LA TARMA E L’ARTISTA- Adriana Ferrarini

joseph beuys- vestito di feltro, 1970

 

Ogni conservazione è una forma di auto-conforto e di auto-delusione,
in quanto ogni cosa è destinata a divenire polvere’

J. Beuys

Primavera, cambio di stagione, tempo di naftalina di canfora, tempo di lotta alle tarme. A proposito di tarme, vorrei raccontare una storia…
Si tratta di Gilda – anche se alcuni dicono si chiamasse Marta  – una piccola tarma che viveva in casa di Mr. Taylor.
Si era innamorata di lui qualche tempo prima. O forse non proprio di lui, quanto di un suo elegante vestito in cashmere blu, nuovo di zecca.
Mr. Taylor era un giovane ed entusiasta curatore ai tessuti della Tate Gallery di Londra. Da lui Gilda aveva imparato il gusto dell’arte, fino ad amarla in modo semplice e ardente, seppure in una forma lontana, come una narrazione di secondo livello, una copia che trasmette insieme le vibrazioni e il desiderio dell’originale. Non si era mai spinta infatti fuori di casa.
Ma quando sentì che era giunto il momento, decise di abbandonare ogni paura: doveva toccare in prima persona quelle opere di cui le era giunta solo l’eco. E una mattina piovosa di febbraio, come Mr. Taylor si mise la giacca in cashmere blu, Gilda si infilò nel polsino di destra.
Sotto la pioggia, sotto il suolo di Londra, su per le scale, dentro al museo e poi giù negli interrati dove erano custodite le opere di artisti moderni. Gilda ne fu elettrizzata. Era tutto. Era troppo. Non sapeva più. Non sapeva bene. Cosa fare dove andare cosa guardare. E ormai le mancavano le forze.
Quel mattino Mr. Taylor doveva sistemare l’opera – Vestito di Feltro, 1970, cat. No 3323 – di un artista tedesco, Joseph Beuys, un uomo bello come un attore, ispirato come uno sciamano, che del Feltro aveva fatto il suo feticcio. Durante la guerra, ferito come pilota, sarebbe morto assiderato sui monti della Crimea se dei Tartari in fuga non lo avessero avvolto in una coperta, di feltro per l’appunto.

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joseph beuys

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Feltro: odore di peli di coniglio, di capra, di pecora, di cammello, acre profumo di sudore umano e animale, afrore di ormoni, un misto selvaggio che portava nella chiusa sala dell’Archivio i grandi cieli e le pianure sconfinate dei mongoli con le loro yurte di feltro e le nevi delle piane sarmatiche solcate da antichi contadini con i piedi al caldo negli stivali di feltro e portavano lì dentro, dietro a San Giacomo, il santo protettore dei cappellai, tutta la lunga teoria dei pellegrini e migranti che in tutte le epoche si erano protetti sotto un cappello o un mantello di feltro e tutte le stirpi di sue antenate che se ne erano nutrite nei millenni.
Gilda, inebriata da quegli odori in cui ogni cosa si sfaldava nell’altra e i limiti tra umano e animale e inanimato e vicino e lontano e nascita e morte si fondevano in un unico grande ciclo, comprese che era giunto il momento.
Aprì le ali e, come fossero un paracadute, si lasciò cadere su quell’abito in feltro grigio che le dita precise di Mr. Taylor stavano riparando: la cintura si era difatti scucita.
S’infilò nella pistagna, il taschino all’altezza del cuore. Lì si nascose. E quando venne notte lì lasciò che le uscissero dal ventre le uova. Subito dopo morì.
Quella sera Mr. Taylor tornò a casa soddisfatto. E soddisfatto andò a dormire, ignaro delle centinaia di uova che nel buio dell’archivio della Tate si schiudevano e affamate si avventavano sulle fibre gustose del Vestito di Beuys.
Così nel buio dei mesi e degli anni a seguire, sotto il paziente lavoro delle mascelle insaziabili, scomparvero i due revers e poi il bavero e il taschino e le spalle e la parte superiore delle maniche. Pascolo e dimora, il Vestito di Feltro dell’artista sciamano si offrì in sacrificio alla progenie di Gilda.
Si sarebbe lasciato completamente divorare, se una mattina il direttore della Tate non avesse deciso che era venuto il momento di esporre l’opera.
E allora tutti corsero a vedere lo scempio. E qualcuno si metteva le mani nei capelli e poi scattavano foto e scrivevano scrivevano. E venne anche Mr. Taylor che negli anni aveva perso un po’ di capelli, con il suo completo in cashmere blu che negli anni si era sdrucito e, onestamente, gli andava un po’ stretto. Scosse la testa. No, non c’era più niente da fare. Il Vestito non era più un Vestito. Quel che restava delle maniche pendeva disarticolato, come un burattino senza fili, la stoffa si sfaceva in polvere al solo sfiorarla. Si poteva solo fermare la devastazione, nient’altro.
Bromuro di metile, qualcuno disse, ecco cosa ci vuole! Bromuro di metile! In una nuvola dall’odore dolciastro di CH3Br, scomparve così la progenie di Gilda.
In quanto al Vestito che non era più un Vestito, venne rinchiuso in un sacco di cellophan con due stecche di Vapona a fare da guardia a ogni possibile futura invasione.

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joseph beuys- vestito di feltro, 1970 ( fotografato dopo l’aggressione delle tarme, 1989)

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L’opera fu cancellata dal catalogo. La moglie dell’artista, che nel frattempo era morto, lo pretese. E se il museo, aggiunse, proprio voleva esibire il Vestito di Feltro di Beuys, beh, che se ne comprasse un altro. L’artista ne aveva fatti altri 99.
Quella sera Mr. Taylor tornò a casa per nulla soddisfatto. Ma, dopo una buona cena e un buon boccale di birra, un po’ più soddisfatto andò a dormire.
Non si era accorto che Marta,- o forse Gilda Junior ?-, comunque una lontana discendente di Gilda, ammaliata dal cashmere, si era spinta sotto la pattina di destra della sua giacca e in quel modo si era salvata dalla gassificazione. E ora, nel buio della camera, nel buio dell’armadio, aveva scoperto il suo magnifico cappello in feltro, simile a quello dell’artista tedesco. Lì lasciò che le sue uova beate si schiudessero, prima di addormentarsi anche lei.
Benedetto sia il Feltro, Mr Beuys!

Adriana Ferrarini

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Nota

In calce l’articolo, apparso sulla rivista online Artribune, sotto la cui suggestione è nato questo raccontino, quindi gli indirizzi web della Tate sull’opera di Beuys e sul processo di ricognizione del Vestito di Feltro. Infine la pagina, molto interessante, sul feltro di Pecore Attive, progetto che intende avviare una micro-filiera di lavorazione artigianale della lana ovina da razze autoctone pugliesi, fornendo opportunità di inclusione sociale a categorie di persone svantaggiate.

http://www.artribune.com/television/2017/04/video-joseph-beuys-felt-suit-lost-art/

http://www.tate.org.uk/art/artworks/beuys-felt-suit-ar00092

http://www.tate.org.uk/research/publications/tate-papers/04/beuys-is-dead-long-live-beuys-characterising-volition-longevity-and-decision-making-in-the-work-of-joseph-beuys

http://www.pecoreattive.it/it/il-feltro.html

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5 pensieri su “LA TARMA E L’ARTISTA- Adriana Ferrarini

  1. L’atteggiamento dei musei nei confronti delle opere degli artisti contemporanei è conservativo anche quando la loro filosofia artistica, la loro esperienza umana indica la dissoluzione. Manzoni mette la sua merda in scatola per contestare il sistema della mercificazione ed ora il suo ‘pezzo’ ha raggiunto quotazioni stratosferiche! E’ chiaro che Beuys avrebbe avuto piacere che la sua opera fosse corretta e portata a compimento da una tarma. Cadendo con l’aereo sulla tundra siberiana Joseph fu accolto da autoctoni che lo curarono e lo avvolsero nel feltro. Quel feltro era oro. Oggi ai migranti sbarcati dai barconi si offre un rivestimento termico che ha il luccichio dell’oro. L’ambiguità è notevole: è la vostra povertà, sono le vostre sofferenze a darvi l’oro dei santi? Oppure è la società opulenta dell’Occidente ad accogliervi con un abbaglio di ricchezza che mai potrete raggiungere?

  2. Condivido in pieno il tuo punto di vista sulla visione distorta e feticista delle opere di artisti contemporanei da parte dei musei e del mercato dell’arte, dietro al quale girano somme favolose: ho visto che uno degli abiti di Beuys veniva valutato adesso 100.000 euro.
    E Molto suggestiva, e infinitamente struggente, è l’accostamento del feltro che protesse dall’assideramento Beuys con i rivestimenti termici luccicanti d’oro che adesso vengono messi addosso ai migranti raccolti in mare. Quell’abbaglio di ricchezza mi sembra proprio il fondo del nostro tempo, di questo mondo, del nostro Occidente, disperatamente alla ricerca, di un senso di un valore.

  3. Molto interessante il confronto tra il feltro che è un tessuto severo e il luccichìo dei veli d’oro svolazzanti con i visi stravolti stanchi e rigati di lacrime dei migranti. Contrapposizione scenica. Eppure per loro quei rivestimenti termici saranno la ricchezza e l’evidenza della conquista. O almeno spero che questo loro possano pensare. Aver vinto il mare e la cattiveria. Poi incontreranno l’indifferenza e ancora cattiveria. Ma senza speranza come si fa?

  4. …forse la tarma che divora la trama con cui ormai l’umanità non ama più chi la sostanzia. Ogni essere umano è oro per un altro come lui, suo uguale. Le differenze, le gerarchie, i sottoposti, gli schiavi, i poveri, gli intoccabili, sono così ferocemente sbranati da una inciviltà di ferro così patologicamente infetto che è difficile estirpare l’infausto effetto.
    Quanto a Gilda mi è piaciuto il nome della nostra parente, animale anche lei quanto ognuno di noi e non difforme da noi. Tarma che trema per la sua vita e quella della sua specie, mi ha ricordato i lager, la gassificazione, la speranza di salvezza lasciando il neonato in balia del destino, e il ricordo di una florida bellissima Gilda che si bagna, nella bella vita nelle acque della fontana di Trevi. Un mix, come siamo ormai soliti consumare, nelle pagine virtuali, in cui vicino e lontano si fanno nello spazio o nel tempo, si fanno schermo che ci accende i bit di memoria che noi, ciascuno di noi, ha incorporati nel corpo che computa la sua storia.
    E allora l’oro è quello del gestore di questa pagina in cui i blogger autori e i fruitori lettori costituiscono le tarme utili a divorare immagini e note e Gilda è l’oscura figura che non vista rovista tutte le filature!

  5. Giusto il tuo richiamo alla speranza, Elianda. E alla forza di chi ha vinto il mare e la cattiveria.
    Abissali e magmatiche le tue parole, Fernanda, infaticabile tessitrice di memorie e di incontri. Le leggo e le rileggo e sempre qualcosa mi sfugge.

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