ISOLINA- Elianda Cazzorla: L’oro- 5° episodio

elianda cazzorla- biennale venezia 2013- shiota chiaru

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È lì sul tavolo da lavoro la pila dei fogli protocollo, raccolti, uno ad uno, dalle mani degli studenti.Isolina sa che tra qualche giorno la pila sul tavolo diventerà collina e la collina, montagna e la montagna si inneverà e ghiaccerà. E sarà il tempo dell’iceberg e del piccone. Dei dai e vai, del batti e ribatti, dell’inquietudine imbavagliata, dell’energia repressa per un solo obiettivo. Non ti muovere, resta là. Niente corse, né nuotate. Amici o conoscenti. Nulla. Questo è il tempo della correzione di settantadue compiti. E allora in silenzio davanti all’iceberg con la penna rossa e la disponibilità a comprendere le piccole anime in fila nelle calligrafie aperte e chiuse, in corsivo e in maiuscolo. Si inizia.

– Come maiuscolo! Non si può, quante volte lo devo ripetere.-

Isolina ha davanti a sé un testo nella scrittura vietata. Non sa quale legge l’abbia imposto. Ma non si può scrivere tutto maiuscolo, come va a finire con le minuscole? Non saranno più in grado di differenziare. Ecco il problema di sempre. Renderli capaci di costruire categorie. Più semplice: scatole in cui raccogliere concetti. Ma già Isolina contrariata davanti a quel compito inizia a divagare, ad afferrarsi ai pensieri alga e alle previsioni debilitanti.

– Perché, poniamo il caso – seguiamola nel suo ragionamento- che se per un compito ci vogliono venti minuti, per leggere, correggere e rileggere, per segnare punti, virgole inesistenti, verbi irregolari trasformati in regolari marziani, come visi al posto di vidi, per tagliare periodi vagone con l’infinità di e che legano frasi in fila, tutte sullo stesso piano: e sono stato dalla nonna e poi ho mangiato con lei e ho visto i miei cugini e abbiamo giocato assieme, ebbene, per fare tutto ciò in settantadue compiti, ci vogliono ventiquattro ore.

Ed è strapiombo, fin giù nell’iceberg, sotto, nell’acqua gelida.
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elianda cazzorla-  biennale venezia 2013- bambole morton bartlett 

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Isolina sa per esperienza, dopo la correzione del primo compito, che quelli non sono conti da fare, perché potrebbe essere tirata giù dai pensieri alga, avere sì la possibilità di estendere lo sguardo a tutta la prateria del fondo marino, ma sentire d’improvviso l’aria che manca. Sentirsi soffocare. In altri termini: se i compiti sono settantadue al mese e se ne fanno sei in un anno, diventano quattrocento quarantadue compiti, un numero da asfissia garantita.

Sursum corda, Isolina! Ti sei mai chiesta quante tazze lava Sabrina nel bar della scuola, in un anno? E quante camice stira la signora della lavanderia di fronte alla tua casa. Isolina continua con ritmo serrato, taglia i pensieri alga e procedi. Lo sai che al settimo giorno arriva la domanda fatidica dello studente in prima fila che chiede gentilmente:

– Prof, ha corretto i compiti? Come sono andati?

E il settimo giorno è dopodomani. Perché hai paura di una pila di compiti? Coraggio. Affronta e basta. Oggi è il giorno del Signore, non si dovrebbe lavorare, ma sono tanti gli insegnanti come te, che hanno tra i  denti la penna rossa e davanti un iceberg.

Prima però c’è da organizzare il campo. Allineare dieci barrette di cioccolata Kinder sul lato nord del tavolo; teiera, tazza e bollitore sul lato sinistro; sul destro, quaderno per le osservazioni con penna blu. Luce giusta: non eccessiva, per evitare fughe nel sole; né scarsa, per pericolo di cecità. Si ricomincia la lettura e la correzione.
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elianda cazzorla-  biennale venezia 2013- bambole morton bartlett

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La paura.

Quando ero piccolo avevo paura del buio. Pensavo che nel buio si nascondessero mostri o altre creature e proprio per questo motivo dormivo sempre con la luce accesa. Mi dava davvero fastidio non vedere niente e vedere tutto nero.

Ricordo che una volta, all’età di cinque anni mi svegliai nel bel mezzo della notte e intorno a me tutto era buio; ero pietrificato. Sentivo dei rumori venire da fuori della mia stanza e subito pensai che ci fossero dei ladri. Dopo circa cinque minuti, suonò l’allarme e subito balzai in piedi con il cuore che mi batteva a mille.

Il mio papà corse subito giù dalle scale a vedere cosa avesse provocato l’allarme e io mi misi sotto le coperte, aspettando che tutto finisse. Subito l’allarme cessò e lui venne a dirmi che a far scattare l’allarme erano stati solo degli insetti appoggiati sulla fotocellula. Così tornai a dormire, sempre con la luce accesa.

Non dimenticherò mai quella sensazione di svegliarsi all’improvviso nella notte e non riuscire a muoversi dalla paura.

Col tempo questa paura mi è passata e mi sono reso conto che il buio non nasconde niente e che invece può essere utile: di notte prima di dormire nascono i pensieri più profondi, ed è lì, con tutto quel silenzio e quella quiete che ti abbandoni ai tuoi pensieri ed entri nel mondo fantastico dei sogni. (T.D)
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elianda cazzorla-  biennale venezia 2013- bambole morton bartlett

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Il desiderio.

Tra i tanti desideri che ho, c’è n’è uno che coltivo dall’infanzia e costantemente accompagna le mie giornate: quello di poter conoscere mio padre, un papà che non ho mai incontrato. Mi dicono che fosse una persona fantastica, magica, piena di ambizioni e sogni. Un angelo camuffato da uomo. Lui è finito in un fosso prima che io nascessi, nell’intento di salvare il suo amico, ormai spacciato come lui, non si è accorto che l’acqua lo stava risucchiando a poco a poco. Claudio, questo era il suo nome, non era adatto a questo mondo, gli stava troppo stretto. Penso che l’infinito non gli bastasse. Mi dicono che gli somiglio, che ho i suoi stessi occhi, che sono ambiziosa, creativa e testarda tanto quanto lui. Non so che darei per poter verificare tutto ciò.

Mia madre ha da sempre cercato di colmare la mancanza, con la sua gentilezza, la sua disponibilità e il suo amore nei miei confronti. C’è riuscita il più delle volte. Ci sono però dei giorni in cui avrei bisogno di un padre con cui confidarmi, o semplicemente, stare in silenzio persi nell’abbraccio. (B.A.)
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La rabbia.

L’ho provata quel pomeriggio in terza elementare, quando le mie cosiddette amiche, decisero di spingermi contro le sbarre del cancello premendo con forza sia il mio viso che il mio corpo, sul ferro freddo e ruvido. Per scherzo. E dall’altra parte, a guardare la scena c’era lui, il cugino di una mia compagna di classe, fiero e vanitoso.

– Forza Anna! Dillo! Dillo!

Cantavano in coro le mie amiche con altri bambini, alcuni compagni di classe e altri sconosciuti. Tutti ripetevano la stessa frase in coro e io non sapevo cosa dire. Gli urlavo solo di lasciarmi andare.

– Non è divertente! -Urlavo.

Ma loro ridevano… tutti ridevano di me.

– Diglielo Anna! Diglielo che ti piace.-

Ripetevano voci sconosciute.

– Ammettilo!

Negavo. E intanto lui se ne stava lì, oltre le sbarre a godersi la scena compiaciuto. E il mio viso continuava ad essere premuto con più forza contro le sbarre del cancello.

Sentii una sensazione di bruciore allo stomaco e poi una scarica di forza nelle braccia. Mi difesi e loro mi dissero:

– Sei un mostro! (P.A)

 

E Isolina, continua al galoppo. Ormai i pensieri alga si sono dissolti.

Dopo ventiquattrore di segni rosso inchiostro, certi per incoraggiare, altri per marcare l’errore: esulta. Sì, sì! Esulta. Si solleva verso il cielo senza alzarsi sulle punte, leggera, come se il suo spirito fosse uno spirito eletto in ascensione metafisica. E fluttua. Quale lavoro le permetterebbe mai di conoscere l’umanità in modo così vero?  A volte, i suoi studenti tappano la bocca al Silenzio, con la Vivacità esagerata, ma in altre situazioni sanno essere luminosi e brillano come oro nel racconto delle loro esistenze.

(Continua)

Elianda Cazzorla

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4 Comments

  1. Incredibile Isolina sempre in lotta, battagliera, lancia/ penna in resta! E sempre candidamente stupita di fronte ai guazzabugli dell’esistere (scolastico, aggiungo, ma tra parentesi).

  2. Isolina vorrebbe essere battagliera, ma é figlia di Don Chisciotte: di fronte al reale le si spuntano le armi. Ed è sempre costretta a capovolgere le sue posizioni. Anche in questo caso: scopre quello che non pensava di trovare. Loro. L’oro.

  3. In fondo non è sempre così? Un cambio incontrovertibile di prospettive e linee, delle quali raramente conosciamo inizio e fine. Ringrazio, nel mio piccolo, che le mie abbiano intrecciato nel loro, il suo cammino. Perché in questo “io” di cui sono custode, le parti migliori e gli ingranaggi funzionanti li devo a persone come lei. Anche quando tutto sembra crollarci addosso, basta un semplice post trovato per caso in una notte più insonne delle altre e si (ri)scopre quello che non si pensava di trovare. L’oro.
    “…un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni…ed è finito.”

  4. Grazie! Il suo post mi lascia senza parole. Lo rileggeró e rileggeró per capire meglio quello che dietro si cela alle notti insonni piú insonni del solito. Un caro abbraccio.

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