Scrittore di nascita – di Alessia Bronico

camilla engam

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«È sicuramente un cattivo autore quello che pretende di scrivere per la posterità. Non si deve sapere per chi si scrive.»

Emil Cioran

Quanti sono i libri pubblicati ogni anno nel nostro Paese? Apprendo dal Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2016, a cura dell’Ufficio studi AIE, che il mercato del libro italiano torna a crescere dopo alcuni anni di crisi: «65mila i nuovi titoli su carta nel 2015, cui si aggiungono 63mila ebook: aumentano le tirature, anche “digitali”».

Un numero di non poco conto. La prima domanda che viene da farsi è se ci sia un altrettanto elevato numero di lettori. Non voglio, però, rispondere a questo, non ora almeno. Oggi mi interessa capire, o provare a capire chi siano gli scrittori o sedicenti tali.

Gironzolando sui social networks scopriremo un mondo vibrante di poeti, romanzieri, giornalisti, parolieri… e a pensarci bene, in fondo, tutti in questo luogo virtuale hanno l’opportunità d’essere scrittori perché creano con parole. Si è quindi scrittori nell’unico gesto di tracciare segni grafici su carta, o digitanto su tastiera? Perché se davvero questo è il senso da prendere alla lettera, attingendo al significato etimologico, potremmo dire di vivere, in effetti, in una terra che offre una moltitudine di scrittori. O potremmo dire che ci si possa definire scrittori se è il lettore a percepirci in tal modo? O, potremmo ancora dire, che lo scrittore sia tale quando non vi sia per la persona in questione altra alternativa se non la scrittura stessa?

Scrivere innanzitutto, scrivere sempre. Questo è per me lo scrittore, colui che scrive per vocazione, per istinto vitale, per genio ed ispirazione, per incessante desiderio di dare forma vivente alle immagini, alle notturne visite di lettere fluttuanti a cui dar ordine e senso e motivazione e direzione e storia; colui che percepisca il proprio scrivere come embrione, feto, figlio da lasciare agli altri solo dopo la nascita, ad altri occhi, ad altre menti. Colui che non abbia a credere che un libro sia un prodotto, solo un prodotto spendibile, vendibile, ma sia prima di tutto letteratura, gesto letterario. Colui che abbia sempre la coscienza d’essere innanzitutto lettore, ch’abbia la frenesia e la tragica consapevolezza che non riuscirà a leggere quanto vorrà. Colui che pur scrivendo ed essendo meritevole abbia sempre dubbi, perplessità, voglia di migliorare e studiare. Colui che sia chiaro nel suo fare come nel suo dire, che abbia a cuore la parola come un’azione di vita. Non può che essere questo uno scrittore: un vero amante della parola. Un vero cultore della parola letteraria e della sua trasformazione, un reale custode della lingua parlata e scritta, un uomo che rispetti la parola come si rispetta la vita, perché uno scrittore è scrittore di nascita quando ha rispetto per la parola. Lo scrittore è riflesso del suo dire, la parola il suo mezzo. Scrivere non per gli altri, innanzitutto, ma per se stessi. Friedrich Nietzsche sosteneva: «L’autore migliore sarà quello che si vergognerà di diventare scrittore». Sì, sì ed ancora sì, perché a dire il vero è pieno di gente con manie di protagonismo e scarsissimo talento. Ed ecco perché in Italia si pubblicano troppi libri, molti dei quali di pessimo valore, prodotti di un ego smisurato più che di un reale lavoro di ricerca e studio. Viviamo nell’epoca della quantità e dell’immagine, in cui gli umanisti non contano e si crede di poterne fare a meno, conta solo il successo ad ogni costo. Nell’immaginario comune lo scrittore è quello che vende libri e firma autorgrafi e sforna titoli a ruota. Nel mio immaginario lo scrittore è umile ascoltatore e riproduttore della realtà. E la certezza che ci siano altre persone ad avere il mio stesso sentire mi fa avere ancora fede nella scrittura, nella letteratura, nell’uomo.

Sono certa, un dì felice sarà.

Alessia Bronico

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