L’occhio alla fine del cannocchiale…Ovvero Del vedere delle donne- Milena Nicolini: Iaia Caputo e “Le donne non invecchiano mai”

federico infante

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Era su una bancarella di libri usati, la mia amica si è fatta conquistare dal titolo e poi ce l’ha offerto in un momento di lavoro attorno ad un tema che provvisoriamente avevamo chiamato ‘dopo la menopausa’.Alcuni punti, per me, sono stati folgoranti. Non perché mi dicessero cose eccezionalmente nuove, ma perché le dicevano, scritte nere su bianco, a tutte/i, e io, di alcune, credevo proprio di essere l’unica matrice pensante.
A pag. 93 è riportato il parere di Nancy Friday, femminista storica americana, citata da  Il potere della bellezza:  “Lamentarsi dell’invisibilità delle donne più vecchie riduce a una farsa gli ultimi vent’anni: dice al mondo che razza di oggetti sessuali siamo sempre state e siamo rimaste. (…) Chi siamo? A fare la differenza non sono tanto gli abiti che indossiamo, ma il modo in cui ci comportiamo, pensiamo e guardiamo noi stesse.”  Un’Anita, conoscente dell’autrice, non meglio specificata, è citata a pag. 105: “Ero sola, nella casa al mare, il sole stava calando (…) e ho pensato che quello era un momento perfetto. Che sarei invecchiata così, in quel silenzio nel quale la solitudine non era più una mancanza ma la pienezza di quel che sapevo e potevo godermi. E ho pensato che mai e poi mai avrei barattato quella serenità per una nuova emozione.”
Iaia Caputo dice a pag. 106: “si conosce una voglia nuova di godere di quel che si può, ma senza la smania famelica della giovinezza. (…) semmai una dolcezza di consapevolezze adulte e definitive, la grazia delle cose fatte bene perché non ne puoi sprecare niente e tantomeno rimandarle.”  E ancora a pag. 119- 120: “quando vedo una coppia di ragazzi che si baciano per strada (…) non mi si stringe la gola per la tenerezza (…) di certe manifestazioni dell’amore e del desiderio ormai sono diventata una spettatrice: non mi capiteranno più. Non piango neppure per le occasioni finite, ma perché ho smesso di desiderarle. (…) L’amore si mostra fino a quando, nell’alchimia di corpo e “anima” che lo chiama e lo provoca, è il primo, nella sua esuberante centralità, a prevalere sulla seconda. Allora credo che oggi sarei più timida.” Finora, quando sentivo rimpiangere i bei tempi della gioventù e dell’amore, tacevo perché pensavo di pensare cose stupide. Sì, perché io, invece, ricordando emozioni, innamoramenti, cacce-grosse al fascinoso di turno – sì, anche noi andiamo a caccia! –, sentivo prevalere il rammarico del tanto tempo perduto dietro le spinte degli ormoni. Non sono qui a rinnegare niente dell’amore, che mi ha dato esperienze di grandissima e drammatica profondità; sono qui a dispiacermi di tutta quella tensione che mi faceva sempre mettere al primo posto l’incontro con lui, e quindi mi spingeva a gestirmi in modo da essere sempre preparata al suo sguardo, o comunque allo sguardo eventuale di un maschio (si intuisce che io non ero abbastanza bella o piacente al naturale!). Oltre al laborioso trucco quotidiano, alla costante preoccupazione dei capelli, della pelle, dei peli, penso con orrore a tutte quelle diete, quelle prove e prove dei vestiti più adatti a svelare e nascondere, a quelle faticosissime scarpette a punta con tacchi a spillo, insomma a tutta quell’energia dissipata solo perché al mondo c’erano dappertutto, in agguato, i maschi a cui si doveva piacere. Certo, pensavo, scrivevo, studiavo, facevo cose, tante anche allora, ma questa spinta ormonale a prevedere sempre, come prima istanza, un possibile entrare in relazione con un lui, mi portava via tanto tanto tempo. Ricordo di una volta che, uscendo dalla piscina coi capelli più terribili, mi accorsi che il mio moroso era venuto ad aspettarmi con l’auto. Non esitai un attimo, finsi di non averlo visto, scattai con la mia auto a folle velocità verso casa, sperando di non essermi fatta notare, e poi di seminarlo. Fu un inseguimento degno di un film d’azione. Ma mi raggiunse sotto casa: io che cercavo in tutti i modi con le mani di sistemarmi i capelli, vergognandomi come un peccatore, e lui, divertito, che mi diceva di smetterla. Gli piacevo lo stesso. Ma a me non bastava. Ora porto in giro con grande pace il mio vecchio corpo pieno di difetti, di cui mi occupo per tenerlo appena sulla decenza; se incontro vecchi signori, li noto solo perché non sono donne e non mi interessa se sono scarmigliata, con le palpebre gonfie o con brufoli rosacei sul viso o con una giacca di 5/6 anni fa. Meraviglioso. Ho tutto il cervello per le mie cose. Non che fossero non miei  quei tempi d’attrazione e d’amore, ma oscuravano troppo, mi sembra adesso, il resto del mio essere e fare.
Sharon Stone in un’intervista, citata a pag. 97, dice: “Non rimpiango affatto la gioventù. Beninteso, mi sono goduta i venti e i trent’anni li ho vissuti pienamente. Ma oggi non perdo tempo a sognare di tornare indietro. (…) Puoi permetterti [ al presente] di esprimere intelligenza e dignità: a trenta nessuno ti dà retta.”
L’altra grande scoperta. Che da una certa età in poi si esprime un’intelligenza, una sapienza completamente nuova. Non solo perché orpelli giovanili come la bellezza (per Sharon!, non per tante altre, me in primis) non ostacolano più la piena espressione delle proprie capacità, ma direi perché si tratta di una forma diversa del sapere, dell’intelligere. C’è una sapienza, una saggezza diversa, certo rimpinguata dall’esperienza (in fondo, ci hanno sempre additato i vecchi come savi, no?, almeno fino a questo tempo di proliferazione dell’alzheimer), ma, almeno per me, soprattutto libera. Libera dalle strettoie dei canoni  del lavoro culturale, delle istituzioni varie della società, libera dai codici più o meno simbolici che incanalavano il pensiero e le conoscenze entro precisi definiti argini, non permettendo ad esempio esondazioni tra ambiti che dovevano restare distinti (un esempio?: la disamina di un testo letterario e una emozionale soggettivissima partecipazione lasciata ben visibile). Libera soprattutto dal bisogno di emergere, farsi notare, avere successo, dover piacere (soprattutto ai maschi). Non c’è meno rigore. C’è solo, davvero, più libertà. E quindi si gode di una sapienza capace di intuizioni prima insospettate, che fanno intrecciare conoscenze tra le più disparate e casuali, per arrivare, davvero a volte, a capire di più – o meglio: a capire diverso. Con un entusiasmo, una voglia di andare avanti e avanti che, questa sì, ti fa rimpiangere di avere un orizzonte temporale così limitato di fronte.
Dopo avere parlato dell’ingombrante impegno per molte famose dive negli anni giovanili nel prestare tutta l’attenzione alla propria bellezza, piuttosto che alle altre proprie capacità, messe in mostra, infine, con importanti realizzazioni, solo nell’età matura e post-matura, ancora Iaia Caputo, a pag. 109-10, ci dà un interessante colloquio con l’amica Cristina, di cui riporto solo brani veloci:
improvvisamente mi ritrovo senza più figli piccoli, e con tante energie, desideri, tempo per me. Chi lo ha mai avuto il tempo?”
anche le migliori arrivano alla maturità con più di un rimpianto: perché per strada hanno perso qualcosa o hanno dovuto rinunciarci che forse è peggio
E se invece non si trattasse di nostalgia ma, finalmente, di leggerezza?”
però mi sorge un dubbio: e se invece di fare quel che le è permesso ora, facesse ora quel che avrebbe voluto fare anche prima? (…) doveva arrivare [Sharon Stone] a cinquant’anni per essere finalmente libera di essere chi le pare e piace? (…) Come se il corpo fino a quel momento le avesse oscurate,(…) c’è da chiedersi se (…) non sia stata una condanna dalla quale si sono finalmente e con piacere liberate.”
Già. E’ una grande domanda: perché non prendere il coraggio per fare prima ciò che si sente, si sa, si desidera fare di diverso dal proprio ruolo codificato? Penso a tante casalinghe, a tante mogli e/o madri, o anche solo mogli con lavoro (da prof a impiegata a operaia, non c’è troppa differenza) che soltanto da una certa età, (coincidente spesso col dopo-menopausa, e cioè con la pensione (di un tempo!) propria e/o del marito, ma soprattutto con gli eventuali figli grandi o fuori casa, e magari coincidente col divorzio-separazione dal marito) si sono permesse di dedicarsi  ad attività artistiche (poesia, pittura, teatro) o creative, comunque di complessa ideazione e manifattura (origami, sartoria, confezione di bijoux e di oggetti  di  pregio ecc.) e spiritualità (yoga, shiatsu, meditazione, riflessioni di genere, ecc.); ma anche hanno dato vita ad imprese, ottenuto lauree, avviato attività commerciali, spesso rivelando notevole talento e ottenendo riconoscimenti importanti.
A pag. 143, Iaia Caputo, anche se si riferisce ad un momento successivo, in realtà indica una importante risposta: “la storica Anna Rossi Doria sostiene che la relazione con gli altri (…) impedisca alle donne di prepararsi alla vecchiaia, perché anziché pensare alla propria si preoccupano di quella degli altri. (…) ma esiste anche un’altra ragione (…): viviamo inseguendo il tempo e tirandolo da tutte le parti, sovrapponendolo e frazionandolo nei molteplici ambiti che contemporaneamente occupiamo: il lavoro, la casa, gli affetti, il peso delle incombenze quotidiane e la cura delle relazioni.” Semplice e vero. E non solo la società non sta dimostrando nessun interesse ad aiutare la donna a svolgere tutti questi ruoli, ma se anche la donna – assai raramente – è chiamata o lasciata a ruoli importanti creativi e di alta responsabilità, spesso è costretta a rinunciare a quegli altri – di madre, di figlia, di amica – fino anche a perdersi al genere e diventare, come dice la mia amica Nella, uoma.
A pag. 93, Iaia Caputo ci dice che “Eppure, eppure se c’è qualcosa di veramente sorprendente in questa stagione di vita, (…) è la dolcezza di invecchiare insieme. A saperne godere naturalmente.” Lei pensa soprattutto al  marito, ma io aggiungo anche invecchiare con le amiche, coi fratelli, e con le madri, a cui ci si avvicina di più, quando si condividono rughe più o meno profonde e défaillances più o meno gravi del corpo. A proposito delle amiche, dice a pag. 108: “Le amiche sono un bel regalo di questa seconda parte della vita. Che le si sia sempre avute o invece trascurate, acquistano comunque un diverso peso e nuove sfumature. Non solo perché si ha più tempo da dedicare all’amicizia, ma anche e soprattutto perché (…) abbiamo imparato una certa leggerezza del vivere.” Ad esempio le amiche con cui si fa poesia o riflessione o teatro, mostrando i propri bei corpi vecchi e torpidi, ma vivi. Altre amiche, però, più sagge di me nella saggia libertà raggiunta, mi fanno notare che non è così vero. Il desiderio ci sarebbe, ma spesso, invece, proprio con l’invecchiamento diventa più difficile dedicarsi alle amiche, perché, ad esempio se sei lontana, non sempre te la senti di affrontare complicanze di mezzi e spostamenti, o perché fatica e malanni ti trattengono di più a casa, o perché ci sono i vecchi più vecchi di casa che richiedono tempi infiniti di cure o perché ci sono i piccoli più piccoli della famiglia che hanno bisogno di essere accuditi. Vero, ma tutte queste domande e ipotesi non perdono sostanza: restano appuntate lì, come un’utopia.
Ci consola, alla fine, Iaia Caputo, a pag. 139-42, esaltando le nostre rughe, a contrasto con una società che invece esalta in tutti i settori la necessità di nascondere l’invecchiamento naturale, a favore di una giovinezza ‘senza età’, da perseguire come e più di un dovere etico: “siamo invecchiati sapendo che anche sul corpo era scritta la nostra storia: quel che invece sta avvenendo  va nella direzione di una separazione definitiva tra quel che nel tempo siamo stati da come, al di là del tempo trascorso su di noi e insieme a noi, potremo apparire. Un volto a-storico” E ancora una coraggiosa affermazione contraria a tanti slogan mediatici: “E allora: è possibile essere felici a settant’anni? (…) la colossale menzogna, e cioè che si sia felici di avere settant’anni, è una trovata del marketing (…) Questo spaesamento in un presente che non si comprende né si ama, e che per questo finisce per non appartenerci più, è uno dei sentimenti che più caratterizzano la vecchiaia”.
E’ una faccenda molto complessa e sfaccettata la nostra vecchiaia di donne.
Voglio chiudere con quanto dice Silvia Vegetti Finzi, in Nuovi nonni per nuovi nipoti, citata a pag. 146: “Ma prima che la vita vissuta si diluisca nello scorrere del tempo fino a sparire, spero travasi, passando da una generazione all’altra, nei canali della memoria condivisa. Altrimenti il passato sarà sequestrato dalla storiografia ufficiale dove gli individui scompaiono, i sentimenti raggelano e le emozioni si spengono” Almeno questo. Come ci ammonisce spesso la poeta Anna Maria Farabbi: bisogna prendersi cura della propria opera, non lasciarla, magari per ragioni affettive, a casaccio in mani che non la conoscono e possono disperderla. Come è successo a tante nostre grandi maestre nella scrittura nel pensiero nell’operare concreto. Questo vorrebbe essere anche il segno del mio testimoniare l’occhio alla fine del cannocchiale.

Milena Nicolini

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Nota: mie tutte le sottolineature.

 

Iaia Caputo, Le donne non invecchiano mai -Feltrinelli. Universale economica 2011

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3 pensieri su “L’occhio alla fine del cannocchiale…Ovvero Del vedere delle donne- Milena Nicolini: Iaia Caputo e “Le donne non invecchiano mai”

  1. eppure, alla fine di tutto, qualsiasi opera è solo una lirica disegnata nell’aria e non importa il tempo che necessiterà per spegnere le sue eco, tutto, tutto assolutamente tutto si farà una coltre di inconoscibile substrato in cui colonie d’altri nati reciteranno le loro storie, disegneranno le loro scene forse più consapevoli che tutto è sempre e solo transitorio
    f.

  2. certo. eppure eppure siamo qui a scrivere e, dietro la scrittura, a cercare di ‘operare’, nel mondo, del mondo, sperando piccole scalfitture che sono e forse saranno – sarebbero nel desiderio – segni per il futuro. E’ importante il passaggio del testimone, e naturalmente il contenuto del testimone, non tanto il nome della mano che allunga all’altra mano: importa che la corsa continui. E a chi ci dà la pista rossa, ben pareggiata, liscia e sicura per correre, come fai tu, verrà un’eternità magari non proprio eterna, ma di sicuro lunga lunga, e non anonima anche se non ci sarà memoria del nome esatto, ma solo che era/ fu una donna a tracciare la corsia…
    m.

  3. I maschi si sono sempre attaccati al potere per difendersi dalla paura della vecchiaia e della morte. Il dittatore – come scrive Elias Canetti in ” Massa e potere” – vuole eliminare tutti gli altri intorno a sé, in un’escalation folle e micidiale, sino a rimanere l’unico sopravvissuto. Credo che i cambiamenti ormonali e fisici non possano scalfire la fede nell’azione, se quell’azione ha una fede fortissima che la sorregge. Soprattutto – è giusto quello che scrive Milena – non bisogna farsi irretire dai cliché preconfezionati della ridicola macchina del consumismo. E’ orribile ad esempio vedere lo scempio che fanno certe donne sul proprio corpo e sul proprio viso ricorrendo alla chirurgia plastica. La seduzione non nasce dall’aspetto fisico di una persona ma dall’esperienza che racconta il suo corpo. Le rughe, le irregolarità somatiche, il dimagrimento e l’ingrassamento sono seducenti perché raccontano la storia di una persona. La sensualità è l’aura di una persona, è quello che raccontano la sua presenza e i suoi comportamenti, non la taglia del seno e il culo perfetto.
    E come dice il poeta: ” le generazioni sono un fatto accidente/bambini maturi giovani anziani/oggetti d’interesse d’economici piani/tutto equalizzato su fette di mercato/dal moribondo al neonato tutto pianificato/ma ribaltando la logica/c’è l’occasione pratica/di spezzar la retorica/la barriera anagrafica/l’unica differenza che veramente importi/è quella che divide i vivi dai già morti”:

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