TRA PARENTESI- Costanza Lindi: Sylvia Plath…io sono verticale

anne de noalilles

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Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore maternocosì da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

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 L’impiccato

Per le radici dei capelli mi afferrò un qualche dio.
Ai suoi azzurri volt mi rattrappii come un profeta del deserto.

Le notti sgusciarono via come palpebre di lucertola:
un mondo di vani giorni bianchi in una buca senz’ombra.

Una noia d’avvoltoio mi appuntava a quest’albero.
Farebbe anche lui come me, se lui fossi io.

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Nasce a Boston nel 1932. Muore all’età di 31 anni.
Aggressiva, rabbiosa, quasi una sfida a tratti. Questo è ciò che è e diventa la poesia di Sylvia Plath, grandissima personalità del panorama della poesia femminile del ‘900. Il dramma della vita domestica femminile, il dramma di un amore, il dramma della donna, che sprigiona elettricità da ogni parte di sé, esplode sul foglio di carta.

Da subito aggredisce Lady Lazarus, lei, se stessa e i suoi lettori.
A seguito del primo tentativo di suicidio giovanissima, nel 1950, fu ricoverata in un istituto psichiatrico, il McLean Hospital. Un disturbo che le attanaglia le membra e che la farà gridare. Il meglio della sua opera venne pubblicato postumo nelle raccolte Ariel (1965), Alberi invernali e Attraversando l’acqua (1971).

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Lady Lazarus

L’ho rifatto.
Un anno ogni dieci
Ci riesco –
Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume Nazi,
Un fermacarte il mio
Piede destro,
La mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico.
Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura? –
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.
Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.
Quale ciarpame
Da far fuori ogni decennio.
Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere
Che mi sbendano mano e piede –
Il grande spogliarello.
Signori e signore, ecco qui
Le mie mani,
I miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa identica donna.
La prima volta successe che avevo dieci anni.
Fu un incidente.
Ma la seconda volta ero decisa
A insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
È un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammettete che ho la vocazione.
È facile abbastanza da farlo in una cella.
È facile abbastanza farlo e starsene lì.

È il teatrale
Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale
Urlo divertito e animale:
“Miracolo! ”
È questo che mi ammazza.
C’è un prezzo da pagare
Per spiare
Le mie cicatrici, per auscultare
Il mio cuore – eh sì, batte.
E c’è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po’ del mio sangue
O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr Nemico.
Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creatura d’oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere –
Voi attizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate –
Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.
Herr dio, Herr Lucifero,
Attento.
Attento.
Dalla cenere io rivengo
Con le mie rosse chiome
E mangio uomini come aria di vento.

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Scritta nel ’62, anno in cui si separò dal marito, Lady Lazarus prende forma e voce col ghigno drammatico di chi vive nel vortice tragico e cerca l’oblio.
Muore suicida, in un modo quasi brutale, nel 1963 dopo aver preparato da mangiare per i suoi figli. Eternamente tormentata la voce della Plath è comunque intrisa di un romanticismo tale da renderla ingorda di passione, talmente piena di ciò che sente da essere divorata da se stessa.
Ama con ogni cellula, sente, vede, vuole e immagina ogni istante come fosse il più prezioso, a lei rubato perché donna, madre, sola e disturbata.

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anne de noalilles

 

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Ariel

Stai nel buio. Poi
l’insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.

Leonessa di Dio,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi! – La ruga

S’incide e si cancella, sorella
al bruno arco
del collo che non possa serrare,

Bacche
occhiodimoro oscuri
lanciano ami –

Boccate di un nero dolce sangue,
ombre.
Qualcos’altro

Mi tira su nell’aria –
Cosce, capelli;
dai miei calcagni si squama.

Bianca
godiva, mi spoglio –
Morte mani, morte stringenze.

E adesso io
spumeggio al grano, scintillìo di mari.
Il pianto del bambino

Nel muro si liquefà
e io
sono la freccia,

La rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso

Occhio, cratere del mattino.

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Nulla da aggiungere ai suoi versi se non una stasi che gela e un brivido vivo fino ai capelli. Incredibile da riconoscere è tutta la forza che può risiedere in una voce femminile tanto tormentata, che non si fa passivamente depressa, ma si agita, si scontra e piano piano si dimena per andare sempre più giù, incompresa fino al giorno della sua morte.

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Lettera d’amore

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no –
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.

Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno –
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.

E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.

Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in alto.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

 

Costanza Lindi

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