Presentazione e testi tratti da TUTTE LE POESIE di Luigi Villa Freddi 

michelle morin

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Non si dirà niente di originale asserendo che, con ogni probabilità, si scrive sempre e soltanto uno stesso libro. Tuttavia l’assunto, per banale che possa parere, non dovrà perciò essere inteso come meno veritativo. Esso risulterebbe anzi confermato dalla ricorsività di talune figure essenziali, o emblematiche, della vita – anche se non intendiamo certo “stuzzicare cani che dormono a proposito dei rapporti tra biografia e poesia”, per dirla ancora col soave Pietro Paolo Trompeo – la cui frequenza, dall’una all’altra silloge distillata da Luigi Villa Freddi con paziente e sollecito amore nell’arco di tre decenni (dalle precoci, e ormai remote, Variazioni su la notte a La spina velenosa, agli Appunti per un canzoniere, al recentissimo L’Unicorno bianco), è fatto evidentemente non casuale, e che costringe ogni volta il discorso – il monologo – lirico a una sua auto-riproduzione coerente ed esatta. D’altra parte, i versi raccolti parlano eloquenti di un bilancio esistenziale che, dall’altezza – o “dalla china”, replicherebbe forse il poeta, ironicamente – già raggiunta si scorge ora con minore, ora con maggiore chiarezza, ma sempre con distacco. Un bilancio lucido, impietoso, assai scarsamente consolatorio, calcolato com’è sulla scorta di quella esposizione rigorosa con la quale l’amico Villa Freddi si prefigge, secondo ogni evidenza, il compito di rilevare più efficacemente e sicuramente l’inquietudine, il turbamento, il tragico che alligna tenace sotto la superficie della vicenda (ma, sarà bene precisarlo: di ogni vicenda) personale, e che costituisce il motivo più autentico, la ragione – vorremmo dire – genetica di questi versi. Sono riecheggiamenti di drammi interiori, universali ed eterni pur nella loro riverberata validità, che non possiamo non sforzarci di udire con l’orecchio teso, pronti a cogliere un disarmante grido d’allarme nella notte. Tenebre, o almeno penombre, annunciate – se non erriamo – già dal gelido frisson inaugurale («tira aria di crepuscolo»: che suona quasi come un cauteloso un gressum removete!) avvertito con indubbia sensibilità da Giovanni Raboni in esordio alle Variazioni del poeta esordiente. E lo stesso Raboni, in sede di prefazione alla medesima raccolta, metteva subito in risalto quei tratti e quegli svolgimenti «schiettamente appassionati e, qua e là, mitemente lugubri» che negli anni – al di là di ogni riconoscimento di eredità letterarie sempre un poco imbarazzanti – Villa Freddi non avrebbe certo disatteso, ma anzi di più in più affinato fino a renderli caratteristiche dominanti del suo spiegato verseggiare, inteso a un suo sommesso adempimento nei confronti di una esposizione rigorosa, con la quale egli pare si prefigga da sempre di rilevare, efficacemente e sicuramente, l’inquietudine, il sommovimento, il tragico che c’è sotto, e che costituisce l’autentica “ragion sufficiente” della sua poesia. Questi, a grandi linee, i dati fondamentali dell’autore. Né si tratta di cose da poco. Ma sembra giusto coniugare oggi a queste componenti già antiche e fedelmente preservate un sottofondo meditativo e morale: una poesia del disinganno lucidamente contemplato, rappresentazione del disagio e della disperazione; d’altro canto, tali elementi non possono non apparirci ormai necessari, e anzi non eludibili: per chiunque voglia “fare” oggi una poesia consistente, fedele, ricusando di ricorrere (pigramente, e in un’accezione autodenigratoria e scontata) ai discorsi intenzionalmente franti, verbali, eternamente infantili di quel neo-avanguardismo spurio che vorrebbe ancora épater le bourgeois (un borghese che non esiste più se non nella ignobile, torrenziale produzione di un provincialismo che e fuori dalla storia, fuori dalla lingua, fuori da ogni possibile forma d’arte). Resterebbe ancora, forse, da dire dell’ironia graf- fiante con cui Villa Freddi – quasi sincopando il suo discorso poetico secondo i ritmi intimi ed esatti di una sorta di jazzistico staccato – scandisce la propria musica mentale, ricorrendo non di rado, e senza falsi pudori, ma con deliberato sprezzo di ogni insinuazione di pretesa ingenuità, a boutades e accostamenti illusoriamente provocatori – in realtà, estremamente funzionali – fra reminiscenze in odore di apparente pedanteria e riflessione lirica personale: ciò di cui, all’apparenza, uno scrittore rigoroso come lui non sembrerebbe avere alcun bisogno. Ma, dopo tutto, Villa Freddi non vive fuori della storia e della cultura; anzi – e sia detto a sua lode – ci sta radicato così bene che può anche concedersi di trascenderla, se vuole. Ed è proprio qui che s’impone l’evidenza di quella ironia a cui si è accennato. Diremmo che essa si è maturata in una algida timidezza o discrezione che le dà ala e giustificazione (chi leggerà sarà in grado di comprendere agevolmente, come crediamo, il perché dell’accostamento apparentemente incongruo fra sostantivo e aggettivo). In altre parole, dietro la discrezione ironica (e “discreto” vuole anche dire “separato”) dell’autore si nasconde una sicura, catafratta precisione del dettato poetico, in cui la disciplina si fa misura. Ci sia consentito, infine, un avvertimento conclusivo: la poesia di Villa Freddi, malgrado qualche apparenza, non è facile né “aperta” o, tantomeno, “fungibile” o fruibile comme ça: esige più di una let- tura e una frequentazione “simpatetica”, tesa a cogliere la parola giusta che talvolta si nasconde tra le righe, con pudore: e, horribile dictu, con intenzioni talora velatamente consolatorie.

Massimo Scorsone – PREFAZIONE

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michelle morin

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Da Tutte le poesie di Luigi Villa Freddi

L’UNICORNO BIANCO- 2016

I
Alla chiamata
non potrò rispondere che non posso
che in altro sono affaccendato
so che sono un fante affardellato
che la guerra ha dimenticato in fondo a un fosso.
Irrompe un’infanzia di biciclette rosse
tempie pulsanti bagnate di sudore
il fiume prepotente o mite
e poi i troppi psicofarmaci ingeriti
le giornate sprecate
le allegre sposate (in gioventù)
Milano splendida e di sporco
e lei
………………………..l’unica
…………………………………………la cometa

come spuma circonfusa di bellezza

tutto giustapposto e mescolato
in un groviglio senza bandolo visibile
almeno per me
……………………………..che con me sono compromesso
in questo apparente vano niente.

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II
Se esisti dove ti sei nascosto
introvabile come un paio di occhiali
dimenticati al fondo di un cassetto
in quali gorghi d’aria
per alte altezze svaporato
più sottile di molecole impalpabili
o nel profondo di umide caverne
a negare te stesso nel segreto.
È questa la luna custode dell’insonnia
e se ne fugge il senso
e il senno appresso:
credere per disperazione a me non è concesso
così brucio i giorni privo di lucerna
fra sì e no al bivio dubitoso.

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III
Orme forse
labili indizi
di frasche smosse
e piegati rami
fra fratta e fratta
e macchia e gola
parvenze di fruscii
falsi segnali
la caccia non ha sosta
ma a che?
a una presenza
o all’emblema fallace dell’assenza.

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X
Percorremmo tratturi impervi
fra dirupi aspri
le mani piagate da ferite
e smarrimmo la via al gelo e al sole sfiduciati
poi in distanza la fortezza
possente nella cupa forma scabra
allora fummo preda dell’ebbrezza
corremmo esausti fra il fogliame
colmi di gioia in vista della meta
ma subito fu un lago di sconforto
il ponte levatoio era saltato

immenso il fosso

vano ogni sforzo

l’obbiettivo mancato

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Luigi Villa Freddi, Tutte le poesie-Nostos Edizioni 2017

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