i contatti d’affetto, la radicata e malata sensazione di una cosa da non farsi. Plebea anch’essa? Quando davvero mi hai lasciata sola, padre, e avevo appena iniziato a perdonare, hai visto nella tiepida nebbia che ti ha avvolto mentre ti allontanavi, le due figlie che sarebbero entrate nella mia vita senza te? Già i loro nomi li ho scelti con cura, sono belli, un saluto alla tenerezza ed alla gioia, certo, ma di abbracci non ne hanno avuti mai, se non quelli dell’accudimento, anche se il cuore spesso è sembrato spezzarsi per l’amore. Mentre il treno partiva, quel giorno di inizio estate, tutto era già scritto in quel rumore di ferraglia, nel fumo della locomotiva, nella mia mente, sterile, perché da allora il cuore si è occupato delle sue crepe dolorose, lasciando alla mente tutto quanto rimaneva. Ora è troppo tardi, solo mi trovo a sperare che perisca l’ostrica, in fretta, portando con sé le radici fredde che ne sono fuoriuscite.

Non te ne voglio, padre, che ancora mi pare d’essere per strada, con te che mi tieni per mano, mentre io sfido il mondo attorno, orgogliosa e fiera.

mariella gail– LETTERE AL PADRE

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christophe badani

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Fragoroso fruscio
l’ultima pagina
s’è adagiata sui secoli.
Ha inghiottito il cielo
il riverbero del lancinante strepito.
Abbiamo ballato la nostra follia
la nostra noia
digrignato la nostra felicità
champagne eccitato nello stomaco
barbagli nelle palpebre accecate.

Ma lui non ha rispettato il calendario
s’è fatto gioco dei nostri spartiacque.
S’è presentato un giorno di settembre
senza rumore
mentre ottusi di cibo
annegavamo in qualche vaniloquio televisivo
il nostro stordimento.

L’orrore è esploso ad un tratto
silenzioso
silenzioso
nel riverbero dei pixel
ha consumato la sua atrocità.
E come la mortale radiazione
senza rumore
ci ha marchiato in un attimo per sempre.

Senza rumore
lungo i lucenti cordoli
nervature d’una novella torre di babele
piccoli ragni senza filo
acrobati impazziti.
E il grido silenzioso dello spasimo
s’è confitto per sempre
sulla crosta dei più ignoti pianeti
e ha bruciato il fuoco delle stelle
nascoste nelle pieghe più lontane dell’universo.
Per favore tacete.

A questo orrore
solo un pianto s’addice
silenzioso.

rosanna gambarara- IL NUOVO MILLENNIO

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gisella biondani

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Ho il cuore freddo di zolla un dito di terra per scriverti ancora,
ti scriverò di alberi e rami nudi,
ti scriverò di un giovane fiore che poi muore,
ti scriverò della bellezza che abita il mondo,
del fiume d’acqua profondo,
dei mille catini di novembre,
dei miei anni raccolti insieme all’ombra ti scriverò
delle montagne,
della neve che regala l’inverno più duro,
ti scriverò del mio paese,
delle sere lungo gli argini.
Sì,
ti scriverò una lettera di cielo
con l’alfabeto delle nuvole,
con il fiato delle madri
quando chiamano i figli
sdraiati al sole nelle piazze lontane
attorno ai campanili, alle chiese d’estate.
Ti scriverò delle case orfane e buie,
dei cani abbandonati,
delle cene al tavolo con pane e aria
ché una mela la si fa bastare a noi.
Ti scriverò delle anime volate via
del loro lavoro nelle officine,
nelle fabbriche, nei cantieri di calce e sudore,
dei sacrifici, degli anni,
dei calendari
dove maggio sa di donne
che ridono dentro il mare a piedi nudi.
Ti scriverò dei miei teatri inventati
e dei finti viaggi in una stanza di pioggia,
di Parigi, della Senna e dei battelli
che non ho visto mai,
ti scriverò degli uccelli
dei loro disegni d’ali,
dell’Africa dove danzano le gru
le stelle e la luna blu.
Ti scriverò del figlio mio bello che sa di sud,
dell’orto mio, dei pomodori
e di quella fotografia di mio padre ragazzo.
Ti scriverò di John Berger, di Josef Sudek,
dei poeti Livio Rizzi, Gino Piva e Toni Zamengo,
di tutti i giusti che abitano la terra.
E ti scriverò dei bambini
della loro infanzia rubata,
dei loro giochi innocenti nei vicoli,
ti scriverò delle mie preghiere
dei cento alberi che ho abbracciato,
dei vecchi soli e senza dio,
del perdono, della compassione, della pietà che non abbiamo più,
e non ti scriverò delle mie lacrime di sabbia,
della mia spina dorsale che non mi ama,
del dolore che mi porto dentro
per il mio occhio perduto
e della rabbia
nel non saperti felice mai.

cristina finotto- LETTERA ALL’AMORE SOGNATO  

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brody neuenschwander

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Cara mamma,
fa molto freddo; un po’ come quando se ne è andato papà, ti ricordi? E abbiamo dovuto prendere dall’armadio i cappotti più pesanti che avevamo per poter sopportare il velo che ci scendeva sugli occhi, le sedie vuote, quella serra colma di piante verdi cosi mortificate dal gelo, le strisce di dolore e dei ricordi, la solitudine del marmo. Fra poco sarà Natale. Il pugnale che mi trapassa il cuore non ha lama, solo un filo d’acciaio affilato che lo fa sanguinare lentamente, goccia dopo goccia. Siamo in montagna e io ho dieci anni, tu indossi una camicetta rossa e un paio di pantaloni scuri, porti i capelli raccolti in una coda bassa, sulla fronte un foulard che li trattiene all’indietro. Come me. C’è sole e vento. La zia, serena ride di noi. Tu hai una profonda ruga fra gli occhi che ti imbroncia. Come me. In realtà si era felici ma per poco si aggrottava l’anima, si combatteva sempre qualcosa di invisibile. So che hai freddo adesso e vorrei tanto scaldarti, ma ti vedo sorridere, seduta accanto a papà e penso che sei arrivata ad un approdo sicuro. Non sono mai stata forte come te. Ora lo so. Volevo lo sapessi. Non abbiamo mai parlato abbastanza noi, così diverse eppure così simili. Ho sempre pensato fossi mia madre per sbaglio, che nel momento del mio ingresso su questa Terra tu fossi l’unica disponibile a mettermi al mondo e che tu ti fossi prestata per una certa combinazione di compassione e buon cuore, perché non sei stata capace di dire di no. So bene che non mi volevi. So anche però che quando mi hai vista la prima volta mi hai amata. Tu hai sempre amato i bambini, sei una di loro, una donna-bambina con poche risorse oltre ad una bellezza e una forza straordinarie. Hai avuto poco, hai lavorato fino a consumarti i nervi, hai cercato di essere felice. Io dal canto mio vorrei dirti che ricordo il tuo sorriso, la tua più bella cosa. Come il mio. Volevo dirti che so quanto difficile sia stata la solitudine, io malata di pertosse, noi due sole nella baita a fianco del margaro-scultore di zoccoli di legno, dietro l’albero di amarene, i monti cupi intorno, il latte appena munto, la mia guarigione, il tuo sostenermi sorridente. E le cioccolate, le uova al prosciutto, le tue scarpe dal tacco altissimo, i tuoi voli disperati, l’ombretto blu. Scusami se non sono stata abbastanza, perdona la mia percezione del tuo rifiuto, la vergogna che ho provato talvolta, i miei scatti d’ira e quella somiglianza fortissima con papà. Perdona quando non ho capito. Perdona me ed io perdono te. Vedrai, domani il freddo svanirà. So che papà è venuto a prenderti e che siete insieme adesso. Domani passo a salutarti e scusa se non vedrò gli abiti che indossi; ma li ho scelti io e sono bianchi, come volevi tu. Ciao mamma, sorridi.

Tua figlia

federica galetto- ASPETTANDO CHE NEVICHI 

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kitty sabatier

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Cara Big Raffy,

le pareti di questa casa hanno imparato a leggere il tuo sorriso ed è per questo che trovo il coraggio di scriverti questa lettera. La nostra parola preferita è sempre stata “domani”, quel concetto nel luogo su cui abbiamo costruito assieme una strada di sogno, scoprendo che esiste una maniera per studiare la speranza. Dacchè sei carezza nel vento e sale oltre il confine la vita ha un sapore più amaro ma è prezioso accorgersi come il legame tra le anime vada oltre la presenza fisica, il tempo, quella condizione di spazio e materia che chiamiamo realtà. Io ti sento, nonostante tutto, resti nel mio cuore la presenza più viva. Perdonami per non averti regalato un sorriso mentre il tuo orologio spegneva la lampadina. Perdonami per non averti abbracciata un’ultima volta. Perdonami per non averti detto fino in fondo chi ero, anche se tu lo sapevi perché sapevi tradurre il mio silenzio. Non saprei descrivere perfettamente il nostro rapporto. Quello che so è che eravamo amici e riuscivamo a sfamare la nostra solitudine anche solo con uno sguardo. Tutt’ora se mi ritrovo al buio basta pensarti per fare luce. Attraverso la medesima luce ho cercato di costruire un luogo completamente nostro nel quale possiamo continuare a viverci come un tempo. C’è ancora la nostra cucina profumata d’incenso e cannella, il nostro tè e il posacenere colmo di sigarette spente a metà. La nostra veranda con le piante, i fiori e le pietre agli angoli. Le barzellette nell’aria. Al centro un foglio su cui possiamo ancora raccontarci i desideri, scarabocchiare un’idea di felicità, tracciare possibili soluzioni, tradurre il dolore in allegria. Amica mia, in questa esistenza confusa, tra le crepe, eri per me un ordine. La mia guida, il mio confessionale. Ho paura di dimenticarti e regalo ogni notte una preghiera alla memoria per ricordarmi che eri, sei e resterai per sempre al primo posto. Ora, più di prima, grazie a te so che il regno delle piccole cose è dove guarda il sole ed è li che ognuno di noi può cominciare a tracciare la sua strada. Grazie è un grande termine pur essendo di sole sei lettere eppure non è abbastanza per ripagarti del miracolo che hai acceso in me. Mi hai dimostrato la ricchezza dei valori; primi fra tutti l’accoglienza e l’amore verso se stessi. Mi sono smarrito parecchie volte ma la tua magia e il tuo affetto mi hanno salvato senza lasciare che nessuna parte della mia essenza si perdesse tra le spine e i cocci. Questi ultimi nostri dodici mesi ci hanno visti lontani. Entrambi abbiamo dovuto affrontare il dolore, la paura, il peso degli errori ma siamo riusciti a creare una corazza e a dimostrare che il bene, quello vero vince ovunque e su tutti e tutto. Rincorrerò la mia felicità, in un modo o nell’altro farò della mia vita un’opera unica, questa per me e anche per te amica mia saprà sconfiggere il veleno del comune e continuerà a ripeterci che la vita è bella, che poterla vivere è il nostro unico vero regalo. In quelle ultime ore chiedevi di me e ripetevi che avresti voluto vedermi sereno e felice. Io sto partendo, non guarderò più indietro, questa è una promessa. Il sentimento è la nostra ricchezza e io non sarò mai povero.

Tuo P.

paolo amoruso– LETTERE ALL’AMICA

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massimo polello

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Le idee ti arrivano da grande distanza. Afferri un piccolo arnese, una invenzione dell’Ikea che chiude i sacchetti di plastica. E’ una specie di fibbia. Lo vuoi spezzare nel punto in cui si chiude. Le mani ti tremano nello sforzo. Chissà se agisci con intenzione. In un’altra vita saresti un tecnico, un assistente di laboratorio, forse un inventore. E io, che madre sarei stata in un’ altra vita. Una madre despota? Una madre pedante? Ti avrei lesinato il parmigiano mentre ora ti imbianco la pasta. Ti avrei spiato, in camera tua, tra noi sarebbe sceso il silenzio imbarazzato che si siede tra le mamme e i figli adolescenti. Sei un gigante ingovernabile e vorace. Pezzi di frittata cadono nella tua bocca come all’entrata di un forno. Finito, ne chiedi ancora. Le tue mani non ti appartengono, sono strumenti per battere. I colpi sul muro, sul tavolo che tu meni con espressione da giustiziere sono un residuo di pensiero, come lo sforzo di rompere, di lacerare. Cosa ti passa per la testa. Sono le sinapsi. E’ tutta colpa delle sinapsi. Nel tuo cervello loro non fanno il loro dovere. Quando hanno smesso di lavorare, le sinapsi. Perché uno scienziato, che io immagino inglese, in un laboratorio nel silenzio della campagna, guardato da miti conigli bianchi, non partorisce per me e per tutte le altre mamme un siero impensabile che ripristini i collegamenti, come l’elettricista che viene, si inginocchia sul pavimento e ricongiunge il filo dell’antenna. Un balsamo speciale, una specie di albume denso, che sia capace di infiltrarsi in ogni piega del tuo cervello, lo ricopra come una grande glassa bianca e tu ti risvegli sfebbrato, come da un brutto sogno. Ora è troppo tardi, immagino il tuo cervello come lo schermo delle televisione quando è scollegata e pullula di pallini grigi. Ma il tuo è uno schermo ancora più pallido ed ermetico.
Però ridi, con un ululato di gioia, mostri i denti quando ti chiedo: – Sei contento. Se sei in macchina il dondolamento diventa forsennato e ti fermi a un micron dal cruscotto.
In cucina mi guardi con l’occhio folle.
Usciamo. Andiamo a portare i soldi alla signora che mi pulisce la casa. Il tragitto dal portone alla piazza è lunghissimo, non ti sbrighi mai. Raccogli una carta di merendine, uno stecchino da denti, molti stecchi da spezzare. Hai l’unghia del pollice destro annerita per tutte le schifezze che torci. Basta un secondo e l’hai combinata. Sei dietro di me. Mi giro, hai le mani viola, anche sopra la bocca hai una macchia come una voglia di vino. Hai preso la fitolacca.
Lungo il bordo dell’aiuola del palazzo è cresciuta una grande fitolacca. So che è velenosa, però nelle foglie e nelle radici. Ti annuso il fiato, non l’hai ingerita. Ti salvi per un misterioso buon senso, però le tue esperienze le vuoi fare. L’olfatto è tra i tuoi sensi quasi quello principale, è la porta per capire un po’ il mondo.
Oggi che stai facendo la tua lezione di equitazione, ti rivedo quando stavi seduto sul marciapiede, sotto la casa della signora che eravamo venuti a trovare. Avevi trovato del materiale buono per te, fili d’erba e stecchi.
Ti avevo lavato le mani e la bocca con lo spazzolino dal babbo e il succo della fitolacca era andato via ma non del tutto. Nel bagno mentre ti tenevo forte il palmo ho visto sull’anulare una specie di ferita, in realtà una vescica tra i calli delle mani. Mi ricordo quando ti era venuta l’impetigine, il giradito. Le infezioni con te sono in agguato. Però sei sano fisicamente, sei forte.
Cerco di farti camminare al sole per l’assunzione di vitamina D, ti faccio bere il Cebion all’arancia che tu trangugi come una bibita.

cristina pelagalli LETTERE MAI SPEDITE

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brody neuschwander

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Venite stelle brillanti e lontane
– sogni di zucchero chiuso nel gelo –
e un po’ d’Azzurro prestami  – cielo
per raccontare i tramonti e le altane

Venite mari – Suonate campane
Indossa – terra  –  il tuo Rosso Vangelo
e il Bianco lieve dei fiori del melo
Venite lune sacre e profane

Venite in bilico su una zattera
Venite a piedi o volando – vi aspetto
in questa bettola vicina al mare

Perché stanotte scriverò una Lettera
– sentite come suona l’organetto  –
con dentro tutte le cose da amare.

adriana ferrariniAI MIEI FIGLI

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cinzia ruggieri

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a mio Padre

Nella piccionaia degli esuli
Nessuno vede i cumuli
Di neve azzurra
Nessuno vede i volti smossi
Come zolle di dolore
Né gli occhi senza fine
Di tanti eroi muti, immemori
Vinti nell’attesa di destini
Nati mai.

Nessuno sente il grumoso
Mio sentire la vita
E i giorni posarsi sul futuro
Come un mantello bruciato.

Solo tu Padre
Resti in me
Con il tuo dissipato amore.

Tu mi hai dato spazio, sole
E ingenuo errare.
In te mi dissolvo
Sterminato dolore.
Non c’è puro
Più puro di te.

donato di poce- LETTERA DA MILANO

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jorge portela

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Cara felicità,
qui si sta esagerando:
la gioia ti da troppa libertà.
Tu ne approfitti
lasci caterve di condomìni sfitti
in balìa dei disperati senza casa
Pensa a quando saranno cacciati.
Pensa all’infelicità che abita
ogni gioia privata del diritto di abitarla
Cara felicità,
diventa dispensatrice di gioia desublimata,
quella legittimata dal diritto alla casa!

leopoldo attico- LETTERA ALLA FELICITA’ da Siamo alle solite, Fermenti Editrice 2001

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timothy donaldson

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– Vorrei un paio di scarpe,
  di quelle che quando le calzi
  lievitano di una spanna dalla terra.
– E corrono via veloci
  senza fermarsi alle stazioni
  delle malinconie e delle delusioni,
  al tutto ciò sperato e mai realizzato.
– Ecco adesso sono fermo
  davanti al semaforo della vita.
– Mi hanno rubato
  il verde
  e l’arancione.
 -E le scarpe
  son radici.
 leonardo cazzorla – LE SCARPE CHE VORREI

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christophe badani

 

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Caro papà, cara mamma
se ho un desiderio
quando più non credevo d’averne
se ho un desiderio
che improvviso mi abbaglia la mente
e infiamma il cuore
quel desiderio siete Voi
ritrovarvi nell’ alba del passaggio
e rimettere le mie mani nelle vostre
nelle tue mamma così sapienti
nel mettere un punto dopo l’altro
nelle tue papà così tenaci nel costruire la vita
eppure così leggere e veloci
come ali di vento quando suonavi
se ho un desiderio
quando più non credevo di averne
è mettere i miei occhi nei vostri
e quando di nuovo insieme
i nostri cuori batteranno
fare palpitare le stelle

Madurai – India del Sud 14 Luglio 2017

 giovanna gentilini-  LETTERA DA MADURAI

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stephanie devaux

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Quando si giunge al culmine del gelo
lise ormai o cancellate le tinte
che fanno dell’autunno la stagione
migliore, mite e sontuosa nel declino
e prima, molto prima che le prime
gemme suggeriscano il putiferio irresistibile
il dolore
della primavera, e solo il calicanto
sollecita intenso immateriale
nel fioco del colore, nel fondo del profumo
l’altro aprirsi tra brina e neve, tra notte e
buio, allora quel fiore è come
qualche tua riga qualche tua
parola di quando in quando.

mauro sambiCALICANTO da Diario d’inverno,  Lietocolle  2015

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brody neuschwander

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Avete bisogno di voi stessi
non di me _disse il maestro_
e della libertà da ogni catena
attenti sempre alle mistificazioni
la critica vi assista
e v’impedisca di cadere in trappola
_a cominciare dagli assolutismi_
siate la vostra religione umana
sapendovi divini
esiste solo una sacralità: l’essere vivi
guardate il mondo e chi vi siede accanto
come sono realmente
rifiutate romantiche illusioni
prigioni fideistiche
e tutto ciò che ha reso
le masse rassegnate e ammaestrabili
svilite dal lavoro e da ozi insani
ignave e ignare d’essere pastura
ai poteri insaziabili
rifuggite da facili astrazioni
siate chi nasce e chi vi partorisce
amatevi davvero
non ci siete che voi a essere voi
e serve solo crescere sinceri
non pappagalli ammaestrati ad arte
fruitori di centri commerciali
passivi spettatori
frequentate la scuola che abbia un cuore
e che v’insegni a detestare
la parola di chi vi vuole proni
che vi conduca nuovamente a voi
nella bellezza e nel silenzio audace
l’univoca visione
che travalichi il corpo e che vi mostri
di cosa siete fatti veramente: quanti
particelle coese
santuari di luce

cristina bove – DOCENTI E DISCENTI

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birgit nass

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furente Era
Elena la più bella
sapiente Atena
tre possibile in una
non al supermercato

Epimeteo ha fallito, atteso alla scaltrezza
ora non vale
dare a Pandora l’origine del male

rifiuta il divieto del coperchio
e scopre Pandora il vaso:
bella curiosità le fa onore

sfida gli dei Prometeo e l’uomo è salvo…
ma il fegato, il suo fegato…
un sussurro all’orecchio: porta mio caro
indietro la destrezza

ti spintonano ti danno calci dappertutto
non stare in cuccia  
naviga ancora navigatrice stanca
e premi l’anca

maria lenti – FRUTTI DI STAGIONE

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stephanie devaux

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Come ogni anno puntualmente, quando arriva il Natale, bussano alla mia memoria “i ricordi che non ho”.
“I ricordi che non ho” sono vestiti con abiti da bambino che oggi non si vedono più : indossano corti abitini in mussola di lana, calzettoni alti fin sotto i ginocchi, scarponcini scuri con le stringhe; hanno i capelli raccolti in lunghe trecce che sfiorano il fondoschiena.
Sono tristi. Non sorridono mai. Hanno un’espressione imbronciata e cupa.
Non rispondono mai alle rare domande che ho posto loro negli anni ma io ne conosco i più profondi desideri; ad esempio so che vorrebbero tanto infilare le dita nel cioccolato al gianduia , dentro a quelle casette di plastica che poi, una volta vuote , si appendevano all’albero di Natale.
“I ricordi che non ho” sono silenziosi e antipatici. Si limitano a bussare alla memoria e poi stanno lì, ad aspettare che io apra. Non l’ho mai fatto e non lo farò nemmeno questa volta, però quest’anno, ho voglia di scrivere loro una letterina di Natale, come quelle piene di porporina dorata che ci facevano scrivere le maestre per i nostri genitori, quelle in cui dichiaravamo il nostro amore per loro e la promessa di essere più buoni e ubbidienti.

Cari ricordi che non ho, in occasione del Santo Natale voglio aprirvi il mio cuore e dirvi quanto mi siete mancati.
Mi sei mancata tu, carezza del padre e voi, ginocchia su cui accoccolarmi per ascoltare una fiaba o la semplice storia di una vostra giornata.
So bene che non eravate assenti per cattiveria ma per mille altre ragioni ,il lavoro, la stanchezza o l’abitudine a non esserci mai state nemmeno per lui quando era bambino.
Fattostà che voi siete fra i ricordi che non ho.
Mi sei mancata tu, voce di madre che la sera, raggomitolate nel lettone, mi legge storie da un bellissimo libro illustrato, come fa ora mia figlia con le sue bambine.
So bene che non eri assente per cattiveria, ma per altre mille ragioni, la troppo giovane età, la salute, la stanchezza.
Tu sei fra i ricordi che non ho, questè è il fatto sicuro.
Mi siete mancati voi due genitori seduti con me sul pavimento a giocare o a rotolarsi su un letto inventando mondi fantastici, come fanno ora il padre e la madre delle mie nipotine.
So bene che non eravate assenti per cattiveria ma per mille altre ragioni, perché i tempi erano diversi, perché la sera i bambini vanno a letto e i grandi parlano fra di loro, per le preoccupazioni.
Indiscutibile però è il fatto che voi siete fra i ricordi che non ho.
Mi sei mancata tu, sorellina minore, cresciuta presso gli zii del paese vicino.
Un tempo che doveva essere provvisorio è diventato una vita e io non ti ho vista crescere, non abbiamo giocato insieme, non ci siamo litigate i giocattoli, non ti ho abbracciata stretta quando piangevi.
So bene che eri assente per una serie di eventi sfavorevoli ma non sono mai riuscita a trovare una giustificazione valida e mai la troverò.
E tu sei fra i ricordi che non ho.
Se mi fermassi a pensare ne scaturirebbe un elenco così lungo che la sua lettura risulterebbe troppo noiosa, perciò mi fermo.
Perdonate se in questa festosa e magica atmosfera natalizia vi rimprovero di aver causato in me, nel corso degli anni, un certo fastidioso indurimento del cuore, perché questo provocano” i ricordi che non ho”, quali voi siete.
Col tempo però ho imparato a fare senza di voi, perché la mia vita si è riempita d’amore e di persone che mi hanno insegnato che “i ricordi che ho” colmano i vuoti e contano molto più di voi.
Perciò vi auguro Buon Natale con tutto il cuore e di non bussare più alla mia memoria negli anni futuri.

Ho spedito la letterina per e-mail e mi è ritornato questo messaggio:
Indirizzo non trovato
Il tuo messaggio non è stato recapitato aricordichenonho@gmail.com perché l’indirizzo risulta inesistente o non può ricevere email.

sara ferraglia –  I RICORDI CHE NON HO

ye-xin

 .
primo mercoledì del mese

Penso a noi.
Premo sulla maniglia ed esco dalla stanza. Mi rendo estranea, per osservare meglio, da fuori il nostro dentro, che si svela un interminabile labirinto di quelli creati facendo crescere pareti di siepi.
Ci incontriamo, a volte, a quegli incroci dove  la siepe non é poi così alta, dove ti vedo e tu cogli il mio sguardo, quando ci sfugge più di un sorriso e poi sfuggiamo anche noi, da noi stessi.
Mi incammino e mi rendo conto che il tuo cammino è diverso. Non ti vedo più. Non CI vedo più. Conosco di te l’odore, ma non ti riconosco. Ti conosco?

In questa stanza poi c’è una libreria, molti scaffali e ancora più libri. Quel libro con le pagine rilegate a mano, parla di te, è scritto in una lingua antica. Sono a conoscenza solo di alcune lettere, il resto, un mistero a me incomprensibile.
Io sono un libro di quella stessa libreria, ma di un altra sezione, altri sono i miei argomenti, diverse sono le mie parole.
A nessuno é svelato il segreto di quella stanza, dove i libri, tra loro più diversi, nelle notti più buie s’incontrano e diventano i  giardinieri del
labirinto: ne potano delle parti, ne piantano di nuove e ne sradicano di morte. Sono co-creatori del sotterraneo intrecciarsi di radici e del verde addensarsi.

Caro mio, questa porta alla quale sto, porta alla stanza che nasconde il mondo dove ci incontriamo, io e te.

milana mitrovic- LETTERA A TE E A ME- La stanza dei libri giardinieri

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massimo polello

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Sulle foglie verdi,  il sole
scrive lettere d’amore per la terra.
Quando sull’ultima delle foglie,
ormai scura,
il sole si è firmato
col suo nome di fuoco,
solo allora il vento
consegna  le lettere alla terra.
E lei le legge, le legge ancora
e le fa sue,
lei  le fa terra.

davide cortese

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benno aumann

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Spero ti sia giunta la mia lettera, quella che ti ho scritto più di due mesi fa e che mi preoccupai di spedire il giorno stesso, sottoponendomi all’umiliazione di stare in coda, per un tempo che non saprei quantificare esattamente, davanti allo sportello dell’ufficio postale preposto alle spedizioni delle lettere, e anche di alcuni pacchi, invero.
Mi auguro davvero tu l’abbia ricevuta, perché se fosse andata perduta o se fosse finita nelle mani della persona sbagliata, tutto si complicherebbe maledettamente.
Ma se ti fosse stata consegnata e tu non ti fossi preoccupato di rispondermi, non dovrei, forse, essere arrabbiato con te?
Perdinci: a pensarci bene, preferisco immaginare che quel giorno, il giorno in cui me ne stavo in coda davanti allo sportello dell’ufficio postale da dove partono le lettere e anche alcuni pacchi, quella dannata lettera sia finita per sbaglio in un distruggi documenti.
Ah, lo preferisco, eccome; anche perché non credo proprio ti avrebbe fatto piacere leggere quello che c’era scritto.
E non ti aspettare che te lo dica adesso, in questa nuova mia, che domani stesso spedirò, sebbene non dal medesimo ufficio postale, perché questa volta voglio essere certo che ti giunga e anche in breve tempo, e per farlo dovrò telefonare a tutti gli uffici postali di questa città dove vivo da quando ho deciso di viverci, e accertarmi che in almeno uno di essi non vi sia un dannato distruggi documenti.
Allora io domani, quando non saranno nemmeno le undici del mattino, o ancora meglio, nel pomeriggio tra l’una e le due, andrò a fare quello che devo fare, e lo farò anche a costo di strologarmi il cervello, una volta che avrò fatto tutto, a furia di pensare che tu l’avrai ricevuta, questa mia missiva, e come l’altra volta avrai deciso scientemente di non rispondermi, perché sei il solito sadico impenitente e come tutti i sadici non ami ricevere lettere né tantomeno rispondere a chi ti scrive, dimostrandosi eccessivo nell’amore e nello zelo.
Ciò detto, se per un malaugurato caso tu dovessi ricevere la mia lettera e altrettanto sciaguratamente decidere di rispondere, ti pregherei di avere nei miei riguardi la stessa premura che io ho avuto con te e di accertarti, una volta scelto l’ufficio postale cui affidare il tuo messaggio, che in quello non vi sia un pericoloso aggeggio che dentro ci metti i fogli e ne ricavi tanti filamenti.
Quando riceverò la tua risposta, saprò bene come comportarmi e le cose che a mia volta dovrò replicare perché una volta per tutte si chiarisca quel maledetto equivoco che ci ha portato a vivere in posti così distanti, con tutti questi uffici postali di mezzo e con tutti questi dubbi che ti vengono se decidi di fare una cosa che ormai non fa più nessuno.
Con immutata stima.
Osam Stachi

bartolomeo smaldone

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kitty sabatier

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Bei tempi, vero, mia cara amica Ventennenelsessantotto, quando si credeva ancora alla religione dell’uomo, quella che ci insegnavano a scuola, coi favolosi nomi di Umanesimo, Rinascimento, Illuminismo, quella che il Maestro all’università sintetizzava con una formula attribuita a Socrate: os anthropos, alla maniera dell’uomo, come a dire la migliore misura possibile per riflettere e creare. Quando si credeva ancora alla religione del futuro e del progresso – quel sol dell’avvenir guidato dalla scienza, dalla ragione, dalla libertà, dalla democrazia, dall’uguaglianza -, ma anche ci si apriva – quasi come una prima volta – alle emozioni, alla fantasia, all’inconscio, all’amicizia, alla sorellanza, alla libertà interiore, al libero amore, al sesso, all’arte. Contro l’autoritarismo – dentro e fuori di noi. Quando si pensava che le rivoluzioni sono, sì, orribilmente sanguinose ma necessarie portatrici di cambiamenti tanto epocali quanto progressisti, e che la Storia è tracciata su precise trame di cause ed effetti con uno sviluppo sicuro al meglio: anche la paura della Bomba Atomica era annullata dalla fiducia che alla fine avrebbe prevalso il Buonsenso. Neanche si ipotizzava l’attuale disastro ecologico; preoccupazione, sì, un po’ per l’aumento demografico mondiale – ma intanto avevano inventato la pillola che avrebbe risolto tutto. E noi pronte a far da cavie con dosi ormonali da disastro oncologico, ma troppo importante era la battaglia per il disincremento mondiale delle nascite e soprattutto per la nostra libertà di non restare incinte. Bei tempi, quando la politica era un dovere che piaceva, quando far parte di uno schieramento o un partito era militare per la giustizia e ci si sentiva tutti collettivi, partecipanti, attivi nell’interesse del ‘popolo’. Avremmo seguito Che Guevara in Bolivia se avessimo saputo come fare, se i viaggi fossero stati facili come adesso. Bei tempi, mia cara Quarantottina, quando si credeva in un qualche dio giustissimo, attentissimo, amorevolissimo, fuori da ogni canone istituzionale– anche dalle Scritture –, tutto sommato rivoluzionario anche lui; quando eravamo innamorate di Gesù-uomo – che poi un po’ ci somigliava al Che – e ci fascinava lo sguardo ulteriore del Budda. Certo c’era il rischio, sempre lì, forte, curioso di provare i nirvana sintetici che ci si proponevano da tutte le parti, a noi che eravamo rimaste ai film in bianco e nero americani dove quella roba lì si chiamava ‘stupefacenti’ e non sapevamo bene cosa fosse. Abbiamo detto di no più per obbedienza politica che per reale convinzione. E dopo, quando s’è capito, coi primi amici persi e morti e distrutti, dopo ci siamo sempre dette che avevamo avuto soprattutto fortuna. Erano tempi, tra l’altro, che non si temeva di morire, intanto perché da giovani non si muore mai per davvero e poi perché morire, lo si immaginava politico anche quello – con il Che oppure ingiustamente colpiti da una pallottola fascista o celerina, che era lo stesso per noi, oppure suicidi per non parlare sotto la tortura di nemici della rivoluzione – che poi si diventava degli eroi, come Nguien Van Troi (se ricordo bene: un ragazzo vietnamita con la benda sugli occhi e una pistola yankee puntata alla testa), un po’ meno come il ragazzo che si era bruciato vivo nella piazza di Praga (ci dispiaceva, ma nonostante la contestazione del capitalismo sovietico di stato, la Russia era sempre quella della Rivoluzione d’ottobre: Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung!). Bei tempi, sì, ricordo bene cara Sessantottina, quando ci raccontavamo gli innamoramenti ciechi, le speranze, i dolori, i sogni, gli incontri con ragazzi che sempre erano finalmente “quello giusto”, l’amore vero, il compagno perfetto (perché si continuava a sognare molto ‘rosa’ – matrimonio, non darla via troppo presto, fedeltà, disponibilità all’adorazione di lui –, nonostante le idee nuove); salvo poi scuotere la testa – “non aveva niente da dire”, magari perché non amava i film impegnati e non leggeva Il Capitale – o salvo lasciarlo bruscamente prima che potesse farlo lui, perché poi non si era molto sicure di noi, e soprattutto quando si soffriva per amore, altro che liberazione!: si stava da cani e in più ci si dava delle sceme. Ma subito eravamo pronte a ripartire alla perenne avventura: ah!, i sogni con Erika Jong delle “scopate senza cerniera”, che non ci saremmo mai azzardate, ma era bello pensarci! L’avventura vera era invece la ricerca di un uomo per la vita. D’altra parte questa era un’altra di quelle fedi cieche che ci avevano ficcato ben bene in testa fin da bambine. Sposarsi era un dovere: a 22 anni nubili, se non si era impegnate con gli studi, si era già zitelle. E se non si era già incinte, bisognava aver figli entro un anno o due dal matrimonio. Tutti i parenti a dire: ma perché le fate studiare?, sono donne, non ne hanno bisogno. Avevamo un bel da sentirci ‘emancipate’ (se, poi, lo si era targate UDI, la questione si riduceva davvero a poco: una generica dignità alla pari, faccende domestiche condivise, richiesta di asili nido e roba così), tanto più che i compagni maschi la intendevano, l’emancipazione, che dovevi dargliela appena te la chiedevano. Be’, di riffa o di raffa, abbiamo tenuto duro su alcune cosette, e poi siamo state le prime ad uscire da un destino di serve della gleba, con tanto di laurea e scelte personali. A quei tempi l’università era alla fine la conquista di tutta una famiglia, l’orgoglio di un cambiamento epocale, anche se poi ci guardavano con sospetto, pronti a beccarci se vanitose, con la puzza sotto il naso, sufficienti e robe così. E poi, e poi, carissima amica, c’era tutto il mondo che si cominciava a viaggiare, così grande che i viaggi mai sarebbero potuti finire, zaino in spalla, autostop, corriere, camminate. Pochi aerei, costavano troppo. Che si andava per agenzie e centri turistici a far su malloppi di opuscoli su cui sognare e progettare. Bei tempi, quando ci spostavamo per l’Italia con l’autostop e scappavamo di casa per una tregiorni in Francia o la marcia della pace di Danilo Dolci. Eh sì, erano i bei tempi che fiorivano le amicizie, quelle che potevano durare una vita o un secondo, ma erano ‘vere’ – la nostra dura ancora . Poche, sì, quelle che poi hanno davvero attraversano insieme matrimoni, figli, morti, distacchi e tradimenti. Quelle libere magicamente dall’invidia, dalla rivalità, che potrebbero confondersi con l’amore, se non fosse che l’amore è spesso egoista e geloso e antagonista e. Bei tempi, quando in un momento di disperazione per chissàcosa, ma pericolosa, ti arrivava un’amica senza averla chiamata, ti metteva sott’acqua la testa sbronza, distruggeva tutti i bigliettini suicidi sparsi per casa e ti metteva a letto, senza che tu niente ricordassi più il giorno dopo. Bei tempi quando ci ascoltavamo – convinte, euforiche– che ci sentivamo uniche speciali, che avremmo strabiliato il mondo in qualche modo. Quando tu scrivevi mediocri poesie e pensavi che t’avrebbero dato il nobel; e anche dopo, che hai continuato a scrivere e scrivere senza nessun riscontro positivo ma fedele alla figura che t’eri data come in un gioco di ruolo, fino a quando, adesso, poi, il gioco è finito.
Adesso che sei vecchia, come me e le altre nostre di quel tempo, adesso che non possiamo più attaccarci al biberon delle rassicuranti ideologie, adesso che ci manca tanto avere un quadretto sicuro in cui mettere la croce alle elezioni, adesso che il mondo sembra all’orlo del disastro e abbiamo paura di non potere evitare di esserci ancora quando comincerà la fine, adesso che stiamo scoprendo che il sapiens-sapiens non è il numero uno e che le piante sono molto più specializzate e adatte alla vita. Adesso che il mondo non è più da scoprire, che lo troviamo fin monotono e noioso, tutto già visto nei documentari alla tivu. Adesso che sappiamo di non avere fatto niente di eccezionale e di non avere più il tempo per rimediare. Adesso che gli uomini non ci guardano come un tempo, adesso che abbiamo capito che si muore davvero, che dopo i nostri tocca a noi, adesso. Adesso che non viaggiamo più perché abbiamo inderogabili impegni di cura, e acciacchi da tutte le parti e tante altre impedenze. Adesso che ci considerano alla pari praticamente dappertutto, salvo farci fuori o bruciarci vive se ci viene il grillo di voltarci dalla parte che non gli va bene. Adesso che si vive si ama si parla liberamente, si esiste come si vuole –tramite computer. Adesso che il sogno è finito. Finito finito. Era un sogno e non poteva andar bene. Si doveva arrivare alla vita. E la vita è proprio questa. Sembra, almeno. Forse no. Speriamo. Che dici?
Sai una cosa? Se non bello, però comunque tempo cruciale, cara amica Duemillina, anche questo che viviamo adesso. Breve per noi, meno male. Mediocre per la storia, di passaggio – o terminale. Be’ è un tempo che ci fa vedere senza occhiali coloranti. Magari, però, in 3D. Falsissimo ed emozionante. Siamo arrivate alla verità, credo. Magari quella delle fake news in rete. Be’ è ‘la verità’ anche sapere che quasi tutto è fasullo. Non è poco. Che la verità non esiste, poi, è una storia che abbiamo tirato fuori proprio noi della totalcontestazione.
L’altro giorno, quando ci siamo accompagnate al cinema, e non abbiamo pianto anche se il film era commovente, uscendo tu mi hai sfiorato il viso. Non so se per mettermi a posto il cappuccio o una rada ciocca di capelli. Mi sa che era proprio una carezza. Amorevolmente vergognosa, quasi di nascosto, di com-passione.

milena nicolini – LETTERA ALL’AMICA SESSANTOTTINA

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kitty sabatier

 

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Cos’è la libertà lo sa François
Taore, nome di Francia ma nero
del Burkina Faso, trent’anni,
oppositore braccato dal regime, e
via per non morire, via per il Mali,
il Niger, i morti per le strade,
il lasciapassare da comprare col corpo
e col denaro e la famiglia
ancora là e l’immenso inferno
del deserto, i criminali libici
delegati a massacrare e il mare
da passare, il barcone,
le grida nella notte,
ancora orrore.
François adesso è qua, l’asilo, la comunità,
attento a ogni parola da imparare,
ogni tanto sorride
piano, ringrazia d’esser qua, respira
futuro e libertà.
La libertà che ci hanno regalato i padri
tempo fa, ammazzati in montagna,
impiccati sulle strade, noi
li abbiamo ringraziati per un po’
poi li abbiamo seppelliti nel silenzio,
nell’ignoranza, murati nei discorsi
annoiati di circostanza.
Loro hanno fatto la loro parte, coraggio e
dignità, giustizia e libertà, noi
facciamo la nostra, vuoto
e viltà, ed è già quasi storia,
la nostra,
e sta tutta qua.

francesco sassetto – LETTERA A FRANCOIS (e agli italiani)

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ilse straeter

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Carissimo Dio,

Scusa l’intraprendenza, la sfacciataggine e l’irruenza con cui ho deciso di scriverti e le libertà che mi prenderò nelle prossime righe.
Dopo cinquant’anni di vita, di illusioni, slanci, depressioni, non posso fare a meno di aprirmi a te perché mi sento irrisolto, incompleto e solo tu forse puoi rispondere, se vorrai, a grumi di domande e riflessioni che si aggirano pesanti dentro il mio cuore.
Non nutro molte speranze che tu voglia rispondere proprio a me che non sono un “vip”, uno di quelli che annuncerebbe a reti unificate la tua risposta e la venderebbe per ori e allori, nemmeno un premio Nobel che ti potrebbe impegnare in un estenuante carteggio sul sesso degli angeli, ma un tuo figlio mediamente intelligente, mediamente istruito e, soprattutto, tiepidissimo di fede. Chissà quanti uomini e donne come me ti avranno già scritto nel segreto delle loro notti confidando in tuo segno. Non mi sperticherò quindi in un’inondazione di lodi anche perché penso che tu non abbia bisogno di sentirti adorato, né tanto meno in offese gratuite che non mi si addicono.

Vorrei capire chi sono, o meglio chi siamo: animali evoluti fino a questo stadio dalle muffe, tuoi figli prediletti o progenie di alieni sbarcati nella notte dei tempi su questo piccolo e insignificante pianeta?
Sono affascinato, innamorato perso dei miei simili. Resto estasiato davanti alle luci, alle ombre e alle forme di Caravaggio, alla materia viva dei suoi dipinti, di fronte a quei volti che mi guardano, m’insultano, m’implorano, mi chiedono monete o si offrono nei postriboli. Resto immobile in ascolto delle note di Vivaldi aspettando da un attimo all’altro che il calabrone panciuto della sua Estate ronzi sopra ai miei capelli. E poi osservo in devoto silenzio Paolo e Francesca che si materializzano davanti ai miei occhi e quel loro eterno bacio tremante, così profondo da restare impresso in ogni amore per ottocento anni.
Basta uscire per strada per trovare la magnificenza dentro agli sguardi anonimi da cui traluce l’anima, la bellezza delle pelli di mille colori, i tagli diversi degli occhi, le forme diverse delle mani che si intrecciano.
Ė proprio in questi momenti di massimo amore per la vita che cado in un profondo sconforto, in un abisso di domande senza risposte. Ci è stato affidato un pianeta meraviglioso e ricco che siamo riusciti a distruggere come fosse stata una discarica a cielo aperto dove bruciare e sversare ogni possibile veleno. Ci è stata data la libertà di amare, di vivere in pace e siamo riusciti a bestemmiarti continuamente con ogni tipo di violenza, di tortura, di cattiveria che nessun animale terrestre sarebbe capace di replicare.
Perché tutto questo? Da dove viene questa nostra innata capacità di distruggere ogni cosa, ogni affetto, ogni rivoluzione, ogni innocente? Sapremo liberarci finalmente da questi oceani di sangue e lacrime versate prima che un sipario di velluto nero scenda a decretare la fine della nostra storia umana?
Tu Dio sai quanto sono cocciuto e che cerco di non arrendermi a una lunga agonia quotidiana di brutture. Ti prego allora di darmi lo slancio per nuove battaglie con la stessa incoscienza di un merlo in calore che si tuffa fino a terra e, quando sembra inevitabile lo schianto, riesce a risalire spiumando all’impazzata, sempre più in alto dentro la caldera del sole.
Forse io non vedrò quest’utopia, ma almeno se tu mi dicessi che un giorno ci risveglieremo senza morti ammazzati, morirei più tranquillo, il più tardi possibile s’intende.

Ti invio queste mie poche righe sotto forma di Raccomandata con ricevuta di ritorno perché mi basterebbe anche solo che mi tornasse il tagliando giallo da lassù con uno scarabocchio. Sarei certo che tu mi abbia letto, comunque grazie lo stesso.

b.

bartolomeo bellanova– LETTERA A DIO

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benedict ferret

 

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Natale è sempre stato, nel mio tempo bambino, il tempo delle lettere…
ricordo la carta decorata con segni di festa, quelle righe segnate
e i pensieri posati per dare, anche in modo scontato, un segno di affetto. Oggi voglio scrivere a te un pensiero di amicizia,
guardare insieme con occhi buoni i difetti della vita,
le nostre piccole, inconsapevoli distrazioni che arrivano come spine nella vita degli altri
e aprono gocce di sangue rosso, e passi indietro nell’amore. Se fossimo di puro spirito saremmo perfetti, e sarebbe perfetto ogni gesto,
invece non vediamo il fiore che calpestiamo, il dolore della carezza che diventa graffio
e ritorna a noi con dolore moltiplicato, e sembra vana ogni giustificazione. Ho perso tanti amori che non hanno voluto ascoltare,
e di ogni gesto sbagliato hanno scritto la condanna
negando l’ascolto e la comprensione. Ma tu pensami amica, accogli questo senso di amore per te,
raccogli i miei sbagli e portali a me,
ti mostrerei le intenzioni perfette dei fallimenti,
andremmo oltre, in questa strada che ci rivela
la bellezza della ricomposizione.

mariangela ruggiu– LETTERA DI NATALE

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anne moore

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Dear Jane,
eccomi, una mail più circostanziata del solito perché devo e voglio raccontarti un po’ di cose ma, per cominciare, la confessione: non potrò venire a trovarti a Natale.
Niente tè  nel tuo livingroom, con il  gatto sulle ginocchia e niente curiosare nella libreria di Lamb Conduit Street, niente chiacchierate nei parchi  londinesi e  tra le sale della  nuova Tate e, con dispiacere, niente Christmas pudding, crackers  e coroncine di carta.
E’ una lunga storia o, se preferisci, una storia vecchia e comincia trenta anni fa quando, come sai, ho incontrato Amedeo. Quel che sai solo parzialmente, perché abbiamo sempre glissato sui dettagli parentali,  è che ho quasi completamente troncato i rapporti con la mia famiglia per causa sua.  Brutto da dire, sentire e scrivere, ma così è stato. Probabilmente c’era  già una certa aria di rifiuto nei miei confronti, dovuta ai miei trascorsi da fricchettona, ed è bastato che si materializzasse all’orizzonte un uomo non  assimilabile all’aria di famiglia, capello troppo riccio e nero, senza cravatta, per giunta insegnante, con trascorsi di militante extraparlamentare per scatenare commenti corrosivi tra i miei fratelli. Io mi illudevo, ma la sua posizione politica, i modi, l’atteggiamento, erano troppo per i nasi affilati e la voglia di money che li caratterizza da sempre.
Noi due abbiamo condotto la nostra quieta ed economica vita, optando per gite in montagna invece di crociere, invitando gli amici a casa, non al ristorante  e, in vacanza, frequentando bed & breakfast invece di hotel. E poi tanto lavoro, naturalmente, anche se non del tipo che  fa vivere nell’agio.
Dalla mia famiglia arrivano puntualmente gli auguri di Natale (mai belli come le tue Christmas card) vini d’annata e persino qualche invito a cena. Noi presenziamo raramente o decliniamo con scuse plausibili e nessuno si sorprende e insiste nel chiedere spiegazioni.
La scorsa settimana, ho incontrato  mia sorella e non mi ha neppure presentata alla persona a cui si accompagnava, un saluto affrettato e via.
Quanto a mia madre, ormai vive stabilmente  negli Stati Uniti  con il suo nuovo marito che ama giocare a golf e, siccome qui non potrebbe farlo quanto vorrebbe, torna in Italia da  sola,  per aprire la  villa di Rapallo,  ospitare vecchi amici e riversare sui suoi nipoti una pioggia di regali. Poi,  una puntata in città, altra casa e altre cene  e  via di nuovo. Mai una telefonata a me, mi passano casualmente i suoi saluti, non la incontro neppure.
Ho imparato ad indovinare il suo arrivo da segnali vaghi. Incontro mio fratello e lui si lascia scappare di una cena con la mamma, ah sì, arriva, non me l’aveva detto? Posso andare anch’io, perché no? Sarebbe la volta buona…ho un impegno? Che peccato!
Conclusione: non vedo  la mamma da tempo perché non le ho perdonato di avermi urlato: “Sposi un morto di fame”. Ha ricevuto un insulto e questo trentennale silenzio come risposta. Ho sposato l’ uomo che amavo, che mi apprezza (mi ha amata?) e mi ha offerto quel che aveva, come ho fatto io, del resto, e sono serena e appagata della mia sobria esistenza. Tu ci conosci da tanto tempo e sai cosa riempie la nostra vita: il lavoro, il nostro comune amore per la lettura, la politica, l’arte, non i figli.
Sorridiamo appena quando ce ne chiedono conto e cambiamo discorso.
Chissà come sarebbe stato dedicare del tempo a loro, essere responsabile di creature venute al mondo per nostra precisa volontà, costruire  relazioni più forti della conoscenza occasionale e persino dell’amicizia più profonda. Chissà.
Ma noi siamo una così bella coppia, dicono tutti.
E quanto abbiamo scherzato sulle noie che si portano dietro i bambini, ricordi? E gli adolescenti, poi, come dimenticare  l’accesa discussione che coinvolse tutti i presenti in quel pub vicino a casa tua!
Comunque, una sera di qualche mese fa, di fronte ad una apple pie (uso sempre la tua ricetta, grazie) alcuni nostri amici sono diventati più insistenti e hanno scoperto quello che cercavamo accuratamente di nascondere anche a noi stessi.
Ci siamo confezionati un guscio confortevole, mai disturbato dal capriccio dei bimbi semplicemente perché non abbiamo potuto averne e Amedeo era contrario all’adozione, e io, in controtendenza con i tempi, non ho mai voluto sottopormi a nessuna pratica di fecondazione assistita.
Così, con una discreta quota di tristezza, abbiamo lasciato fare alla natura che non ci ha voluti parents.
Vorrei essere capace di descriverti lo sgomento dei nostri amici, credevano che la nostra posizione fosse di principio, un rifiuto della funzione genitoriale  unita alla voglia di divertimento e libertà d’azione. Che sciocchezze! Ma davvero la gente crede a queste ragioni? Ne eravamo convinti anche noi, quando scherzavamo sulle malattie esantematiche, i compiti estivi e le recite scolastiche? Voglio sperare che fosse solo uno snobistico succedaneo di esperienze non consumate.
Adesso non vorrei aver scioccato anche te.  La verità è che io  preferirei mille volte i biberon ed i pannolini alle nostre stravaganti levatacce mattutine per raggiungere una certa località “prima delle dieci del mattino, così evitiamo le folle”.  Tanto meglio confondersi con la massa che visita i parchi natura, con animali veri e finti e l’angolo barbecue, le patatine fritte ed i fazzoletti dimenticati a casa, due lavatrici al giorno, gli apparecchi ai denti, gli orari della pallacanestro che non coincidono con i nostri, i colloqui con i professori, sempre di corsa.
Quando guardo le famiglie,  e sento le loro voci sovrapposte, invidio la segreta complicità che li unisce. Scruto le loro facce cercando segnali che confermino quanto sia privilegiata la mia posizione rispetto la loro,  mi racconto che va bene così, io ho Amedeo, il cinema, l’arte,  il mio lavoro. E deglutisco.
Certe volte evito di osservare le vetrine di abiti per bimbi, ultimamente non sbircio più nei passeggini per sorridere ai piccoli, mi fa troppo male.
Cosa significa tutto questo, come mai te lo racconto ora e  cosa centra col fatto di  non venire a trovarti? Dunque non vengo a trovarti perché la sterlina è la sterlina e una vacanza all’anno è quanto ci possiamo permettere, poi bisogna dedicare un po’ di tempo  alla madre anziana di Amedeo e c’è tanto da fare nell’associazione per i migranti a cui ci dedichiamo ma, soprattutto, voglio andare da mia madre, riallacciare il filo, sorprenderla.
Lei ha avuto  tre figli,  anch’io sono sua figlia,  non possiamo sprecare un’ opportunità.
Non stupirti se chiamo “opportunità” il fatto di essere figlia. Le nostre riflessioni di genere e le rivendicazioni della giovinezza poco sarebbero se non riconoscessimo il senso profondo degli affetti che ci legano agli altri. Se poi questi altri, a noi prossimi, non sono perfetti, come li vorremmo, possiamo ricorrere alla nostra maturità, alla nostra cultura e attingervi argomenti, conforto, esempi letterari a loro giustificazione.
Se mia madre non l’ha ancora capito, pazienza, le darò modo di abituarsi all’idea. Probabilmente non ha gli strumenti per elaborare il fallimento del nostro rapporto, io l’ho fatto. Non è più giovane, sembra imprigionata in un ruolo mondano che mostra più di una falla, a giudicare dalle mezze frasi che lasciano cadere i miei fratelli. Mi farò madre, se occorre, le presterò ascolto, le starò vicino, ho bisogno di farlo e sospetto di intercettare anche il suo desiderio inespresso.
Se mi sbagliassi, sarà valsa la pena di fare un tentativo, magari solo per non contorcermi nel rimorso per i giorni a venire.
Perciò Londra dovrà aspettare mentre io non posso più farlo, forgive me, dearest Jane.

Have a joyful Christmas.
Love

Anna

laura bertolotti – DEAR JANE

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eszter bornemisza

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Così le disegnavo da bambina
potrebbero essere foglie
di una foresta tropicale
con i leoni nascosti dietro
e lo stupore del doganiere Rousseau

nello spazio fra due caseggiati
è inverno teso ma esplode
questo mattino una similprimavera
alto è il cespuglio, danzano le foglie
l’aria è lavata e il vento lieve:
non sono rami ma brani dei miei ricordi –
un attimo, e l’aroma svanisce

marina raccanelli – QUANDO DA BAMBINA

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hiroyuki nakajima

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cara amica
oggi qui cielo viola di nuvole
vi salgo pensando a quel mio giorno
vi salgo per allenarmi
oggi cielo di nebula non vedo
nessuno intorno a te
che ti aiuti nel parto sei sola
sola con il tuo frutto e la mia voce
ti parlo come parlo all’abete
barbagli caldi dai rami
ti dico del tuo tempo largo di madre
del tetto che sarai incomparabile
ti dico del mio tempo rimasto minuscolo
oggi siamo messe alla prova
pochi attimi restano ancora
per nutrire i piccoli per lasciare parole poi
raccogliere i nostri vestiti farne brandelli
coprirci il capo gli occhi brancolare
cercando altre mani mani
che stringono porgono mani che carezzano
non più catenemani senza occhi e
pietre sui palmi contratti
ecco piange di vita il tuo neonato
ci unirà in stormi voli
indicibili per altri cieli
altro ossigenosangue verso il cuore
altro ricominciare

annamaria ferramosca

.

izumi shiratani

.

Un regalo di parole e di carta
per un amore più prezioso dell’oro
un regalo fatto di niente
per un amore che vale una vita.
Ma con la carta puoi fare due ali
che ci portino insieme lontano
con le parole una preghiera
agli dei degli innamorati.
Con la carta puoi fare un fuoco
per riscaldare la solitudine
con le parole farai un canto
per cullare il nostro sonno.
Con la carta faremo una barca
dove dormire sempre abbracciati
con le parole grideremo al mondo
l’amore che teniamo segreto

maribella piana – UN REGALO

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anne moore

.

Era pensando a voi che il presente andava, come su due ruote, per sterrati africani.
Io rincorrevo una gazzella, con le fauci aperte. Cercavo di spiccare quasi un volo,
cercando tracce di passato. Vi ho scelto antenate: siete voi l’anello mancante di costellazione,
intermittenza di una intelligenza amorosa, versata, dissipata, dalle vostre ferite.
…Credete a me! Vi ho riconosciute. Ora posso spazzare via ogni paura e trasformarla in passione.
Ora, dentro a una specie rara di sonno della ragione, posso sciogliere l’enigma di una lingua madre
di terrore e di ombre, di fatale attrazione. Siete voi la mia voce in gola, resilienza
all’infinita paralisi della dimenticanza, che con una strizzatina d’occhio muta
in un soffio d’alba, rivive nelle molte me, ultima vegliarda desiderante
a sperare il viaggio di Ulisse.
Nuova Penelope intuisco d’essere il mezzo, non il fine
di un viaggio antico e moderno, verso l’archè…

maria grazia palazzo – ALLE MIE AVE CON AMORE

.

kitty jun

.

Per te curo il tempo.
Per te, farfalla incompleta, ricamo
rammendi attorno all’inquieto destino.
Sobbalza l’azzurro di pietra in pietra,
sobbalza l’angelo inginocchiato davanti
al presepe sgualcito dal vento.
Per te scrivo il sole e quante le rose
ai monili, quanti i bagliori ad illuminare
i pianti a dirotto dove, vicino e altrove,
sempre più stretta ti tenevi.
Vorrei che fosse di neve la parola
che abbraccia e più rigoglioso il dono
di stelle amorose e comete.
E invece ha bruciato il suo tempo
la stella caduta sull’erba come l’infanzia
felice dal dolore bruscamente
interrotta.

donatella nardin– ALLA BIMBA CON TROPPA VITA ADDOSSO
.

eszter bornemisza

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Scrivimi.
Mandami un piccolo fuoco,
una striscia di cielo,
una schiera
di sillabe,
un itinerario veloce, matite,
i tuoi confini, una mappa.

Scrivimi.
Uno spartito di adagi
e silenzi,
il sapore di luce
delle parole,
la distanza di un gatto, il mare,
il perimetro dello sguardo.
Un assaggio, un graffio
di solitudine pungente
come la pioggia alla fermata degli autobus,
un calendario propizio, il fruscio
del vestito, una lampada,
un pettine, confondimi
in un labirinto di luci.

Vedi,
mi aggrappo ai dettagli, annaspo
in un’ansa di vuoto,
smarrisco dicembre, dimentico
i pomeriggi in città,
le finestre.
Ma tu rovescia il mio buio, affrettati
a esistere.

Scrivimi

paolo polvani -UN PICCOLO FUOCO  

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kitty sabatier
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A chi ho scritto questa lettera? Alle ragazze e ai ragazzi della seconda Elsinore, che ho portato in gita a Monterchi per ammirare l’affresco di Piero, conservato in una scuola elementare? Ai modaioli intellettuali che si sciacquano la bocca con parole come “grande bellezza”? La grande bellezza qua la grande bellezza là, tutta superficie niente paura…A me stesso che invece di paura ne ho sempre tanta e che penso che la bellezza sia una grande lotta quotidiana da cui si può uscire sconfitti e feriti, sempre più vivi però anche se si perdono i pezzi…a chi questi pezzi li sostiene e li fa di nuovo incollare col fiato anche rotto ma caldo, nel percorso camminato corso fermato insieme, mie Isidi, so io chi so io chi…

 

fa caldo, è andata, non potevo pretendere il cento per cento, qualcosa è passato, dai, qualcosa, una sottile radice, non potevo pretendere che ne fossero conquistati, una cosa così delicata, una cosa così silenziosa, sono abituati agli effetti speciali col botto, non potevo pretendere il cento per cento, ho sudato, ho sudato le sette camicie, ma no, non per farli scollegare, non per zittirli, non per dominarli, è che per un attimo ho perso la fede, è stato solo un attimo, ma in quell’attimo da fresco che ero mi sono ritrovato fradicio, il sudore, così, in un attimo, ho avuto fifa, mi tremavano le mani, la voce che ho alzato era rivolta a me stesso, cosa credete stupidini, ho perso la fede nella bellezza, ho perso la fede nel mio carattere, io che insegno ho percepito la mia sensibilità come risultato di un insegnamento superato, non era più un’attitudine naturale, non era più un istinto, mi avete fatto vedere l’affresco con i vostri occhi, ho visto la Madonna del Parto con i vostri occhi, ho visto che non era niente, una superficie con diverse macchie di colore, poteva essere Piero della Francesca, poteva essere la porta della toilette, poteva essere il muro di fronte a cui abbiamo pisciato, tutto la stessa cosa, mi avete fatto perdere la fede, l’avevo presa male e mi sono sentito precipitare, ma come, la Madonna del Parto, la Madonna del Parto in sé, non perché l’hanno detto i critici, non perché sta scritto, non perché è stato tramandato, pensavo che fosse oggettivamente così, che comunicasse la sua forza per quello che era, che la bellezza parlasse e parlasse a tutti, voi mi avete fatto vedere la parete illuminata, l’affresco staccato, un po’ d’azzurro, un po’ di marrone, volti dipinti, come tanti, ci sono rimasto molto male, come potevo rimanerci, in un istante ho versato litri di sudore, ho avuto paura, veramente, mi sembrava aveste ragione voi, non la signora che si lamentava perché vi spiegavo a voce troppo alta, non quelli venuti apposta per vedere il miracolo, ipocriti, il miracolo è nell’occhio di chi vede, già predisposti, già saputi, siete più onesti voi, voi, anche se vi odio per aver suonato quell’allarme, la vostra superficialità mi ha mostrato che l’opera di Piero è solo superficie, vi odio perché è stato inutile portarvi qui, per avermi dimostrato la relatività assoluta della percezione artistica, ma cosa ne capite voi, per tradurvi il concetto, era meglio se ci venivo da solo, ma no ,dai, mi è già passata, chiaro che ci credo ancora nella bellezza, alla scuola elementare avevo voglia di mettermi dalla vostra parte, di buttare all’aria tutto, di fare l’idiota, di mandare affanculo Piero e tutti i visitatori del mondo, ma nessuno deve saperlo, mi sono ripreso, è stato solo un brutto momento, lo stress, non il cento per cento, ma qualcosa è arrivato, una puntura, una leggera scossa, in modi che forse non conosco, avrei voglia di venire da voi , è meglio che sto in disparte, lontano, che faccia il prof insomma, vi rispondo con una mossa della testa, con un cenno della mano, con un sorriso

paolo gera – MA CHE BELLEZZA

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kitty sabatier

 

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A te, che fai parte dei vincenti, dei brillanti, degli arrivati. A te, che non hai colpa d’essere nato tra cornucopie stracolme, ma di volerle sempre più riempire sì, in una spirale tanto abisso da procurarti panico ed emicranie. Ti vedo, mentre reggi la noia del benessere in abitudini logore di appagamento senza attesa. Ti sento, lamentarti del di più ch’è poco. Hai dimenticato i doni immisurabili, non in vendita, non programmabili dalla tua macchina del privilegio. Hai perso la visione della felicità non contaminata. Esci, dalla tua casa surriscaldata in pieno inverno e guarda certe sagome, vive, sotto la pioggia. Sono tanti noi sradicati, si riparano con panni fradici sul capo e sandali d’estate ai piedi. Ma sorridono delle piccole cose, sono liberi, pur se dimenticati. Ti sfiora il dubbio che, per certi versi, siano migliori?

A te, che vivi circondato di premure, voltati e guarda quanti, i non amati, camminano in compagnia del buio. Forse aspettano giorni più lindi, speranzosi, o hanno rinunciato e stanno lontani dal nostro dorato mondo di successo. E tu, sai solo alimentare il fuoco di chi ha già il calore di tanti fiati. Cerchi chi è simile a te, protetto. Cerchi la sinergia che ti conservi in quello stato, autodifesa dalla discesa. A te, che vedi il mondo ben diviso in due: prevaricatori e deboli, buoni e cattivi, ricchi e straccioni, belli e brutti, eredi e diseredati.

A voi forti, auguro di restare in tanta grazia, nel bacio della sorte. E anche di accorgervi, ospitare chi è stato espulso, malgrado la bellezza d’anima, malauguratamente nascosta dai troppi abbagli, fra tanti qualcuno falso e misero. Felice cambiamento a tutti.

Una piccola voce

rita stanzione – LETTERA AI FORTUNATI DI OGNI SPECIE E GRADO 

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12 thoughts on “LETTERE & LETTERE – RACCOLTA CARTESENSIBILI Natale 2017

  1. Non ho letto tutti i testi, ma fra quelli che ho avuto modo, ne ho trovati di davvero belli, intensi, da rileggere. Grazie Ferni dei toui sempre originali auguri.

  2. Ci tengo a ricordare che questi sono solo una parte dei testi inviateci e tutti appariranno nella pubblicazione cartacea edita da Terra d’ulivi…speriamo presto anche se adesso ci sono le giornate di chiusura della tipografia.
    Grazie a te e agli altri autori autrici, che hanno risposto numerosi/e

  3. Grazie Cartesensibili per l’iniziativa e per l’inserimento della lettera…trovo molto bello che gli auguri natalizi siano rappresentati da messaggi sentiti.

  4. Letto alcune delle lettere e ritrovato emozioni, momenti, parole che uniscono e commuovono e ci accomunano. Grazie, Fernanda, per aver pensato questo progetto e per averlo realizzato così bene.

  5. Cara anima amica, ho letto cose belle, voli di pensiero e sentimenti profondi.
    è sempre entusiasmante ogni tua iniziativa e la cura assidua con cui la realizzi e segui.
    Grazie di cuore
    cri

  6. Vi ringrazio perché senza di voi questo viaggio tra noi sarebbe stato impossibile, è grazie all’essere voi in ogni vostro segno voce viva che le lettere riassumono un corpo che si presenta all’altro, si fa tattile e pregno di vita. Grazie profondamente
    ferni

  7. Finalmente la giusta calma per rileggere ogni riga con la stessa profondità con cui è stata scritta. Ferni qui ci vuole una festa gigante per incontrarsi tutti. Un qualcosa che ci faccia guardare negli occhi dire: ” Grazie Fernanda, se non ci avessi spinto a partecipare. Se tu non avessi letto scelto impaginato caricato testi e immagini, questo gioco non sarebbe stato possibile, la rosa canina non sarebbe sbocciata.” Grazie!

  8. Potremmo certamente farlo nel momento in cui il libro sarà stampato, potremmo anche portarlo a scuola, dove le lettere ormai non sono più d’uso, oppure…pensateci e poi rigiriamo anche all’editore questa possibilità e questo invito a trovarci. Intanto grazie e speriamo che cresca prosperosa, la rosa, e faccia da guardia a tutte quelle situazioni rabbiose in cui il nostro essere si avvizzisce e si ammala.

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