ISTANTANEE: Fernanda Ferraresso- IL FONDO E L’ONDA di Davide Puccini

annelies jonhhart

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Soltanto un momento del passato? Molto
di più, forse; qualcosa che, comune
tanto al passato remoto quanto al presente,
è molto più essenziale di entrambi.

Marcel Proust, Le Temps retrouvé
(trad. di Giorgio Caproni)

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Il fondo e l’onda
Il passato si perde
nel fondo irraggiungibile
che appena si intravede
attraverso l’azzurro interminato
dove tutto sprofonda,
ma all’improvviso l’onda
trascina in superficie
i detriti del tempo,
li rivela alla luce del presente
portento inaspettato.

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Si aprono così, poco dopo la presentazione curatissima, dettagliata e ricca di Alessandro Fo, le stanze dell’ultimo libro di Davide Puccini e del suo ultimo libro Il fondo e l’onda. Una architettura di trasparenze e trame liquide, di sonorità in cui le memorie dell’autore trovano il giusto spazio in una reciprocità di accenti reali e mutamenti onirici. Non mancano nella raccolta le trame dei  sentimenti, i drammi che si presentano e brillano la mente nell’oscurità in cui il poeta cerca e scava, nella propria interiorità, affermandosi sempre più nella conoscenza di se stesso, unica via per conoscere gli altri. Il suo procedere è comunque piano, disteso, mai scabro come se per lui fosse motivo fondante la consapevolezza che la poesia e la parola possono dare luce anche agli altri attraverso versi chiari, musicali, che rispecchiano  la liricità tipica di altri autori noti del ‘900. L’esergo a firma di Caproni, pone una chiave che non lascia dubbi, ed è il recupero di quell’elemento essenziale che vive nella memoria conservata e, anche se fisicamente, materialmente, persone e luoghi non si possono più frequentare, la memoria può e deve, perché è li che abita ciò che comune/tanto al passato remoto quanto al presente,/è molto più essenziale di entrambi.
La raccolta è strutturata secondo cinque sezioni, come se l’autore operasse un taglio, nitido, dentro di sé: Debiti, Fra passato e presente, Giochi, Vicini, Amici. Ogni sezione ricuce in armonia brani di storia che a tutti gli effetti ricostruiscono ciò che è più caro all’autore, ed è parte di una memoria collettiva nella quale i protagonisti dei versi condividono tutto il cammino o parte di esso con chi li ha a lungo ascoltati e ora li ha “rinati”. E’ dal fondo del mare in un continuo moto di onde che riemerge ciò che non era visibile, ciò che non era udibile.
Debiti, sezione di apertura del libro, rende omaggio ad autori cardine per il poeta: Ramat, Rescigno, Canetti, dei quali Puccini tratteggia con toni di colore emotivo e note temporali, le caratteristiche interiori di ogni autore considerato.
Solo due invece i testi nella sezione Fra passato e presente come se, anche attraverso la parola scritta, l’intensità dell’esperienza vissuta fosse rimasta incisa, da un’impronta incancellabile. E bastano pochi elementi per immergersi nell’onda del tempo: un bicchiere di vino o un osso di seppia sono le esche per rivivere dimensioni del passato non perdute ma ancora lì, a contatto con chi è rimasto aperto alla scoperta e all’ascolto.

Giochi è il centro del libro come se l’età dell’infanzia, e tutto quanto essa porta con sé, fosse l’elemento fondamentale su cui  riflettere e fare riflettere, perché meglio di qualsiasi altro elemento il gioco mette ogni cosa in relazione con il SE’, per questo adattabile ad ogni contesto sociale, per questo ricco, originale, creativo, mai sazio e sempre mosso da una fervida curiosità di toccare ciò a cui si sente di appartenere. Tra i giochi descritti da Puccini, che oggi non vedo più giocare dai bambini, ne ho trovati alcuni che anch’io giocavo, quand’ero piccola e ho visto luci portarmi indietro in luoghi che credevo di avere perduto. Anche la parola, come uno scambio delle biglie, ha donato anche a me quella gioia che ho riconosciuta, del giocare fino a tardi la sera, fuori in strade in cui pochissimo era il traffico, con gli amici del quartiere, le squadre che non significavano divisione ma possibilità di gioco appassionante, che comprendevano sconfitti e vincitori, ma aveva una variabilità continua, bastava cambiare gli elementi di un gruppo e tutto era diverso. E si correva, si correva tanto: corse a piedi e in bicicletta sul monopattino, ci si rincorreva in tutti quei giochi, con particolare riti di apertura da svolgere per sapere chi “sta sotto”, che si tramandavano a voce dai più grandi ai più piccoli, ma si effettuavano prevalentemente in strada, perché si era tanti e tutti insieme. Per questo le regole si stabilivano prima di compiere le infrazioni, e davano valore sia alla vittoria e alla gioia dei vincitori sia alla tristezza di chi si ritrovava sconfitto. Qui la vita si illumina in una sequenza di elementi che la rendono chiara, appunto elementare.

ViciniAmici, ultime due sezioni, mettono anch’esse mano alla tessitura che risulta essere ogni vita, pregna ciascuna di un mistero che non la rende mai del tutto catturabile, perché oltre al dato intimo, assolutamente personale, c’è l’ambito collettivo, sociale, con cui restiamo annodati, da trama e ordito.

fernanda ferraresso

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annelies jonhhart

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Da IL FONDO E L’ONDA

– DEBITI

LA MASCHERA

A Silvio Ramat,
in debito di un ricordo

L’odore lievemente soffocante
ma caldo e protettivo
di cartapesta incollata sul viso,
emerso da un verso all’improvviso,
mi riporta il sorriso dell’infanzia
(uno spicchio succoso
di tempo ritrovato):
dietro il saldo segreto
furtivo paravento
di pagliaccio pirata o befanìa,
lo scatenato gioco preparava
(il fiato era qualcosa di concreto,
un sapore gustoso appena salso)
il primo esperimento dell’inganno,
in precario equilibrio
fra immaginario e falso.

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VECCHIE MATTONELLE

A Elias Canetti,
in debito di un ricordo

Uno dei miei ricordi più lontani
è il gioco che facevo da bambino
con i disegni delle mattonelle
di graniglia per terra, casuali,
che sotto gli occhi della fantasia,
osservazione dopo osservazione,
non erano soltanto macchie scure:
prendevano l’aspetto di figure
(un capo indiano, un forte di soldati,
animali in agguato nella giungla),
davano vita ad una bella storia
dove immancabilmente
mi coprivo di gloria.

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annelies jonhhart

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– FRA PASSATO E PRESENTE

Da bambino provavo repulsione
per l’odore del vino e non potevo
vederlo bere senza voltastomaco.
Non manca un antefatto in questa storia:
poiché ero gracilino
fui sottoposto a un bagno dentro al vino
di cui non ho memoria.
Che quel disgusto fosse una reazione?
Forse la nausea non interessava
il contenuto ma il contenitore,
la bottiglia ingrommata
sul tavolo in cucina
che non avrei toccato a nessun costo:
me ne è rimasta a lungo antipatia
per qualunque bottiglia
e la parola stessa mi sembrava
sporca e volgare (fanghiglia, poltiglia),
e meschina la cosa: un’indecenza.
Il vino che riscalda forti voci
in lieta compagnia
era forse uno schiaffo che colpiva
la mia scontrosa, inquieta adolescenza.
Forse bisogna andare nel profondo:
il segno del potere di mio padre
che piaceva a mia madre
(Edipo, gelosia).

Crescendo ho poi imparato a dominare
l’insofferenza, a non manifestare
il fastidio agitando il tovagliolo
contro il malcapitato bevitore,
estraneo o familiare,
ma restavo a disagio, fuori posto:
sola eccezione un goccio di spumante
secco, bevuto come medicina
per non sembrare un orso.
La svolta è stata lenta e dolorosa:
con la vita stravolta
per una visitina
della nera signora,
ero tentato di cambiare ancora
spalancando le porte alle ventate
rischiose della sorte.
Ho cominciato prima con un bianco
piuttosto profumato, non vinoso,
ma ero pronto per saltare il fosso:
mi attirava il rosso più corposo.
Galeotto fu il nitido cristallo
e soprattutto il dolce incitamento
di una persona cara:
il primo sorso non mi è dispiaciuto.
Ora amo il vino come si può amare
soltanto ciò che è stato conquistato
con tenace fatica:
una bevanda dalla storia antica
che per me resta segno di vittoria.

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annelies jonhhart

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– GIOCHI

IL RE DELL’ISOLA

Aspettavamo un giorno di bonaccia.
Il principio era semplice:
rimanere da solo sullo scoglio
che fungeva da campo di battaglia
come un sovrano in soglio
buttando in mare gli altri;
se eravamo in parecchi,
si facevano squadre
dove si raccozzava la marmaglia
migliore del sobborgo,
ed io per evitare battibecchi
e trarmi dall’impaccio
dell’affollato ingorgo di bulletti
e dal rischio di prendere una botta
me ne andavo a nuotare.
Ma avevamo pensato una variante
che bene si adattava alla pianaccia
che racchiudeva la piccola spiaggia,
giusto un’insenatura di natura
selvaggia, sovrastata da un dirupo:
se lo specchio di mare era agitato
da venti di libeccio o di scirocco
univamo gli intenti,
non gli uni contro gli altri ma alleati
contro il forte avversario.
Le onde si infrangevano
con vïolenza immane sulla piatta
ma dura superficie ricoperta
di verde erbino morbido e compatto.
Ci si teneva stretti per resistere,
ma invano: scaraventati in acqua
dallo schiaffo di schiuma
in un gorgo di spruzzi, tutti in mucchio,
risalivamo subito aggrappandoci
prima che un’altra onda ci colpisse,
tentavamo di opporci ripescando
chi era trascinato dal risucchio,
tendevamo una fune con le braccia
in tenace viluppo
per fare immune il gruppo,
anche se la vittoria era impossibile.
Finita la baldoria,
stremati dalla lotta,
mostravamo orgogliosi
i segni sanguinosi della gloria,
le ferite patite
per la causa comune,
di cui instancabilmente
tessevamo la storia.

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Davide Puccini, IL FONDO E L’ONDA – Nomos Edizioni, 2016

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