Sulla poesia dialettale umbra- Introduzione alla raccolta a cura di Francesco Piga

paesaggi dell’umbria- il topino nei pressi di nocera umbra

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«Intra Tupino e l’acqua che discende / del colle eletto dal beato
Ubaldo, / fertile costa d’alto monte pende, / onde Perugia sente
freddo e caldo / da Porta Sole; e di rietro le piange / per grave
giogo Nocera con Gualdo»
Dante, Paradiso, XI.

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La poesia dialettale umbra deriva da una situazione linguistica con caratteristiche che sono anzitutto determinate dalle divisioni territoriali, davvero numerose in una regione così poco estesa. Già i versi di Dante, nell’indicare la posizione di Assisi, evidenziano le nette separazioni tra la città di Perugia e quelle di Gualdo Tadino e Nocera Umbra, su versanti opposti dei fiumi Tevere e Chiascio e del massiccio montagnoso del Subasio. Le diverse configurazioni geografiche, con il predominio di montagne e colline, conche e valli, pongono limiti e confini naturali, e fanno sì che ogni singolo territorio abbia una fisionomia particolare, con proprie componenti linguistiche. Ciò implica la presenza di una numerosa fascia di isoglosse con elementi linguistici molto diversificati, in culture isolate e diverse, che nella fonetica si conservano meglio, mentre il lessico si corrode più facilmente, o rimane presente nelle espressioni del linguaggio legato alle attività lavorative. E benché oggi la situazione sia diversa, dopo i vari mutamenti sociali (per esempio il processo di deruralizzazione con il conseguente inurbamento,
e l’incremento negli anni Sessanta di strade e ferrovie), per capire lo sviluppo della poesia dialettale è necessario tener conto degli aspetti locali dei singoli territori e delle influenze che hanno subito attraverso le vicende storiche. Come la morfologia territoriale anche gli avvenimenti storici infatti hanno contribuito a dividere la regione, rendendola atipica e con una situazione linguistica assai complessa. Nell’ode barbara “Alle fonti del Clitumno”, Carducci si rivolge al fiume “sacro” perché canti la storia di tre imperi, degli Umbri, degli Etruschi e dei Romani, e la grande vittoria che questi popoli italici unificati da Roma riportarono a Spoleto contro Annibale1.
Per illustrare le incidenze storiche bisogna risalire addirittura ad alcuni secoli avanti Cristo quando l’attuale regione era divisa in due parti, l’Etruria tiberina, sulla riva destra del Tevere, occupata dagli Etruschi, e l’Umbria propriamente detta, sulla riva sinistra del fiume, con gli Italici che parlavano un idioma indoeuropeo, affine a quello dei Latini. E poi soffermarsi sull’occupazione da parte dei Romani all’inizio del II secolo a.C. e sulla divisione augustea nei vari Regi, in uno dei quali compariva per la prima volta il nome Umbria, e considerare infine come le invasioni dei Germani e le alternanze dei domini bizantini e longobardi dal sesto all’ottavo secolo d.C. abbiano segnato lo “smembramento” dell’Umbria in una zona bizantina, gravitante intorno Perugia, e in una longobarda intorno Spoleto2.
Il frazionamento del territorio umbro si accentua nel Trecento e Quattrocento, quando entità comunali e nobiltà feudali, dopo essersi combattute tra loro, si scontrano con lo stato pontificio. A causa della crisi economica si sviluppano le piccole proprietà contadine, la mezzadria poderale, una miriade di insediamenti sparsi, mentre gli spazi urbani sono occupati dalla nobiltà vecchia e nuova. In queste condizioni storiche il latino si mescola “fortemente” con le tradizioni linguistiche pree-sistenti e con quelle dei territori confinanti, ereditando “parecchi caratteri e tendenze, senza snaturarsi troppo”3. L’uso poi delle nuove lingue volgari segna un’ulteriore divisione tra le parlate dell’Umbria nei vari territori che mantengono nel tempo risonanze “volgari” e varietà linguistiche locali, con all’interno tre diversi registri dialettali: rustico, italianizzante e italiano locale. Le aree linguistiche dominanti, nord-occidentale, con Perugia e il suo territorio, sud-orientale, da Foligno a Spoleto e Terni, sud-occidentale con Orvieto e il suo territorio, oltre a un paio di zone di transizione con caratteristiche comuni a diverse aree, hanno addirittura maggiori affinità con i dialetti extra-regionali che con gli altri dell’Umbria così che nella parte settentrionale si conservano vernacoli influenzati dalla vicinanza con territori toscani, marchigiani e romagnoli, mentre nell’Umbria a sinistra del Tevere e del Chiascio le contaminazioni vengono dalle regioni centro-meridionali.
Dunque fin dalla prima metà del Duecento fiorisce nell’“Umbria francescana” una letteratura tutta particolare, diversa da quelle delle altre parti d’Italia4 .
Nel Cinquecento, con la sottomissione al Papato, l’Umbria perde l’autonomia, si fa ancor più periferica e, in una sorta di cupio dissolvi, confonde le proprie tradizioni nel contesto dello Stato Pontificio culturalmente molto arretrato. Sotto la cappa di piombo del dominio papalino, si abbassa il livello di tutte le arti umbre. Le classi nobili si adeguano alla corte papale, dove lingua ufficiale è il toscano, e il dialetto viene relegato alle classi inferiori5 . «Quindi “non si può parlare per l’Umbria, crocianamente, di “letteratura dialettale riflessa”, ma non si può parlare nemmeno di letteratura, anzi di cultura, che abbia un qualche valore non meramente locale»”6. È per questo che parte della poesia umbra assume e conserverà un carattere popolare, senza quella qualità colta che viene da forme linguistiche create appunto dalle classi alte per poi giungere, con flussi e riflussi di cadute e risalite, in un contesto più basso7.
Mentre agli inizi del Seicento i dialetti fioriscono dovunque in altre parti d’Italia nelle forme della poesia sentimentale e amorosa, satirica e giocosa, con la tendenza barocca a rompere gli schemi formali precostituiti e a prediligere i pluralismi lessicali, in Umbria, sotto il dominio papalino, non ci sono i presupposti per andare oltre una poesia prettamente popolare. A Perugia, peraltro allineata nella produzione letteraria locale al fiorentinismo dilagante8 , si hanno «le maschere rozze e petulanti», ma anche ironiche, del contadino benestante Bartoccio (che ricorda il Pasquino romano) e di sua moglie Rosa, in «un ambito espressivo, minore e soprattutto orale, nel genere satirico e carnevalesco»9 , ben diverso da quello che altrove, già dalla seconda metà del Cinquecento, utilizza il dialetto in raffinati impasti linguistici per caratterizzare le ambigue e simboliche maschere della commedia. Dalla maschera del Bartoccio10 scaturiscono in età barocca i primi testi di poesia dialettale umbra, e sono dunque satirici e burleschi, come, a Perugia, Bartocciate di Francesco Stangolini e Testamento di Orazio Tramontani. Per tutto il Settecento a Perugia le “bartocciate” sono identificate come poesia dialettale. Continua ad essere in uso soprattutto la poesia di narrazione popolare: lo spoletino Paolo Campelli compone l’opera dotta Perfettissimo Dittionario11 e un poeta-pastore, Berrettaccia, nativo di Valleinfante, è autore delle ottave grottesche del poemetto Battaglia del Pian Perduto. Lo spirito di Bartoccio, di puro divertimento popolare, con attenzione alla cronaca cittadina, ai personaggi popolari, alle antiche tradizioni locali, permane ancora nei poeti dell’Ottocento, come nei «due “iniziatori” della moderna poesia dialettale umbra»12, Ruggero Torelli (1820-1894) che si distingue per «l’impasto linguistico, taluni scatti di ilare voracità»13, e Giuseppe Dell’Uomo (1830- 1881) di «una non comune padronanza lessicale e strutturale»14, «entrambi anticlericali e filounitari ma poi, ad Unità raggiunta, alquanto polemici coi nuovi sistemi di governo e certo conservatori in fatto di costume e di modo di vivere, soprattutto riguardo alle classi popolari»15.
Nonostante l’epoca risorgimentale porti all’esistenza dell’Umbria nel 1860, anche se solo per fini politici, il particolarismo dei “territori”, e delle varie città, resta fortissimo, con le aree orientali rimaste suddite fedelissime al papa, nemicissime della liberale e massonica Perugia, la quale è scelta come capoluogo perché considerata l’unica, tra le città umbre, ad avere una classe dirigente affidabile. In questo periodo i poeti in dialetto recuperano l’aspetto fiero e combattivo della maschera del Bartoccio per farne «espressione di ribellione e di dissacrazione nei confronti del dominio pontificio», mentre dopo l’Unità, con l’occupazione piemontese, una parte della poesia dialettale si caratterizza come «lo strumento per esprimere la delusione dei democratici umbri»16.
Dunque nell’Ottocento, nonostante la regione resti ancora doppiamente isolata, nel suo interno e rispetto alle altre regioni, la situazione della poesia umbra, in lingua e in dialetto, migliora, anche nelle composizioni occasionali per lo più satiriche, epigrammatiche e di imitazione del romanesco, sull’esempio di Torelli e Dell’Uomo17. Negli ultimi decenni del secolo una più attenta lettura dei classici porta ad una maggiore perizia nell’aspetto formale, mentre nei contenuti si avvertono echi e suggestioni dai noti poeti contemporanei. A cavallo tra i due secoli nuovi elementi si riscontrano nei sonetti giocosi dallo stile particolarmente accurato dell’orvietano Giuseppe Cardarelli (1848-1914), che «spazia dal bozzetto “veristico” di matrice romanesca (dialogante e teatrale) o di “colore” alla narrazione storica, alla descrizione artistica, alla divulgazione»18, e nella produzione in dialetto, borgarolo e dialogico, dai vari riferimenti culturali, del perugino Luigi Monti (1875-1935), «arguto motteggiatore, satirico fustigatore dei costumi cittadini», «un artista consapevole di sé profondamente coinvolto nella cultura italiana del suo tempo»19.
Nella fiorente produzione di poesia in dialetto dei primi anni del Novecento, pubblicata per lo più nelle edizioni locali, in riviste e periodici, e in gran parte ancorata ai canoni ottocenteschi, si hanno sonetti più raffinati rispetto al passato e anche i versi di narrazione popolare, legata all’ambiente della campagna o dei borghi, alle tradizioni e alle vicende cittadine, sono maggiormente elaborati nello stile. Non c’è comunque alcun riflesso delle innovazioni contenutistiche e formali, della rivoluzione del linguaggio avviata da Pascoli e Verga, del loro plurilinguismo in cui il lessico e le forme dialettali rivestono un ruolo importante. Persistono le influenze derivate dalla poesia in marchigiano e romanesco, soprattutto dai versi di Pascarella, di antiretorica epicità e ironia malinconica, e da quelli di Trilussa, di satira moraleggiante ed epigrammatica. È da notare inoltre una nuova peculiarità della poesia dialettale umbra, che si riscontrerà anche in seguito: a Perugia, accanto alla forte tradizione popolare, si va ricreando quella cultura alta, con la matrice colta del latino e delle lingue volgari, che dal Cinquecento era scomparsa, e che ora porta a scrivere poesie dialettali «soprattutto medici, avvocati e insegnanti, qualche volta anche di origine nobile o aristocratica», mentre nell’Umbria meridionale la poesia dialettale «sembra essere privativa o della piccola borghesia o del popolo»20.
I versi dell’impiegato del dazio, appassionato al canto lirico, Furio Miselli, nato a Terni nel 1868, e quelli del pittore e musicista Fernando Leonardi, nato a Spoleto nel 1874, sono l’esempio di questa nuova caratterizzazione della poesia umbra. Entrambi mostrano una buona conoscenza dei poeti classici e di quelli contemporanei, una particolare attenzione alla ricerca filologica, una consistente capacità espressiva che permette loro di rappresentare in maniera più variegata la vita popolana, di esporre i propri turbamenti per i cambiamenti, i rimpianti per il passato, l’insofferenza verso la modernità. Vivono con passione le vicende cittadine, vi partecipano, si adoperano per conservare usanze e tradizioni. Miselli, in particolare, promuove iniziative, come la fondazione della rivista satirica “Sborbottu”, e il rilancio del Cantamaggio. Con questi poeti si cominciano dunque a intravedere nella poesia dialettale umbra alcuni elementi che vanno oltre il naturalismo e il verismo, l’inizio di una meditazione più complessa con alla base intenti etici. Dopo questi inizi del secolo, la lirica in dialetto scompare quasi del tutto. Quelli tra le due guerre e dal dopoguerra agli anni Sessanta sono «periodi nei quali si hanno rimatori, prima a Terni e poi a Perugia, ma nessun vero poeta»21. Da segnalare rimangono comunque a Perugia i versi nel dialetto arcaico e contadino di Umberto Calzoni (1881-1959), dai molti riferimenti culturali, con «la tendenza a richiudersi nei propri ricordi e nelle proprie riflessioni esistenziali», e quelli di Federico Berardi (1881-1958), di formazione umanistica, che nel vernacolo perugino dei borghi e del contado canta le antiche tradizioni e le vicende della sua città, riaprendo «autorevolmente il filone della poesia didascalica, basata sulla storia e sulle tradizioni cittadine»22. L’isolamento (pur attenuato negli anni di guerra con i soldati di ogni regione d’Italia che entrano in contatto, e poi nel dopoguerra), le divisioni territoriali, la mancanza di una unità dialettale umbra23 e di una omogeneità storica, linguistica e culturale, la qualità della produzione poetica, il ritardo dell’Umbria rispetto alla dialettalità nazionale per fattori antropologici e culturali, sono tra i motivi della scarsa quantità fino a metà secolo di studi e contributi critici dedicati alla poesia umbra in dialetto. C’è comunque da tener conto che, come Pasolini lamenta24, tutta la poesia dialettale agli inizi degli anni Cinquanta è pressoché ignota al pubblico così come a gran parte degli studiosi, e considerata minoritaria rispetto alla letteratura in lingua. In effetti è proprio il dialetto che, in rapporto all’italiano, continua ad essere considerato una forma di degrado, un abbassamento linguistico, e non ciò che in effetti è, lingua esso stesso con le conseguenti potenzialità poetiche. E ciò a causa delle scarse conoscenze letterarie e dell’equivoco di considerare esclusivo l’italiano manzoniano, cioè la scelta politica e intelligente di una lingua artificiale che intendeva contribuire sul piano comunicativo all’unificazione nazionale, senza peraltro voler sminuire l’importanza dei dialetti. Per la sua “monumentale”25 antologia, Poesia dialettale del Novecento, edita nel 1952, Pasolini costruisce, dopo lunghe e faticose ricerche dei testi e attente letture avviate già negli anni friulani, un panorama ricchissimo. Attraverso le poesie di 44 poeti, tra i quali Di Giacomo, Viviani, Tessa, Noventa, Giotti, Marin, e se stesso, ha buon gioco nell’evidenziare l’importanza e l’originalità dell’uso del dialetto nel contesto letterario, e a dare così un contributo nuovo ed essenziale alla letteratura italiana, determinante anche nell’avviare altri studi, edizioni divulgative e sistemazioni critiche sui maggiori poeti che si esprimono in dialetto26.
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paesaggi dell’umbria- todi

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Seguendo le riflessioni di Pasolini si capisce meglio il motivo dell’arretratezza dell’Umbria, a metà secolo, rispetto alle altre aree geografiche. Nella premessa all’antologia il critico si sofferma infatti sull’importanza di quei dialetti che sono vere e proprie lingue, dunque con maggiore consistenza espressiva per espressioni poetiche, e per attuare rielaborazioni e sperimentazioni: il friulano considerato dall’Ascoli una lingua ladina27, il linguaggio romanesco complesso e unico, inattuale e senza coscienza sociale, quello astorico e sacrale, dallo spirito greco, della Campania e della Sicilia, così che si può parlare di “napoletanità” e di “sicilianità”. Siffatti dialetti sono dunque mezzi di espressione emancipati dall’italiano, in certo modo più raffinati, adatti a poetiche nuove e moderne; divengono, come il friulano per Pasolini, un genere letterario particolarmente legato alle matrici di nascita e di luogo, capace di ottenere una poesia diversa, di attuare motivi latenti in lingua italiana e presenti in altre letterature28.
Viceversa il dialetto umbro, a causa dei fattori riscontrati, non ha questo spessore linguistico, per cui i poeti stentano a inventare un linguaggio poetico, letterario, a far emergere ed elaborare entità dialettali dai contenuti lirici nuovi, a costruire propri mondi poetici e ideali simili a ciò che sono, per esempio, Grado per Marin e Tursi per Pierro. E così Pasolini può soltanto dire che «in Umbria non si dànno quasi nomi, dopo gli autoctoni, ma solo in quanto “strambi” nel loro realismo, notai dell’Accademia perugina del XIV secolo, e dopo i due o tre “risorgimentali”»29.
Comunque nella seconda metà di questo decennio degli anni Cinquanta, mentre si vanno ristampando antologie cittadine e raccolte di poesie apparse fin dall’inizio del secolo su giornali e riviste, si afferma una maggiore attenzione alla ricerca linguistica anche in conseguenza di nuove e più complesse esigenze espressive richieste dalla presenza cospicua di motivi introspettivi. Così Franca Ronchi Francardi di Gubbio e Alighiero Maurizi di Terni, insegnanti e collaboratori a giornali e riviste letterarie, riprendendo elementi innovativi già emersi nella lirica dialettale agli inizi del secolo – l’amore per la città nativa e il paesaggio circostante, la nostalgia per il passato e le amarezze per le avversità del presente – sottopongono i loro versi in dialetto arcaico eugubino e nel parlato ternano a una sperimentazione più consapevole e a un’elaborazione linguistica di maggiore efficacia. Nelle loro pagine prende consistenza lirica una poesia intimista senza consolazioni e illusioni, riflessiva sulle inquietudini interiori, consapevole di un destino infelice in una natura segreta e misteriosa, con la necessità di stabilire i veri valori della vita. Si tende ad «un ideale nobilissimo: fondere in un diadema di purissima luce le reliquie latine, che sopravvivono nei dialetti per far veramente nostra la Lingua nostra»30.
Si giunge alla consapevolezza del valore poetico del dialetto, della sua importanza come autentica lingua letteraria, dopo aver focalizzato filologicamente gli aspetti primari della sua formazione linguistica, resa unica e originale da un sistema di sovrapposizioni linguistiche con il latino che, mischiato con componenti etrusche, bizantine e longobarde, ha prevalso per superiorità non di potere e dominazione ma di cultura, lasciando indelebili rilievi fonetici, lessicali e grammaticali. E questi segni di un latino sempre più italianizzante, che si conservano caratterizzando ogni linguaggio in trasformazione, sono stati ancor più evidenti dopo le contaminazioni che i dialetti umbri hanno subito a contatto con le lingue delle regioni confinanti. I poeti, consapevoli di disporre di strutture dialettali create soprattutto dal potere della fonetica che conserva e si trasforma, tengono ora conto di questo sistema linguistico complesso, un organismo vivente plasmato da più elementi confluiti e amalgamati in modo informe. Usando le voci dialettali, in Umbria come nelle altre regioni, mantengono vive entità linguistiche in via di estinzione, proteggono così una parte della lingua italiana, a cui conferiscono nobiltà culturale con la qualità delle loro composizioni. Il rinnovamento della poesia dialettale umbra si consolida durante gli anni Sessanta. L’emancipazione dal localismo regionale, oltre le modalità popolari e folkloriche, è favorita dalla riduzione ulteriore dell’isolamento geografico e da una trovata centralità regionale, che fanno emergere elementi culturali comuni a tutto il territorio. Le città natali e i paesaggi circostanti divengono ora luoghi dell’anima, fonti d’ispirazione per i poeti che ne fanno motivo centrale dei loro versi poi diretti verso altri contenuti. Così per Piero Radicchi Gubbio è il cerchio magico che conserva i ricordi e le sensazioni del passato, e dove si perpetuano le feste tradizionali, come la festa dei Ceri, legando la storia passata a quella presente. Nella produzione poetica di Luigi Catanelli l’attaccamento a Perugia, la ricerca di memorie perugine e l’attenzione alla vita dei borgaroli danno l’avvio a motivi anticonformisti e umanitari. Mentre la critica letteraria continua a prestare poca attenzione alla letteratura in dialetto, alcuni eruditi locali si dedicano alla studio della poesia e dei dialetti umbri, anche con l’intento di ricostruire la propria tradizione culturale. L’Istituto di Filologia Romanza dell’Università di Perugia, sotto la direzione di Francesco Ugolini, avvia ricerche linguistiche che nel decennio successivo produrranno raccolte di voci dialettali e compilazioni di vocabolari. Di conseguenza viene rivalutata tutta la poesia in dialetto; e una prima raccolta di liriche perugine dell’Ottocento e del Novecento è edita a cura di Teresa Della Torre, pure lei poetessa in dialetto31. In questo decennio si apre dunque il contesto più autentico della poesia umbra in dialetto come scelta di cultura e di stile, e si ha «l’incubazione di tutti i temi e i motivi che arricchiranno le esperienze dialettali del ventennio successivo»32. Chi ora compone versi in dialetto sta prendendo pian piano conoscenza delle poetiche dialettali delle altre regioni, è consapevole della necessità di più attente ricerche linguistiche e metriche per avere un strumento linguistico composito, dalle molteplici valenze espressive, da rielaborare e reinventare con le stesse potenzialità degli altri dialetti, e addirittura più efficace dell’italiano nel fare emergere motivi e contenuti di una sempre maggiore introspezione. È una consapevolezza che matura comunque lentamente perché in Umbria, come in certe regioni meridionali, si è creato un discrimine in quanto tutto è rimasto per troppo tempo fermo, come immerso in un velo di grigiore e di indifferenza. I poeti di queste regioni sonnolente, culturalmente meno vive rispetto al Settentrione, devono fare un grande sforzo per scuotere via la polvere del tempo. Se ne liberano rivivendo il contesto culturale italiano, e così le loro poetiche dipendono più dall’apprendimento della poesia in lingua che dall’humus locale, dall’ambito strettamente
dialettale. Hanno queste prerogative le espressioni poetiche di più alto valore degli anni Settanta. L’attaccamento alla terra di origine, alla storia e alla cultura del proprio territorio, un perfezionamento della conoscenza del dialetto per farne una lingua poetica e una profonda riflessione sull’esistenza, sostengono la tematica della memoria, nelle liriche di Ennio Cricco. Il poeta è così consapevole di aver trovato nel dialetto più antico perugino-magionese una vera e propria lingua che
la usa anche per tradurre varie opere letterarie. Nelle poesie del pittore Ferruccio Ramadori le vecchie memorie sono recuperate attraverso l’uso del dialetto della nativa Valnerina al fine di ritrovare in quella comunità che va scomparendo la propria identità e quella degli abitanti emarginati, dall’esistenza povera e soggetta a ingiustizie, ma dignitosa. Attraverso una continua reinvenzione del dialetto si profila una tensione verso l’inconscio, con modi frammentari, a volte simbolici, e una introspezione che si farà ancor più complessa nelle opere dei decenni successivi, con un’espressività ricca di metafore. Una simile operazione linguistica e poetica, con nuove ricerche espressive, e poetica, in cui continua a prevalere il motivo dei luoghi e della memoria, è compiuta in questi anni da vari autori,
tra i quali Renzo Zuccherini e Alessandro Prugnola. Le parole arcaiche e pure del contado perugino per Zuccherini e quelle dell’antico dialetto di Mongiovino per Prugnola sono indispensabili nel recuperare e caratterizzare tra ricordi e felici immaginazioni i luoghi rurali dell’infanzia. Si apre qui un contesto di fantasie poetiche e di introspezioni che deve poi necessariamente confrontarsi con il presente, con le disfunzioni sociali e spirituali della moderna vita cittadina, provocando nostalgie, amarezze e inquietudini. C’è in questi due poeti anche la passione per il teatro con la pratica della scrittura di testi teatrali in dialetto, che ha alla base le stesse matrici di ricerca linguistica, e che rientra tra i poliedrici interessi interculturali. Zuccherini sarà autore di importanti saggi linguistici, complementari a quelli che dedicherà alla cultura locale e alla poesia dialettale umbra, tradurrà nel dialetto perugino alcuni tra i maggiori poeti italiani, e sarà tra i fondatori dell’Associazione culturale “Il Bartoccio”.
Nella seconda metà degli anni Settanta si comincia ad avere, nelle altre regioni d’Italia, una maggiore diffusione della poesia dialettale, accolta nelle collane delle principali case editrici, antologizzata, presentata da autorevoli critici. Nascono riviste, come “Diverse Lingue” e “Lengua”, dedicate ai testi dialettali e alle lingue minori, si organizzano convegni dedicati a questa specifica produzione letteraria, spesso con la presenza degli autori. Questo nuovo interesse per la poesia
dialettale viene avvertito anche in Umbria, dove versi in dialetto vengono ora pubblicati con maggior frequenza su riviste e giornali, mentre si tengono convegni, come quello di Gubbio del 1976 sulla varietà dei dialetti umbri, e si organizzano rassegne di poesia dialettale sia locali che regionali, tra cui quelle annuali dal 1977 a Corciano e a Montefalco. In questi contesti i poeti leggono i loro testi che sono poi editi in fascicoli ciclostilati o in volumi da associazioni locali. Negli istituti
universitari umbri intanto proseguono gli studi sul dialetto che rientra ora nel bilancio della cultura umbra contemporanea.
Le raccolte di liriche in dialetto pubblicate negli anni Ottanta contengono ulteriori ricerche espressive, altre sperimentazioni, riflessioni e meditazioni più complesse. Molti poeti, ormai ben consapevoli dell’importanza del dialetto, della necessità di trovare denominatori unitari e intenti comuni nella pluralità e diversità delle tradizioni letterarie e linguistiche, cercano con gli elementi dialettali di creare una loro lingua poetica inserendo il dialetto in un contesto più ampio, o riutilizzando le forme arcaiche lontane dall’uso attuale. Alternano composizioni in lingua e in dialetto o addirittura, dopo aver pubblicato raccolte in lingua, preferiscono avvalersi del dialetto, che usano con sempre maggiore naturalezza e perizia. Lamberto Gentili, che sarà autore di un vocabolario del dialetto spoletino, si prodiga per mostrare come le voci dialettali possano farsi poetiche, quasi materializzarsi in sostanza carnale, su cui tentare di decifrare anche la propria identità. Da questa indagine interiore prendono forma lirica malesseri e inquietudini.
Soltanto attraverso il recupero delle voci perugine e della cultura orale dei borghi e degli artigiani, Walter Pilini, studioso del linguaggio e di tradizioni locali, può ricostruire la vita del quartiere dove ha trascorso l’infanzia, e avviare nuove sperimentazioni. Nelle sue raccolte più recenti si aggiungeranno riflessioni esistenziali, mentre rimarrà costante la fiducia nella parola poetica, depositaria dei valori più autentici. Le nuove possibilità linguistiche tentate con il dialetto perugino permettono a Gaio Fratini, già poeta molto conosciuto soprattutto come epigrammista, di ottenere, in una riappropriazione dei luoghi d’origine, un tessuto linguistico più ampio per i suoi versi ironici e polemici, e di andare oltre i motivi dei testi che compone in italiano. Ora, perfettamente in linea con la tradizione letteraria più alta, i suoi giochi di parole e i nonsense schiudono alla poesia in dialetto spazi verso il surreale e l’astratto.
Hanno una simile tensione, verso l’indeterminato e il fantastico, e la stessa allusività simbolica, anche le liriche in dialetto ternano di Marcello Ghione. Qui una ricerca spirituale, ben marcata da un senso religioso e caratterizzata dall’esigenza dei giudizi morali e dal pensiero della morte, fa emergere una visione esistenziale attenta ai valori umani e agli aspetti della natura.
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Il richiamo all’eticità, ormai una costante nella poesia dialettale umbra, è conseguente al confronto tra passato e presente, come nei versi in perugino di Claudio Spinelli che, tra ironie e drammatizzazioni, alterna ricordi della giovinezza a immagini della vita odierna nell’amata Perugia, dalla storia illustre ma dall’attualità in forte crisi morale e civile. Parallelamente, in questi anni si hanno importanti contributi critici, ad iniziare da «Appunti sulla poesia dialettale in Umbria» di Antonio Carlo Ponti, presente tra le relazioni del Convegno di Palermo dedicato, nel dicembre del 1980, alla letteratura dialettale in Italia. Il critico, che pochi anni dopo inizierà a comporre in dialetto, dà conto di una indagine che sta compiendo sui testi dialettali umbri, in biblioteche, emeroteche e archivi, con l’intento di approntare un’antologia: «è affiorato un mondo poetico assai variegato, composito, ma anche ricco, umoroso, dove estri, voli, abbandoni, rabbie, salacità, erotismo e comico s’intrecciano, sì da far pensare che questi poeti, e i loro testi, compendiano – spesso assai più e meglio di tomi storici, ponderosi e polverosi, – la vita civile, religiosa, culturale e quotidiana della gente umbra in questi ultimi 120 anni cruciali». Ponti, con i suoi “appunti”, esaudisce l’intento che si era proposto, quello di rivendicare non tanto la grandezza quanto «semplicemente la presenza, anzi l’esistenza, anche fisica, della poesia dialettale umbra»33.
Poesie e prose in dialetto trovano spazio pubblico, a Perugia nel 1981, durante la settimana dedicata alla poesia nazionale e regionale dal «Teatro in piazza», poi raccolte nel volume Serate di poesia a cura di Elio Pecora. Nello stesso anno e in quello successivo si tengono rassegne di poesia a Solomeo interamente dedicate al dialetto perugino. Anche qualche raro giornale, come “Il corriere dell’Umbria” e “Il ponte” di Pontefelcino, pubblica poesie e prose in dialetto, contrastando
il generale disinteresse della stampa quotidiana per queste espressioni letterarie. È il decennio in cui si cerca di approfondire i temi relativi al dialetto, non soltanto attraverso ricerche non soltanto filologiche ma anche di carattere storico e antropologico. Si intensificano gli studi dei dialettologi con un lavoro di documentazione sulle varie situazioni culturali e linguistiche della regione, e si avviano iniziative come la costituzione, a Perugia, nel giugno del 1984, dell’Associazione di Cultura Dialettale e Popolare “Il Bartoccio”, «un laboratorio di scrittura poetica»34, attivo fino all’agosto del 1995, con intensa attività di convegni e dibattiti, per studiare le espressioni dialettali e rivalutare la dignità linguistica del dialetto. Tra i convegni è da segnalare quello svoltosi a Perugia nel giugno del 1985 sull’attuale situazione della lingua e del dialetto in Umbria, a cui partecipano critici e poeti, tra gli altri, Giovanni Moretti, Renzo Zuccherini, Ezio Valecchi, Alighiero Maurizi e Walter Pilini.
Si tende soprattutto a determinare l’identità dei dialetti umbri, a individuarne le caratteristiche essenziali, di fonetica, morfologia e sintassi, in un sistema linguistico a sé stante, vivo, con evoluzioni e modifiche. La ricerca si concentra nei tre registri linguistici, di cui parla il dialettologo Moretti nel suo studio del 1987, «le sue forme più arcaiche, e lontane dall’italiano, vivo presso le persone anziane nelle campagne e soprattutto nelle zone di alta collina; il dialetto italianizzante dei piccoli centri urbani e della periferia delle città, e le varianti locali dell’italiano standard»35. E si cerca tra gli elementi linguistici non caratterizzanti di quasi tutto il territorio umbro, comuni a gran parte delle regioni confinanti. Emergono così «forme culturali complete, dotate di una propria autonoma struttura fonetico-fonologica, morfosintattica, lessicale, stilistica»36. Il dialetto umbro, anche se non ha il forte spessore di una lingua propria, comunque si rafforza con la compresenza di forme diversificanti e unitarie. Tenendo soprattutto conto di questo aspetto linguistico, Renzo Zuccherini ordina in senso geografico la sua antologia del 1988, La poesia dialettale in Umbria, secondo le aree che, con costanti e discriminanti, e tradizioni culturali diverse, caratterizzano le produzioni poetiche in dialetto di ogni territorio nei frazionamenti presenti fino al 1970. Evidenzia poi le «linee di fondo comuni», anche nazionali, quando si impone l’idea di una dimensione regionale, e la poesia in dialetto viene ad avere un modello, uno specifico umbro. Per evidenziare tutte queste realtà culturali e linguistiche sono antologizzati non soltanto «i pochi “grandi” autori» ma anche quelli minori, come il critico puntualizza nell’introduzione, sottolineando inoltre le difficoltà della ricerca sulle scritture dialettali umbre poco conosciute, ignorate, disperse in volumetti e opuscoli, su giornali locali, comunque molto numerose sia nei grandi centri che nei piccoli paesi.
Negli anni Novanta la poesia in dialetto umbro raggiunge l’alto livello dei migliori poeti dialettali del resto d’Italia e, colmato il divario finora evidente, si inserisce a tutti gli effetti nel contesto della letteratura in lingua, letta con sempre maggior attenzione e profitto dai poeti umbri. Mentre si tengono ben presenti le esperienze poetiche in dialetto e in italiano delle altre regioni, costante rimane il riferimento alla propria tradizione letteraria, da Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi al più amato poeta perugino, Sandro Penna. In alcuni casi i poeti dialettali delle altre regioni, dopo aver letto le prime composizioni in lingua di poeti umbri, consigliano loro di usare anche il dialetto. Lo fa Cesare Vivaldi per Antonio Carlo Ponti, mentre l’incontro intellettuale con Franco Scataglini è decisivo nel dare a Ilde Arcelli e a Paolo Ottaviani la piena consapevolezza dell’importanza e delle potenzialità del dialetto in poesia. L’esperienza culturale è fondamentale per chi sceglie di usare il dialetto: già nelle trame delle loro raccolte poetiche di questo periodo, Ponti, Arcelli e Ottaviani mostrano una formazione intellettuale
di grande spessore, citando i classici greci e latini, i massimi poeti italiani e stranieri, i filosofi più significativi, e una profondità di studi storici e linguistici non soltanto legati al proprio territorio. Il dialetto, connesso alla memoria della terra d’origine, è sempre più considerato dai poeti umbri parte integrante ed essenza della loro identità, trasmesso agli abitanti come una sorta di eredità biologica. Così per Ponti è naturale esprimere i propri sentimenti e ricordi nel dialetto materno di Bevagna, finora mai utilizzato in forma lirica; ciò gli permette un’analisi particolarmente introspettiva e una maggiore incisività rispetto all’italiano. Anche Arcelli con le parole in dialetto, parte essenziale del mondo contadino in cui ha trascorso l’infanzia, ritrova la sua più autentica personalità. Per Ottaviani l’idioletto neovolgare sabino-medievale, ricostruito sul filo della memoria perché parlato dagli avi e ascoltato nell’infanzia, è l’entità linguistica interiore, incisa nella mente, che gli si offre per essere tradotta in poesia. In sintonia con le sperimentazioni che compiono sul dialetto i poeti delle altre regioni d’Italia,
quelli umbri modificano il dialetto per farne un linguaggio personale, di invenzione, da adattare alla lirica. Ottaviani, in particolare, sottolinea la difficoltà di questa operazione a causa delle necessarie analisi filologiche e teoriche e degli interventi a livello formale, stilistico e metrico. Mentre la contrapposizione tra le felici memorie del passato e le delusioni e amarezze del presente porta perfino alla formulazione di tempi metastorici, le riflessioni esistenziali si fanno più
complesse, le tensioni interiori più acute e inquietanti. Ponti, travagliato in una assurda e pericolosa condizione di incertezze e contraddizioni, si pone domande sul senso della sofferenza umana. Nelle poesie di Ottaviani c’è la consapevolezza della disarmonia tra mondo interiore ed esteriore, tra l’io e la bellezza del creato, tra il poeta e la sua arte. In un universo di apparenze, inconoscibile e senza fine, dove tutto è vano, l’unica verità è il nihil sia per i morti sia per i vivi che prima o
poi subiranno lo stesso destino. Anche per Arcelli il vivere è compromesso da illusorie apparenze e segnato dalla precarietà, da un destino di solitudine, di dolore e di morte. La sua ironia disincantata e la percezione degli incanti della natura non riescono a mitigare gli inquietanti interrogativi esistenziali.
Di fronte alle negatività del destino e ai drammi dell’esistenza, appare evidente a questi poeti l’importanza di indicare la priorità dei valori spirituali e l’importanza delle scelte etiche. In questo contesto formativo si inseriscono le liriche che Anna Maria Farabbi va componendo tra il 1994 e il 1997, poi raccolte in Adlujè. Già autrice di poesie in lingua, e poi di libri di narrativa e lavori teatrali, la sua vasta cultura si esprime in saggi e traduzioni, in collaborazioni a giornali
e case editrici. Anche per lei l’uso del dialetto del luogo dell’infanzia, l’area di Montelovesco, tra Umbertide e Gubbio, è una scelta di appartenenza, con la possibilità di sondare più a fondo la propria identità e il proprio mondo interiore. In queste poesie, come in quelle successive della raccolta Abse, la Farabbi si avvale con perizia filologica delle potenzialità espressive delle voci dialettali, alternandole in un contrappunto ritmico ad altre in lingua e a prose, e inserendole in uno stravolto apparato stilistico tutto personale. Un ben preciso piano teorico sottende questo viaggio dalle forti tematiche esistenziali in una dimensione irrazionale, piena di incognite e di sconforti. Si aprono così prospettive inedite per la poesia in dialetto umbro, che sembrerebbero tutte al femminile se non avessero una tale consistenza metafisica da renderle universali: nella ricerca interiore, ormai appurata la disarmonia tra l’io e le cose apparenti, la poetessa si affida al dialetto della terra madre, ereditato dunque biologicamente, per risalire alla parte primigenia dell’essere di discendenza al femminile, alla matrice cosmica e sacrale delle madri naturali e di quella divina. E’ in questa originale dimensione atemporale e astorica che si hanno elementi espressivi nuovi,
tesi all’essenziale, alla scoperta progressiva, ma non totale né appagante, della propria identità corporale e spirituale. Come per i poeti precedenti, il termine del viaggio, dell’indagine all’interno dell’essere, è quel territorio desolato in cui gli interrogativi rimangono senza risposta mentre permangono inquietudini e dissonanze, il non senso, e la certezza della propria relatività, del destino avverso e delle sofferenze, della sospensione sull’abse, il vuoto dell’abisso.
Si confermano altresì le esigenze di un umanesimo che riporti al centro di ogni riflessione l’impegno etico. In questo decennio degli anni Novanta ai pochi studi sulla poesia umbra finora editi se ne aggiungono altri, a volte riprendendo pubblicazioni precedenti, che danno conto dell’evoluzione di tale poesia e dimostrano come le indagini critiche siano in fieri e abbiano bisogno di ripensamenti anche da coloro che le avevano già avviate. Nell’introdurre la parte antologica dei poeti umbri, nei due volumi, pubblicati nel 1991, della Poesia dialettale dal Rinascimento ad oggi, Cesare Vivaldi, curatore insieme a Giacinto Spagnoletti, riprende un articolo pubblicato nel 1986 su “Diverse lingue”, Note sulla poesia umbra in dialetto, e vi apporta alcuni cambiamenti e aggiunte. Inoltre scrive: «le novità dell’oggi, buone ancorché poche, inducono a riguardare con più attenzione anche il passato e a rivalutare, nei giusti limiti, oltre ai “due o tre risorgimentali” (Pasolini), anche un paio di discreti poeti dei primi del nostro secolo»37.
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paesaggi dell’umbria- fonte al noce

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Nella poesia dialettale umbra del Duemila persistono i motivi caratteristici dei decenni precedenti, mentre il disagio per un’attualità in continuo degrado, tesa al consumismo, ai beni economici, e priva di ideali, rende ancor più intenso l’amore per i paesaggi umbri dalle antiche vestigia, dagli aspetti indefiniti e di mistero, il rapporto con ciò che degli elementi naturali si è fatta sostanza interiore, la storia civile, religiosa e culturale, la stima per i personaggi illustri che hanno espresso fedi profonde, da San Francesco ad Aldo Capitini. È ora maggiore l’impegno per far conoscere nella regione il panorama culturale in dialetto che con gli anni si è sviluppato e per tenere la poesia umbra nel contesto letterario nazionale.
Sono soprattutto gli stessi poeti a produrre nuovi studi e ad usare il dialetto in più campi culturali. È un esempio il poeta Franco Bosi che compone in dialetto folignate con grande perizia metrica mostrando una totale compenetrazione nell’humus della città nativa, in una dimensione interiore tra ricordi e amarezze per il presente, e al tempo stesso compila un dizionario sulle voci della sua città, due dal dialetto di Foligno all’italiano, e scrive testi di commedie e canzoni. Alcuni
studiosi dal loro lavoro letterario sul linguaggio e sulla poesia umbra ricevono l’impulso per iniziare a comporre liriche in dialetto. Così Luigi Maria Reale, insegnante, storico della lingua, autore di saggi, curando varie antologie di bartocciate e canti carnascialeschi perugini riconosce la propria identità in quel tipico dialetto che quindi usa per esprimere un intimismo controverso e tormentato, l’insoddisfazione per la povertà di ideali nell’attuale società, la fiducia nei valori della cultura. La poesia al femminile, con il dialetto come lingua madre, si impone in anni recenti per il tramite di forti personalità in linea con le poetiche finora delineate e al tempo stesso portatrici di nuove e originali proposte sia nei personali apparati stilistici che nei contenuti. Le liriche di Ombretta Ciurnelli, nel registro rurale e arcaico del dialetto di Perugia e quelle di Nadia Mogini, nel linguaggio per lei salvifico della città, si addentrano sempre più in una dimensione
surreale e metafisica. Aperture a visioni più ampie si colgono sia nell’aura magica che, nei versi della Ciurnelli, avvolge l’amata Perugia, luogo dell’anima e della memoria, sia nelle percezioni della Mogini di fronte alle meraviglie del creato che sembrano attutire i sensi della ragione e del reale. Sono in questa prospettiva i simboli e le allegorie della Ciurnelli, tra cui il “gingillarsi” dell’abbecedario su tragici orizzonti, le formiche in cammino sul nastro di Moebius, indefinito e non orientabile, così come le voci dei santi che la Mogini sente risuonare dentro di sé con la loro essenza misterica. Le due autrici, con poetiche dai motivi tesi all’essenziale e raffinate per la particolare attenzione alla metrica, danno conto di come la lirica in dialetto umbro si muova ormai su consolidati piani tematici e teorici e rafforzano la sua posizione nell’alto contesto letterario al di là delle divisioni di generi letterari e di nazionalità. Insegnanti, studiose del dialetto, l’una autrice di testi teatrali e l’altra attrice dialettale, perseguono un iter artistico-letterario, con risonanze da grandi autori italiani e stranieri. Sono aspetti inediti l’impressionismo pittorico della Ciurnelli, e nella Mogini il forte espressionismo delle sue ricercate sonorità, tanto più evidenti nell’uso dell’haiku, che forse
rimanda alla severità della religione francescana. Nelle loro raccolte, che segnano il primo e secondo decennio del Duemila, proseguono le amare riflessioni esistenziali di cui la poesia umbra è ormai intrisa. La lingua dell’appartenenza e dell’interiorità mostra infine anche il suo aspetto più oscuro e devastante. Le voci dialettali, che avrebbero dovuto consolare, risvegliano alla Ciurnelli i pensieri nascosti e i fantasmi della mente, riaffermano gli aspetti negativi e misteriosi delle cose, le inquietudini, la mancanza di certezze, la ricerca affannosa, la labilità dei sentimenti, il senso del vuoto, il timore della morte. Così la trasparenza del dialetto ritrovato dalla Mogini, l’affascinante limpidezza della superficie e la leggerezza con cui si lascia modellare nascondono profondità di significati gravosi, con domande inquietanti sui destini avversi degli uomini e delle cose. Si confermano altresì le caratteristiche ormai consolidate nella poesia umbra in dialetto: la denuncia civile contro una attualità degradata, il conformismo, le tante ingiustizie sociali e, insieme, la comprensione per la sorte degli oppressi, la fiducia nell’arte che non dà consolazione ma richiama all’umanesimo e all’impegno etico.
In questi anni una nuova e interessante ricerca sperimentale sul dialetto umbro si trova nelle poesie di Franco Prevignano. L’autore, che si distingue anche per la sua attività di fotografo e per aver realizzato libri fotografici, documentari e racconti surreali e umoristici, compone versi desemantizzati, apparentemente privi di senso. Per la prima volta le sonorità del dialetto perugino fanno parte di un contesto espressivo in cui vale essenzialmente il significante. Vi convergono più elementi linguistici e riferimenti letterari, nonché un simbolismo che racchiude la visione esistenziale del poeta.
Riconfermano infine le caratteristiche della più alta poesia umbra in dialetto le raccolte di liriche mpiù recenti, edite nel secondo decennio del Duemila. Quelle di Giampiero Mirabassi, vignettista, umorista, illustratore, narratore e autore di testi teatrali e di cabarettista, sembrano quasi riassumerle. I luoghi della memoria, recuperati attraverso il dialetto, ormai lingua della poesia dopo la ricerca filologica e l’elaborazione formale, continuano a suscitare introspezioni e riflessioni sull’esistenza e avventure metafisiche del pensiero. Nelle poesie di Mirabassi sono soprattutto messi in risalto l’amore per la vita, la complessità dell’animo umano, i valori di un tempo passato rispetto ai disvalori attuali, la componente religiosa di un pensiero comunque smarrito, l’inquietudine per la morte e le preoccupazioni per le generazioni future. Ritorna determinante, qui come in tutta la migliore poesia umbra in dialetto, il richiamo al giudizio morale, l’importanza delle scelte etiche. Intanto proseguono gli studi sui dialetti umbri, sono edite varie antologie e in molti centri della regione si formano cenacoli, associazioni e officine poetiche per recuperare, tutelare e far conoscere il patrimonio culturale, oltre che per avviare nuove proposte liriche. Con queste finalità nasce a Perugia nel 2006 l’Accademia del Dónca 38, su iniziativa di Sandro Allegrini e Walter Pilini, che ha tra i suoi intenti anche quello di uniformare la trascrizione semplificata del dialetto. Una sezione dell’Accademia, l’Officina del Dialetto, in cui sono rielaborate inedite scritture nei vari dialetti umbri, costituisce un forte fenomeno aggregante e di richiamo per molti artigiani della parola che, ben inseriti nel loro territorio, si affidano per lo più ad una spontanea fluidità espressiva priva di consapevolezza filologica cadendo di solito in un vieto bozzettismo di maniera. Da questo materiale, vasto per l’elevato numero di iscritti, sono selezionate le poesie di maggiore qualità per essere raccolte nelle antologie edite dall’Accademia del Dónca. Di rilievo, tra le altre, le composizioni di Nello Cicuti, Serena Cavallini, Maria Luisa Ranieri, Marilena Menicucci, Gian Paolo Migliarini. L’interesse per la poesia dialettale umbra continua a crescere anche se rispetto alle altre regioni resta minore la quantità di contributi critici.
Questa antologia segue l’iter degli studi sul dialetto umbro e tiene conto delle precedenti antologie. A differenza della quasi totalità di tali studi e antologie, qui il panorama della poesia umbra in dialetto, dalle esperienze di scritture sia unitarie che diversificanti in città distanti e ancora scarsamente comunicanti tra loro, è visto da una prospettiva esterna alla regione. Sono state scelte le voci poetiche più rappresentative nel caratterizzare la produzione dialettale umbra dagli inizi del
Novecento ad oggi. Al tempo stesso si è cercato di selezionare testi che, per consistenza di stile e contenuti, in sintonia con la più alta poesia in dialetto delle altre regioni, debordano dal contesto dialettale e si affermano negli orizzonti più ampi della letteratura.

Francesco Piga

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** Le numerose note  al testo sono state omesse in questo articolo.

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Francesco Piga, Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila- Edizioni Cofine

 

One thought on “Sulla poesia dialettale umbra- Introduzione alla raccolta a cura di Francesco Piga

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