NOTE DI LETTURA FLASH – Alessia Bronico: inedito… Paolo Veronese

norma bessouet

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La poesia di Paolo Veronese è delicata, tenui sono le sue parole, musica leggera con echi del passato ma mai anacronistica. È un mondo di bambini e ragnatele, di ombre e forme riconoscibili, di ossimori familiari a tutti, come la vita e la morte. C’è equilibrio, e da questo equilibrio mi sono sentita cullata, calmata in una mattina inquieta. Nessuna rassegnazione in questi versi, è una poesia che guarda in maniera lucida all’interno delle cose e offre al lettore uno spazio in cui ritrovarsi: sia esso un luna-park o il cosmo intero.

Alessia Bronico

 

 

Sottile consumazione di una sigaretta
lasciata nella cenere a farsi cenere
abbandonando nel suo odore

il respiro ignoto di chi la fumò poc’anzi;
qui consumo un altro me stesso, l’inatteso
su carte ingiallite e screpolate dal sole,

in una luce di polvere sudore e cenere.
Un altro me, qui siede, inatteso me
qui ti scrive, forse migliore

di quanto segni la mia ombra, col sapore
di tabacco e di caffè, infilzato nell’imperscrutabile
traccia della penna.

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L’uso della ragnatela è regola e gioco
vita e morte in un filo biunivoco legate al telaio
cieche vittime, microscopici
pezzi degli scacchi.

Quale perfezione muove l’aracnide, poi?
Soffia via il vento la bava morbida,
e ricuce l’uno

Che precisione muove l’insetto
a divenire la nota di spartito,
e ricuce l’altro

I fili delle vite e delle morti, la legge oscura
l’indecifrabile movente. Chi?

L’uso della ragnatela è l’essere invisibile,
e solo la sbadataggine di infilarvi il naso
o la pioggia che ne imperla i cardini

rivelano a noi la sottile struttura
del cosmo.

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norma bessouet

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Sedimenti-sentimenti

Ho un cuore di ruggine e nella ruggine i primi buchi
che come orbite assenti di teschi insabbiati

Guardano le ignote e le note cose
come se le ombre parlassero.

Una dice:
L’amore accende, dalla valvola il gas
monta in fiamma uccide
l’intorno, cuoce, brucia sinché è nero
carbonio e fumo, ogni nome sfila
su per il camino, s’oblia

si fa silenzio.

Quell’altra:
Solo la morte è vera, non ti curare
di un chiodo nel petto, di una corona
di spine, o i lauri caduchi
che segneranno la fronte con rughe millenarie.
È spenta la voce, eppure grida
un nome nel ventre

del vento.
Non so se
ancora le ombre parlino, mi pare d’aver ascoltato
un piagnucolio ancora, discosto, bambino.

Ho letto solo favole e vangelo, ho udito
la canzone interiore alle cose.

Nemmeno so dirti
come nasce l’accordo in seno
a parole e senso.

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norma bessouet

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Canto di una giostra che gira senza più bambini

I.

Io ricordo, sì, io mi ricordo…ma che importa – le scorderò a breve
la febbre e la follia percorse in questo scrigno di colori,
le risa le voci le mani e le pupille ansiose –
cos’erano dopotutto, fra fragili lampadine e un po’ di stucco.

Nudo, quel ferro stretto da mani piccine
nell’ebrietà sciolta in piccole grida e grandi occhi;
un cavallino ormai senza più nome: e sospetto
che non sia e non sarà più ‘cavallo’, né ‘bianco’, né ‘celere’.
Non abbiamo oggi definizioni per queste cose,
le parole si sbriciolano non appena dette. Cavallo bianco celere.

Come altalene che dondolano al vento, raschiate da sabbia litoranea,
atte in un moto del tutto inutile o misterioso, regolare e percettibile
i sedili sono vuoti di un vuoto presente. Vuoti e circuitati:
non abbiamo che la remota inerzia di un motore immobile.

II.

Guardate, orsù, oltre il vetro è dipinto un pagliaccio,
e fra poco non sapremo dare senso al suo sorriso.
La nitida forma del vuoto, della plastica penetra pian piano retine avvezze,
avvolte nell’oblio come a una nebbia che cancella le figure,
sottili marionette di un teatro delle ombre.

Dormienti un sonno vigile, inventeremo la follia di un altro secolo,
si dipingeranno i caratteri di un altro imperatore Figlio-del-Cielo,
in una lingua ignota a noi. La nostra non avrà più ‘fanciulli’, o ‘strepitio’,
e in questa perfezione svanirà, senza rumore,
come sorse un dì alla corte di Federico lo svevo
(colà, nel buio, dei bambini cercavano una lingua che mancava).

La città è vuota, i luna-park singhiozzano nella ferraglia.
Non un pianto avverrà. Pianger per cosa, non sapremmo dire:
l’abbiamo lasciata, la fanciullezza, la ruota gira senza più sorrisi,
senza più labbra, senza più voce, strascicando nella ruggine il cigolio
di una lingua misconosciuta.

Scontiamo la pena di un’insondabile perfezione.

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Paolo Veronese nato a Winterthur in Svizzera, circa nell’ultimo quarto del secolo Ventesimo. Scrive, briga e opera a Maderno, sul lago di Garda. Vive in una torre (eburnea) tappezzata da libri. Ogni venerdì porta un fiore bianco al mausoleo di D’Annunzio.

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