TESTI E PRETESTI- Paolo Gera: “Il Festival Internazionale di poesia a Genova, comunità poetiche e nuovo rinascimento”

cortile maggiore del palazzo ducale di genova-  XXIII edizione  festival di poesia“ parole spalancate”

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Il Cortile Maggiore del palazzo Ducale di Genova è uno spazio rettangolare tra alte colonne di marmo, se si alza la testa si può vedere il cielo, azzurro, e poi nelle varie sfumature del crepuscolo sino alla notte. Si ascoltano le parole dei poeti e si guardano le nuvole passare e il blu che si fa ad ogni minuto più intenso. Non è l’unico luogo che dia ospitalità agli incontri del Festival Internazionale di poesia, ma ne costituisce il polo magnetico per la sua centralità, il suo fascino e le sue valenze simboliche.

Per me lo è anche perché rappresenta una specie di cittadella che resiste strenuamente agli attacchi dei rumori esterni. Le interferenze non sono per nulla astratte: i poeti invitati leggono le proprie poesie e può essere che siano interrotti dalle urla dei bambini o dalla musica house lanciata a tutto volume dal locale vicino perché la vocazione turistica di Genova sta seguendo strade facili e troppo consumistiche, come trasformare il Caffè degli Specchi ai cui tavoli Dino Campana scrisse parte dei “Canti Orfici”, in un ristorantino turistico di dubbio gusto. Ma  in fondo è nello statuto stesso della poesia la vocazione a vivere di resistenza e  offrire una lingua cosciente, viva, errabonda contro la babele dei suoni mercificati, organizzare riti civili contro riti consumistici. Si è appena conclusa la XXIII edizione del Festival Parole Spalancate” ed anche questo titolo mi piace  perché mi ricorda le finestre del centro storico con le persiane verdi, aperte sulle strade e sui vicoli circostanti, a creare una situazione di circolarità dove interno ed esterno, privato e pubblico non sono più così distinti. Il fondatore e direttore del Festival è lo scrittore Claudio Pozzani, coaudiuvato dal Circolo dei Viaggiatori nel Tempo e da Barbara Garassino e a loro va dato il merito di perseguire con tenacia  e intelligenza l’obbiettivo di un festival a scadenza annuale, fatto non facile e che fa consumare letteralmente molto sudore. Il tema dell’anno corrente è stato l’elevazione e il ciclo di incontri si è svolto dal 7 al 20 giugno, un periodo lungo e ricchissimo di eventi. Ovviamente seguirne l’intero sviluppo per chi non è di casa a Genova è complicato: si potrebbe pianificare una vacanza all’insegna della poesia e di Genova, città di illuminazioni, stagioni all’inferno ed elevazioni oppure, come è successo nel mio caso,  terminati gli impegni lavorativi si sceglie una tranche del festival che pare particolarmente interessante. Mi spiace molto dunque non aver partecipato all’incontro con l’artista Emilio Isgrò, sul tema della sopravvivenza umana della parola in un’epoca di totale blocco comunicativo ed ancora di più a quello su “Guy Debord e l’analfabetismo modernizzato”, a cura di Sandro Ricaldone, sull’educazione dei giovani nella società dello spettacolo. Il nomadismo del festival e la sua vocazione educativa  alla partecipazione diffusa, ha portato anche all’organizzazione del “Bloomsday“, ovvero la lettura integrale dell’ “Ulisse” di James Joyce, disseminandone i 18 episodi in vari luoghi assai suggestivi del centro storico. Questi temi mi conducono però a scrivere di ciò che ho visto nell’ultimo fine settimana  del Festival perché la struttura del Festival è – prendendo ispirazione dal pensiero di Derrida – rizomatica, i concetti non sono circoscritti, ma circolanti, il corso di pensiero che scorre una settimana prima riaffiora in una polla alfabetica fresca e dissetante la sera in cui sei presente, per poi indirizzarsi ancora verso simili ruscelli  di conoscenza e comunicazione qualche giorno dopo. Le serate di  venerdì 16 giugno e sabato 17 sono stati dedicate, proprio sul palco del cortile Maggiore, ad un’iniziativa stimolante che vorrei indicare perché si avvicina all’idea corrente che ha strutturato questo blog: la comunicazione tra scrittori lontani, la polifonia di voci, il tentativo di costruire una piccola città ideale non isolazionista, ma in cui la sensibilità  verso argomenti di solito evitati perché marginali o non facilmente commerciabili, possa aprirne le porte alla dimensione globale della  Città Grande e al mondo. L’iniziativa a cui ho assistito si chiama “ Versopolis”. Versopolis  è una piattaforma di poesia europea che sta creando opportunità di comunicazione per autori europei, presenti in un circuito che comprende 13 tra i maggiori festival di poesia del nostro continente.  E’ uno scambio libero e proficuo. A Genova si sono esibiti Adam Horowitz ( Regno Unito), Anna Axfors  (Svezia), Nataša Sardžoska (Macedonia), Aurelia Lassaque(Francia) e Indre Valantinaite (Lituania). Le parole dei poeti non sono state lasciate al vento, peraltro inesistente in tre serate incredibilmente afose, ma sono state raccolte in eleganti libretti arancioni in edizione bilingue a disposizione del pubblico. Anche questo aspetto dell’iniziativa è importante perché gli interessati , come nel mio caso, possono portare le piccole raccolte a casa, farle conoscere, aggiungere altre piccole dimore alla struttura di Versopolis, città in movimento. Ho scelto per Cartesensibili le poesie degli autori che mi hanno colpito di più.

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Adam Horowitz

(Adam Horowitz è un corpulento e biondo  poeta inglese di 46 anni. E’ molto bravo a declamare i suoi versi, muove le braccia come un guerriero e guarda fisso innanzi a sé. Il suo libretto porta il titolo di “ Condizioni di vita”, trad. di V. Guani e A.M. Biavasco)
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Orpheus in the Download Underworld

We make our disappearances day by day,
absence speaking for absence
through a  waxed veil of leaf and seed-pod.
Territories are marked with a wing beat,
the bounds of tenderness negotiated in magpie semaphore
as we are subsumed by books,
magazines, downloads, DVDs,
gewgaws, gizmos, all those pretty
fig leaves bought to cover shame.

The house is hollow,
an echoing cave of certainties lost,
where Persephone picks pomegranate seeds
that catch in her teeth, spits, them out and curses.
Cats howl around her like furies
after mice, scarps of paper,
the dust born of silence,
screwed into fists of guilt.
The goddess cries for us to stay indoors.

There is majesty in certainly if you can stomach it
but I prefer the random melt of stars,
waiting in the darkness for trees to bud,
listening for the metallic scrape of growth
as foxes slice the winter with thier tongues
and owls stamp prints of mice on frosty turf.
I am walking the path away from home,
a love song balled foetal in my hand.
Follow me. I’ll not look back.

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Orfeo negli inferi dei downoload

Facciamo la nostra scomparsa giorno per giorno,
assenza che parla di assenza
attraverso un velo cerato di foglie e baccelli.
Territori marcati con un battito d’ala,
confini di tenerezza negoziati nella lingua dei segni delle gazze
mentre siamo sussunti in libri,
riviste, download, DVD,
gingilli, gadget, belle
foglie di fico comprate per nascondere la vergogna.

La casa è vuota,
grotta echeggiante di certezze perdute,
dove Persefone mangia chicchi di melograno
che le restano nei denti, li sputa e impreca.
Gatti le miagolano intorno come furie
a caccia di topi, pezzi di carta,
polvere nata dal silenzio,
appallottolata in pugni di colpa.
La dea ci supplica di restare in casa.

La certezza è regale se non ti nausea
ma preferisco stelle che si fondono a caso,
aspettare nel buio che gli alberi mettano  gemme,
ascoltare il metallico raspio del risveglio
quando le volpi tagliano l’inverno con la lingua
e le civette stampano impronte di topi su terra gelata.
Ho preso il sentiero che mi allontana da casa,
una canzone d’amore racchiusa fetale nella mano.
Seguimi. Non mi volterò indietro.

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catrin welz stein

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Anna Axfors

( Anna Axfors è una ragazza svedese di 27 anni, bionda e vagamente incazzata. Il suo libretto ha come titolo “ Odio la natura”, trad. di A. Berardini)

 

JAG HATAR NATUREN

Jag hatar naturen
jag star inte ut med at titta pa manar
natt efter natt
my loneliness is killing me and I must confess I still believe
och jag star inte ut med at se regnet falla
pa mina nya skor. men om inte naturen fanns skulle det inte finnas
    skor för skorna har man för att inte ga direkt pa naturen. varför kan
    man inte ga direkt pa naturen? sa hard är den inte och forresten,
    efter ett tag skulle van manja sig, fotterna skulle ebli harda, hardare
    an naturen – om nagonting kan vara hardare än naturen.
    människan hor till naturen, och det är onödig ätt säga “människan
    forstor naturen” för det är naturen som förstör naturen; precis som
    allting i slutändan bryter ner sig självt

Nu lossnar nat inom mig
som isen under den globala uppvarmningen
nar mycket is faller ner i havet, blir hav sjalvt
sa lossnar nat inom mig
och blir mig

Nu ligger solen sa mjukt
över bergen och det enda som finns var äšr
en hares försiktiga skutt över allt
det platta

Sen scen serenad
      och kroppar
      arktiskt ljus over havet och döden

Jag har övergett min gamla ideologi och min nya ar attt försöka skapa
     mig min egna ordbok

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IO ODIO LA NATURA

Odio la natura
non ce la faccio a guardare le lune
notte dopo notte
my loneliness is killing me and I must confess I still believe (*)
e non ce la faccio a guardare la pioggia che cade
sulle mie scarpe nuove, ma se non ci fosse la natura non ci sarebbero
     le scarpe ché le scarpe si usano per non camminare a contatto con
     la natura. Perché non si può camminare a contatto con la natura?
     In fondo non è così dura e poi dopo un po’ ci si abituerebbe, i piedi
     diventerebbero duri, più duri della natura. L’uomo è parte della natura, non ha
     senso dire “l’uomo distrugge la natura”, perché è la natura che
     distrugge la natura; proprio come ogni altra cosa alla fine si
     distrugge da sé.

Ora qualcosa si stacca dentro
come il ghiaccio per via del riscaldamento globale
quando un mucchio di ghiaccio frana in mare, diventa mare
così qualcosa si stacca in me
e diventa me

Ora il sole cade dolcissimo
sui monti e non resta altro
che i cauti balzi di una lepre attraverso
la pianura

Sera scena serenata
     e corpi
     luce artica su mare e morte

Ho ripudiato la mia vecchia ideologia e quella nuova è tentare di
     crearmi un vocabolario tutto per me
(…)

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(*)La mia solitudine mi uccide e devo confessare credo ancora

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catrin welz stein

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Indre Valantinaite

( E’ nata nel 1984 a Kaunas in Lituania. E’ biondissima e pallida, fasciata in un tubino da sirena. Sul palco appare un po’ imbarazzata, eppure è anche cantante e vincitrice di festival musicali. Il suo libretto ha come titolo “ Storie d’amore e di altri animali”, trad. di E. Ponzio)
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Biologinis laikrodis

Paveldetas iš kartos į karta. Antikvarinis.
Tik užstatyt jo lombarde negaliu-
Per giliai many įmontuotas.

Mano biologinis laikrodis tiksi
kaip sprogmuo teroristo letenoj.

Kada nors aš pagimdysiu.
Kada nors aš įmesiu žuvele į rikliu akvariuma.

Būsiu sūnui pirmoji kupe užtamsintais langais,
išlaipinsiu jį šviesos stoteleje, bet

vis daugiau žinučiu laikrūaščiuose
apie potvynius ir savižudybes,
audras, avarijas ir kitas bausmes.

O mano biologinis  laikrodis tiksi
Kaip sprogmuo teroristo letenoj.

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L’orologio biologico

Tramandato di generazione in generazione. Antico.
Solo che portarlo al banco dei pegni non posso-
è installato troppo profondamente dentro di me.

Il mio orologio biologico ticchetta
come un ordigno nella mano di un terrorista.

Un giorno avrò figli.
Un giorno getterò un pesciolino in un acquario di squali.

Sarò per mio figlio il primo scompartimento con vetri oscurati,
lo farò scendere alla stazione della luce, ma

Ci sono sempre più notizie sui giornali
sui diluvi e i suicidi,
le tempeste, incidenti e altri castighi.

Ma il mio orologio biologico ticchetta
come un ordigno nella mano di un terrorista.

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catrin welz stein

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E’ stato bello ascoltare versi in lingue a me sconosciute, per poi scoprire nella traduzione che l’attenzione dei poeti si rivolgeva a temi perfettamente in sintonia con la ricerca mia e di altri scrittori e scrittrici italiani, la mente e lo sguardo costantemente rivolti al caos del mondo e al caos dell’io.  Ma queste sono parole che posso già attribuire all’ultimo invitato del Festival , il premio Nobel Gao Xingjiang.  Gao negli anni Novanta scelse di trasferirsi per motivi politici dalla Cina alla Francia – ricordate Piazza Tien An Men? –   e lì iniziò un’attività ricchissima riguardante la letteratura, l’arte e il cinema. Gao sul palco del Palazzo Ducale ha invitato a liberarsi del retaggio del pensiero dualistico, eredità pesantissima del XX secolo, per acquisire una visione di se stessi e del mondo più fluida ed errabonda. Gao Xinjiang è artista della soglia: tra il figurativismo e l’astrattismo ha scelto la via di mezzo dell’evocazione. Ma questa predisposizione al sogno non gli impedisce di richiamare la necessità di un nuovo Rinascimento culturale in cui gli artisti rivendichino la loro libertà di ricerca ignorando completamente gli allettamenti del mercato e le costrizioni della politica, attraverso fondazioni culturali no-profit. Emergencies per la  cura dell’anima! Nessun libro di Gao Xingjiang trovato alla Feltrinelli…. Nel Rinascimento erano i principi e le corti a finanziare in maniera non disinteressata gli artisti e i poeti. Oggi la poesia è per definizione povera. Non dovrebbero essere gli stessi poeti, al di là di ogni invidia e spirito di competizione, a costituirsi in gruppi aedici e camminare, camminare molto, al di fuori delle istituzioni, spezzando i circoli e andando per rotonde, fermarsi ai semafori come lavavetri  e invece di chiedere soldi, distribuire poesie? Intanto lo Stato Italiano fa fatica a finanziare iniziative come il Festival Internazionale di Poesia perché una stitica ripartizione non include le letture di poesie come spettacoli dal vivo. Era quello che diceva Claudio Pozzani l’anno scorso, ma non credo, in questo tempo di vacche magre ed idiote, che le cose siano nel frattempo cambiate.

Paolo Gera

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6 pensieri su “TESTI E PRETESTI- Paolo Gera: “Il Festival Internazionale di poesia a Genova, comunità poetiche e nuovo rinascimento”

  1. Cosa vuol dire abitare sulla terra-ferma: spostarsi con il treno per raggiungere la poesia senza deciderlo a gennaio, senza spendere metà stipendio…

    Grazie a te, ai post come questo che la poesia viaggia e arriva in ogni dove….

  2. Tramedipensieri, ho visto il tuo blog e mi sembra molto interessante e ben curato. E’ sempre più importante che le comunità poetiche intreccino fili e che le nuvole possano spostarsi e formare nuovi campi celesti. Resta questa sensazione di spaesamento…non so chi tu sia e mi piacerebbe cogliere qualche segno in più della tua realtà. Grazie.

  3. Ricordo quando ancora si chiamava con un altro nome, ma era lo stesso Festival. Ero entrata con mia grande sorpresa in finale a Genovantasei (allora si aggiungeva l’anno, nel titolo). Fuori posto allora come ora, né poeta né fotografo… solitaria allora come ora…anzi,ora sempre di più e sempre più per libera scelta.

  4. Ero a Palazzo Ducale nei primi giorni del Festival, a festeggiare l’antologia di critica poetica “Annotando”di Marco Ercolani, vi è stata l’offerta al pubblico di letture da parte di molti poeti. Poi la serata indimenticabile in cui il gruppo di Jack Lisciandro ha fatto una lettura musicata dei testi poetici di Jim Morrison , e tante voci di poeti dal mondo… Un evento di poesia così ricco e multiplo questo di Claudio Pozzani, che meriterebbe di essere ripreso e trasmesso in diretta par radio e tv, oltre che diffuso su youtube. Un festival da sostenere.
    Annamaria Ferramosca

  5. Che belle e forti e amare e struggenti e paurose, che emozione queste poesie che dal festival hai fatto arrivare su queste pagine! Mi ha colpito molto anche come racconti di un “corso di pensiero che scorre una settimana prima riaffiora in una polla alfabetica fresca e dissetante la sera in cui sei presente, per poi indirizzarsi ancora verso simili ruscelli di conoscenza”.

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