NELLA VASCA DEI PESCI ROSSI- Anna Maria Farabbi: non esistono gli ultimi

mosaico pompei- casa dei mosaici geometrici, dett.

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La mia ultima opera poetica, dentro la 0, edita da Kammer edizioni nel 2016, sporge, tra le altre cose, una riflessione forte su come la società oggi affronta, cura, risolve il disagio psichico.
La mia esperienza nella comunità a doppia diagnosi di Torre Certalda, Cooperativa Asad, situata nel Comune di Umbertide (Perugia), ma anche nell’Associazione Il Pellicano di Perugia, per disturbi alimentari (anoressia, bulimia…), attraverso la poesia, mi fa incontrare mondi esistenziali complessi, ricchissimi, malgrado la loro frantumazione, qua e là evocati in Italia rumorosamente, soprattutto grazie alla voce di Alda Merini, spesso strumentalizzata o posta da magnete televisivo per morbosità e auditel.

Questa mia esperienza nutriente, e feroce al tempo stesso, mette a fuoco il mio io e interroga l’esistenza della poesia, la sua capacità di irrompere nelle granitiche mura di un sistema sociale e culturale capitalistico irrigidito e decadente, disumano nella sua possessiva autocelebrazione egocentrica, sempre più estraniato da autocritica e investimento (non a fini opportunistici) nella relazione, intesa nell’accezione più ampia.    

Qui, espongo la mia postura interiore, proponendo un confronto con chi mi legge.

Sono convinta che i poeti possono portare il canto ovunque, abbattendo politicamente e fisicamente quelle barriere architettoniche che la società nei suoi poteri gestionali erige.  Certa che la poesia incontra chiunque, consegna la parola con intimità e intensità al tu, credendo nel tu, suscitando creatività, seminando sciabole o occhielli di armonia.  Certa che occorre tessere l’oralità del canto soprattutto fuori dalle corti letterarie e dai palcoscenici, trovando e cadendo addosso alla disattenzione consumistica, all’indifferenza, ai nonlettori, recuperando la congiunzione fisica,  creando un plesso nella comunità.

La poesia, il canto, per me, è arte colta della sintesi, dell’essenzialità, del ritmo, dell’identità linguistica contaminata e aperta:

è energia eretica erotica eversiva,

può schiantarsi come il sasso di Golia nell’occhio del gigante.

Sia chiaro: nessuna retorica, sublimazione né  esaltazione: sto agli studi, ai fatti, alla memoria, alle maglie intrecciate negli anni della mia vita.
Porto qui nelle carte una parola di carne ossa e sangue.

Sappiamo che l’opera (di un libro) può essere di qualità atomica  ma l’opera è anche  oralità. L’origine della poesia è orale in un anonimato emozionale tra bocca e orecchie e corpo intero.  

L’opera è anche il corpo in voce di poeta, nella sua interezza, che attraversa inferni, campi e corpi, sigillati dalla società come inaccessibili e verso cui il sistema induce a rinunciare.  Il canto non rinuncia   compie la sua resistenza  porgendo la vitalità della sua tensione lirica. Malgrado tutto.

Non sono polemica, non sono assolutista né integralista: sono capitiniana, lavorando a schiena bassa, umilmente, dico la mia anche per il piacere, oltre che per la necessità di imparare e crescere, in un dialogo sensibile.

Gli ultimi non esistono così come non esistono i primi:

questo  è l’asse spirituale, sociale, politico in cui credo.

Questa è la premessa da cui sorge il mio canto, e la mia vita,

Più ambiziosa di ogni autoreferenzialità.

Anna Maria Farabbi

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mosaico pompei- casa dei mosaici geometrici

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8 pensieri su “NELLA VASCA DEI PESCI ROSSI- Anna Maria Farabbi: non esistono gli ultimi

  1. Cara Anna, mi interpelli sul valore della poesia. Sai che considero la poesia come chiave per un’antropologia mistica in quanto è voce che zampilla non cercata dal profondo, inconsapevole, affiora con meraviglioso candore di ninfea anche da acque cupe di ombre rivelando il gene divino presente in ognuno, la verità segreta della nostra deità. La poesia è consustanziale all’esistere stesso, è scintilla, presenza del dio nascosto che ci rivela la nostra capacità di essere dei. Tu parli da maestra profonda che insegna. E l’infinito in cui siamo immersi, che ci inabita e emerge improvviso. La poesia è voce della sua presenza. La poesia è incipiente in ogni essere umano per il fatto ontologico che, più che animale razionale politico o simbolico, egli è un essere mistico (Fernando Rielo). La poesia è il suono stesso della vita, apertura al mistero.
    Ma nella modernità liquida l’idea di infinito è entrata in crisi lasciando il posto alla civiltà dell’eccesso, dell’esubero, dello scarto. E per non pensare alla propria fine, messa tra parentesi come accidente, l’uomo ha sostituito alla paura della morte la paura della vita, e quindi la sete dei beni, il culto del progresso che crea, come danni collaterali, incalcolabili rifiuti e avanzi, vite di scarto escluse dalla società (come ben mostra l’analisi di Zygmunt Bauman). Ma il trucco di diversivi che riempiono il tempo (come dice Pascal) non funziona, vivere senza idea di senso del viaggio e fiducia che abbia un significato non esorcizza la morte.
    Per fortuna nessuno di noi è legato solo alla piccola realtà immediata dell’esperienza in cui è posto. Il linguaggio (dono all’umano), oltre a informarci sul reale, può anche, come una lama, liberarci dalle cose e dall’immediatezza della loro presenza. Con la sua magia la parola genera spazi vitali di speranza, di rinnovamento, apre lo stupore. Sa tessere tele di un mondo nostro e ignoto, sa fare esperienze di un mondo di cui siamo proprietari dove la nostra finitezza è tutt’uno con l’infinito.
    E nell’infinito, non solo non ci sono ultimi né primi, come dici tu, e nulla può essere privo di significato e valore anche se è illeggibile nel nostro breve percorso, ma soprattutto nessuno è escluso, nulla può essere superfluo.
    Per esperienza tra gli esclusi, so che il loro grido, la loro parola semplice è più vera e più ricca perché apre a un mondo senza voce, incapace di protesta, escluso da ogni tutela, frammentato in mille fallimenti privati. E parola più intima e più intensa. Chiede silenzio paziente, ascolto attento e partecipe che lascia emergere dentro di noi il discorso dell’altro e fa accogliere le sue ragioni. Ognuno di noi aspetta l’incontro.
    La nostra identità è relazionale, siamo frutto di un incontro, di una relazione. Il pensiero con tutto il suo bagaglio accumulato non conta.
    Dobbiamo aprirci con tutti i nostri sì oltre la gabbia della mente a una conoscenza che è cammino vivenziale. Accogliere è lasciarsi formare e trasformare. E l’altro che mi rivela il mio vero volto. E l’incontro al suo livello più vero è l’ascolto aperto all’infinito che sei, alla poesia che tu sei.
    E sangue che circola e rinnova, migrazione di alfabeti che fa saltare le barriere e apre orizzonti con forza trasformatrice.
    La poesia coi suoi spazi bianche fa posto alla vita, è amore che fa emergere dal buio dell’indifferenza. Amore che crede nell’altro, che rivolgendogli la parola o nell’attesa della sua parola, dice all’altro: è bene che tu ci sei.
    Amore nel suo etimo, nel suo DNA significa, forse, non-morte, a-mors.
    Solo la poesia è capace di non fuggire davanti alla più tragica sofferenza e
    permette, velandosi di pudore, alle verità più segrete di nascondersi nel respiro tre sillaba e sillaba, negli abissi che si aprono tra le parole, nel bianco che sprofonda tra verso e verso, per chi vorrà venire a cercarti e saprà amarti riconoscendosi in te.
    Chiudo non citando versi, ma la tenerezza e la poesia del gesto tra i senza tetto di Terni a cui la sera, all’ombra della grande pressa simbolo della città, si offrono briciole di ascolto e fiducia, la poesia, dicevo, di chi incarta un po’ di cibo per l’amico a cui il pudore impedisce di venie, di chi condivide con il cane, sua unica proprietà, la cena, di chi tace arreso alla sua inferiorità di essere superfluo e indesiderato perché non produttore e non consumatore. Il sogno e la dignità attende in tutti il risveglio, una possibilità nuova che canta.

    Angela Chermaddi

  2. Ho conosciuto la professoressa Anna Maria Farabbi grazie ad un mio amico con il quale siamo andati alla presentazione del suo ultimo libro “dentro la O”. Purtroppo non siamo potuti rimanere fino alla fine ma la sera stessa ho letto avidamente il suo lavoro che ho trovato molto profondo. Chiama mattini i ragazzi con problemi psichici con i quali sta a contatto tutti i giorni nella comunità di Umbertide dove ha creato con loro un laboratorio di poesia. Ho potuto sentire e capire tramite i suoi versi la sofferenza di queste persone e io l’ho percepita ancora più forte e più intensa perché anche io sono in un certo senso un “mattino “e perché anche io la vivo quotidianamente. Mi chiamo Giampaolo Bellucci e sono un “poeta”cosa che mi ha fatto avvicinare alla Farabbi ma sono una persona che convive con disturbi psichici ormai da anni. Sin da ragazzino si alternavano momenti dove andavo a mille e momenti nei quali non riuscivo neanche a spostarmi. A volte mi chiudevo in casa e non uscivo per giorni interi. A quattordici anni iniziai a far uso di sostanze un po’ per gioco un po’ perché a quei tempi (sto parlando dell’inizio degli anni 80) lo facevano un po’ tutti o almeno tutti quelli che conoscevo io. Ne abusai durante il servizio militare e associai le sostanze all’uso di alcool. Lo facevo perché mi faceva star bene o forse perché già allora c’erano delle carenze nella mia mente. Comunque riuscii a superare questo periodo. La mia depressione scaturì dopo alcuni anni quando ebbe fine una relazione sentimentale concatenata alla morte di una persona a me molto cara. Mi chiusi in casa e mi lasciai andare definitivamente. Non uscivo neanche più per comprare le sigarette, passavo le giornate a letto, la notte non dormivo e il dolore dilaniava la mia anima e nella mente si annidavano pensieri sempre più strani. Avevo attacchi d’ira (e me la prendevo soprattutto con i miei genitori) che a volte sfociavano anche in atti di violenza. Stanchi e spaventati i miei genitori si rivolsero ai carabinieri che vennero con lo psichiatra del CIM il quale mi somministrò il primo cocktail di psicofarmaci. I giorni passavano e continuavo a prendere psicofarmaci regolarmente somministratimi dagli infermieri del CIM che venivano a casa mia tutti i giorni. Ma le cose non miglioravano così si presero altre strade e tramite una psichiatra dell’equipe del professor Cassano arrivai a Pisa. Qui feci negli anni diversi day ospital nei quali mi iniettavano gli psicofarmaci nelle vene tramite flebo e il risultato dopo un po’ si vide. La diagnosi fu :” AFFETTO DA DISTURBO BIPOLARE “. Ma il fatto fondamentale è che “noi” non siamo bipolari, schizofrenici o altre terminologie mediche, ma siamo persone: la “malattia” è solo una sfaccettatura ma ci sono altre cento, mille cose che compongono il nostro essere, perché ogni persona ha in sé delle meraviglie e delle cose che possono risultare meno piacevoli, ma siamo persone e non diagnosi mediche. Questa in breve è la mia storia ma voglio scrivervi in versi quello che si prova sperando di riuscirci:

    Ascolto musica
    Ma musica più non è
    Leggo poesia
    Ma poesia più non è
    Credo che sia morto qualcosa
    Dentro di me
    È tutto lineare
    Troppo lineare
    Quasi da apparire normale
    Ma al cuore non arrivano scossoni
    Sono morte le emozioni
    Che lo facevano vibrare
    Guardo lei
    Come fosse normale
    E invece è bella da fare impazzire
    Le mie mani tremano
    Il respiro è pesante
    Dalla mia bocca non esce parola
    Ma lei è provocante
    Facciamo l’amore
    Ma amore più non è
    Perché Credo che sia morto qualcosa
    Dentro di me

    Giampaolo Bellucci

  3. “Maestre/i, è bello per noi stare qui. Prepareremo tre tende… Parlava così ma non sapeva quel che diceva” Luca, 9, 33-34. Mi si perdoni la manipolazione del Vangelo di Luca, ma così, davvero, mi avete fatto sentire. Finalmente. Grazie. Sì, la poesia ha l’energia, sì eretica, sì eversiva, sì erotica-amorosa, per forzare le barriere dell’esclusione contro cui Anna Maria dirige il suo canto. E la sua opera, in versi scritti e orali, e, come dice lei, in corpo inteso nella sua interezza, attraversa davvero inferni, lager, corpi-menti martoriati, portando ed incontrando una vitalità tanto irrinunciabile quanto decretata nulla dalla società segregante. Come dimostra il bell’intervento, qui sopra, di Giampaolo. Mi sembra così importante che oggi – in tempi di grandi tramonti ideali e disfacimenti e chiusure e, quindi, soprattutto, di radicali cambiamenti, da trarne occasione e profitto quindi – che oggi si proponga per la più povera delle arti, ma anche la più semplice da portare, un ruolo diverso dalla solita cantoria di corte – imperiale o periferica, non cambia. Il ruolo di una comunicazione davvero intima e profonda, di relazione effettiva, disponibile, aperta, da cercare anche tra la gente comune, la folla dei supermercati, la folla delle audience mediatiche – in fondo esclusa dalla poesia, indirettamente, tanto quanto la gente segregata – quindi tra un quasiasi ‘io’ ed un qualsiasi ‘tu’, e ancor più tra un corale ‘noi’ ed un corale ‘voi’ – in tempi dove si infestano i popoli di paure del diverso e magari certi differentissimi-universali versi d’amore non sono mai stati reciprocamente scambiati oltre i pochi ‘sapienti’. Oralmente, sì, da portare la poesia, perché il fiato che dice arrivi sulla faccia, facendo sentire la fisica presenza-realtà dell’altro, a tu-per-tu, occhi negli occhi – possibile anche da un microfono, anche da un palchetto, da dietro un tavolo: io l’ho visto e sentito. Come ci diceva Gera nel bellissimo articolo scorso, basta, per cominciare, essere no-selfie: è la disponibilità di pancia e cuore e testa che passa nella voce. Cercherò anch’io di dire qualcosa nel mio prossimo occhio-cannocchiale. Lì ricorderò il costume della corte imperiale giapponese del secolo XI di comunicare in poesia; e adesso mi viene in mente il tiaso saffico e i salotti delle preziose settecentesche; ma sono situazioni troppo elitarie. Inventarsela questa nuova diversa modalità, osare. Mi chiedo se mai, da qualche parte, la poesia è stata non elitaria, non per poche situazioni, non sibillina. C’è pur stata – c’è ancora in qualche borgo degli Appennini tra Reggio e Modena – l’esperienza dei ‘maggi’, dove i cantori in ottave ariostesche raccontano ed inscenano storie o inni alla rinascita della natura con tutta la gente che li segue, li ascolta, partecipa. O le disfide in versi complicatissimi all’impronta nei bar-osterie sardi; o le zirudelle satiriche emiliane, capaci anche di attaccare il potere, o le narrazioni in versi dei cantastorie nei vecchi mercati. Certo. anche se Anna Maria dice che non esistono primi e ultimi, è indubbio che sto parlando di letteratura ‘popolare’, oggettivamente ‘bassa’ – o è meglio cominciare a dire ‘diversa’? Eppure ci sono ibridi che fanno pensare, come Mistero buffo di Dario Fo. So che già un vespaio si è sollevato a gridare: ma va’! lui è addirittura un Nobel!!! Però, però, che dire del primo teatro greco?, quello che faceva venire sui gradoni i cittadini per obbligo civile, per esporre in versi e canti e danze questioni di grave interesse politico generale e personale, come la giustizia pubblica o di clan, la scelta tra morale privata ed etica sociale, l’opposizione tra sistema sociale basato sul sangue e quello basato sulle leggi della città, ecc. Mi risulta che dessero anche il cestino della merenda…

  4. rivedo la tua poesia andare nuda
    per il campo sporcarsi di fango
    poesia eremitica e stolta quanto lo è la rosa dell’orto
    poesia che profuma senza veste di lino o di seta
    poesia che si ferma davanti ad un tuorlo per terra
    e respiro adesso in-
    ferma la tua voce altissima
    mentre mi inchioda
    all’atrocità della mia
    mai risolta ignoranza

    ferni

    ecco, abito qui: https://youtu.be/XEb1iZ2JYHI

  5. Giampaolo, ascolta. A quindici anni andavo da uno pischiatra che mentre io cercavo di raccontare il mio disagio sbadigliava e poi mi prescriveva le benzodiazepine. Non riuscivo a parlare realmente con nessuno e l’unica persona che sembrava riuscirmi a dare del tu era la finestra. – Vieni da me, abbracciami, attraversami. I miei genitori mi vedevano completamente diverso da loro e dai miei fratelli , pensarono anche di rinchiudermi in una struttura psichiatrica. A quindici anni. Ne sono venuto fuori con rabbia e disperazione, cercando di sciogliere il piombo in una scrittura incerta e liberatoria e soprattutto di smettere di considerarmi buono come tutti avevano cercato di farmi credere sin da quando ero nato. Il figlio ubbidiente, l’alunno perfetto, il bambino altruista…non ero nè buono nè cattivo, avevo desideri come tutti gli altri e solo quando li ho riconosciuti e li ho fatti emergere ho cominciato a stare meglio. Iniziai a disobbedire a tutti, feci straripare l’amore con tutta la sua carica eversiva. Come dice bene Anna Maria tra erotico ed eretico c’è solo una vocale di differenza e l’uomo che capì la portata enorme di questo legame , gettandosi contro le manipolazioni sempre più grandi della società in cui stava vivendo e vivendo in prima persona lo scandalo fu Pier Paolo Pasolini. Sappiamo come pagò: lo uccisero fingendo di scagliarsi contro il suo erotismo, mentre invece lo stavano facendo contro la sua eresia. Ma io? Beh, le crisi dopo che sono cresciuto mica sono state sconfitte…a 50 anni ho pianto per un mese ed ho iniziato a disegnare ” uomini che fanno acqua da tutte le parti” ed anche quella minima pratica artistica mi ha aiutato. A pochissimi ho raccontato le cose scritte qui, certi particolari probabilmente a nessuno.L’anno scorso ho scritto un libro di poesia non per pavoneggiarmi o per autoreferenzialità. La mia poesia è NO SELFIE e cerca disperatamente gli altri tu. In questo blog ad esempio ho trovato te che hai quasi il mio stesso nome e con cui mi piacerebbe parlare di vita e di poesia. Questa l’ho scritta ieri sera, fuggendo dal divano con l’aureola nera e alla cura coatta della televisione. L’ho scritta camminando tra gli alberi.

    Ma se qualcuno grida libertà
    nasconde la sua fame, la sua denutrizione.
    Il mio destino me lo sono giocato
    per tanti piccoli piatti di lenticchie
    divorati nei momenti della scelta
    una carriera promettente
    un talento smisurato
    tutto gettato via
    per un boccone di dolce o rude tenerezza
    che mi era stata tolta in gioventù.
    Per gli altri erano spiccioli e comune esperienza,
    per me mai sazio di piccole lenticchie
    monete d’oro in una tasca bucata.

  6. se è per quello c’è anche un “ro”-ditore (o dittatore) che se eliminato dalla parola sotto osservazione fa di e(ro)tica… ETICA, e devo dire che ogni eretica si guida bene perché accetta di farlo da sola, conseguenze comprese. Non credo che le parole siano state costruite a caso, c’è un legame profondo tra le sillabe, e quando se ne elidono alcune, altro affiora dai loro …vani, e tutto concorre a dire la nostra vacuità nell’ ingabbiarci in questa o quella celletta. Pensieri pensanti? Sentimenti sentiti? Emozioni ematiche? Un grosso garbuglio la vita e a distanza di tempo, moltissimo tempo, molte vie percorse, siamo sempre dinnanzi alle stesse assurde postazioni in cui un potere, o meglio qualcuno a cui lo lasciamo praticare, galleggia sulle vite degli altri e tutto questo lo chiamiamo sociale. Beh! Io sono sempre stata un’asociale, una solitaria e continuo ad esserlo.

  7. Ho partecipato al laboratorio di scrittura tenuto da Anna Maria Farabbi presso l’Associazione “ il Pellicano.
    Sono state giornate di luce: viene voglia di parlarne, pieni ancora di energia calda, di gratitudine diventata passione per una parola potentissima.
    Si ricorda, si annota, si scrive per testimoniare un’esperienza intensa, profondamente vissuta e amata.
    Prima il silenzio da ogni rumore, poi l’abbandono all’ascolto… e la poesia arriva, al centro esatto della parola, della voce; è voce che non declama, ma parla essenziale, con parole precise, concentrate, giuste e necessarie, perfettamente corrispondenti a ciò che intendono e dicono.
    Nomina, significa le cose vivificandole di nuovo; tutto si apre, si muove verso, diventando, intimo, vicino, da raccogliere; la poesia è stupefazione innocente che arriva di sorpresa, che ferma, facendo smettere di pensare e di pensarsi, mentre nello spazio lasciato dal vuoto di sé, entra il suono.
    Perché si scopre che le parole hanno un suono, un ritmo che le congiunge, che in-segnano, segnano dentro quando rivelano che si dimenticano le nuvole e il cielo quando si cammina, che cielo e nuvole li abbiamo dentro, in perfetta relazione tra il fuori e il dentro; si riconosce che ogni cosa possiede una sostanza interiore, e che ciò che si pensa immobile invero si muove.
    Tutto è organico, vivo, c’è.
    E queste parole che includono, allargando il tu nel molteplice del mondo umano, animale e vegetale, portano un carico di suoni, odori, sapori raccolti nel viaggio dentro il corpo e il suo sentire;
    da dentro a fuori una materia viva trasformata in oralità, in canto.
    Una lingua sensoriale che esce dal corpo di chi parla per scendere nell’interiorità del corpo di chi ascolta, toccando dall’interno, dritta al cuore.
    E’ un’emozione forte, potente che invade e trasforma; con gli occhi, la pancia , la paura si comprende ciò che non si sa; qualcosa che non c’era, si crea, si genera, viene ad esistere.
    CI SI ACCORGE DI ESSERCI e tutta l’esistenza sembra stare dentro l’ascolto della parola che coinvolge e sconvolge; ma per accorgersi di esserci, ci vuole UN TU che ci avvisi, ci riconosca conducendoci verso l’umanità del noi.
    Si chiama POESIA, questa energia di comunicazione, una forza che congiunge, collega spazio, aria e corpo; è canto portato, donato, che opera, trasforma, possiede la forza di un cambiamento anche sociale, politico; è un dire che fa accadere le cose!

    Per me è stato verificabile, e quindi vero!! Ho messo un seme dentro da annaffiare e ho conosciuto gioia vera, inaspettata…
    Viene voglia di parlarne, ancora e ancora…!!
    Che sia luce sensibile questa testimonianza!!

  8. “Il canto non rinuncia   compie la sua resistenza  porgendo la vitalità della sua tensione lirica. Malgrado tutto…” Grazie Anna e tutti, tutte voi che avete scritto, Elvira…Un abbraccio.
    Anna, la sorella

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