L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE ovvero Del vedere delle donne- Milena Nicolini: Rosario Castronuovo “illumina/ gli alberi ai lati della strada”… La cicala

franco purini

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“illumina/ gli alberi ai lati della strada”
Rosario Castronuovo, La cicala 1

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Succede, negli ultimi tempi, che vada spesso leggendo per testi di poesia ai margini della cantoria ufficiale, sia per temi che per tekne che per lignaggio editoriale. Poeti non laureati – nell’ampio senso montaliano –  o poco laureati, o comunque no selfie –  nel senso che intende Paolo Gera, al cui bel saggio, su questa rivista nel numero di aprile, rimando. Pur tra elementi di semplicità disarmante e a volte nel logorio di espressioni consumate, capita di imbattersi in qualcosa che con immediatezza fa stupire. Un ‘in-pensato’ – per dirla alla Muraro – che arricchisce, un tesoro. Va detto che io da tempo sogno una vasta coralità di ‘poeti’ che non siano e non aspirino ad essere parte di immortali universalità omeriche o dantesche. ‘Poeti’ tra virgolette che stringano tra loro e con la gente fili di sguardi, pensieri, emozioni, espressi in versi, ma col solo intento di comunicare in modo appena più profondo del cicaleccio quotidiano. Ho in mente, certo non con quell’aristocratico artificio, il costume in uso nell’XI secolo alla corte imperiale giapponese dove viveva e scriveva Murasaki Shikibu: per comunicare al di fuori dei formalismi si scrivevano versi su bigliettini. Come noi la lista della spesa. Una comunità di persone, immagino, che nel senso più vasto fanno dell’arte un modo per aprirsi agli altri e per accoglierli. Come cantare in coro. Non perché  a questi ‘poeti’, tra cui stiamo anche noi – il plurale maiestatis, ossimorico, per sottolineare il molto del mancante e il poco dell’avuto – non fu concessa la perla sotto la lingua, ma perché comunque a noi fu data la voglia della parola che facesse in modo di sottrarre, anche di poco, le cose da dire all’erosione del banale, alla sgrammaticatura dell’arroganza, all’invalicabilità del silenzio. La voglia di comunicare davvero più sotto della pelle, occhi negli occhi, in un “abbracciarsi di sguardi” 2. Che non vuol dire negare o passare in secondo piano la necessità di una poesia alta – non prima rispetto ad un’eventuale ultima, ma dell’altitudine capace di andare oltre gli orizzonti del proprio spaziotempo e di proporre agli esseri umani esperienze e sguardi che ne affinino “virtute e canoscenza”. Senza sottrarle quanto appena detto dei caratteri della ‘poesia’ che io desidererei semplicemente  corale tra le persone.   

Così, ancora una volta in questo occhio pensato soprattutto al femminile, devo inserire lo sguardo di un uomo (nel senso, ovviamente, non neutro ma maschile). Si tratta di Rosario Castronuovo, lucano di Teana, che ha lasciato molto giovane con la moglie, nonostante avessero entrambe un lavoro: lui contadino, lei maestra. Non per necessità immediata, quindi, ma per non dividersi domani da futuri figli che quasi certamente sarebbero dovuti andare lontano migranti. Forse per evitare quanto già conosceva, cioè quei “ragazzi” che “a sera cercano l’aria/ e i balli, ridono di gusto”, ma che “quando si fermeranno a meditare/ sul capo chino brucerà il fallimento,/ disorientati, senza difese” e che, “se alzano la testa/ lo sguardo si perde” (I giovani, p.40). Questa è stata la prima cosa che Rosario ha detto per presentarsi. Poi ha cominciato a parlare di Teana, delle tradizioni, delle feste, delle maschere, di cui ha scritto in un saggio 3, e anche dei cambiamenti, delle ferite, delle perdite, perché “a volte i paesi perdono la memoria/ non ricordano la loro storia” (Apro la persiana, p.51). Come fosse ancora là, invece che a 700 chilometri di distanza.   Ha parlato della sua gente: donne che “ricamano angeli” e inseguono il sole spostando le sedie per berne il calore, bambini che “si giocano la vita” fingendosi briganti (Per caso in piazzetta, p.53). E il falegname che lavora senza guardare il ragazzo che impara guardando e che dà voce alla sua maestria, elencando tutte le fasi dell’opera: “assembla, smonta e gira il zizimelo” e poi “rimonta/ batti e riassembla, pressa e stringi”; a questo ragazzo, soprattutto, il falegname “parla dei legni come fossero figli” (Chiappino, p.21). E la vecchia vedova, che fu così bella quel giorno delle nozze che “si affacciavano sull’uscio delle case/ sulle scale, alle finestre”, donando “belle parole e applausi” e che adesso continua a rispettare la promessa, fedele “anche dopo” la morte: “seduta allo sgabello parli/ ti confidi, gli tieni compagnia, lo coccoli/ a casa laverai tovaglie” (, p.84). E tra le tante altre, due figure antiche, potenti come il mito: lui, “Cammina nervoso/ davanti al camino mio padre/ mi guarda da lupo, quando/ avidamente di pane mi sazio” e lei, “s’avvicina con calma mia madre/(…)/ mi consuma con gli occhi,/ dolce mi accarezza/ -vattene- sussurra// -troppe bocche da sfamare/ in questa casa” (Vattene, p.28). La stessa madre che Rosario ci ha porto in un fotogramma d’oggi, virato al colore di potentissimi affetti: “ti piaccio con i capelli corti/ la faccia pulita (…)/ la barba rasata e il ciuffo in fronte./(…)/ arrabbiata mi ripeti/ -Vai dal barbiere!-./ Non te lo dico/ che ormai ho sessant’anni.” (Madre, p.20). E mentre raccontava Teana, senza intenzione, non per memorie scolastiche, ma come se fosse naturalmente depositata negli anelli della sua spina dorsale, Rosario faceva riemergere qua e là l’antica radice greca, la grande magna anima del Sud. Ecco una delle tre Parche: “Dov’è la vecchia zinzolosa/ che la mia vita fila con conocchia e fuso,/ la lana non si strappi,/ il gomitolo s’ingrossi,/ non si spezzi all’improvviso/ finché non finirà la storia” (Ci passavamo il tizzone, p.83); ecco la Grande Madre –Demetra o Cibele o Iside che si voglia:     

Dall’angolo del camino guidi il tuo regno
la sedia bassa il trono,
anche se fuori tuona la tempesta
il vento strappa i capelli al bosco
e l’universo, spaventato si nasconde,
c’è calma nella tua casa
alla sorgente della pace

il tuo sorriso s’irradia
e accoglie
(Antonia, p.87)

Ed ecco un modo antico, quasi sacro, quasi animistico, di guardare la natura ed i suoi ritmi: “rinascerà la terra a primavera/ a gustare l’abbraccio del sole/ nei giorni delle lepri e delle rondini/ riapparirà il serpente scattante; la luna giovane, fissandoci/ ci ricorderà ladri d’amore” (Anche tu, p.33); “Bollore di cielo,/ veloci sfrecciano le rondini/ (…)/ agitate si apprestano a vivere/ a cuore duro/ non hanno un attimo di tregua,/ occorre ripartire/ poi le nuvole porteranno il gelo/ si chiuderà il cielo, sopra” (Estate, p.39); “dolcemente/ dobbiamo dimenticare/ sussurri di foglie secche// l’anziano non dovrà temere/ il ritorno della primavera.” (La cicala, p.55); “la magica notte non vuole morire/ frena una timida alba” (Abbagli, p.60). A volte come una trasfusione nel paesaggio delle antiche cosmogonie: “squillano gli alberi (…)/ impegnati a costruire una vita/ unica, duratura e perfetta nel tempo// rinnovano rinascite/(…)/ bella sensazione d’infinito/ immortale, combinarsi d’anima e corpo/ in solare attesa del divino” (Vita, p.102); “guardando il tramonto di sangue/ si chiederanno dov’è l’assassino// in quale mare precipiterà il giorno/ e annegherà i sogni” (L’orto di Pozzuoli, p.17). Un paesaggio attraversato di colpo dalle lamie: “Lustrini su lampioni/ anime colorate e luci accese/ (…)/ anime di briganti/ senza paura vagano nel buio/ cercano giustizia, vendetta/ maestosi principi della notte/ su passi di lupi/ e barche di porte aperte” (Abbagli, p.60); che a volte ricordano il shakespiriano corteggio di Mab, la dispettosa regina delle fate: “passano i vivi nella piazza/ e passano i morti// il viso di un ragazzo ricorda suo padre/(…)/ a fianco di puledri che scalpitano/ cavalli trottano, anime in piazza/ intrecciano parole/ illudendosi di vivere.” (Nella piazza, p.52); o riecheggiano tragedie eterne senza nome:

Il gufo reale costruisce il nido
sui rami delle querce
che bevono l’asciutto
per sopravvivere all’arsura

solcano forre ombre di falchi
e dalle timpe chiama i cuccioli la volpe
fiumare corrono dietro ai cani
in cerca di padrone

Nei calanchi lamentose amanti
difendono lo sposo da sempre.”
(Al sud, p.46)    

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franco purini

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Ecco l’antico eroe avventuriero e ribelle al fato: “ siamo naviganti coraggiosi/ nobili principi/ tramutati in fieri lupi/ d’animo e di portamento// inseguiamo l’alba/ sotto il cielo capovolto di nuvole/ che specchiano uomini soli/ con il cuore di bambini” (Abbagli, p.113);“Ho dentro un vagabondo/ che scalda il motore, accende l’anima/ e spinge all’avventura,/ ogni giorno sfidiamo il destino/ … / è una gara su un percorso lungo” (Feroce, p.91); “appartieni al vento/ e all’umanità che viaggia a piedi/ raccogli odori e sfide, annusi/ riconosci l’aria che cambia”, perché “se vuoi morire/ abbandona lo scudo/ prima o poi ti colpiranno” (Abbraccio, p.50); “da me spillo il contenuto:/ se sorgente, acqua fresca/ se botte, vino/ o balsamico, a sorpresa// subirà attacchi l’aria pigra/ sorda a cambiamenti e affanno” (E io, p.32). Anche il padre e la madre incastonati in un bassorilievo eroico e tragico: “mio padre non ricorda/ come si ride/ non ha tempo, motivo// mia madre non piange/ vuole mortificare/ gabbare il destino// insegnare/ che è solo un momento/ la vita, come bere.” (Bere, p.31).  Ecco Nausicaa e le sue ancelle  – o ninfe dei fiumi o Kore con le sue amiche – intente al bucato come una cerimonia sacra:

(…)
Il torrente, piedi di donne nell’acqua
e salici ad ammorbidire
per cesti e culle di sole
lana da lavare per il matrimonio
(…)
nell’acqua roteano,
guizzano veloci avannotti
e nell’aria danzano libellule
(…)
qualcuno di voi, come me
ha ancora nella mente
un’immagine di donna
con le braccia rivolte al cielo?

Sotto una pioggia fine
gridava sorridente
“Lasciatevi bagnare dall’acqua di maggio
è benedizione di Dio
dopo verranno messi verdeggianti,

sulla terra che lievita
crescerà grano abbondante”
(L’acqua, p.44-5)
Ed ecco ancora una figura di quei rilievi funebri – tanti nel museo dell’Acropoli di Atene – dove è colto in mani eternamente tese a perdersi l’addio al defunto:

(…)

Arrivò in silenzio la madre e cantò
c’erano tutti ad ascoltare
quella fiumara in piena
chioccia rabbiosa
il tempo sbollì la rabbia
e diventò lamento,
passione di donna stanca
ombra lucente

d’improvviso s’alzò e scomparve
nei vicoli del paese,
fantasma di giovane bella
paziente accettò il fato
(…)
(Canto per un figlio, p.18)

A questo punto il suo occhio, io lo sentivo là, alla fine del cannocchiale, vicino alle cose e capace di quell’acutezza che le rinnova e ci fascina di stupore. Così ho continuato a leggere il suo libro per conto mio,  ancora trovando e pensando. Ad esempio ho capito che le figure, di cui ho parlato prima, se si radicano indietro alla Magna Grecia, però, da Rosario non sono proposte filologicamente – musealmente: magari questo, lo faccio proprio io, qui, coi miei paralleli da liceo. Si tratta piuttosto di “soffi” che si librano “su ali di fiabe”, fantasie e storie di oggi che si connettono, intrecciano con “storie/ sussurrate da onde parlanti/ di antenati pazienti/ legati al bosco e all’alba” (Storie, p.86). Mi ha particolarmente colpito lo sguardo che lega l’antichissima storia della Passione (che non appartiene alla Magna Grecia, ma è altrettanto radice nostra) agli sbarchi disperati dei giorni attuali:

(…)

giunti al Gòlgota, tra le urla
disperate della Madre e dei fedeli
verso il mare devia il corteo il soldato,
la folla inferocita spinge il Cristo
e i due ladroni liberati ai remi

presto la barca vola all’orizzonte
non ci sarà un sepolcro per pregare
né rimorso per umanità,
e il tempo consumerà il ricordo

le onde del mare di Lampedusa
ancora cullano croci di legno
(Calvario, p.16)
Lega, ma non confonde, non identifica.

Perché, dice Rosario, gli dei sono “scomparsi dall’Olimpo” e “non ci sono eroi e guardiani di tesori” oggi, e “spade, lance e scudi” se ne stanno “appesi/ in bella mostra alla parete”. Restano i poeti a raccontare, ma “stanchi di combattere” e quasi soltanto per non accettare “d’essere nati/ in una terra senza storia” (Solo i poeti, p.29).

Il maestro d’ascia sono io
senza fronzoli di sega, pialle e archetti
mobili robusti preparo

mi manda legno pregiato il destino,
quando non ho clienti
estro e fantasia

siedo dirimpetto al sole e canto
con voce appassionata
una nenia antica che solo io conosco.
(Canto, p.19)

Non solo la nenia antica. Lui, poeta, anche la realtà del suo tempo, la sa vedere e cantare, e denunciare, quando è necessario: “compiamo stragi,/ vittime annegano nella panna/ versano lacrime di latte acido” (Battaglie, p.75); “eppure è un bravo giovane/ lavora e non si lamenta/ sorride a tutti anche ai fetenti/ vorrebbe solo vivere in pace// di sera indossa il vestito buono/ e cerca compagni al supermercato” (L’angolo del mantello, p.74); “non compri e non regali/ senza barattare sogni/ con desideri nascosti,/ la confusione non aiuta” (Alle spalle, p.71):

Viviamo
un’esaltazione binaria
e di rimbalzo
da palla a palla
ci passiamo la mano
convinti superlativi

non ci accorgiamo
o ammettiamo
che la palla è una
sempre la stessa.
(I domatori di palle, p.56)

Lui, però, alla fine è capace comunque ancora di un potente messaggio vitale, a volte in versi che hanno  quasi l’entusiasmo del Cantico delle creature:

Sono adatto a crescere alberi
accarezzarli la sera
e accompagnarli al sogno,
li bacio al mattino e auguro il buon giorno,
coccolarli con dolci parole è il mio piacere,
quando il sole li mortifica e scotta
canto ai germogli serenate paciose,
e agli alberi dalla cima alta
canzoni d’amore

al suono del mio zufolo balla il falco
e saluto l’acqua del torrente che passa,
elettrizzato corro
e assaporo la vita
(Scugnizzo, p.103)

Un messaggio sempre corale, trasversalmente al tempo, alle persone, ai miti: “prende il figlio per mano/ gli rivela il segreto delle rughe sul campo/ (…)/ insegna che si rinasce quando si muore/ con sofferenza, amore e pazienza,/ linfa vitale scorre potente, tramanda” (Terra e cielo, p.65):  

(…)

-Sei saggio e vecchio, cosa chiedi?
Vivere quanto basta, soffrendo come gli altri –
Testimoni gli uomini.
(Quanto basta, p.54)

 

NOTE AL TESTO

Rosario Castronuovo, Comparse, Edizioni Rossopietra, Castelfranco Emilia, 2016
A che pro, Ivi, p.58
Le maschere di Teana, Altrimedia Edizioni, 2014

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2 pensieri su “L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE ovvero Del vedere delle donne- Milena Nicolini: Rosario Castronuovo “illumina/ gli alberi ai lati della strada”… La cicala

  1. Le poesie di Rosario mi hanno colpito: ho trovato delle affinità profonde nel tentativo di riallacciare il mito antico alle domande irrisolte e generatrici di sofferenza della nostra attualità. E’ vero, le donne non alzano più le braccia al cielo, perché le hanno raccolte al corpo e al viso per utilizzare il telefonino di ultima generazione. Ma in questo uomini e donne sono uguali, ovviamente: non c’è più la disposizione ad aprire un abbraccio al mondo ai tu che si incontrano – come direbbe Anna Maria Farabbi – che possono essere – in una visione animistica che è forte in Rosario e in me – anche persone della natura come un albero. Anch’io ho piantato Melo nel giardino stentato della mia scuola e ogni tanto vado ad accarezzarlo e nel confortare lui conforto me stesso. Occorre viva attenzione, quella che Milena impiega nel suo ascolto rabdomantico dei poeti ‘poco laureati’. Ma nella disseminazione della poesia nell’epoca digitale non esistono più poeti importanti e poeti marginali. Esistono uomini e donne che cercano di esprimersi con le parole e di trovare un senso nell’abuso verbale della comunicazione. Rosario Castronovo sa farlo bene perché non ha perso l’orientamento, ha radici profonde e foglie sensibili che si aprono alle variazioni dell’ambiente in cui è inserito. paolo.gera@tin.it

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