Rapire una favilla al sole- Note di lettura di Paolo Gera

pat perry

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“Il  mondo come un clamoroso errore” è un piccolo volume di parole, un leggero libretto che ha un peso specifico altissimo. E’ facile da mettersi nella tasca di una giacca, come una raccolta di preghiere, laiche: sarebbe bello portarselo con sé e leggerlo sotto il tiglio di un parco o mentre si aspetta il proprio turno e si consumano lentamente i numerini delle chiamate, alle poste o dal medico condotto.

Alzi gli occhi  dalle paginette e vedi che le persone descritte sono lì intorno a te. Non è un libro sulla gnosi e il titolo non si riferisce al primordiale sbaglio di un dio creatore nella progettazione dell’universo. La responsabilità è tutta degli uomini , dunque a noi stessi e alle nostre coscienze va presentato il pesante conto delle responsabilità. “ Ogni libro, nella sua precarietà, è un libro fatto delle nostre debolezze umane” (E.Jabès, Il libro dell’ospitalità, Cortina Editore, Milano 2017, p. 64). Leggendolo mi è venuto in mente la poesia della scuola, qualcosa che mi aveva già colpito, nonostante l’imposizione didattica, sin dal liceo: il carme di Foscolo, “ I sepolcri”. Polvani rientra  infatti nella linea di discendenza di chi vuole credere che alla sofferenza imposta dal destino umano sia ancora possibile rispondere con un culto civile che salvaguardi i valori, la dignità, che coltivi quelle illusioni che devono oggi più che mai fare da argine a questa onda di piena di  alienazione e disumanità. In una sua poesia Polvani scrive di uomo senza nome, ma basta dire invece il luogo per definirne lo statuto e l’essenza o meglio la sua terribile volatilità. Siria. L’uomo è stato ridotto ad una povera “cosa abbandonata” e le ultime strofe pongono domande inevitabili  sullo strappo della sua esistenza:

Dove lo custodisce adesso quell’uomo il nome?
Aveva gambe che lo portavano in una calca
di autobus e occhi che guardavano altri occhi
e a volte il cielo e una voce
che pronunciava semplici parole.

Quante volte la parola sole? E acqua?
Avrà detto qualche volta amore?
Ora giaceva lì, in una carellata rapida.

( La parola sole, p. 8, vv.8-15)

“Quante volte la parola sole?”. E’ così che mi è venuto in mente Foscolo: “gli occhi dell’uomo cercan morendo il sole” e nulla è cambiato da allora nell’essenza, se non questo gusto rapace dei tempi moderni di far scorrere immagini, una dopo l’altra, come se la bidimensionalità togliesse carne e respiro e facesse crollare non solo la struttura fisica degli uomini colpiti, ma il senso stesso del loro essere al mondo e nel mondo.

I poeti civili in Italia si chiamano Ungaretti e Quasimodo, Fortini e Pasolini, ma per il lavoro di Paolo Polvani a me piacerebbe usare il termine “ poesia della migrazione” ed imparentare così il suo impegno a quello di Brecht, quando alla vigilia della seconda guerrà mondiale espatriò dalla Germania per rifugiarsi a Svendborg, sull’isola di Fyn, in Danimarca. La migrazione di Brecht era in congiunzione con quella di migliaia di altre persone che cercavano di fuggire dalla barbarie del Nazismo. La migrazione di Polvani non è reale, ma la comunione con quella attuale dei profughi africani e del Medio Oriente, o di chi per povertà arriva da terre più vicine a noi, è vivissima. Si tratta di lavavetri un tempo ingegneri, di senegalesi che si chiamano “ ass “, culo, ma che insegnano la parola che forse più di ogni altra unisce gli uomini, “m’buru che vuol dire pane”; si tratta di  prostitute nigeriane ancora adolescenti, di giovani rom ladri presi a botte, di ragazze rumene che sorridono nonostante tutto:

no, lei sorride e fa la badante a una vecchia pazza,
che le rinfaccia il suo essere rumena, che hanno dovuto
mentirle, dirle che viene dalla Russia,
perché lei non l’avrebbe presa una rumena, con tutto quello
che si dice. Mihaela sorride, ed è Natale.

(Natale, p.13, vv.10-14)

L’ingegnere lavavetri è Aziz, ma certi nomi non sono successione di lettere, definizioni di identità, ma destini ed un altro personaggio del libro così chiamato percorre la stessa strada, anche più amara perché chi pensavi ti fosse compagno ti ha tradito. La poesia ha lo stesso titolo di quella di Ungaretti, ma se in quei versi famosi la condizione precaria della guerra affratellava, qui le regole della nuova società  a cui si approda impongono competizione, divisione, tormento.

Aveva nome Assan, o Aziz, un nome
di quelli che non depongono a favore, spingono
alle traversate dei deserti, all’acqua salata
dei barconi. E adesso, alla mensa
per gli extracomunitari, un fratello gli ha rubato
il gruzzolo di sogni. Senti come piange,
come grida Assan o Aziz, chiunque sia quel nome
disgraziato, il suo pianto è una lama
ficcata fino dentro il cuore.(…)

( Fratelli, p.16, vv. 1-9)

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pat perry

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Nella sua poesia della migrazione Polvani scatta ritratti vividi che rimangono impressi nella memoria, senza alcuna retorica, evitando l’ammonimento o la sentenza, come faceva troppo spesso Brecht, perché sia la realtà stessa a indicare, brutale e problematica, uno spazio necessario per la riflessione e l’indignazione. La lingua della sua comunicazione è diretta e spontanea, ma nasconde un lavoro di precisione assoluta e la sua facilità è il risultato di una ricerca volta a togliere via le parole inutili, i fronzoli, gli abbellimenti. E’ una poesia fuori dalle dinamiche narcisistiche dell’autoritratto, dell’esercizio sfiancante alla ricerca della messa a fuoco del proprio io. L’obbiettivo del poeta è volto verso l’esterno, la funzione selfie è stata bloccata una volta per sempre. Stile e contenuti si saldano con forza.  La ricerca degli enjambements ad esempio è quasi una pratica mimetica a sottolineare la fatica della traversata, come se il barcone zeppo di persone arrivasse sino in cima al maroso per poi scivolare più sotto. Se la voce sale ad indicare un pericolo  non è per una preccupazione di salvaguardia personalistica, ma ancora una volta collettiva, alla ricerca dell’occasione mancata e ora irripetibile.

(…) avevamo
le parole! Adesso salgono i deserti.
Eppure la musica suonava, la danza
danzava, e il cibo era buono,e no, non ci salveremo, gli angeli
già sbattono la porta, i santi si coprono gli orecchi, e il vento,
il vento l’abbiamo poi dimenticato, e non abbiamo più guardato il mare,
e adesso ce lo possiamo dire, che no, non ci salveremo.

(Non ci salveremo, p.26, vv.9-14)

Lungo l’arco  de “Il mondo come un clamoroso errore”  il poeta trova però la necessità, al di là  delll’accorata trenodia, di indicare precise responsabilità, di sospendere il giudizio sui facili capri espiatori e di puntare il dito contro i veri colpevoli. E’ questo che io mi aspetto da un poeta civile oggi giorno, che l’emarginazione non sia indicata genericamente come funzione del mondo, ma come triste risultato  di un preciso sistema economico e sociale.

Fuori dal supermercato la nomade promette:
ti porto Madonna di Romania. Ma lei è una madonna della sporcizia
e delle botte, dei topi che rosicchiano nel buio, del freddo
che assedia il vecchio magazzino abbandonato,
naufragato in mezzo a grandi vigne. Svernano qui, lei, la sua tribù di figli.
All’arrivo delle rondini  preparano i bagagli. Evaporano  
col caldo. Sospendere il giudizio, far tacere gl’imperativi
della produzione, le parole d’ordine dell’efficienza e del profitto.
Qui c’è una piccola madonna del dolore, forse innocente, forse no.

(Una nomade, p.27)

Migrazione vuol dire anche umiltà. Umile è la terra, che  richiede attenzione orizzontale e non sguardi dall’alto verso il basso. La terra più abituale è quella in cui si spende il nostro giorno, nei suoi giri costanti, nelle sue tappe fisse. Succede che in questa ripetizione volti, persone, atteggiamenti ci colpiscano e poi agiscano a lungo termine nella nostra memoria. Bisogna serbare gratitudine verso gli anonimi che ci stanno accanto e ci permettono di sviluppare su di loro una fantasia umana e artistica. Polvani incontra e ringrazia con le sue parole i pensionati che fanno la fila, i camerieri con i loro tovaglioli e la loro maieutica, le operaie in bicicletta, il signor Peschechera Vincenzo ed il suo vino biondo, i vecchi, in versi che ricordano gli  scorci e le progressioni ritmiche di Prévert e di Leo Ferrè.

Certi vecchi succhiano i cioccolatini di nascosto
certi vecchi fissano il fulgore vago di un culo,
con la fitta profonda del rimpianto
di non poter più affondare le mani
in quella grazia, il tangibile segno
della divinità, il sogno che allontana
la parola forte, quella che viene usata
come un amuleto, uno scongiuro, quella parola
che ha una rima dura, che un giorno arriva,
spalanca le porte e si trascina via i cioccolatini
e il cielo azzurro, si porta via la sfibrante,
la dolorosa bellezza di quel culo.

( Certi vecchi, p.33)

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pat perry

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In queste poesie più quotidiane la denuncia non perde mordente, ma a volte si trasforma in una specie di gioia amara e i versi poetici sembrano diventare quelli di una canzone. Succede ad esempio per la postina di Parma, con l’accento di barese tosta, ma lontana dai propri orizzonti, il cui sorriso si dispiega come una bandiera.

Vedrai, Laura, sei una compagna, un giorno lo sguardo di Parma si riempirà di gratitudine.
Tu, Laura, sei una compagna con gli occhi umidi e le poesie
sul comodino, i romanzi della Feltrinelli,
sei una compagna con la sciarpa e la voce buona.
Che ne sa il granducato del tuo sorriso, eppure tutto ne risplende.

( Il tuo sorriso è una bandiera, p.17, vv.19-23)

Poesia civile, poesia no selfie, poesia della migrazione, poesia orizzontale…a queste possibili definizioni per il libro di Paolo Polvani, aggiungerei quella di poesia ospitale. “ Al di qua della responsabilità, c’è la solidarietà. Al di là c’è l’ospitalità” scrive Edmond Jabès (ibid., p.60). Jabès stabilisce un legame indissolubile fra l’ospitalità della terra e l’ospitalità della lingua.“ Veramente, io non ho una terra. Ho fatto del mio libro la mia terra” e ancora “ la lingua è ospitale. Non tiene conto delle nostre origini”(ibid., p. 57). Nella prima di copertina di  “ Il mondo come un clamoroso errore” c’è un uomo dal volto nero e dalle scarpe gialle, in quarta di copertina, ci sono centonovantotto uomini bianchi inquadrati perfettamente in un unico gruppo.  Dentro il suo piccolo libro Paolo Polvani ha realizzato l’incontro e la mescolanza,  ha  cioè seguito la vera vocazione dello scrittore, quella di dare all’interno delle sue pagine ospitalità a qualsiasi tipo di uomo, gli ha dato l’espressione, gli ha dato una lingua , gli ha dato la parola.

Cerchiamo la parola che scuote,
fa da stampella alla speranza,
rima con dignità, con studio,
con applicazione, vibra di passione.
La parola che tutti abbraccia,
s’incammina verso l’orizzonte.
Cerchiamo la parola, quella lucida di sole.

( Cerchiamo la parola, p.35, vv.10-17 )

 

Paolo Gera

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Paolo Polvani, Il mondo come un clamoroso errore – Edizioni Pietre Vive 2017

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