COSTRUIRE/ DECOSTRUIRE- Sergio Pasquandrea: Una canzone di Chico Buarque

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A volte il caso offre soccorsi inaspettati.
Mentre, di fronte allo schermo del mio computer, meditavo su come iniziare questo articolo, mi è arrivato a casa il numero di “Poesia” di marzo. L’ho aperto, ho scorso l’indice e ho trovato ben due articoli sul premio Nobel per la poesia assegnato a Bob Dylan

La mia prima reazione è stata un “basta!”, uscito proprio dritto dal cuore. Perché, lo confesso, non ne posso più: sul Nobel a Bob Dylan è stato detto tutto e il contrario di tutto, compresa una gran massa di sciocchezze. La seconda reazione è stata, come al solito, ripensare al ghigno che, nell’apprendere la notizia del Nobel, avrà sicuramente attraversato il volto di Dylan (il quale, comunque, ha sempre ammesso molto onestamente di non aver “mai voluto fare letteratura, solo canzoni”).
Ad ogni modo, mi sono andato a leggere i due articoli, uno di Nicola Crocetti, l’altro di Alessandro Carrera. (Per chi non lo conoscesse, Carrera è cantautore, critico musicale, traduttore, saggista, laureato in Filosofia Teoretica, nonché professore di Estetica presso varie università americane; ha tradotto l’autobiografia di Dylan e scritto saggi su di lui).
Ora, premetto: questo articolo non parla del Nobel a Bob Dylan, né mai mi estorcerete un parere sulla questione; se proprio vi interessasse, vi dirò che il mio parere coincide sostanzialmente con quello di Alessandro Carrera. Ne parlo soltanto perché l’articolo di Carrera dice molte delle cose che avrei voluto dire io in questa prima puntata della mia rubrica. E quindi, cito:

“C’è qualcuno che può negare che la canzone sia una delle forme d’arte cruciali del nostro tempo? E se mi si obietta che il novanta per cento delle canzoni è spazzatura, vi posso assicurare che lo è anche il novanta per cento della poesia (lo dico da giurato in un premio di poesia). E poi la canzone non è nata ieri. Il canto è il medium più antico della poesia. Chiedete a un grecista se la lirica greca veniva scritta per essere letta in religioso silenzio, e si metterà a ridere. […] La pagina come la intendiamo noi è un’invenzione del Rinascimento, coincide con la nascita della stampa a caratteri mobili. La poesia esisteva ben prima della pagina e continuerebbe ad esistere anche se non ci fossero più i libri.”

Carrera continua enumerando, guarda un po’, molte delle cose di cui avrei intenzione di parlare in questa rubrica: i madrigali; Gesualdo da Venosa; i lieder di Schubert; le canzoni americane degli anni Venti, Trenta e Quaranta; il blues; e altro ancora, su cui avrò occasione di tornare.
Ma non voglio anticipare troppo: mi limito a dire che questa rubrica tratterà dei mille incroci fra la parola poetica e la musica, senza limiti di tempo, luogo e genere.

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Lasciatemi citare ancora un brano dell’articolo di Carrera:

“La polemica sulla legittimità di Dylan come poeta è squisitamente italiana, o meglio, nasce in Paesi la cui tradizione poetica ha, per svariati motivi, preso le distanze dal canto (si prenda il termine nell’accezione più ampia). Se Bob Dylan fosse francese, ci sarebbe forse una polemica nel Paese di Jacques Prévert e Léo Ferré? Non me lo immagino. Se fosse brasiliano, ci sarebbe una polemica nel Paese di Chico Buarque de Hollanda e di Caetano Veloso? Non credo proprio.”

Ecco, leggendo questo passo ho deciso di che cosa voglio parlare in questa prima puntata: di Chico Buarque.
Voglio parlare di lui perché è, allo stesso tempo, un grande musicista e un grande letterato. Se avete dubbi al proposito, leggetevi qualcuno dei suoi romanzi, ad esempio Budapest, tradotto in italiano da Feltrinelli nel 2005.
Francisco “Chico” Buarque de Hollanda è nato a Rio de Janeiro nel 1944, figlio di un professore universitario. Ha passato l’infanzia in giro per il mondo e ha cominciato a scrivere canzoni giovanissimo: un titolo per tutti, La banda, che in Italia conobbe un grande successo nell’interpretazione di Mina. In Italia, Chico ha anche vissuto per un paio d’anni, alla fine degli anni Sessanta, quando la dittatura militare aveva imposto sul Brasile una cappa di censura e di violenza.
I testi di Buarque non sono mai “canzonette”, per dirla con Bennato. Si impongono come opere d’arte, finemente cesellate dal punto di vita sia poetico sia musicale.
Oggi ve ne fornisco un esempio, proponendovi uno dei suoi capolavori: Construção.

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Amou daquela vez como se fosse a última
Beijou sua mulher como se fosse a última
E cada filho seu como se fosse o único
E atravessou a rua com seu passo tímido

Subiu a construção como se fosse máquina
Ergueu no patamar quatro paredes sólidas
Tijolo com tijolo num desenho mágico
Seus olhos embotados de cimento e lágrima

Sentou pra descansar como se fosse sábado
Comeu feijão com arroz como se fosse um príncipe
Bebeu e soluçou como se fosse um náufrago
Dançou e gargalhou como se ouvisse música
E tropeçou no céu como se fosse um bêbado

E flutuou no ar como se fosse um pássaro
E se acabou no chão feito um pacote flácido
Agonizou no meio do passeio público
Morreu na contramão atrapalhando o tráfego

Amou daquela vez como se fosse o último
Beijou sua mulher como se fosse a única
E cada filho como se fosse o pródigo
E atravessou a rua com seu passo bêbado

Subiu a construção como se fosse sólido
Ergueu no patamar quatro paredes mágicas
Tijolo com tijolo num desenho lógico
Seus olhos embotados de cimento e tráfego

Sentou pra descansar como se fosse um príncipe
Comeu feijão com arroz como se fosse o máximo
Bebeu e soluçou como se fosse máquina
Dançou e gargalhou como se fosse o próximo
E tropeçou no céu como se ouvisse música

E flutuou no ar como se fosse sábado
E se acabou no chão feito um pacote tímido
Agonizou no meio do passeio náufrago
Morreu na contramão atrapalhando o público

Amou daquela vez como se fosse máquina
Beijou sua mulher como se fosse lógico
Ergueu no patamar quatro paredes flácidas
Sentou pra descansar como se fosse um pássaro
E flutuou no ar como se fosse um príncipe
E se acabou no chão feito um pacote bêbado
Morreu na contra-mão atrapalhando o sábado

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Se qualcuno volesse rendersi conto della qualità letteraria dei testi di Chico Buarque, ascolti la canzone, tenendo d’occhio la traduzione qui sotto (è una traduzione strettamente letterale, l’ho fatta io).
Il tema è ad altissimo rischio di retorica: la morte bianca di un muratore caduto da un’impalcatura. Buarque, da poeta qual è, decide di affrontarlo puntando prima alla lingua che non al contenuto. Costruisce così la canzone con versi giustapposti l’uno all’altro: ognuno di essi descrive un’azione dell’operaio, ognuno contiene una similitudine e ognuno termina rigorosamente con una parola sdrucciola. L’effetto è di una reiterazione ipnotica, ossessiva, accentuata dall’andamento martellante e dissonante della musica.
Ma non basta: perché la seconda e la terza strofa ripetono quasi alla lettera la prima, cambiando però l’ordine di alcune parole, le quali così vanno a creare sottili e inaspettati cortocircuiti, che arricchiscono il senso complessivo del testo. L’effetto è di una scena che si ripete ossessivamente davanti ai nostri occhi, ogni volta uguale e ogni volta diversa.

(Per inciso, nel titolo si può leggere un’ambiguità: “costruzione” è quella che il muratore sta edificando, ma è anche la raffinata costruzione fonetica dei versi).

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Amò da quella volta come se fosse l’ultima

Baciò sua moglie come se fosse l’ultima
E ognuno dei suoi figli come se fosse l’unico
E attraversò la strada con il suo passo timido
Salì sulla costruzione come se fosse macchina
Eresse sulla piattaforma quattro pareti solide
Mattone con mattone in un disegno magico
I suoi occhi offuscati da cemento e lacrime
Si sedette a riposare come se fosse sabato
Mangiò fagioli e riso come se fosse un principe
Bevette e singhiozzò come se fosse un naufrago
Danzò e scoppiò a ridere come se sentisse musica
E inciampò nel cielo come se fosse un ubriaco
E fluttuò nell’aria come se fosse un passero
E finì sul terreno trasformato in un pacco flaccido
Agonizzò nel mezzo del passeggio pubblico
Morì contromano interrompendo il traffico

Amò da quella volta come se fosse l’ultimo
Baciò sua moglie come se fosse l’unica
E ognuno dei suoi figli come se fosse il prodigo
E attraversò la strada con il suo passo ubriaco
Salì sulla costruzione come se fosse solido
Eresse sulla piattaforma quattro pareti magiche
Mattone con mattone in un disegno logico
I suoi occhi offuscati di cemento e traffico
Si sedette a riposare come se fosse un principe
Mangiò fagioli e riso come se fosse il massimo
Bevve e singhiozzò come se fosse macchina
Danzò e scoppiò a ridere come se fosse il prossimo

E inciampò nel cielo come se sentisse musica
E fluttuò nell’aria come se fosse sabato
E finì sul terreno come un pacco timido
Agonizzò nel mezzo nel passeggio naufrago
Morì contromano interrompendo il pubblico
Amò da quella volta come se fosse macchina
Baciò sua moglie come se fosse logico
Eresse sulla piattaforma quattro pareti flaccide
Si sedette a riposare come se fosse un passero
E fluttuò nell’aria come se fosse un principe
E finì sul terreno trasformato in un pacco ubriaco
Morì contromano interrompendo il sabato

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Per concludere, vi propongo quella che in un disco si chiamerebbe una bonus track: la versione italiana di Construção, tradotta dal grande Sergio Bardotti (prima o poi dovrò parlare anche di lui) e interpretata da Ornella Vanoni. Noterete che Bardotti conserva il senso del testo ma, da ottimo traduttore qual è, sa quando introdurre leggere variazioni per mantenerne l’aspetto più importante: il ritmo.

Buon ascolto.

Sergio Pasquandrea

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ALTRI RIFERIMENTI IN RETE

http://www.doppiozero.com/materiali/il-nobel-bob-dylan

http://www.letteratura.rai.it/articoli-programma/a-bob-dylan-il-premio-nobel-per-la-letteratura/1396/default.aspx

https://www.expartibus.it/nobel-dylan-intervista-esclusiva-al-prof-carrera/

http://www.minimaetmoralia.it/wp/a-riparo-dalla-bufera-75-anni-di-bob-dylan/

https://www.vagalume.com.br/chico-buarque/construcao.html

https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=7486

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3 pensieri su “COSTRUIRE/ DECOSTRUIRE- Sergio Pasquandrea: Una canzone di Chico Buarque

  1. Pingback: nuova rubrica | gusci di noce – blog di poesia (di Sergio Pasquandrea)

  2. Contentissimo che ci sia una rubrica sulla canzone d’autore. Grazie dunque a Sergio Pasquandrea. ” Construcao” ( perdonatemi, ma non so come si mette la cediglia sotto la c, su ‘sto computer) è una poesia di altissimo livello. C’è anche un’interessante versione di Enzo Jannacci… ma scusate, che discussioni ancora si fanno sul fatto che le canzoni siano o non siano letteratura? E allora perché Apollinaire avrebbe scritto ” Pont Mirabeau”, interpretata meravigliosamente da Leo Ferrè? O Pasolini ” Cosa sono le nuvole” per Modugno? O Boris Vian ” Le Deserteur”? Considero Fabrizio de Andrè uno dei più grandi poeti italiani e ” Via del Campo” una delle poesie più toccanti. Tutto il resto è accademia e noia…

  3. nota di scrittura per Paolo: allora il simbolo è ç,
    – se utilizzi la tastiera per farla basta che premi contemporaneamente shift (la freccetta verso l’alto che c’è a fianco all’invio) e il tasto che usi per fare la “ò”
    – se stai usando word e vuoi saltare questo procedimento basta che tua vada in “inserisci”, poi clicchi su “simbolo” e cerchi la “ç” nell’elenco.
    Spero di essermi spiegata chiaramente. Ciao. f

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