Giovanna Gentilini: quando viene a mancare un amico. Ricordo di Pierluigi Cappello

osvaldo licini

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“….. quando qualcuno chiuderà
Il cancello dietro di noi, e ci guarderà partire.” 

 

Incredulità, smarrimento, abbandono sono stati le sensazioni che mi hanno folgorato la mattina del primo di Ottobre quando in una delle mie rare scorribande in facebook ho letto la notizia, postata da un’amica, della morte del poeta Pierluigi Cappello.
Quando, alcuni anni fa,Pierluigi Cappello era entrato nella mia vita ,aveva fugato tutte le ombre che mi facevano dubitare della capacità degli uomini di seguire le ragioni del cuore. Leggevo le sue poesie e mi sentivo letta. Il sue esistere mi rassicurava e mi confortava. Con queste poche righe desidero rendere omaggio a un poeta che ha saputo darsi integralmente alla poesia senza censure e nascondimenti.

Ho incontrato Pierluigi Cappello e la sua poesia per merito di Elia Malagò che lo presentò al Festival della letteratura di Mantova del 2012. In quell’occasione Pierluigi portava al pubblico del Festival la sua ultima produzione poetica “Mandate a dire all’imperatore” edita da Crocetti nel 2010. Fu un incontro magico per le emozioni intense, ancor più perché inaspettate,che le parole del poeta e di Elia Malagò seppero suscitare nei presenti. Ho ancora dentro di me la voce incrinata di Elia, le sue lacrime trattenute e la voce pacata, serena, piena di forza di Pierluigi Cappello. In quei momenti in cui i versi del poeta accordavano i nostri cuori, io toccai l’amore e la bellezza. Me ne tornai a casa tenendo tra le mani “Mandate a dire all’imperatore” convinta che quel giorno la vita mi aveva fatto un dono eccezionale. Da allora quella raccolta di versi, scritti su una carta appena ambrata, colore delle spighe lasciate essiccare al sole, con la dedica ”Mantova,  settembre 2012. Per Giovanna da Pierluigi Cappello” ha trovato casa  vicina al mio letto e spesso accompagna le mie letture notturne. C’è un’altra casa dentro me dove trovano ricovero e custodia le memorie degli affetti, dove vivono i luoghi e le persone, ed è in quelle stanze che risuona la voce del poeta ogni volta che rileggo le sue rime. Nel giugno di quest’anno sono partita per un lungo viaggio durato più di tre mesi che mi ha portato a percorrere l’ India da nord a sud e poi la Cina. Consapevole di dover intraprendere molti viaggi in aereo e di non poter appesantire i bagagli, ho messo in valigia alcuni fogli sparsi con le poesie di una cara amica, Maria Luisa Bompani, che non avevo avuto modo di leggere con la dovuta attenzione, e  la raccolta” Mandate a dire all’imperatore”. La mia giornate in India iniziavano presto, sveglia alle quattro e mezza del mattino, la sera il ritorno dopo le nove. Una notte di Luglio  mentre il corpo si abbandonava al riposo e la mente cercava di fare silenzio, posai lo sguardo sulla  mia mano destra: stava sfiorando con tenerezza la copertina del libro. Le dita accarezzavano la carta, quella carta, colore del pane, della quale sono fatti il libri di cui mi circondo e i fogli sui quali stendo i miei acquerelli. L’emozione che provai in quel momento suggerita da quel gesto spontaneo e inconsapevole mi riportò a un periodo della mia vita, di tantissimi anni fa, in cui, sposa diciassettenne, accolta dall’austera madre di mio marito, contrastavo la disperante nostalgia della mia famiglia circondandomi dei libri che mi ero portata dalla casa natale nella nuova casa straniera. Quei testi furono gli amici più premurosi e rassicuranti in quegli anni  così difficili e ancor oggi i miei libri sono la mia casa.  Quella notte di Luglio in India scrissi la poesia “Colore del pane” e la dedicai a Pierluigi Cappello.

Colore del pane 

rallenta/ il pensiero
guardo la mia mano
accarezza la carta
colore del pane
che come il pane nutre
nel fiorire del verso
.
sto dentro a questi fogli
nel cuore del poeta
le mie mani nelle sue
ad occhi chiusi
incontriamo
la vita che si svela
nel suono del dire

luglio 2017  – dedicata a Pierluigi Cappello

La vita che si svela, la gioia e la passione con cui la si accoglie, la incontrai negli occhi di Pierluigi, in quel giorno di Settembre del 2012, prima ancora che nella sua poesia. La riscoprii piano piano, verso dopo verso nelle sue rime. Lui, che dal destino non era stato certo baciato,la raccoglieva a piene mani dentro di sè e la restituiva ai luoghi e alle persone che amava, che attraversavano e avevano attraversato la sua giovane vita: Chiusaforte, il paese in cui aveva trascorso la sua infanzia; il padre, nella sua cerata verde; Bruno, il vincitore; la  pioggia, luccicante sorella; Gina che cantava a voce alta alla messa di Natale; Alfredo, l’artigliere; Umberto morto, all’età di vent’un anni, nell’ospedale da campo n.0103 il 27 maggio 1918…..

La vita e il suo saperla vivere e scoprire, con la meraviglia di un bambino, in tutto quello che gli stava intorno, anche  nei sassi,la ritroviamo intatta nella poesia “ Nel mese di maggio”- “( …….)  Forse daremo un nome a questa luce sugli occhi,/ alla rondine scolpita dall’aria quando passa,/ all’ombra durata un battito sulle nostre mani;/ forse saremo infanzia e chiuderemo il pericolo/ nel nome del pericolo e allontaneremo le nostre spalle/ dalla città abbagliata e splenderanno amate dal caso/ e dal vento le nostre impronte quando qualcuno chiuderà/ il cancello dietro di noi, e ci guarderà partire”. Un  messaggio di speranza lasciato a coloro che si imbatteranno nelle impronte di un sé che è anche un noi.

Giovanna Gentilini

 .

osvaldo licini

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Da Mandate a dire all’imperatore, poesie di Pierluigi Cappello

La neve che sei stato
Chiusaforte è le tue mani rovinate,
le sue case in fila lungo la strada che conduce al nord
e le pietre e gli azzurri, sottilissimi dopo che è nevicato
Chiusaforte è tutti i ritorni che mi allontanano
mentre nevica il tempo sulla neve che sei stato
sui passi contati e poi coperti dal bianco
e c’è un piangere nascosto nel celeste
nelle pigne ai piedi degli alberi
nel silenzio che sgretola gli animi e qualche volta
ci spinge in alto, in alto
dove ci sono parole che erano sassi
dette di punto in bianco, nel freddo
lasciate alla confidenza delle nuvole;

ho fatto un buon tratto di strada , ormai,
e sono stato tuo figlio e sono stato tuo padre
e conosco i gesti che non si spezzano davanti al dolore
l’incandescenza dell’istante che li ha generati
la tua mano sulla mia fronte
il palmo della mia sul dorso della tua
che non so come, non so dove
mi portano ancora con te.

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I vostri nomi

Ieri sono passato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassù
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.

Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’anti-
lope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo più alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfre-
do, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.

E adesso non è troppo dire
quante poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi quando viene
tutto il possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà,anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.

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osvaldo licini

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Ombre

Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli alberi, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno
l’ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l’Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli,
nei gesti di uno stare fermo nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho bisogno di raggiungere i miei morti,
dove sono le cose che non vedo, quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno
e di là dalle montagne azzurrine,di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore di cipolle e e di industria pesante premeva,
la parte di un’Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffiato alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose con-
vocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra
si raduna nei miei occhi
da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l’ombra dall’ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l’altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all’alto, seguendo una salita.

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osvaldo licini

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Mi specchio

Con te prendo la sinistra per destra
E la carezza, dio, com’è leggera,
come l’estro dei cirri di stasera
o il verso di un arcade alla finestra.

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A Umberto M. 1897 – 1918

Un futuro perduto si salvava dentro gli occhi
da dove era stato raccolto quanto scrivevano,
c’erano i prati da ricordare,le bestie da governare
la casa lasciata a metà da tirare su. Alte
sui loro vent’anni e incomprensibili
come il freddo delle stelle nella notte
le cianfrusaglie dei poeti laureati:
“ fulgido esempio” “ sublime olocausto” “ eroiche truppe”:
Li vedo addossati l’uno all’altro nella terra scavata
lo sguardo dei conigli inseguiti
avvicinare i palmi come per una preghiera
ed alitarvi dentro, il vapore sfuggito fra le dita
nel cielo dell’inverno. Anche queste parole
sono poco più di un bioccolo che sale e subito si disperde
e riconducono a loro sfocate e intermittenti,
pesci sotto un fiume gelato. Stavano sempre bene
nelle lettere alle madri, Umberto e la sua grammatica
impacciata induce a tenerezza, “ come spero di voi “
aggiungevate ogni volta, alzandovi in un supremo, goffo
atto d’amore.

.

Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio
e non c’è più posto per le parole
e a poco a poco ci si raddensa una dolcezza intorno
come una perla intorno al singolo grano di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo un nome amato
per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato.

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osvaldo licini

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Piove

Piove, e se piovesse per sempre
sarebbe questa tua carezza lunga
che si ferma sul petto, le tempie;
eccoci, luccicante sorella,
nel cerchio del tempo buono, nell’ora indovinata
stiamo noi, due sguardi versati in un corpo,
uno stare senza dimora
che ci fa intangibili, sottili come un sentiero di matita
da me a te né dopo né dove, amore, nello scorrere
quando mi dici guardami bene, guarda:
l’albero è capovolto, la radici è nell’aria.

.

Risveglio

Ci si risveglia un giorno e le cose sembrano le stesse
mentre invece dietro a noi si è aperto un vuoto
dopo che tutto è stato fatto per trattenere la vita
in mezzo a un panorama di pietre sparse e di tegole rotte.
Allora uno mette il dentifricio sullo spazzolino
mescola lo zucchero al caffè
con l’attenzione che aveva da scolaro
quando ritagliava dalla carta
file di bambini che si tengono per mano,
piccoli pesci che baciano l’aria.

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Nel mese di maggio

Dal mio giardino si vedono così e non si possono spiegare
l’accordo dell’azzurro rarefatto e quello del verde
che sale e si fa spazio in certe mattine di maggio
quando il calore viene sulle braccia scoperte
e tocca il tendine d’azzurro e il tendine di verde
che credevamo spenti, nella nostra testa di oggi,
tanti anni fa. In mattine così, la terra si piega
e si anima in cose inanimate come i sassi
nel brulichio nascosto dalle foglie, nel nostro
esserci muti e felici di non avere un nome.

Forse daremo un nome a questa luce sugli occhi,
alla rondine scolpita dall’aria mentre passa,
all’ombra durata un attimo sulle nostre mani;
forse saremo infanzia e chiuderemo il pericolo
nel nome del pericolo e allontaneremo le nostre spalle
dalla città abbagliata e splenderanno amate dal caso
e dal vento le nostre impronte quando qualcuno chiuderà
il cancello dietro di noi, e ci guarderà partire.

.

osvaldo licini

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2 Comments

  1. Mi commuove, anche se lo so da tanto tempo, che la poesia possa tanto congiungere anche chi non si conosce, se riesce ad unire in quell’unico essere che siamo tutti i più diversi soggetti dell’esistere. Sincera, profonda, la partecipazione di Giovanna alla vita nei versi di questo poeta, sincero e profondo il dolore per la sua morte: è un altro canto, umanissimo, che si affianca al canto di Pierluigi Cappello. Fosse anche solo Giovanna a provare queste cose, basterebbe per dare alla poesia di Cappello un segno di altitudine non comune. Grazie, Giovanna.

  2. Ti ringrazio dell’attenzione che hai voluto dare al mio ricordo di Pierluigi Cappello. Nella sua poesia ho trovato quello che fa si che l’opera di un artista non sia solo sua ma anche di tutti coloro che ne fruiscono e che la rende sempre attuale in ogni luogo e in ogni tempo : parlare al cuore e alla mente dell’altro/altra in una sorta di svelamento dell’esserci. Ma lo dicono meglio le stesse parole di Pierluigi “…. la parola si fa soglia, è soglia e quando si fa cosa scritta diventa porta da cui guardare il mondo, la realtà, una porta che della realtà ti svela quello che non si vede quando si vede. In realtà sono persuaso che chi scrive versi sia in sintonia con chi legge. La poesia è preziosa per coloro che leggono quando la leggono, in quanto mobilitano tutto se stessi, le loro conoscenze e la le loro esperienze di vita, per interpretare dei versi crescono con colui che li fa crescere leggendoli. Allora la poesia torna azione, in un processo infinto di nascite in chi la legge”. Buon Natale!
    Giovanna

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