ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: Stranieri di Francesco Sassetto

punta della dogana- venezia, canal grande

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Di cose malferme della terra parla nel suo ultimo libro Francesco Sassetto, di cose che la marea ci porta direttamente a riva e senza sconto o nascondimenti. Inizia proprio con qualcosa che è vicinissimo, non di migranti che provengono da lontano, la raccolta Stranieri edita da ValentinaPoesia.
Inizia con un’Aqua alta a cui è sparita una c, in Veneto si risparmiano le sillabe, le consonanti e anche le doppie, anche se poi il dialetto è una cantilena quasi monotona, lenta, in cui ti pizzicano le tante x, come le firme dei nostri tanti analfabeti delle generazioni di contadini e operai edili, manovalanza che oggi è anch’essa scomparsa, lasciata nelle mani di migranti che provengono dall’estero, perché la scuola, i titoli di studio accumulati hanno innalzato il livello di conoscenze e di specializzazione e molti ora sono quelli che dal Veneto emigrano altrove, in cerca di migliore fortuna. Insomma il male toglie e il mare porta in uno scambio di flussi e tutto sembra pareggiarsi. Ma. C’è qualcosa che è sempre in perdita, un’assenza fragorosa di umanità che non condivide con l’altro che gli è uguale, indipendentemente dalla razza o dalla ragione sociale, i momenti fondamentali dell’esistenza, dell’essere vivi insieme, in questo canestro di piccoli pesci che nel mare guizzano o sguazzano.
Il primo a sparire è perciò quell’interesse alla vita dell’altro che fino a un attimo prima si era prodigato per un benessere spicciolo certo, fare il caffè al bar a Rialto, faceva cafè a maneta Gigi, scomparso da tre mesi. Gigi, nemmeno Luigi, una doppia sillaba, per risparmiare un fia’ de schei de voce. Si dice così: risparmiare un poco è risparmiare un fia’ che sta anche per fiato, perché è il fiato ciò che è importante, che è il tesoro, gli schei, il respiro con cui viviamo e con cui comunichiamo. L’eucarestia è proprio questo comunicarsi, il condividere l’uno con l’altro gli attimi anche minimi delle nostre giornate, è la relazione che le rende ricche, vive, vivide! Per cui Gigi, che porgeva veloce ai clienti frettolosi le brioches e il caffè, è una figura saliente di tutto quello che crediamo niente ma è importante nell’arco della nostra giornata, dove tutto va di corsa, di fretta, spesso senza mai comprendere nemmeno quanto si sta facendo e dove si sta correndo, perché alla fine si corre proprio verso la fine, la nostra, ognuno di noi con-fine. E mentre l’alta marea, è rea di prendere tutta l’attenzione dei presenti, Gigi assente risulta quello che si è interessato di loro tutti, che pure non avevano un nome, che conosceva forse solo di vista, per le frequentazioni assidue del bar, l’unico che si è preso cura delle loro richieste, che li ha visti e riconosciuti, ricordando le loro scelte e i gusti e fare così più in fretta a servirli. Ecco: SERVIRE, senza essere servili, esserci, essere a disposizione dell’altro. Mi ricorda un passaggio di un film noto, dove un attore che conoscevo di persona, era lo zio di un mio amico che abitava proprio accanto a casa mia, Giustino Durano, con il suo modo lieve, leggero ma incisivo diceva appunto così, relativamente all’inchinarsi, o anche inclinarsi, secondo una volontà o una moda un modo di essere, diceva di osservare i girasoli che s’inchinano al sole ma se se ne vedono che sono inchinati un po’ troppo significa che sono morti. Chi serve, continuava, non è un servo pur se sta compiendo l’atto di servire. Servire, dice, è l’arte suprema e Dio è il primo servitore, Dio serve gli uomini ma lui non è servo degli uomini.  Dovremmo riflettere più spesso sul dio ormai in formato minore che vorremmo servisse come un distributore di coca cole, dimenticandoci che noi per primi siamo qui per servire, senza essere servi o servili verso nessuno.
Tutto sparisce e non è solo la malattia, la mamma è la seconda a sparire, persa in un mare di vuoto, o la morte a far sparire la gente. Le persone spariscono anche inghiottite da se stesse. Mario, che segue subito Gigi, è uno scomparso anche lui e la vita la vive a cottimo o a forfait, parlando un tanto all’attimo con chi lavora accanto alla sua bottega, ma il negozio più importante che dovrebbe gestire, con cui dovrebbe relazionarsi, la sua vita, il vivere in casa sua e con se stesso e la sua solitudine, non riesce a gestirlo. Per questo non dorme più da quando la moglie lo ha lasciato e tenta approcci con altre donne più giovani, quasi sentendosi, di giorno, giovane anche lui, anche se naturalmente anche la giovinezza sparisce, attimo dopo attimo, e la sentiamo nelle gambe che traballano, la vita che vuole anche lei andarsene. Chissà dove poi se tutto sembra ripetersi, un volto dopo l’altro e una storia dentro le precedenti.
Niente si salva dall’assenza, persino la scuola non viene esclusa dallo sguardo dell’autore che vede quanto si perde per strada anche in quell’ambito e non fa che aumentare il peso dell’assenza, che diviene la grande pesante densa massiccia presenza del libro, sia che si tratti della “canaglia“, “tutta la canaglia” di Riva degli Schiavoni, in cui gli schiavi risultiamo tutti noi, agenti reali di quanto si va producendo, immondizia con il conto in banca, che non ha proprio alcuna etica comportamentale, è ” un rovescio violento di forza criminale che /distrugge e divora bellezza e umanità,/ che uccide una città già devastata,// cadavere putrescente di anime e alghe marcite, da ridare al mare, da dimenticare”.
Nel gioco di parole che  Sassetto scrive in dialetto rende una duplice visione di Venezia che in italiano si perde, si perde completamente e invece vale la pena di soffermarsi, perché anche la lingua dei poareti, i poveretti, i derubati, indica molti giochi nascosti, affogati nell’italiano, lingua ufficiale, spesso ormai dell’ufficiale giudiziario che sequestra i beni. Sassetto scrive:
I ne ga robà Venessia.
I:  sta per loro, soggetto plurale ma senza nessuna indicazione precisa del nome che tutti prende in una sola lega.
ne ga : ci hanno, tradotto. Ma. Se ci fermiamo ad ascoltare la lettura di ne ga è identica a negà, che significa annegato/i. Se scrivo i ne ga negà , traducendo leggo: ci hanno annegati o anche ci hanno negato. E in un italiano maccheronico potrei anche leggerci una sintesi come questa: negano ma ci hanno rubato Venezia, ci hanno annegato rubandoci Venezia, ci hanno fatti scomparire insieme alla città che avrebbe dovuto essere la casa dei cittadini. Questo, infatti è il significato originario di città.
Dunque noi abbiamo perso per primi la cittadinanza, perché siamo diventati consumatori e per di più siamo i consumatori che consumano se stessi, pagando gli altri che delle nostre vite non fanno economia ma gioco finanziario, businness.
E noi, noi vediamo gli altri, i migranti, come coloro che ci rubano qualcosa mentre siamo noi stessi che abbiamo abbandonato in mare aperto, su barconi corazzati di affari e compravendite le nostre vite. Questa è la tragica realtà, il nostro cavallo di Troia che ci siamo auto-costruiti. E Sassetto lo ha compreso benissimo, per questo ha iniziato con in-quadrature  di cose che sono casa nostra ma più spesso appartengono a cosa-nostra, mentre noi chiudiamo gli occhi, foderati da falsa ricchezza e una miseria che ci estranea, ci rende stranieri a noi stessi, foresti- abitanti di una foresta nera davvero, ma nera per umanità brutalizzata! E dall’inizio alla fine il libro non fa sconti , che in dialetto significa non nasconde, e nell’altro significato non deprezza, forse ben sapendo che nessuno, nemmeno lui, il poeta, può tirarsene fuori, può dirsi davvero estraneo e per questo si espone così tanto.

 fernanda ferraresso
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venezia- una mano che tiene l’altra

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Aqua alta

Xe sparìo da tre mesi Gigi
no ’l xe più drìo del bancón
del bar a Rialto a far cafè a manéta, a spòrzer
svelto le brioches a queli che speta el batèlo de le sìe
de matina, che core al lavoro a Mestre o più in là.

’Na macia de luse nel scuro quel bar pien de gente,
de spente, borse e giornali e comande sigàe, ombre
che va fora e dentro de furia
e i do òmeni in traversa,
oci e man che core sincronizài, un casìn de vose
nel vapór de le machine soto pressión.

Xe sparìo da tre mesi, cussì
e nissùn dise gnente.

Ancùo tuti discóre se l’aqua rivarà a sentovinti, le previsión
le par propio sbalàe,
no xe siròco, la luna no xe quea bona,
dise un vecio butando l’ocio a l’onda su la riva
darénte che desso s’ingrossa e se slonga.

Fora i mete de furia le tole su i cavaléti, l’aqua
in diese minuti la ga ciapà fià
la cresse, la xe qua dentro del bar, la vegnarà
alta sì, sentovinti
anca sentotrenta
no se lo spetàva nissùn.

Gigi sta mal
me dise Dino, vint’ani insieme a far i cafè,
un bruto mal
me fa sotovose intanto che ’l nèta el bancón
co i oci sbassài, el respira a fadìga
no ’l tornarà più qua co lu.

Xe sparìo, Gigi,
ancùo xe sinque mesi, el parón
ga messo ’n’altro a far co Dino i cafè.

L’aqua domàn tocarà da novo i sentotrenta
e se sùpia siròco
anca de più.

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 Alta marea  (Traduzione letterale)

E’ sparito da tre mesi Gigi/ non è più dietro il bancone/ del bar a Rialto a preparare caffè uno dopo l’altro, a porgere/ svelto le brioches ai clienti che attendono il vaporino delle sei/ del mattino, che corrono al lavoro a Mestre o più lontano.// Una macchia di luce nel buio quel bar affollato/ di spinte, borse, giornali e ordinazioni gridate, ombre/ che vanno fuori e dentro di fretta/ e i due camerieri col grembiule,/ occhi e mani che corrono sincronizzati, un frastuono di voci/ nel vapore delle macchine in pressione.// E’ sparito da tre mesi, così/ e nessuno dice nulla.// Oggi tutti discutono se l’acqua salirà a centoventi, le previsioni/ sembrano proprio sbagliate,/ non soffia scirocco, la luna non è quella giusta,/ dice un vecchio dando un’occhiata all’onda sulla riva/ di fronte che ora s’ingrossa e s’allunga.// Fuori allestiscono in fretta le tavole sui cavalletti, l’acqua/ in dieci minuti ha preso forza/ cresce, è dentro il bar, verrà/ alta sì, centoventi/ anche centotrenta/ non lo credeva nessuno.// Gigi sta male/ mi dice Dino, vent’anni insieme a preparare i caffè,/ una malattia grave/ mi dice sottovoce mentre pulisce il bancone/ con gli occhi abbassati, respira a fatica/ non tornerà più qui con lui.// E’ sparito Gigi,/ oggi sono cinque mesi, il proprietario/ ha assunto un altro per preparare con Dino i caffè.// L’acqua domani salirà di nuovo a centotrenta/ e se soffia scirocco/anche di più.

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venezia- una mano che tiene l’altra

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Yan Lin

Yan Lin sul permesso di soggiorno, ma qui il suo nome
è Giulia, fuggita da chissà quale campagna cinese,
di Mao e del libretto rosso Giulia
non sa niente, ma sa bene la miseria, l’acqua alle ginocchia
la schiena che si spezza
la risaia che ammala e ammazza.

E adesso scappa dalla Cina toscana, dallo zio di Prato
bracciaspalancate, ospite nella sua casa fiorentina e
nella fabbrica di capi in pelle, nel seminterrato
sedici ore al giorno, notte e giorno.

Giulia ancora in fuga, cacciataodiata dalla sua gente
ora vive in una stanza a Marghera, si vende la sera
per l’affitto, il mangiare e le bollette e
mentre il cliente le sta sopra ansimante
Giulia vede la luce,
i neon di un salone di bellezza acceso di colori ed eleganza.

Perché Giulia è estetista diplomata e vuole quel lavoro dove
tutto si fa bello e studia per gli esami
si aggrappa a ogni parola da imparare,
al manuale che dice tinture, tagli e pettinature

perché quel sogno lo vuole per davvero, ad ogni costo,
che quella luce diventi il suo domani.

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venezia- un pesce fuor d’acqua

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C.t.p.

E adesso sono qui al Ctp
…………….capitolo dell’accoglienza, mano tesa solidale
all’immigrato, boccone che si può donare al cane
randagio affamato
………………………………..dopo il banchetto occidentale

per pietà cristiana e dovere morale.

Qui si insegna allo straniero l’italiano quanto basta
a riciclare nel congegno vincitore
…………………………………………….il pezzo da riutilizzare
consegnare braccia a buon mercato obbedienti
alla voce forte del padrone.

…….Si dà il lasciapassare che la Legge esige a garanzia
della conservazione dell’ingranaggio immane che tiene
al posto che conviene
…………………………………..ricchezza e povertà

assicura globale persistenza di libertà e catene.

Qui si raduna dalla periferia imperiale una moltitudine
di reietti, insistenti, scampati
ad ogni tipo di miseria, guerra e schiavitù
………….si lavora per l’integrazione, si parla di dirittti e
di doveri, di uguaglianza, libertà e amore per la pace.
Quella che a noi piace.

Qui le mille voci dell’immigrazione, viaggi e
solitudini, violenza e sfruttamento, speranza e
diffidenza, il volto amaro di esistenze consumate
…………………………………….e i sogni di vite da rifare.

Le frasi fatte, le verità d’accatto dispensate da tivù e
giornali, manovrate da esperti imbonitori
insieme a tutte le ideologie d’annata,
………………………………………qui sono da cancellare.

La verità è tutta da cercare, qui è tutto da ascoltare

………………………………………………tutto da imparare.

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Nota al testo: i Ctp, Centri Territoriali Permanenti per l’Educazione in età adulta, sono stati istituiti nel 1997 ( sulla scorta dell’esperienza delle cosiddette “150”) per permettere il conseguimento della licenza media, tramite un percorso abbreviato, alla popolazione adulta che ne fosse sprovvista. Oggi tali strutture svolgono questo compito soprattutto nei confronti degli stranieri immigrati, ai quali viene inoltre fornita la possibilità di seguire corsi per l’apprendimento della lingua italiana. Gli immigrati, provenienti da vari paesi europei, africani ed asiatici ed appartenenti a diverse culture, etnie, religioni, costituiscono oggi più del 90 per cento dell’utenza dei Ctp.

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Note sull’autore

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Laureato in Lettere all’Università Ca’ Foscari, la sua tesi è stata pubblicata nel 1993 dall’Editore Il Cardo con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante. Ha collaborato alla cattedra di Filologia Dantesca, conseguendo nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in Filologia e Tecniche dell’Interpretazione. Ha insegnato Lettere nella scuola media e, attualmente, è docente presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre. Dal 1995 partecipa a concorsi di poesia, ricevendo numerosi premi e segnalazioni; suoi testi sono presenti in antologie, riviste, siti internet e blog letterari. Ha pubblicato le sillogi Da solo e in silenzio (Montedit, Milano, 2004), prefazione di Bruno Rosada; Ad un
casello impreciso (Valentina Editrice, Padova, 2010), prefazione di Stefano Valentini; Background (Dot.com Press-Le Voci della Luna, Milano, 2012), prefazione di Fabio Franzin.

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Francesco Sassetto, Stranieri- Valentina editrice 2017

 

 

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2 pensieri su “ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: Stranieri di Francesco Sassetto

  1. Grazie di cuore, Fernanda, per l’ospitalità, per la tua lettura appassionata e profonda che scandaglia e mostra con vigore il “cuore pulsante” di questi miei versi, grazie per la tua generosa attenzione e il tuo partecipe sguardo . Grazie per essermi sempre vicina e grazie a tutti quelli che vorranno passare qui e lasciare un loro pensiero, un’opinione, sempre molto importante per chi cerca di dire qualcosa della realtà in cui annaspiamo ogni giorno. Un caro saluto a tutti!

  2. Un Post di Ulisse Fiolo scritto in FB che mi sembra molto interessante e mi permetto di riproporre qui:

    Molte volte brividi alla schiena, gelidi a volte, pugni allo stomaco o ‘sfogonamenti’ di commozione totale, àgreme de ben e de mal, insomma una potenza di libro. La sezione finale, che lo titola, è quella dove s-ciopa fora tuto e infatti si mescolano dialetto e italiano: testi collettivi, il bus n.7 (ne ho scritte anch’io su questa specie di micromondo specchio e quasi prefigurazione al macro e al futuro) e poi la sequenza di 5 nomi propri appunto stranieri la cui storia individuale è storia umana, e infine ancora gli ultimi 2 testi corali con quella chiusa lucidissima e devastante “si benedice l’orrore che verrà”. Nel complesso pochissime le frasi esplicite di speranza, anche se la grandissima pietas umana in ogni verso è già una speranza praticata e quindi enorme e che si fa carico in prima persona del proprio tempo, dell’umanità propria e intorno a sé: forse la più netta e toccante (ma non è l’unica) è proprio nel testo in cui è a tema l’incontro, lo scambio umano e interculturale “La verità è tutta da cercare, qui è tutto da ascoltare, \ tutto da imparare.” (C.t.p.) – un invito appunto alla pratica di vita dell’attenzione e del dialogo, altro grandissimo valore aggiunto a questo libro che non si chiude ma apre continui spiragli di bene nel diluvio assoluto in atto. A nota diciamo più tecnica, ma cos’è l’arte se non appunto ars/techné, ho visto che nei testi più narrativi prevale il verso lungo e un ritmo pari tipo quello che Pavese definiva “muguno”; negli altri più riflessivi il verso si asciuga e il ritmo tende al dispari: infine la rima (o assonanza e consonanza), che non può non continuar sempre e ancor oggi a giocare il suo ruolo fondamentale da che esiste la poesia e quindi l’umano, assente o quasi tra i versi spunta improvvisa quanto necessaria suggellando chiuse gnomiche o comunque icastiche, a stampare a fuoco vivo la memorabilità dei versi (funzione primaria delle Muse figlie di Mnemosyne e Zeus = memoria dell’eterno e vita consapevole) – come nel già citato C.t.p e molti altri. Tra l’altro, ho notato molte rime “chiare” (Caproni) in -are, spesso verbali: la 1^ e più corposa coniugazione in italiano; se è vero che si scrive partendo dalla fine e risalendo a ritroso i testi, proprio quelle rime e quei messaggi che veicolano son la chiave – per me almeno: in questa stranierità che chiede comunione, il senso. Conferme quindi, e ottime ‘novità’: la vera novità, sempre, è ancora l’ancestrale…

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