L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE- Milena Nicolini: le STORIE DI VIANO di Elisabetta Serra- parte seconda

bettina baldassari

.

STORIE DI VIANO, 1990 – 2017, una narrazione poetica in itinere di Lisabetta Serra- Parte seconda

 

Il secondo canto della prima parte delle Storie di Viano unisce due differentissime vicende. La prima è quella di

un prete relegato dalla curia
a tre case sperdute tra boschi e dirupi
non c’era la strada i bambini l’inverno
stracciavano la neve per salire
sino alla scuola l’aula ricavata
in una stanza della canonica piccola

Il prete sapeva greco latino e altre
lingue antiche molte cose sapeva
la notte nascondeva i partigiani
di passaggio parlava fino al mattino
vv.1-11

e della maestra che
.
… veniva dalla pianura morbida
riccioli biondi, a pensione
in una stanza sopra alla rivendita di sali
e tabacchi l’odore del trinciato dei sacchi
le arriva fino al letto ma l’autunno fuori
è dolce i boschi hanno voci luci tappeti
di foglie Il mattino i verdi scintillano
lavati dalla guazza un languore forte
prende le membra vigorose le braccia del
prete che d’estate hanno spaccato la legna
colorate fino al gomito
anche se il pelo comincia a ingrigire
Gli occhi arguti teneri la tengono
lei pensa l’amore è pulito non come
le hanno insegnato in amore
non c’è peccato: il suo corpo erba
sotto il vento le braccia di lui rami
da sempre lo conosce albero muschio rivo

vv.18-35

La violenza quasi anonima e fatale dell’apparato sociale contro questa relazione scoppia solo quando la storia esce dal piano privato e si riverbera alla comunità con il concepimento di un figlio. Che non può essere ignorato e taciuto. E’ incarnata nell’immediato in due velocissimi lampi:  i “volti irosi e chiusi dei parenti” che decretano il segreto da tenere col figlio del prete, il “vescovo” che relega il prete in un’ancora più sperduta canonica di montagna; ma è una violenza quasi oggettiva, necessaria in quel contesto, corale: “non si poteva fare altrimenti”. Non a caso la madre, la “maestra” scompare, come non avesse voce in capitolo. Ecco dove e come la voce narrante di Lisabetta si fonde con la voce del paese. Senza, però, rinunciare a velocissimi interventi che fanno da altrettanto oggettivo e drammatico controcanto. Come, mentre il ragazzo è in collegio, l’enorme bisogno di tenerezza:

una donna alla finestra
di un caseggiato gli sorride gli fa
cenno con la mano e lui sale
vola con l’altalena verso il sole
.
(Viene in mente qui la finestrella da cui Egidio si affaccia sulla vita della Monaca di Monza, se non altrettanto fatale, però altrettanto fulcro di desiderio)

Di notte un compagno grande gli
s’infila nel letto e lui brucia
di vergogna e dolore di un singultante
piacere

Ma lo zio prete viene dalla montagna ogni mese

(…)

Vanno in domeniche di nebbia il ragazzo
e il prete nel confuso brusio delle strade
della città si scaldano le dita alla brace
delle caldarroste
(…)

Dei forti affetti
inespressi la pena
ciascuno trascina
vv.53-61; 67-70; 73-75

E quando il ragazzo, ormai ‘grande, saprà:
Un’onda limacciosa rancore
lo sommerge il patire di sua madre
il suo proprio patire la vergogna
di bambino

  1. 67-69

.

bettina baldassari

.

Così, come in una tragedia greca, il pathos fatale che punisce l’ybris si allarga dagli eroi ribelli alla loro discendenza. Ma lo sguardo della bambina, che pur  facendosi voce narrante della coralità del paese, ha guizzi immaginifici di ribaltante originalità, riesce a chiudere la storia quasi con una santificazione – d’altronde anche le tragedie greche, pur maciullando l’eroe superbo, ne facevano quel  mito immortale che ancora oggi ammiriamo:

Le cronache di paese non dicono
nulla del prete nel cimitero tra i boschi
non c’è il suo nome
Forse sulla montagna ancora interroga
i libri
vv.73-77

Appunto. Come S. Girolamo in un ‘santino’.

La redenzione viene indirettamente dalla seconda storia del primo canto che Lisabetta Serra incolla qui, nella sola continuità dello sguardo di bambini. Velia, soprattutto, che andava a quella scuola in quella canonica, e che, quando era chiusa, era ben felice di “pascolare le pecore coi compagni”, “su su” in alto, fino a una radura  che dava su uno strapiombo. E mentre giocano “liberi”, Mingòun, un capro che “attacca con le corna abbassate”, che “li guarda/ in disparte con occhio maligno”, vera e propria incarnazione demoniaca, d’improvviso “carica” e colpisce un ragazzo. Grida, paura, ma “il più audace” improvvisa “col fazzoletto rosso” mosse da corrida e gli altri sospingono il caprone sull’orlo: “Mingòun vola sulle rocce senza/ un grido”.  

Velia trema un poco di felicità
gli occhi azzurri lucenti le gote accese
(…) ma prima
bisogna dire ai padri la morte di
Mingòun trafelati corrono per i prati
simulano lo spavento

vv.117-122

E’ bellissima questa immagina di Velia che trema, ma “di felicità”, eccitata come una Giuditta di Artemisia Gentileschi. Per una volta “non ci sarà punizione”. Forse perché i bambini sono più preziosi di un caprone “vecchio e stizzoso”. L’ultima immagine è quella dei bambini ribelli che, nuovi Davide, contemplano le spoglie di Golia:

Per la festa dei Santi la carne
coperta di sale grosso nel mastello di legno
sul pavimento di terra battuta i bambini
a spiare nella cantina scura
sarà pronta per l’arrosto

  1. 125-129

Dal terzo canto i versi si fanno molto brevi, secchi, veloci. E portatori di mistero, sospensione. In parallelo a una cantilena popolare che i bambini intonano per incantare e catturare le lucciole, in controcanto col ritmo rituale del rosario, si snoda una apparizione medievale di morte, perfettamente inserita nella concezione paesana dell’oltre-vita [1], raccontata dal narratore di secondo livello, il classico abile affabulatore dei filò:

“era mattina presto d’autunno
era freddo c’era la nebbia
(che sono le condizioni ambientali canoniche)
(…)

vedo qualcosa di bianco
che si muove
C’era la nebbia ed era ancora scuro
e il bianco appariva spariva
si sentiva un suono e io
mi nascondo dietro il tronco

tremo come una foglia vi giuro
Vengono avanti incappucciati
di bianco come frati e suore
(…)

Io m’inginocchio sulle foglie
bagnate sento freddo sudo e loro
passano e mi benedicono era
la processione dei morti
dopo l’ho capito ma non fanno
del male degli uomini bisogna
avere paura”
vv.24-5, 29-37,40-46

E quando Marietta conferma, con il cenno a una sua visione, già “nessuno l’ascolta”. Lisabetta Serra non dice il perché, ma si potrebbe pensare che queste narrazioni rituali nella cultura contadina non sono – o non sono soltanto – un passatempo, un gioco del brivido. Troppo simili queste visioni a quelle – ben più drammaticamente documentate nei processi dell’inquisizione – dei cinquecenteschi benandanti friulani o delle streghe, da Sibilia e Pierina alle donne della Val di Fiemme, che parlano delle loro riunioni  per il bene della comunità in cui partecipano vivi e morti. Si sa che ci sono queste cose, fanno tremare – più di rispetto che di reale paura – ma bisogna passare oltre in fretta, per non sconfinare senza parere. “Per questo i bambini” narra Lisabetta:

le notti d’estate giocano
a nascondino a perdifiato
… si nascondono
nella luna dietro i rovi e
i pagliai  tremano a un fruscio
ma è un cane mite …
E poi basta guardare appena più in là:
chiara la casa grigia
le ombre del pero e del sambuco
quiete
i cuori adulti pacificati
vv.55-60; 65-68

Che sono la sicurezza, che fanno sentire protetti e “signori della notte”. Ma anche Velia ha la sua storia ‘maledetta’, ambiguamente capace di incrinare la sicurezza appena affermata:

“Sul pavimento – racconta Velia –
i ragazzi hanno lasciato la corda
per saltare” e lei la raccoglie
Nel rettangolo di luna grida
di raccapriccio
senz’articolare parola la serpe
attorcigliata
vv.54-60,65-68,72-78

  . 

bettina baldassari

.

E’ una dimensione quasi animistica che, spesso anche nel quarto canto, sta dentro il paesaggio, per una consonanza speciale con la natura nel sentire della bambina:

… D’estate la voce
del fiume canta la bambina
ascolta stelle grandi
piovono dall’inferriata
vv 4-7

orme di lepri dal bosco tra
i salici e i pioppi forse quelle
di un lupo
vv.25-7

Ma anche degli adulti, che ad esempio nello scontro con certi eventi violenti della natura, si dispongono ad osteggiarli, certo, ma comunque attraverso un senso di appartenenza-contiguità con gli elementi della natura: se si è trovato “un curnaciòun gelato”, bisogna leggerne il segno e cioè che “l’inverno/ non è ancora finito”; se in un ovile “hanno trovato tre pecore uccise” e si sa che sono “scesi i lupi” e, ancora, se nei “pollai la faina va/ sgozzando galline il sangue/ conduce ai ronchi”, sì, è chiaro che “bisogna mettere le tagliole”. Ma la fame animale è indirettamente riconosciuta come la stessa degli uomini: “Dicono che in città la gente fa/ il pane con la segatura”. Infatti è tempo di guerra. Il suo vasto violento orrore è tutto riassunto nel terrore della bambina sotto il bombardamento:

il rombo l’ululato che picchia
dell’aereo in pieno sole dalla
collina rasente le case giù
sul ponte il boato il
borgo immoto le porte
sbarrate …
vv.69-74

Della guerra, però,  Lisabetta dice poco, accenna veloce ai partigiani in fuga, inseguiti dai ben più terribili “lupi dei tedeschi”, all’orrore dei massacri nelle rappresaglie: quella violenza non è nella sua voce e  motiva la propria afasia con parole altrui, quelle di J.Goytisolo [2]. Si ferma, però, a lungo su un episodio, certo marginale in quella situazione, ma comunque gravido di implicazioni etiche, un evento che accade proprio quando la guerra finisce nella “primavera pace”, nei segni che la significano di più nello sguardo della bambina:

… sente le voci i canti
festosi dalla valle
palpita il blu lo stellato
scoppiano spari mortaretti
le case aperte le finestre
le luci aprile aprile
vv.120-125

Il “tam tam” corale del paese dice che “i ragazzi hanno catturato/ un tedesco” e tutti i bambini accorrono a vedere. Stanno facendo scavare la sua fossa al giovane soldato, lo deridono, godono –anche la bambina – della sua paura, “il pallore/ mortale il sudore verde”. Poi di colpo lo lasciano andare, ridendo gli buttano abiti borghesi più adatti per la fuga.

La sera la bambina racconta
la madre dice “non ti vergogni
era un essere umano”
vv.159-161

E’ in versi come questi, non esibiti, quasi sussurrati, che Lisabetta supera d’un colpo d’ala la cronaca, la memoria, e fa opera di scavo profondo nel grande ‘aperto’ umano.

Nell’ultimo canto della prima parte  scorrono scorci veloci di  “Severo/ lo scemo che trasporta il letame” cantando, che nella sua casa-“tana”, dove vivono in “dieci forse dodici”, quando il “vino rosseggia alle pareti incretinisce/ infuria le menti”,

Nelle albe desolate nei silenzi spalancati
Severo mette pace
alle liti delle notti
alle roncole brandite
Severo l’idiota
cui nessuno ha mai parlato…

vv.24-29

Severo che, quasi veggente, quando lancia alle “nuvole ferrigne/ di dicembre” una “gragnuola di bestemmie”, preannuncia che “ “cambia il tempo” dicono le donne/ “si sente da Severo forse nevica”. E di qui il canto si allarga sulle stagioni vissute dallo sguardo della bambina per scorci di interni: di grande tenerezza, come “il bagno nella bacinella” che richiama le “dolci mani d’acqua della madre”; di magia, come quando sembra di vedere passare la volpe, ma “Cos’era/ una volpe vera o/ una forma leggera una leprina/d’oro”?; di forte coralità, come quando, verso sera d’estate, la bambina torna a casa dai giochi e le “viene incontro il padre” mentre “la gente dalle case saluta”.

.

bettina baldassari

.

Nella seconda parte, edita per la prima volta adesso, delle Storie di Viano, ritorna un incipit simile a quello della prima parte, che affolla  in un plurale corale (“sono venuti tutti/ non manca nessuno”)il richiamo in prima persona della narrante. E si apre una rassegna che in certi punti sembra quella delle anime accorse a bere il sangue di Odisseo sulla soglia dell’Ade, per avere ancora vita:

Come se un tintinnio
di campanelli venisse
chissà da dove…
(…)
… o forse
è la Giacomina di Iusfòun
che s’è svegliata laggiù
nella buca ghiacciata
e fa rotolare
sull’aia gelatala sua palla di latta
Fra poco viene qui in casa
la gola chiusa dalla difterite
vv.134-6; 141-147

Anime che bisogna tenere a giusta distanza, minacciandole con la spada (“Oh no, non lasciatela/ entrare. Non bisogna/ lasciare entrare/ i morti/ Bisogna chiudere tutte/ le porte”). In altri punti, invece, la rassegna  ha vesti, facce, gesti da parata felliniana: la “Madonna del rosario” che è ornata con una collana di granati e pendenti d’oro, ex-voto della bisnonna  per non si sa quale grazia misteriosa; la Verina, poi “portata via/ dal cancro”, che, quasi mitica domatrice di una moderna Medusa, “sollevava per i capelli rame/ ricci ricci la Rosanna/ ribelle due o tre palmi/ da terra”; Pighìn “con la lurida bisaccia/ appesa al bastone/ che tra poco entra/ nel cortile chiede/ del vino porge/ la gamella d’alluminio”; “Oriello il falegname” che “per una burla crudele” si nasconde, col volto coperto “da un’orrida maschera/ ghignante/ per terrorizzare la Tarsilla”, la quale fuggendo nell’urlo dà al suo terrore l’identità dei tedeschi: “a ghè un tedèsch”,  anche se quella sua angoscia  ha certo un’altra origine in “atroci storie segrete”; la Gigia che è “uscita dalle suore vecchia/ vecchia per malattia” e borbotta il rosario davanti a “una santa di cera” che sembra una bambola “con cuffia pizzi vestina a balze/ e dorature” e forse è una “Madonna bambina”. In altri punti ancora, poi, Lisabetta butta nei versi rapide antitesi che fanno pensare: “L’altare ha la veste/ d’oro e verde della Sagra/ del Natale della Pasqua/ “Perché tu –cantano in coro – / risorgerai”, mentre l’altra “Maria”,  che si vede portar via per sempre il marito nel funerale, quello “della rosa” per lei “sulla porta di casa”, “è di pietra/ non ha più occhi”. Così come i “maschi” dei primi pruriti amorosi si contrappongono a quegli adulti-padri in perenne turbolenza domestica, evocati dalla letterina di Natale “coi pizzi traforati” che si metteva sotto il piatto.  E accanto alla consueta magia del paesaggio:

La prima neve
a novembre sulla ruggine dei boschi
e tutto è una doratura.
Dilaga la luce
indugia sugli orli
delle colline
dilata il crepuscolo
fa fremere i cuori nello spasimo
della bellezza vietata  
vv.51-60

la magia vera della Lisa, guaritrice vecchissima “tutta rughe/ color cuoio”, che “non ride mai”, che vive vicino a una  colombaia “ricca di sterco e del tuuu/ tuuu tuuu lugubre dei colombi”, insieme alla Gigia. La loro pare un’apparizione infernale;  quando la Gigia “accende/ le candele”:

Paurosa si fa la stanza
con ombre che si allungano
                                     agli angoli
vv.234- 236

             
e ancora più spettrale appare
la Lisa con capelli bianchissimi
usciti dal fazzoletto nero
fuma foglie di granturco
ed erbe secche dal forte aroma
contro l’asma
Tossisce e respira col fischio
(…)
Siede accanto al letto
(…)
su una sedia impagliata
dall’alto schienale di legno
(…)
Ha occhi di carbone
E guarda attraverso
.
Le bambine
hanno paura lei vede
tutto sa tutto

  1. 241-246; 251; 254-255; 261-265

Anche se poi, ad ogni storta o verruca, vanno da lei a farsi segnare, perché lei cura tante malattie secondo antichi metodi tramandati dal neolitico [3]. Paura e rispetto per questa arcaica figura, a cui “la mamma manda le bambine/ con un pezzo di ciambella”, quando “si fa il pane”. Ma può capitare che loro, le bambine, sobbalzando al “rintocco di una pendola/ con echi che si dilatano”, scappino via dalla “ca’ vecia” con le sue “ombre strane”. Così che è fuori, col vento purificatore dell’’aperto’, “che colora/ appena il cielo sopra/ il forno lo chiarisce/ porta l’odore fresco/ della terra”, che si chiude la seconda parte delle Storie.

I cinque poemetti che seguono, apparentemente autonomi, in realtà sono strettamente connessi con le storie; sono come messe a fuoco su particolari che integrano necessariamente le Storie precedenti. Qui l’io della bambina non si oggettiva più nel coro delle voci di Viano: osa il ricordo personale, la nostalgia, ma senza mai separarsi dai modi della gente del paese; soprattutto, osa sporgersi dal passato al presente al futuro, congiungendo esperienze generazionali diverse e uguali.

Apparentemente Geografie  è solo un percorso per luoghi della memoria personale in Viano, ma in realtà propone quel diverso modo di concepire lo spazio che c’era un tempo, quando lo spazio non era fatto di non-luoghi, ma era abitato da esseri e vicende, era pieno di cose vive e vissute: lungo quel certo percorso “le mucche si affacciavano/ ai finestrini sulla strada”, certi mazzetti di case si chiamavano “Ca’ di Caldiano”, da chi ci abitava o ci aveva abitato, oppure avevano nomi come ‘Ca’ Rigata’, dal modo della pittura, o come “Casino”, da chissà quali antiche funzioni nobiliari d’un tempo; la stanza ripostiglio “di arnesi arrugginiti” e ragnatele, dove si conservava il burro, si chiamava “su-per-di-là” per la sua locazione e fruizione remota. Luoghi di un “mondo” che “reggeva” (nota bene: non “si reggeva”, ma “reggeva”, aperto a tutti i complementi-oggetto della multiforme vita) “ancora sui suoi cardini”.

.

bettina baldassari

.

Lei, tanto amata si apre con un arbusto –  il crategus, cagapòi  in dialetto, dalle bacche rosse che i bambini mangiavano (e sputavano) – che era “davanti alla casa/ della Maìn” e che lega  la “scivola” sul “fosso ghiacciato” delle bambine alla figura di questa donna contadina dallo strano soprannome, che “parlava italiano” e “parlava parlava/ con la mamma” ed “era una regina delle/ lettere belle” per aver letto qualche romanzo popolare. Quindi il  cagapòi  arriva fino all’angolo di un cimitero nei pressi di Viano, “piantato” sulla tomba della madre, con “ stretta,/ abbracciata/una cavalletta/ verde” che guarda “con occhietti/ di giaietto sfaccettato/ Spirito, verdissima animula/ della madre ritornata”. Perfetta sintesi del contadino sentire l’adiacenza della morte alla vita, insieme a una più vasta, ampia, concezione della continuità dell’essere che attraversa senza nomi propri tante esperienze spirituali.

In Fare il pane è offerta in semplicità la “religione del pane” di  “allora”, base alimentare, da accompagnare ad ogni altro cibo, ma anche materia viva, che aveva un’origine maternale – il “lievito madre” –, che dalle mani delle donne prendeva forme individuali – “tere”, “rosette”, “colombe” –, passava nel fuoco del forno come in una purificazione e veniva conservato in un suo luogo deputato univoco, la “madia”. Perché “fare il pane era/ dare forma al creato”.                

Anche le mele avevano il loro luogo deputato: “in alto/ nello stanzone/ con le arelle/ sui trespoli”, tra i grappoli appesi ai travi di uva nera appassita. In L’odore delle mele, come per le forme del pane, le mele hanno tante varietà, ognuna col suo carattere individuo, quasi un portato esistenziale, ognuna col suo amatore: “le mele zambone/ che piacevano a mio padre, grandi/ gialle succose”, “le mele rosa/ dure da mangiare/ ma buone per le / torte”, “le azzeruole/ d’autunno (…)/ da Viano/ dal paradiso perduto/ della casa,/ dall’alberino piccolo/ e storto/ giù per il pendio”. Se si fondono “tutte” nell’odore antico del ricordo, però non sono mai più state ritrovate, le tante mele diverse, negli “opulenti negozi di città”, ormai irraggiungibili come la “mela di Saffo/ in cima al ramo/ più in cima”.  Eccola qui la profondità di questo raccontare, che pare adagiarsi così in basso, sul particolare minuto. Con uno scarto improvviso, il rimpianto, la nostalgia, il tempo perduto sono superati, per allargarsi, il senso, ad un abbraccio dell’esistenza quasi sublime: l’inafferrabilità di quella mela-più-in-cima. Che per Saffo era un amore, che per Leopardi ed Ariosto era il desiderio sempre aperto, che per tanti di noi, e forse per Lisabetta, è questa sensucht che ci riempie/svuota la vita.

Mi hai detto, Lucia sembra, in effetti, una delle tante possibili rotondità di quella mela-più-in-cima. La casa , a Viano (“quella” con molti ‘senza’ – riscaldamento, acqua corrente in bagno ecc. –, ma col “vocio degli uccelli” nelle mattine di marzo e “la voce del fiume/ “l’acqua canta”/ diceva la bambina/ nelle notti di giugno” e “l’odore del mosto/ a novembre”) non è, non sarà mai sostituibile con la casa qui, “bella” sì, ma dove ci si sveglia al mattino chiedendosi “dove sono/ in quale paese” e dove, adesso, anche l’altra bambina, la sorella, non c’è più: “ non c’è lei che fuma/ sul balcone/ l’ultima sigaretta”.

Dopo quello delle mele torna anche l’ Odore delle matite: “legno temprato/ e grafite/ dolce metallico/ insieme” e del gesso sulla lavagna “bianco farinoso”. Odore capace di riportare la sorella, più “piccola le guance/ rotondine”, che a due anni aveva detto: “ non sono bella/ ma sono ampatica” ed era subito “diventata/ bellissima”.

Se la vita continua, se gli odori riportano a vita i morti, se ciò che sembra diverso forse è invece l’uguale che si ripresenta a ciclo continuo, in Genealogie Lisabetta segue il compimento  del “cerchio/ di vita-morte-vita”. La nipote Marina, con la sua tesina scolastica, di colpo apre alla nonna un’“anima” che non è più “infantile”, ma che si addentra nell’”enigma” del labirinto. La nonna sente allora la connessione coi labirinti del Mandala, nel cui disegno riesce ad abbracciare in un unico viluppo anche l’altra nipote più piccola Eugenia. Ed il Mandala si allarga poi – per un suo uso orientale apotropaico legato al travaglio della nascita– ad abbracciare il parto che diede vita alla mamma delle due nipotine:

“Vedi, io ricordo …
(…)
d’esser stata la barca
che da una riva all’altra
di un fiume-oceano immenso
nel buio di una notte
traversata da lampi e schianti portavo
in salvo sull’altra riva
di vita un nucleo palpitante.
(…)
Ricordo come profondamente
sentissi di aver compiuto
un misterioso viaggio
d’essermi affacciata all’Oltre
ed essere ritornata
con la mia carne viva
con la mia carne straziata.
Vita a me regalata
e vita ridonata    
.

Milena Nicolini

.

Note al testo

[1] E’ la concezione contadina, in cui la morte, evento naturale, è in totale continuità e prossimità con la vita: il confine è labilissimo, quindi facile da superare senza accorgersene; ed ecco allora i vari versamenti di un campo nell’altro, i vari rispecchiamenti, le storie raccontate uguali ovunque e giurate assolutamente uniche ed originali. Le poesie di Pascoli sono un significativo esempio di questa concezione.

[2] “Chi potrà mai anche con frasi spezzate/ parlare di tutto il sangue e di tutte le ferite/ far dire alle parole l’indicibile”

[3] Infatti, ad esempio, la cura per il male del scimiot, quasi con le stesse modalità, era praticata tanto dalle guaritrici emiliane del primo Novecento, quanto dalle ‘streghe’ della Val di Fiemme del 1500. Si può vedere L’occhio alla fine del cannocchiale di aprile 2017 in cui ne parlo diffusamente.

 

Storie di Viano e altri poemetti, con una postilla di Paolo Lagazzi, Book Editore, Bologna 2017

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.