PER NON DIMENTICARE. Viaggio nella cultura del popolo armeno attraverso le sue favole – Vittoria Ravagli

cover  PER NON DIMENTICARE- elaborati eseguiti dagli studenti dell’istituto comprensivo di Sasso Marconi
con la collaborazione di Sonya Orfalian

 

Ci sono ancora donne (e uomini) che riescono, in questo periodo così particolare e per certi aspetti molto negativo, dare di sé il meglio, trasmettendo – nel proprio compito di insegnanti – principi, valori, attraverso lo studio della storia, il racconto, la fiaba, la ricerca, la testimonianza, l’impegno singolo e collettivo…E’ il caso di cui scrivo oggi; mi riferisco ad un progetto realizzato a Sasso Marconi dalle terze classi della scuola media, con la guida di tre insegnanti: Caterina Morelli (arte), Barbara Orsini (lettere) Paola Pandolfi (cittadinanza e costituzione)

le “tessitrici” dell’opera- Barbara Orsini, Sonya Oftalian, Paola Pandolfi, Caterina Morelli

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Alle iniziative con bambine/i, ragazze/i, cerco sempre di essere presente perché la loro partecipazione, spesso appassionata e diretta, mi dà energia e rinnova in me la speranza, mi fa pensare che le cose potranno migliorare a dispetto di quanto sembri. Certo, perché loro agiscano, deve esserci la volontà, la guida, di uno o più insegnanti per decidere, per impostare il lavoro portandolo avanti con metodo, in ambienti scolastici non sempre amichevoli.
Arrivare a definire e a realizzare un progetto è qualcosa che sarà utilissimo a ragazze e ragazzi anche dopo, negli studi, nel lavoro. Vedere le insegnanti che collaborano tra di loro, che trovano un’unica voce per esprimersi senza contrapposizioni, gelosie, invidie, è l’esempio di quello che potrebbero essere, che possono essere, se si vuole, la scuola e la vita: il fare insieme è il segreto.
Anche la scuola quindi può “funzionare” se le persone decidono di seguire la “giusta strada”. Questo vale per tutto e tutti. Ragazze e ragazzi ci guardano e capiscono, ci imiteranno, se avranno la fortuna di partecipare attivamente a momenti positivi di condivisione.

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irma kusiani

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Così il 22 aprile, al mattino, sono entrata nel nostro teatro in paese a Sasso Marconi, un luogo piacevole e accogliente, mi sono seduta, come faccio spesso, piuttosto in fondo, per avere davanti a me tutto il teatro, perché anche il pubblico dà l’idea di quanto interesse vero ci sia, specie se giovanissimo: osservare è assistere ad una scena nella scena.

L’iniziativa era nata dall’invito che l’Assessora alle Ricorrenze Istituzionali del Comune di Sasso Marconi aveva fatto alle scuole medie di Sasso. Aveva proposto di approfondire la conoscenza della cultura e la storia del genocidio armeno, avvenuto oltre 100 anni fa, attraverso la lettura delle fiabe scritte da Sonya Orfalian, di origine armena. “Il Comune di Sasso Marconi aveva testimoniato la propria solidarietà al popolo armeno attraverso un Odg approvato all’unanimità dal Consiglio comunale il 29 marzo 2017”. Era poi stata organizzata una conferenza/lezione per le scuole tenuta da Sonya Orfalian dal titolo “Il genocidio armeno. Una lezione di sopravvivenza”.

A quella conferenza sono andata con molto interesse il 22 aprile, invitata da una delle professoresse che aveva partecipato attivamente al progetto. Dopo il saluto delle Istituzioni, Sonya ha cominciato a parlare: la sua, una figura delicata e forte, quasi uno spirito parlante, per me che ascoltavo incantata. Ci sono persone che nel proprio apparire mostrano chiaramente la loro natura, il proprio essere ed io quella mattina mi sono sentita spettatrice di qualcosa di molto importante, ascoltando quella voce. Ha detto tra le altre alcune frasi che mi si sono stampate dentro; questo il senso: non si perde la propria identità lontani dal proprio luogo di origine, cambiando più volte nome e paese, la si porta dentro e si sa sempre chi siamo se manteniamo viva l’essenza del nostro essere, l’origine. Che va curata attraverso il ricordo rinnovato di chi c’era prima di noi, della nostra storia.
Gli armeni furono dispersi e uccisi: quando successe, chi li volle cancellare non solo fece morire uomini donne bambini atrocemente, ma volle annullare le loro coltivazioni, tentò di fare sparire nel tempo persino la cultura della terra, distrusse scritti e chiese, case e dipinti, volle estirpare le radici profonde della loro essenza, il loro spirito.

 

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Il nazionalismo è qualcosa che, spinto all’eccesso, porta a fare emergere dell’uomo quel bisogno di appropriarsi, di rendere subalterno l’altro, di fare propria la terra occupata da altri, di schiavizzare uomini e donne, per volontà di possesso, inventando motivi di varia natura, che si possono ridurre a poche parole come odio, arroganza, violenza. Chi si “impadronisce” di persone e cose, si rende schiavo del proprio senso di onnipotenza, è davvero un essere, un’entità, uno stato, “piccolo piccolo”.

E’ vero quello che scrive Sonya: “Nessun luogo: tutti i luoghi sono nostri finché esistiamo e li abitiamo”. Il nostro essere ha radici fisiche e non solo, la nostra appartenenza all’universo tutto ci rende cittadini del mondo, ma questo è tanto più vero se cresciamo senza che altri vogliano distruggere, violentare, appropriarsi dei nostri ricordi, di quelle particolari piccole azioni di cui manteniamo memoria per tutta la vita e che ci hanno formati: il nostro modo di fare il pane, le favole delle nostre madri e nonne, i vestiti del luogo dove siamo cresciuti, le piante che abbiamo visto nelle terre intorno, gli animali, tutto questo e molto altro ci dà una forza interiore, forma un carattere che ci porterà ad essere una persona particolare e questa forza ci permetterà di girare il mondo mantenendola dentro come un dono da cui non ci separeremo mai, noi, cittadini del mondo con l’amore e il rimpianto della nostra radice amatissima. Come un uccello in un nido, come un nido su di un albero, come un albero in una foresta, una foresta enorme, tanti cerchi che si allargano per arrivare all’universo: ma dobbiamo curare il nido, l’albero, la foresta, per sentirci pienamente parte di questo universo.

Così i sopravvissuti armeni hanno ricucito e ricuciono giorno per giorno e raccontano e scrivono e allargano la conoscenza del “Grande Male”. Tessono la tela della rinascita. Questo fa anche Sonya.

E’ bellissimo leggere le riflessioni sull’incontro scritte da ragazze e ragazzi. Avevano poste molte domande alla scrittrice in teatro e già si erano preparati con le loro insegnanti studiando con grande impegno. Da questo lungo lavoro fatto è nato un opuscolo davvero bello, completo, interessante.
Ora vorrei dare spazio a loro, a quanto hanno scritto, scegliendo le parti che mi sembrano più importanti per noi tutte/i. Prima però la premessa delle professoresse che hanno lavorato con ragazze/i per mesi producendo un risultato davvero sorprendente.

“Il percorso didattico e formativo, che ha coinvolto le classi terze della Scuola Secondaria di Primo grado di Sasso Marconi, è stato finalizzato alla conoscenza della cultura e delle tradizioni armene, a partire dai fatti storici, in particolare dalla tragedia del genocidio del 1915. Abbiamo voluto dare un significato pieno e compreso al Medz yeghern, “il grande crimine, attraverso una raccolta di produzioni di vario genere, analisi letterarie delle fiabe, approfondimenti storici e culturali, illustrazioni grafiche, che potesse dar voce alla memoria nel ricordo delle giovani generazioni.

L’attività si è svolta secondo le seguenti fasi:

· Raccolta di informazioni, attraverso letture e visione di filmati, sull’Armenia, la sua storia, cultura e tradizioni, soffermandosi sul genocidio del 1915.
· Rielaborazione scritta delle informazioni e approfondimenti specifici.
· Suddivisione delle classi in gruppi di lavoro: ciascun gruppo ha letto, analizzato e operato riflessioni su una fiaba scelta.
· Produzione scritta, sotto forma di scheda, dell’analisi della fiaba.
· Produzione iconica, tesa a illustrare i personaggi o i caratteri salienti della fiaba, tenendo presenti lo stile, l’uso dei colori e le peculiarità dell’arte armena
conosciuti e approfonditi in un lavoro mirato.
· Realizzazione finale del fascicolo “Viaggio nella cultura del popolo armeno attraverso le sue fiabe”

Desideriamo esprimere un sentito riconoscimento a Sonya Orfalian, autrice del libro A cavallo del vento. Fiabe d’Armenia, ponte ideale ed esemplare tra passato e presente, che ci ha insegnato, attraverso il suo lavoro di recupero del patrimonio orale, “per dare voce a quelli che un tempo raccontavano queste fiabe e che poi non hanno potuto più farlo”, come, solo grazie alla profonda comprensione di quel passato e nella consapevolezza della sua profonda estraneità dai nostri cuori, sia possibile costruire un percorso di pace.

A lei abbiamo dedicato questo lavoro.

Ringraziamo l’Amministrazione Comunale di Sasso Marconi, ed in particolare la dottoressa Carla Mastrapasqua, che ci ha proposto questo progetto. Infine esprimiamo la nostra riconoscenza a Vittoria Ravagli e all’associazione “Gimbutas” per averci dato l’opportunità di far conoscere la nostra attività e il nostro lavoro.”- Caterina Morelli, Barbara Orsini e Paola Pandolfi

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irma kusiani

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Di seguito le riflessioni di ragazze/i sull’incontro-conferenza con Sonya Orfalian del 22 aprile 2017 al Teatro di Sasso Marconi

Mi ha maggiormente colpito un discorso fatto da lei sull’identità: noi apparteniamo a uno Stato, perché è scritto sul nostro documento, ma siamo di quella nazionalità perché lo sentiamo noi nelle nostre coscienze e perché ci sentiamo legati a quella terra da un forte sentimento di appartenenza.

Chiara

Ho imparato che l’Armenia un tempo era estesa in un territorio molto più ampio di quello di oggi. Inoltre ho appreso la sofferenza che ha subito il popolo armeno durante il genocidio: ad esempio, durante la deportazione, i bambini venivano uccisi di fianco alle madri, che erano costrette a continuare a camminare, nonostante avessero assistito davanti ai loro occhi alla morte dei propri figli. Ho appreso che ancora oggi la Turchia non ha dichiarato che sia avvenuto il genocidio.

Greta

Dopo l’incontro ho compreso le atrocità del genocidio e di come gli armeni dovevano marciare verso i campi e che se giravano lo sguardo o soccorrevano un ferito del gruppo, venivano immediatamente uccisi; ho imparato alcune tradizioni che essi avevano, come quella delle ceneri del forno interrato (tonìr) o di mangiare dolcetti (aghantèr) tutti insieme, mentre il cantastorie (ashugh) raccontava delle favole. Tutte queste tradizioni vennero distrutte a causa del genocidio , che non rovinò solo la popolazione armena, ma anche la cultura e le tradizioni. Ho compreso anche la nascita dell’alfabeto armeno e l’importanza dei libri per quella popolazione.

Tommaso

Ritengo che questo progetto sia stato molto utile e importante, in quanto ci ha permesso di approfondire e conoscere una cultura e un pezzo di storia, quando ancora oggi c’è chi ha il coraggio di negare e attribuire i numerosissimi morti armeni alla Prima guerra mondiale. Ritengo inoltre che il lavoro di ricerca dell’autrice sia molto importante per testimoniare e mantenere viva la cultura armena.

Isabel

Dopo l’incontro con l’autrice ho scoperto come e quando è finito il genocidio; ho scoperto che i bambini erano resi schiavi e le donne venivano risparmiate; ho scoperto il significato del nome e che era stato inventato dal governo; ho scoperto la loro passione per i libri e che erano molto importanti: scrivevano per ricordare; ed infine ho scoperto che prima del V secolo si tramandavano tutto oralmente, perché l’alfabeto non era stato inventato: scrivevano in aramaico e latino e tutti i loro scritti nel 1870 furono tradotti nei dialetti regionali armeni. Infine, ho scoperto anche che il popolo armeno era un popolo indoeuropeo con una lingua indoeuropea.
Una delle cose che mi ha colpito maggiormente durante l’incontro è stata una delle immagini. Essa rappresentava un gruppo di bambini stesi a terra e le madri che camminavano erano molto più avanti di loro. Sonya ci ha spiegato che durante le deportazioni nel deserto, dove le persone morivano, le madri, se i figli erano stanchi e si fermavano, non potevano fermarsi e dovevano continuare a camminare.
Questa immagine mi è entrata dentro e mi ha segnato molto. L’incontro con Sonya è stato molto interessante ed in alcuni punti anche commovente e toccante.

Petra

Dopo l’incontro con l’autrice, ho capito che il genocidio è stato anche culturale, perché c’era una legge che impediva l’uso della lingua armena e ci si doveva vestire come ordinava il sultano; sono stati rinominati tutti i territori armeni conquistati dalla Turchia con nomi turchi e lo stesso vale per la flora e la fauna. Ho capito che per il popolo armeno è molto importante il libro, infatti i libri sacri venivano salvati durante il genocidio.
Mi ha colpito molto il fatto che lei e la sua famiglia, venendo in Italia, abbiano dovuto cambiare i nomi e i cognomi (Orfalian deriva dal nome Urfa della loro città di origine). Mi ha fatto molto dispiacere il fatto che non abbiano potuto mantenere nemmeno i propri nomi e mi ha colpito la sua forza e la sua affermazione :”la propria identità si mantiene comunque”. Io non so se riuscirei ad avere una forza simile.

Giorgia

Sonya Orfalian nasce in Libia dalla diaspora del popolo armeno, in seguito al genocidio del 1915.
A undici anni trova asilo a Roma, dove tuttora sono presenti comunità armene.
Le sue fiabe nascono dalla sua documentazione attraverso libri e veri e propri racconti orali da voci di testimoni. Inoltre, i racconti che Sonya ha ascoltato, non sono stati scremati dalla crudeltà o da certe espressioni (che verrebbero in altri casi rimosse) per mantenerne l’autenticità.
Grazie al racconto e al materiale che Sonya ci ha presentato, abbiamo potuto ricavare qualche notizia in più sul genocidio. Mi ha colpito, in particolare, ciò che il genocidio ha comportato sul popolo armeno e le sue tradizioni. Sonya ha descritto questo tragico capitolo della storia armena in maniera toccante, sottolineando le conseguenze di questa azione, come la cancellazione di una parte di storia del suo Paese, che è stato privato di ciò che gli apparteneva.

Carolina

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Un’immagine che mi ha colpito in particolare è stata quella in cui sono rappresentati i bambini e le persone anziane morti, per terra, esausti dalle lunghe camminate che erano costretti a fare. Un’altra immagine che mi ha colpito è stata quella che raffigurava un paesaggio di montagna armena. Sonya ci ha fatto notare la bellezza di questo posto e mi ha fatto capire da dove la sua immaginazione prende ispirazione.

Filippo

È stata un’attività veramente interessante: ho conosciuto anche una cultura fantastica, dove la famiglia è molto importante, la cultura che varie persone hanno cercato di distruggere, di fare dimenticare, una cultura forte, determinata e coraggiosa, che non ha ceduto ai vari tentativi di distruzione. È stato molto bello imparare a leggere e conoscere le fiabe armene. È stato anche molto commovente sentire raccontare la storia della sua famiglia che si è salvata miracolosamente.

Nour

Il genocidio armeno fu un avvenimento devastante. Grazie a Sonya Orfalian ho capito quanto per loro fosse importante il concetto di comunità e cultura. Inoltre i Giovani Turchi vietavano loro di parlare in armeno e li obbligavano a indossare abiti e copricapi neri, sia per gli uomini che per le donne.
Inoltre, non tutti gli Stati riconoscono il genocidio; alcuni, come la Turchia, continuano a negare.

Giulia

Mi ha maggiormente colpito il modo in cui il bisnonno di Sonya ha salvato suo figlio. Quando i Giovani Turchi sono entrati nella loro casa, il bisnonno si è “gettato” sul figlio, salvandolo. Quando lo hanno ucciso, il nonno di Sonya è rimasto protetto dal corpo del padre ed è riuscito a scappare.
Questo progetto mi è piaciuto molto, poiché mi ha permesso di conoscere nuove informazioni riguardanti l’Armenia e il genocidio.L’incontro con l’autrice mi ha permesso di capire le sofferenze che hanno subito i deportati ed è come una prova materiale di ciò che è accaduto. Uno degli scopi è quello di far conoscere ciò che è successo, perché non si verifichino più atti di questo tipo.

Gaia

Personalmente, sono rimasta particolarmente colpita dalla storia di Sonya Orfalian e della sua famiglia, che sono sempre stati considerati “stranieri”, perché non sono mai appartenuti a un vero e proprio Stato.

Questo progetto, compreso l’incontro finale con l’autrice, è stato particolarmente educativo, perché ci ha insegnato un aspetto della storia ancora ignoto a molti di noi, ma soprattutto ci ha permesso di riflettere su temi e argomenti importanti.

Sara

Ho imparato la vera storia della vita di Sonya, figlia della diaspora, ma soprattutto ho appreso i modi atroci e violenti con i quali i deportati armeni venivano massacrati. Questo incontro mi ha colpito molto, perché mi ha fatto vivere, grazie al racconto preciso ed interessante di Sonya, la violenza e le atrocità del genocidio.

Francesco
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irma kusiani

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Nel fascicolo prodotto dalle classi che hanno partecipato al progetto ci sono capitoli di grande interesse: riguardano la storia, la morfologia, la lingua, la religione. Si riporta una breve storia del genocidio armeno, si citano i rapporti tra Armenia e Italia, sempre indicando i link a cui si è fatto riferimento; c’é poi un interessante glossario per poter capire il significato delle parole.
Un capitolo particolarmente importante riguarda le tradizioni artistiche che riflettono la cultura del popolo: ricami, decorazioni, sculture, architettura, musica, letteratura, la cucina…. Niente è stato tralasciato. Ne riportiamo alcuni passaggi.

“… La pietra, l’unico elemento che poteva resistere alle numerose invasioni e distruzioni che il paese ha subito nel corso dei millenni, è presente nelle migliaia di khatchkar, stele scolpite nel tufo raffiguranti la croce e altri elementi simbolici, che servivano a commemorare o celebrare gli eventi più importanti. In tutte le sfumature di colore del basalto sono stati costruiti i grandiosi complessi monastici e le chiese dal tipico stile armeno, famose in tutto il mondo per le originali soluzioni architettoniche che influenzarono l’arte cristiana occidentale.

La musica è parte integrante della vita quotidiana degli armeni: le influenze sono chiaramente mediorientali, mentre è tipicamente armeno il suono del duduk, uno strumento a fiato simile al flauto che dà un tono struggente e sentimentale alla musica armena.

Nel campo della letteratura rivestono grande importanza fiabe, proverbi e racconti popolari. Negli ultimi anni gli occhi di tutto il mondo sono stati puntati sull’Armenia grazie alla scrittrice italiana di origine armena Antonia Arslan, che con il libro denuncia “La masseria delle allodole”, in cui narra le atrocità del genocidio armeno del 1915, ha riportato alla luce uno dei momenti più bui di questo popolo.

(… ) Cosa vedere a Yerevan: lo Dzijernagapert, il monumento alle vittime del Mets Yeghern, il Grande Male (l’equivalente armeno della “Shoah”) e il Matenadaran, la biblioteca che raccoglie migliaia di manoscritti preziosi miniati in tempi lontani; i molti musei, la Cascade ritrovo giovanile, il teatro dell’Opera e il colorato vernissage del sabato mattina – il mercato del viale – nelle vicinanze della centralissima Hanrapetutian Hrabarak (piazza della Repubblica), nota per le “fontane danzanti”.

(… ) Lavash è il nome del pane armeno, una piada sottile di un millimetro di spessore. Quanta maestria e dedizione serve a chi lo fa per rispettare lo spessore millimetrico! I forni tradizionali, chiamati tonir, sono di terracotta. La piada cruda, lievitata naturalmente, si attacca al piano del forno e si cuoce in due-tre minuti. Con il lavash si preparano anche involtini ripieni di formaggio o di verdura…”

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Il secondo capitolo del libro dei ragazzi è tutto riferito al libro di fiabe scritto da Sonya Oftalian  “A cavallo del vento”. Ogni fiaba, analizzata da un gruppo di ragazze/i, ha un suo schema in cui sono indicati: i personaggi, l’ambientazione, simboli e tradizioni, struttura, significato, commento personale: un grande e interessante lavoro di gruppo.
La professoressa d’arte ha portato ragazze/i a conoscere e ad approfondire lo stile ed i colori dell’arte armena. Ne sono uscite bellissime immagini, caratteristiche, molto lontane dal nostro mondo legato alle fiabe fatto di castelli medievali, principi e principesse.

Quella che segue è la loro premessa che riguarda il libro di Sonya e le fiabe armene A cavallo del vento. Fiabe d’Armenia raccontate da Sonya Orfalian

Le fiabe armene appartengono ad un grande patrimonio orale e il libro di Sonya Orfalian, A cavallo del vento, è un gesto d’amore per la propria terra al fine di salvarne il patrimonio di tradizioni. Sonya Orfalian ha infatti voluto compiere un’operazione di recupero, attingendo ai suoi ricordi da bambina, facendosi anche raccontare le fiabe di tradizione tra le varie persone che incontrava nelle comunità armene sparse nella diaspora, leggendo testi in armeno trovati nelle varie biblioteche in Europa, nella Repubblica Socialista Sovietica d’Armenia e poi nella Repubblica d’Armenia, quindi documentandosi e leggendo tanto. Dagli studi e dal confronto con i racconti orali è stato possibile individuare qualche tratto specifico della tradizione favolistica armena: oltre alle consuete principesse e prove da superare, ci sono per esempio degli aspetti neri, di crudeltà, infatti sono le fiabe raccolte dalla viva voce dei contadini e agricoltori armeni. Sonya Orfalian si è appassionata alla raccolta di fiabe direttamente sul campo, non scremate quindi dalla cattiveria e crudeltà che esistono tra gli uomini. C’è quindi di tutto: la cattiveria, la crudeltà, il sangue, la bontà. Queste fiabe corrispondono a quello che veniva raccontato nell’Armenia storica, ancora prima del genocidio del 1915, che rappresenta una frattura tra un prima e un dopo. Le fiabe raccolte da Sonya Orfalian in A cavallo del vento risalgono a prima del genocidio: sono state raccolte all’inizio del Novecento e l’autrice ha voluto riprenderle e riportarle alla luce, come per dare voce a quelli che un tempo raccontavano queste fiabe e che poi non hanno potuto più farlo. Prima del genocidio questi racconti venivano narrato nelle odà, che erano dei luoghi di ritrovo di tutto il nucleo familiare: finito il lavoro quotidiano ci si riuniva in questo luogo, che era un angolino o della stalla o del granaio, dove tutti, grandi e piccini, si ritrovavano e dove qualcuno cominciava a raccontare queste fiabe. Spesso erano le metz mayrik, le nonne, che le raccontava recitandole oppure, se di passaggio era arrivato un ashugh, un cantastorie, si sedeva e cantava intonando le gesta degli eroi o dei re di un tempo: è un’immagine molto bella, molto calda e antica, che riporta a quella vita, a quei focolari armeni, che poi con il genocidio sono stati spenti. Infatti gli armeni usano l’espressione: “i turchi hanno spento i nostri fuochi”.

Nelle fiabe ci sono molti riferimenti alla cultura quotidiana, ad esempio molte storie si svolgono intorno al forno tradizionale armeno, il tonìr, un forno interrato, una buca scavata nella terra, dove si accende il fuoco e lì , dove arde il fuoco, nelle fiabe succedono molte cose, arrivano delle figure magiche. Il fuoco è molto importante per gli armeni: il fuoco è la luce e il calore è simbolo della casa paterna. Quando nelle tradizione un tempo i figli si sposavano e andavano a vivere in un’altra casa, prendevano un pochino di quella brace del fuoco del tonìr della casa del padre e accendevano un nuovo fuoco a partire da quelle braci, proprio per dare una continuità. Non è solo il tonìr che entra nelle fiabe, ma anche la musica: molte volte viene raccontato che, quando il principe o l’eroe della fiaba finalmente riesce a raggiungere la sua principessa, si fanno delle feste per il matrimonio, dove vengono suonati gli strumenti tradizionali, come lo zurnà e il dhol. Ci sono poi delle parole e degli oggetti ricorrenti appartenenti alla vita quotidiana, come la melagrana, un frutto al quale è molto legata la cultura armena. In armeno la melagrana si dice “nur”: questo frutto dal colore rosso intenso è il simbolo stesso di tutta l’Armenia, ed è spesso rappresentato negli antichi manoscritti, oltre ad essere raffigurato nei khachkàr, le croci di pietra, insieme all’uva e ai suoi tralci. Secondo una credenza diffusa, il frutto contiene esattamente 365 grani, uno per ogni giorno dell’anno. Nel folklore armeno, la melagrana è legata ai concetti di abbondanza e fertilità. Non a caso la novella sposa, secondo la tradizione, la lancia su una parete, disperdendone i chicchi.

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irma kusiani

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Le fiabe armene iniziano con “C’era e non c’era una volta”, un incipit che ci porta in un mondo in cui le tradizionali regole dell’esserci e del non esserci non valgono più, al di là dello scorrere normale del tempo quotidiano; si è proiettati immediatamente in un tempo altro, dove tutto può succedere: il mondo è fiabesco, il tempo è dilatato, ed anche lo spazio è dilatato, le distanze si ricoprono in pochissimi secondi. Luogo, tempo e spazio sono indefiniti e l’indeterminatezza viene resa con espressioni come “passò poco o molto tempo”, “camminarono molto o poco” o “se viaggiò molto o poco lo sa solo Iddio”. Succedono cose strane: gli animali possono parlare e sembrano possedere una profonda umanità; gli elementi naturali sfiorano l’appartenenza al divino; gli elementi magici si intersecano con elementi del tutto reali. La natura è abitata in tutti i suoi aspetti: nel cielo, sulla Terra e anche sotto la Terra. Succede tutto in questi tre ambienti della natura. L’eroe, il protagonista della fiaba, molto spesso è maschio, anche se però è presente una figura femminile che serve da aiutante nell’impresa che l’eroe deve perseguire. Nella maggior parte dei casi i protagonisti sono attinti dalla società contadina, in un mondo in cui i re e le regine hanno spesso ben poco di regale, mostrandosi spicci e ruvidi nei tratti e nell’eloquio. Si percepisce meno nettamente la differenza tra Bene e Male: mancano quei personaggi del tutto malvagi o totalmente buoni. La fiaba si conclude con espressioni ricorrenti, come “lontano il male, che avanzi il bene”; “essi hanno raggiunto il loro desiderio, anche voi possiate raggiungere il vostro”, ma la formula conclusiva più comune è quella che recita “tre pomi cadano dal cielo, uno per chi ha narrato, uno per chi ha ascoltato e uno per il mondo intero”. Come l’autrice stessa ha spiegato in un’intervista, questi pomi non sono le mele, ma rappresentano il disco del Sole, il Sole che deve arrivare per benedire e illuminare. La luce è quello che l’eroe cerca nel corso del suo percorso fiabesco. Quando precipita nel sottosuolo, deve recuperare tutte le sue forze e, attraverso i vari consigli delle persone o dei doni fatati che riceve, ritrovare la luce e quindi salire in superficie. Con questa luce le fiabe armene si concludono, ed è una luce che è una benedizione, perché quando sorge il Sole si ringrazia (anche noi diciamo Buongiorno, Buona luce): quindi un ringraziamento al disco solare per essersi ancora una volta affacciato sulla Terra e illuminare la vita degli uomini.
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irma kusiani

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Per chiudere, un cenno breve su Sonya Oftalian, ispiratrice di questo importante progetto, tratto dall’opuscolo della scuola di Sasso Marconi.

Sonya Orfalian

Sonya Orfalian è scrittrice, traduttrice ed artista nell’arte della pittura. La sua scarna biografia che si legge sulla terza di copertina del suo libro ci dice che è nata in Libia, figlia ( e nipote) della diaspora iniziata dopo i massacri perpetrati dai Giovani Turchi nel 1915 ai danni di uomini, donne e bambini armeni cristiani che pacificamente avevano abitato l’Anatolia musulmana fino al XIX secolo. Anche la famiglia del nonno paterno (e materno) – Armeno di Turchia per intenderci – ha dovuto lasciare la città di Urfa (da cui il suo cognome Urfa – Orfalian) e la terra degli avi e cercare accoglienza altrove. “Nella diaspora – ci dice Sonya – la tradizione delle pietanze più diffuse nelle case armene si è paradossalmente conservata con maggior forza: era necessario, per poter sopravvivere malgrado tutto, conservare e tramandare il ricordo, rievocare i sapori e gli odori della casa d’infanzia, ripetere i gesti antichi delle nonne per mantenerli in vita. Anche la cucina della nostra casa – come per molte famiglie in esilio – scrive – era il luogo dove tutte le guerre e i risentimenti razziali avevano fine; il luogo in cui le pietanze di popoli in eterna lotta tra loro convivevano pacificamente.”

«Sono armena. La mia è una tipica famiglia armena della diaspora. Mio padre è nato a Gerusalemme nella grande e antica comunità armena di Palestina. I suoi genitori sono miracolosamente scampati al genocidio che nel 1915 i Turchi hanno messo in atto nei confronti del popolo armeno e si sono ritrovati a vivere a Gerusalemme. Mio nonno materno invece fu deportato dal sultano Abdul Hamid in Libia dopo i grandi massacri del 1895 perpetrati dal sultano nei confronti della popolazione armena di Urfa, oggi in Turchia. La Libia dell’epoca era una colonia ottomana, e solo quando sono arrivati gli italiani mio nonno venne liberato. Ecco questa è la nostra diaspora: la terra persa per sempre ci ha portato forzatamente a viaggiare e muoverci di città in città, di paese in paese in cerca di sicurezza. Dall’epoca del genocidio che abbiamo subito per mano dei turchi che ci hanno tolto alla nostra terra l’Armenia, siamo diventati in gran parte un popolo errante.» «Ho avuto la cittadinanza italiana dopo circa venti anni di attesa e due rifiuti. Ma ho sempre avuto fiducia e ho atteso con ansia la mia cittadinanza. Però credo che in fondo resto sempre una cittadina del mondo, è questione di abitudine… Sono arrivata in Italia per studiare, un anno dopo la rivoluzione di Gheddafi, nel 1970, quando il Colonnello decise di espellere tutti gli italiani dalla Libia e chiuse le scuole italiane. La mia famiglia, priva di cittadinanza, non venne cacciata da Gheddafi, ma per continuare gli studi sono stata costretta a venire in Italia ed è stato un caso arrivare a Roma. Dal 1970 al 1980 ho vissuto a Roma solo per frequentare la scuola: appena terminava l’anno scolastico tornavo a casa, a Tripoli. Quando arrivo in Italia dopo la rivoluzione, arrivo con il lasciapassare libico e chiedo e ottengo il permesso di soggiorno per un anno in Italia. Poco tempo dopo il mio arrivo a Roma scopro che un passo utile per ottenere una cittadinanza in Italia era richiedere lo status di rifugiato presso l’Alto Commissariato per i Rifugiati che in base alla risoluzione dell’ Onu del 28 luglio del 1951 concedeva un lasciapassare ai sopravvissuti armeni del genocidio e così ottengo questo documento di viaggio rilasciato questa volta dalle autorità italiane. Lo rinnovavo ogni anno insieme al permesso di soggiorno. Insomma ero straniera in Libia e titolare di un documento di viaggio in quanto figlia di profugo palestinese; straniera in Italia e titolare di un documento di viaggio in quanto figlia di sopravvissuti armeni al genocidio. Alla fine ho richiesto la cittadinanza italiana con il documento rilasciato dall’Alto Commissariato per i Rifugiati. Quindi senza nessuna cittadinanza né libica né armena (all’epoca non c’era ancora la Repubblica d’Armenia bensì la Repubblica socialista Sovietica d’Armenia con cui io non avevo niente a che vedere).»

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irma kusiani

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Sonya Oftalian sta lavorando all’uscita di un nuovo libro di fiabe. Mi ha mandato un suo bellissimo scritto apparso sulla  Rivista di Psicologia Analitica, n° 80 “L’anima dei luoghi”, 2009, che riporto di seguito.

 

“Sono vasto, contengo moltitudini”

Due versi di un Lied molto noto in Germania: «Der liebste Platz den ich auf Erden hab’ | das ist
die Rasenbank am Elterngrab» («Il posto più caro che abbia sulla terra | è la panchina sull’erba presso la tomba dei miei genitori»)

Theodor W. Adorno, Minima moralia


Avevo appena nove anni. Innocentemente, quasi per gioco, interrogai mio nonno materno Ohannes chiedendogli di parlare della sua infanzia davanti al mio registratore nuovo. Riluttante, quasi mormorando tra sé e sé, accennò soltanto all’incendio della chiesa della sua città natale, Urfa, oggi in Turchia. Dopo tanti anni il nastro ripete ancora le sue parole: da bambino aveva “camminato a piedi nudi sul grasso che continuava a uscire dalla cattedrale”. All’epoca non potevo comprendere il significato del suo racconto. Non sapevo ancora che lui e la sua famiglia erano stati vittime della “follia del bufalo”. (1)

Quei fatti si svolgevano dunque in un luogo a me sconosciuto, una città, Urfa, l’antica Edessa di cui ho scoperto l’esistenza nel corso degli anni della maturità, leggendo e documentandomi sulla sua storia. Dicono che sia stata fondata da Abramo, e molte leggende locali sono legate alla memoria di un uomo chiamato Gesù, la cui fama di mago e guaritore era giunta fin laggiù in tempi lontani.

“Follia”, “bufalo”: misteriosa coppia di parole in precario equilibrio nella mente, parole su cui esser costretti a poggiare cuore, ragione e corso del proprio destino, le vicende di un’intera storia familiare, storia di provvisorietà e fughe improvvise. Si tratta di due parole che qui, oggi, nella nostra contemporaneità occidentale, possono anche evocare qualcosa di bizzarro, di eccentrico, fuori dall’ordinario, talmente fuori da poter diventare paradossalmente chic; fa la sua parata davanti a noi, la bestia insana, come in una passerella dell’alta moda, quei cappelli assurdi, quegli strani abiti che vediamo sfilare chiedendoci chi mai avrà il coraggio di indossarli…

Essere nel luogo in cui si è, a causa della furia di un bufalo, oltretutto folle.

Questa follia non sarà la sola causa della dispersione e dello smarrimento. Nel 1915 altri bufali impazziti si scateneranno e priveranno un intero popolo della propria terra. Gli Armeni – come non ricordarlo – sono stati vittime di un genocidio a tutt’oggi negato dagli eredi chi lo ha commesso, programmato, messo in atto (il governo dei Giovani Turchi, nel 1915) e infine portato a compimento (Mustafà Kemal, nel 1920). Da allora, sulle terre che furono armene non resterà più alcun armeno, né donna né uomo.

Io sono (o meglio: così a volte mi definisco per aiutare gli altri a comprendere chi sono) figlia della diaspora armena. E questo dirmi figlia mi colloca già in una posizione che è per me piuttosto scomoda. In generale non gradisco i timbri, i marchi, non mi piacciono le definizioni, specie quelle che campeggiano sui documenti ufficiali, sui passaporti, sui fogli di via: ma, certo, il termine “figlia” indica un ruolo e rende all’interlocutore più chiara l’immagine di chi ha davanti. Dunque mi tengo questo esser figlia e lo considero un pensiero verso quelli che non hanno potuto avere figli, i giovani morti di quel genocidio, il mio genocidio.
Porto con me una storia che viene da lontano e parla del dramma di quelli che sono sopravvissuti alla morte, scacciati dalle loro case, separati per sempre dai loro affetti e dalle loro cose. Senza alcuna speranza di ritorno, col senso di colpa del sopravvivente, di chi è tra i pochi rimasti, per caso. Esseri umani che hanno proseguito il cammino anche grazie al ricordo di ciò che è stato, traendo energia positiva da quella terra mescolata con il sangue: terracotta rossa.
Porto con me molte storie. Anzitutto la mia, quella personale, che condivido con tante altre che ho raccolto nel corso degli anni, a volte ascoltandole direttamente, a volte leggendo.
Come affronta lo scorrere del tempo, una figlia della diaspora? Un po’ come l’Angelo della Storia di Walter Benjamin: volando (ma verso dove?) con lo sguardo rivolto all’indietro. Forse cercando una traccia, un filo invisibile che da un lato conduca fuori dal labirinto, e dall’altro ponga termine a una ricerca continua di segni familiari. Ecco, ovunque io sia cerco segni e tracce che rivelino un legame sia pur labile con qualcosa di nostro, qualcosa che fondi un “noi”. Questo “noi” può d’altronde nascondersi in ogni cosa, la più piccola, la più ordinaria. Ricordo ancora il “noi” esploso improvvisamente alla vista di una tovaglia ornata di melograni – frutto e colore in forte relazione simbolica con la cultura armena più profonda – una sera a cena in casa di amici cari. Il quadrato di una tovaglia, un fazzoletto di terra nostra. Anche se poi questo “noi”, con il tempo e attraverso le vicissitudini della mia storia personale, si è ampliato e oggi comprende una molteplicità, una pluralità di “noi”. Pensava forse a questa speciale condizione d’esistenza il grande cineasta armeno Artavazd Peleshian quando ha intitolato Menk (cioè “Noi”) uno dei suoi documentari-capolavoro?

Le tracce servono, sono utili: costruiscono un legame e confortano nello sperdimento.

Sono stata chiamata “apolide”, “rifugiata”, “profuga”, “straniera”, “residente” e nei mille altri modi che la burocrazia ha ritenuto utili per definire quelli come me. Da sempre, ho dovuto spiegare ogni volta chi ero e da dove venivo, il come e il perché. Perché quando non nasci sul tuo territorio, tra i tuoi, nella terra dei tuoi padri, non è semplice dire chi sei, e spiegare perché sei “senza”… E in virtù della mia storia personale sono stata per quarant’anni definita anche apatride. Dicono bene i francesi: senza patria.

Oggi è d’uso la parola “rifugiato”: e io che lo sono stata per gran parte della mia vita, non sopporto più questo termine creato dalle burocrazie. “Rifugiato” colloca la persona in una condizione così impersonale da toglierle identità. Cos’è un “rifugiato”? Uno che vive in un rifugio precario, come un animale braccato nell’antro che fortunosamente gli si apre di fronte? O magari è il turista che ama la montagna e vaga di rifugio in rifugio ingurgitando salsicce e polenta? In realtà, la burocrazia internazionale chiama “rifugiato” una persona che contro la sua volontà è costretta a fuggire dal suo paese per salvare la pelle, e solo quella. Arriva in un altro paese, braccato sì come un animale in cerca di aiuto, e si ferma solo dove la sua vita non è più in pericolo. Spera di essere accolto come una persona, con la propria dignità di essere umano, qualunque sia il colore della sua pelle e il timbro della sua voce.

Ma una persona che accolgo in casa, io la chiamo ospite.

Non sono alla ricerca della mia identità. So bene chi sono e da dove vengo. Sono nata in un luogo e cresciuta in un altro. Ho vagato e volentieri vago per le tante città che recano memoria e traccia dei miei “noi”. Continuerò così perché non ho scampo e perché il cammino è la spinta vitale, come un viandante che sbaglia strada e che paga il suo errore consumando le piante dei piedi: il cammino è la mia felice condanna.

Le donne armene sopravvissute alle colonne della deportazione camminavano giorno e notte, senza acqua, senza cibo, sotto le scudisciate dei gendarmi turchi. Bisognava andare avanti, non fermarsi, camminare senza meta apparente. “Destinazione: il nulla”. La meta, quella che i turchi avevano deciso per noi, si è rivelata un’arma potente per gli scampati. Hanno potuto raccontare al mondo intero la colpa del genocidio.
Dopo aver perduto il nostro luogo, il posto dove riposano gli dei che ci hanno illuminato, che ci hanno protetto e hanno nutrito noi e la nostra terra, non abbiamo mancato, prima di andarcene, di smembrarla e dividercela afferrandone un pugno ciascuno. Ognuno di noi ha lasciato laggiù i propri morti: morti insepolti a fare da guardia alla terra.

Quella terra che serbiamo in pugno è il nostro luogo. Lì poggiamo i nostri piedi e la nostra storia. E’ il luogo dell’anima, inviolabile e santo. La conserviamo nel sangue, nelle lacrime, nello sguardo, nel sorriso. La celiamo nei nostri nomi, nei piatti che portiamo a tavola, nei libri che leggiamo, nelle persone più care. Ovunque io vada, nelle case che mi hanno dato ospitalità, Urfa, Gerusalemme, Amman, Tripoli, Venezia, Roma e Parigi, Suk el Giuma e San Lazzaro, porto con me stretto in pugno quel luogo che sta al sicuro in me e da nessun’altra parte.
Nessun luogo: tutti i luoghi sono i nostri finché esistiamo e li abitiamo. –  Sonya Orfalian

Nota al testo
(1)
Così viene chiamata, in lingua turca, la folle mattanza degli armeni compiuta tra il 1894 e il 1896 per ordine del sultano Abdul Hamid II. I francesi, più elegantemente, ne parlano come della boucherie d’Abdul Hamid. In quel contesto, nel 1895 la grande cattedrale di Urfa venne data alle fiamme e i circa tremila fedeli armeni che vi si erano rifugiati nel tentativo di sfuggire al massacro finirono bruciati vivi. Entrambi armeni della diaspora ed entrambi originari della città di Urfa, i miei genitori si conobbero in Libia. Nonno Ohannes vi era giunto con tutti i suoi fratelli all’età di nove anni, deportato nel 1896 assieme a suo padre Garabed Dervishoghlian in seguito alle ulteriori persecuzioni degli armeni di Urfa.

(da Rivista di Psicologia Analitica, n° 80 (“L’anima dei luoghi”), 2009)http://www.youblisher.com/p/934842-Rivista-di-Psicologia-Analitica-N-80/

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Grazie a Sonya Oftalian, alle ragazze e ai ragazzi che si sono impegnati nel progetto e alle insegnanti che con loro hanno tessuto l’opera.

Vittoria Ravagli

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disegni allievi istituto comprensivo sasso marconi -scuola secondaria primo grado

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.italiarmenia.it/sito/

http://www.comunitaarmena.it/

Intervista a Sonya Orfalian
http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-76d6df77-c033-4242-a9b8-2b2a78c9f3ce.html

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4 pensieri su “PER NON DIMENTICARE. Viaggio nella cultura del popolo armeno attraverso le sue favole – Vittoria Ravagli

  1. Complimenti per questo progetto e per come è stato realizzato.

    Importantissimo conoscere la storia di questo popolo sin da piccoli cosa che io invece ho scoperto in età adulta: attraverso un libro “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan; e il web.
    Penso che le favole siano forse il modo più giusto e meno cruento per far conoscere ai ragazzi (e non ..) la storia di questo grande popolo ricco di tradizioni, cultura e grande umanità.
    Umanità messa a dura prova dagli eventi, purtroppo. Eventi però che non hanno raso al suolo i ricordi e nemmeno le persone armene che s’impegnano quotidianamente in tutto il mondo a diffonderne la “vita”.

    Grazie

  2. Non conoscevo la terribile storia del popolo armeno : sono rimasta sdegnata, emozionata e colpita
    dal suo genocidio .Grazie del racconto di Sonia, che ha contribuito a rendere quel dramma di
    pubblico dominio con un racconto coinvolgente e toccante . Grazie anche alle insegnanti, il cui
    impegnativo lavoro ha dato ottimi frutti, come rivelano gli scritti appassionati e sinceri dei ragazzi.
    E grazie anche a te , Vittoria , che ci hai permesso di conoscere la storia di quella tragica
    esperienza .
    Anna Ravagli

  3. Grazie infinite Vittoria per aver fatto conoscere questa iniziativa molto interessante, originale e di alto valore educativo.
    Complimenti alle insegnanti per essere riuscite, nonostante la non facile situazione della scuola, a trovare il tempo e il modo di collaborare e realizzare un progetto che, sono sicura, resterà a lungo nella mente e nel cuore dei ragazzi che vi hanno partecipato.
    Marinella

  4. E’ importante per tutti conoscere un progetto come questo, davvero interessante e ricco di contenuti e valore civico. Importante anche dare valore al tempo, all’impegno, alla curiosità, al pensiero che gli studenti e le insegnanti hanno messo in questa attività. “C’era e non c’era una volta”… “Passò molto e poco tempo”… Bellissima questa parte. Grazie Vittoria!

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