Piccoli pensieri sparsi per una ermeneutica delle differenze- Maria Grazia Palazzo

kim hyun jung

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Da anni mi sento precaria, precaria anche stando ben attenta a seguire percorsi istituzionali di formazione, per acquisire competenze professionali. Parlo di quel genere di precarietà che ti avverte di non essere omogenea a nessun ambiente umano, né per nascita, né per vocazione, né per scelta. E’ un confuso stato di passionalità intellettuale o un lucido ragionare passionale, una sorta di cinismo romantico esistenziale che mi fa dire, al di là dei miei natali e delle scelte fatte, delle rotture, degli incominciamenti, della ricerca di armonia e del sentirmi, più o meno utile al mondo, che ho sempre agito come contro l’entropia dell’universo, cercando stati di separazione e di incontro con le tante me, e non per una forma di schizofrenia paranoica, che pure potrebbe irrompere forse od essere giustificata, ma per una sorta di tensione interiore che mi fa sentire, appunto, mai arrivata, anzi, in continua sospensione e ripartenza. Fatta questa breve e tragicomica premessa dico subito che sono nata nel 1968 in una temperie culturale di contestazione sociale, probabilmente assorbita sin dal cordone ombelicale con la vita, anche se mia madre pare fosse una fanciulla piuttosto tranquilla e abbastanza fedele al modello della donna moglie, madre, casalinga. Però il rapporto con lei non è mai stato scontato, tanto che, mi si racconta, rifiutai di fare la fatica di allattare o di prendermi questa specie di consolazione. Si sa che l’allattamento dal seno materno svolge un ruolo non solo di nutrizione biologica e di protezione della salute a livello immunitario. Esso favorisce la relazione empatica con la madre, qualcuno sostiene, o contribuisce forse, in qualche misterioso modo, a costruire la prima forma di comunicazione in grado di condizionare le successive esperienze comunicative e relazionali. Forse, in parte quell’auto-stima della creaturina nascente o neonata che impara ad instaurare, più o meno naturalmente, una relazione di reciprocità io me la vado ancora a cercare, essendo ormai a metà del cammino di mia vita, ove mai giungessi centenaria ad esalare l’ultimo respiro. E riemerge, ritorna, nella mia narrazione, evidente quel senso, non so se deprecabile, scanzonato o canzonatorio, di non aver avuto la madre morbida, anche se mia madre c’è stata, mi ha voluto bene e me ne vuole ancora. La mia sensazione di una certa precarietà rimane e mi fa affrontare la vita nella sua tragica bellezza, vicina alla complessità della vita stessa, che continuamente si trasforma, compie i suoi giri, i suoi passi di gambero, torna indietro, si slancia in avanti, come in un labirinto, e noi dentro.
La logica della complessità, d’altra parte, è più affine a quel pluralismo di idee e sensibilità che ormai ci avvolge e si sbatte nei marosi della socializzazione anche mediale. Tutto il dibattito del ‘900 intorno al tema della/delle differenze, che è diventato discorso dei diritti delle persone, è stato anche il secolo della crisi del soggetto, del soggetto unico, maschio, europeo, cioè di un modello culturale dominante, di un ethos monolitico. E’ un fatto che durante il ‘900 siano avvenute le grandi rivoluzioni e movimenti che hanno tentato di ridefinire democraticamente il nostro sistema sociale (pensiamo al movimento studentesco, al movimento delle donne, ecc.), e che non tutte le rivendicazioni messe in campo possano ridursi a mere eversioni da un sistema di senso, largamente condiviso. Il ‘900 è stato anche il secolo in cui gli studi umanistici di psicologia, antropologia, etnologia, ecc. hanno cominciato a convergere nella istanza di mettere in discussione i ‘pilastri’ che avevano sorretto e caratterizzato il pensiero.
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kim hyun jung

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Il soggetto razionale in psicologia si è trovato improvvisamente diviso al suo interno e costretto a convivere con la sragione. Si pensi, ad es., all’emblematica condizione dei folli tra i corrigendi e che, fino a mezzo secolo fa, non fosse considerato inumano lasciarli marcire in case di correzione o di contenzione segreta. “L’internamento nasconde la sragione e tradisce la vergogna che suscita” [1] affermava nella ‘Storia della Follia’ nell’età classica Michel Foucaul, e solo con la riforma della disciplina psichiatrica di Franco Basaglia (1924/1980) si avviò un processo di democratizzazione nella discussione intorno alla malattia. L’atteggiamento della opinione pubblica anche nei confronti dell’omosessualità è notevolmente mutato solo negli ultimi decenni e certamente un ruolo di svolta è stato esercitato “dall’Organizzazione mondiale della Sanità che nel 1992 (…) ha cancellato l’omosessualità dall’elenco delle malattie da curare, riconoscendone implicitamente la normalità.[2] Difficili da scalzare sono stereotipi e pregiudizi di certa cultura reazionaria, storicamente datata forse ma ancora resistente, che associano, per es., la follia, l’omosessualità, a fenomeni devianti e persino criminali, quali rispettivamente la pedofilia o le molestie nei confronti dei bambini. Anche nei confronti dell’handicapp si sono spesso innescati ed agiti meccanismi culturali o epifenomeni di isolamento, colpevolizzazione o pietismo. L’umanità è stata a lungo pensata in termini sostanzialmente maschili: in molte lingue uomo è, non a caso, sinonimo di essere umano ed anche le scelte grammaticali denotano un orientamento, un’opzione non indifferente, per quanto convenzionale ed usuale. Sappiamo che tutto ciò di cui non si parla è come se non esistesse, non costituisse problema o comunque rimanesse ai margini dell’attenzione. Non c’è nulla di naturale nella narrazione della storia e tutto di culturale e, dunque, conviene sapere che i modi con cui ci atteggiamo nella nostra società sono il risultato di un lungo percorso e che ci siamo evoluti attraverso modelli di interpretazione della realtà giunti sino a noi. Siamo tutti eredi, più o meno inconsapevoli, di una cultura che è fatta anche di miti di fondazione, di memoria non solo individuale ma collettiva. All’interno di questa memoria, esistendo soltanto maschi e femmine, come esseri umani possibili, l’umanità si compie, ne siamo convinti, nell’incontro di alterità irriducibili ma la organizzazione della storia si è trasmessa anche per balzi cioè attraverso un processo sociale che porta a selezionare ciò che deve essere considerato memoria e ciò che deve essere assegnato all’oblio. Memoria ed oblio sono effetti culturali di questo processo di stratificazione archeologica che permane nel presente. Non c’è nulla di naturale, a parte il nostro cervello rettiliano, in questo processo di selezione, di ciò che deve rimanere nell’immaginario collettivo. Basterebbero queste poche considerazioni per rivelare quanto religione e cultura siano affini, strettamente imparentate, implicate, nel lento processo delle civiltà che da sempre reca in sé il fatto delle differenze, (pensiamo al meticciato su cui si fondò Roma con il ratto delle Sabine) delle differenti etnie, delle differenti lingue, delle differenti culture, anche religiose, del differente modo di trattare la sessualità, il rapporto tra maschile e femminile, la vita, in ogni sua sfaccettatura, fase di pienezza e/o di fragilità, la malattia, la morte.
“L’armonia universale è un comporsi dinamico e dialettico di forme diverse e di forze contrastanti.
Lo splendido mito genesiaco ci traccia quest’immagine cosmica di Dio. Dapprima il caos informe e uniforme nel quale tutto è contenuto e niente è emerso. Da quest’amalgama confusa ogni forma si libera, differenziandosi”. [3]

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kim hyun jung

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Dunque è solo nella dialettica tra le differenze che può esserci bellezza ed armonia, l’incessante movimento umano di costruzione della esistenza e della pace.
Punto saliens e punto dolens di questa approssimazione è per noi l’emergenza a coeducarci, poiché i modelli di interpretazione del mondo non possono essere univoci e con tutto il nostro sapere di base, con tutte le nostre competenze, bagaglio di abitudini e di credenze, abbiamo bisogno di decodificare l’esperienza concreta in cui viviamo. Si sa che il potere, variamente declinato, ha esercitato sempre dominio e disciplinamento del corpo attraverso la microfisica delle relazioni sociali, traducendosi nelle scelte delle politiche istituzionali, economiche, culturali, ecc. Tuttavia è indubbio che ignoranza, pregiudizi o giudizi generici o strumentali contribuiscono ad incrementare l’ingiustizia, rispetto situazioni di differenza, ovvero a sanzionare la non conformità a un sistema, sia esso più o meno degno di essere perseguito, o semplicemente frutto di una prassi culturale e politica, fino a spingere verso la deprecazione sociale, anche nello scherno e nello scherzo.
Perché dico queste cose? Me lo sono chiesto. Io che vengo da una formazione umanistica e giuridica, a un certo punto ho fatto nuove esperienze, con la poesia, e intrapreso studi nuovi, con la teologia. Mi sono resa conto che per quanto ci si sforzi di fare delle scienze dei comparti, possibilmente stagni, l’umano, troppo umano emerge, riemerge, affiora nelle sue mille domande di senso e di libertà.
Dunque mi sono convinta che nella visibile aporia del pluralismo democratico, con tutti i rischi delle possibili derive integraliste, resta da praticare, forse, molto più utilmente, la logica della complessità, piuttosto che della assoluta autonomia delle scienze. E’ vero ognuna ha i suoi paradigmi, i suoi statuti, come si dice, epistemologici. Però è anche vero che, molto più spesso di quanto si creda, le diverse letture del reale, dell’esistente, del fenomenologico, possono essere intraprese, riconoscendo alcuni nodi, non del tutto sciolti in toto. Una teoria che non afferma in modo apodittico “è chiaro che”, accetta il fatto che l’autoevidenza non sembra funzionare più. E’ quindi più opportuno individuare diverse aree semantiche in cui le varie discipline o saperi scientifici (filosofia, teologia, antropologia, e tutte le altre c.d. scienze per antonomasia) si occupano di segmenti diversi dell’umano. Se immaginiamo lo scibile come una struttura tensionale o un insieme di strutture, permanentemente connesse da nodi, ci accorgiamo che l’esercizio a dismettere un sistema concettuale unico, come pensiero unico, ci aiuta a ragionare meglio, ad organizzare meglio domande di senso, piuttosto che sistematizzare risposte. Così anche la riflessione sulla politica, sulle drammatiche vicende delle emergenze del pianeta, vicino a noi, non lontano, delle risorse in mano a pochi, dei flussi migratori, delle guerre civili, della mancanza di lavoro, dei diritti disuguali per lo strapotere delle caste ed oligarchie, possono farci recapitare alcuni messaggi in bottiglia, con diversi sottotitoli, evidentemente, ma che appartengono tutti a quella ecologia dei rapporti umani in cui se smettiamo definitivamente di ‘restare umani’ saremo presto irreversibilmente tutti perduti. Sta di fatto che la mancanza di uno sguardo accogliente, non rispettoso delle differenze ha favorito l’esclusione (talvolta l’autoesclusione) o l’isolamento delle persone diverse, prima che del pluralismo delle idee, sviluppando forme di depressione o di trasgressività come reazione a un contesto ostile e insicuro. Di una cultura che ha rimosso il percorso carsico della storia, che non riconosce il valore potente delle differenze, legate alle identità e al vissuto delle persone, delle comunità, delle diverse forme in cui è stato interpretato il sacro ed il profano, in cui sono stati incarnati i ruoli e la loro divisione, come la forma migliore di protezione dei valori di una comunità, o come ossequio al potere, bisogna diffidare. Sappiamo che conseguenza di ogni contesto poco sereno nelle relazioni interpersonali e sociali innesca o diffonde come conseguenza un processo di convivenza scorretto. Sappiamo anche quale lungo cammino dinanzi alle istituzioni politiche e sociali, economiche e religiose, in molti contesti locali e globali, hanno fatto e ancora hanno da fare le persone che richiedono e lottano per il riconoscimento non solo di diritti formali ma anche della pari dignità. Penso a quelle categorie di persone (come i migranti non legali) che al di là della diversa identità etnica non godono di grande solidarietà culturale ma anche “civile”. I tempi della storia sono spesso più lunghi della nostra pazienza. Ma il pensiero sul tema della ermeneutica delle differenze, va ricordato, è insorto soprattutto come attenzione ai soggetti più deboli. Il pensiero oggi andrebbe soprattutto rivolto ai minori, ai minori abbandonati, sfruttati, maltrattati, abusati, oggetto di tratta, che come categoria sensibile, non protetta, sembra ancora troppo debole per essere ricompresa in una più completa e veritiera ermeneutica delle diversità. Sono madre adottiva, voglio dirlo, ed anche avvocato, anche se, sto cambiando pelle e decidendo, infine, di costruire un altro percorso professionale nella scuola. Ma chiunque di noi avrebbe un tema sensibile su cui riflettere intorno alle diversità. Si tratta di far crescere il dialogo. “Su queste basi l’identità sia sociale che individuale di una persona non può più essere pensata un dato di fatto imposto dalla nascita in una famiglia, un quartiere, un popolo, una religione, che né lui né altri possono mettere in questione e deve durare tutta la vita (…) ma si trasforma nel tempo e in spazi sociali che cambiano e diventano sempre più complessi e controversi.” [4] Ognuno sperimenta che l’individuo agisce nei diversi contesti di vita quotidiana, famiglia, scuola, chiesa/e, lavoro, gruppo di amici, o di conoscenti, con regole diverse, con un diverso linguaggio, verbale e non verbale, con il suo “dare per scontato” od “ignorare” o semplicemente tacere retroscena o giochi relazionali, non sempre esemplari, talvolta conflittuali, sofferti o più semplicemente inautentici, mostrando di volta in volta “la faccia” che più conviene mostrare. Ecco, io vorrei che ognuno di noi sapesse e sentisse che quel che fa, se lo compie con onestà intellettuale e morale, è utile anche agli altri. Se scrivo poesia in modo onesto faccio un’operazione anche di ecologia umana. Se studio in modo onesto, senza pregiudizi sul pensiero diverso dell’altro, faccio un’operazione di ecologia culturale. La diversità dovrebbe essere ricchezza e non minaccia. Plaudiamo, dunque, alla crescita di una maggiore consapevolezza delle nostre diversità che dobbiamo portare, con le nostre ferite e cicatrici, alla luce del sole, non per sentirci spogli o spogliati della nostra identità ma al contrario per dire chi siamo, rispetto all’altro, diverso da me. Solo lo sguardo accogliente sull’altro mi abilita a conoscere me stesso, più in profondità. Altrimenti ci ammaleremo di ‘autismo corale’, parleremo al vento, che pure potrebbe essere un bel parlare, se le parole che non suonano più si perdono nel pianeta, in una dimensione di biodegradabilità e non offendono nessuno. Non sia il colore della nostra pelle o la nostra dichiarazione dei redditi a renderci cittadini del mondo di serie “a” o “b” o “c” o pronti alla rottamazione. Abbiamo bisogno di ritornare ad essere camminanti e di riscoprire forse, il valore, della precarietà. Siamo tutti di passaggio su questo pianeta ma possiamo renderci più accoglienti, non in senso buonista, ma filantropico a chilometro zero. La dimensione glocale è l’unica possibile intersezione in cui il tempo/spazio ci rimanda ad una presa di coscienza responsabile. Una possibile etica condivisa non può fare a meno della differenza.

Maria Grazia Palazzo
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kim hyun jung

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NOTE AL TESTO.

[1] MICHEL FOUCAULT, Storia della Follia nell’età classica, BUR saggi, giugno 20044 , Milano, 149.
[2] GIANNINO PIANA, Omosessualità, una proposta etica, Cittadella editrice, Assisi, 2010,7.
[3] ADRIANA ZARRI,Teologia del quotidiano, 2012 Giulio Einaudi Editore, Torino, 75.
[4] Cfr. ITALO DE SANDRE, l’identità nella società attuale, in AA.VV., Identità, in Servitium,
Quaderni di Ricerca Spirituale, Gruppo Editoriale Viator srl, Milano, 2012, 27

 

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2 pensieri su “Piccoli pensieri sparsi per una ermeneutica delle differenze- Maria Grazia Palazzo

  1. per noi anche la confezione dell’articolo conta perché le immagini offrono anch’esse un contributo ad una comprensione allargata , non sempre prevedibile

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