TESTI E PRETESTI – Paolo Gera: intervista a Matteo Meschiari su “ARTICO NERO”.

villaggio di shishmaref – alaska, a nord dello stretto di bering

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Questa intervista è l’ideale e reale continuazione dell’articolo scritto da me sul numero di Gennaio di CARTESENSIBILI:
https://cartesensibili.wordpress.com/2017/01/28/testi-e-pretesti-paolo-gera-parole-sommerse-e-parole-salvate-artico-nero-di-matteo-meschiari/
Matteo Meschiari, Artico Nero, la lunga notte dei popoli del ghiaccio, Exòrma, Roma 2016.

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P.G.: Per iniziare, probabilmente una domanda banale. Cosa ti ha spinto in questo preciso momento a scrivere un libro di antropologia circumpolare?

M.M.: Artico nero era un libro che tenevo nel cassetto da anni. Avevo cominciato a raccogliere fotografie, articoli, libri da leggere. Poi, come sempre accade quando scrivo, tutto è precipitato in pochissimo tempo. A luglio del 2016 è morto un amico con cui condividevo tanto. La rabbia e il dolore che avevo dentro dovevano venir fuori in qualche modo. A Exòrma, la mia casa editrice, il progetto era piaciuto. Allora tra luglio e agosto ho buttato giù cinque capitoli, che poi a settembre sono diventati sette. La questione climatica, il moltiplicarsi negli ultimi mesi di notizie sul collasso dell’Artico sono state per me una mera coincidenza. Non volevo intercettare la cronaca. Anzi. Pensavo di raccontare storie molto vecchie. Il solito vecchio colonialismo. La solita vecchia rapina dell’Occidente in una parte del mondo ancora poco considerata.

Progressivamente ti stacchi dal saggio scientifico e dal pamphlet di denuncia per arrivare a esiti narrativi e poetici di fortissima immedesimazione. Sento un’incazzatura reale che va al di là della definizione di antropofiction. Io la definirei antropologia mimetica o addirittura medianica. Tu attraverso le tue parole evochi quelle degli estinti.

Popoli umiliati. Donne stuprate. Morti violente. Come fai a non incazzarti? Io parto dall’antropologia. L’antropologia è il mio informatore, per così dire. Ma poi io scrivo per andare più in là. Non ti capita la notte di svegliarti nel silenzio e sentire in testa il lamento corale di milioni di animali uccisi in modo ignobile? Non ti vengono a visitare i volti pallidi dei morti ingiustamente? La cosiddetta scienza può esercitare il solito giochetto della distanziazione ipocrita, ma quelli continuano a gridare, a guardare. Però la mia non è una denuncia. Non è militanza antropologica. Io mi fermo al buio di quel letto bagnato di sudore freddo. Volevo esprimere una mia personale angoscia. Poi il libro, attraverso il lettore, va ovviamente dove vuole, dove può.

Fortissima è anche la vocazione metamorfica della tua scrittura: le stelle sono macchie luminose sui fianchi delle trote dell’aria, l’erba è un dorso di animale che non finisce mai, gli uomini e le donne sono trichechi foche balene. E poi scrivi di mente come paesaggio, di terre come idee. Quali strutture mentali dell’uomo contemporaneo rischiano di essere erose, liquefatte, spazzate via, al pari della reale eliminazione dei popoli artici?

Per anni, per scelta, ho letto solo letteratura epica. Norrena, germanica, finnica, antico francese, serba, osseta… Mi sono autoescluso dal Novecento come quei naufraghi costretti a svernare oltre il Circolo Polare Artico. Mi sono perso molte cose, ma perderne alcune è stato anche un bene, perché accadevano più nell’ordine della moda che in quello della poesia. Il mio linguaggio, il mio rapporto con il fare immagini viene da lì. Poi ovviamente ci sono alcuni veri maestri del Novecento: Dino Campana, Dylan Thomas, Derek Walcott, Kenneth White, Seamus Heaney. Tutti fabbri della lingua, come direbbe qualcuno, anche se a me l’immagine del fabbro non piace. Comunque. Quello che si sta sciogliendo, quello che viene eroso è appunto questo, la capacità di fare immagini, di farle liberamente. Il nostro immaginario è letteralmente colonizzato. I poeti, alcuni poeti, sono Nativi della lingua perduti nei boschi o esiliati nelle riserve. Perché qui non si tratta di fare poesia per scrivere plaquette. Si tratta di lottare per emancipare l’immaginario.

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samoyeds mezensky county -XX sec.

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Yamal peninsula, north-west Siberia, Russia: Aerial  view of Yamal peninsula. It is one of the world's last great wildernesses, a 435-mile long peninsula of lakes and squelching tundra stretching deep into the Arctic Ocean.

 

Sempre più film e serie televisive sono ambientate nel grande nord oppure in ambienti dove la Wilderness regna sovrana. Penso a Wayward pines, Fortitude, Revenant. Il ghiaccio e il suo scioglimento naturalmente corrisponderebbero ad archetipi positivi, ma in questa situazione globalmente degenerata cosa viene fuori dal ghiaccio: mostri, antiuomini.

In realtà il ghiaccio è un vaso di Pandora da sempre. Non avrebbe affascinato l’Occidente fin dalle prime esplorazioni polari, quelle di Franklin alla ricerca del famigerato Passaggio a Nord-Ovest (che ora potremmo percorrere in pedalò…). Le sue navi, la Erebus e la Terror, scompaiono tra i ghiacci. Duecento uomini svaniti. Mai ritrovati. Roba da film sugli zombie… L’idea di Nord è un parto peculiare dell’esotismo. Non l’esotismo che ha inventato palme, cammelli e Lawrence d’Arabia, un esotismo più astratto. Victor Segalen avrebbe parlato di esotismo essenziale. Il punto è che il ghiaccio è uno dei luoghi centrali di quella che potremmo chiamare un’antropologia del limite. La Wilderness 2.0, come mi piace definirla, è un’idea ormai edulcorata di natura selvaggia, una specie di giardino arruffato alla Gilles Clément. Roba da educande, da libri di catechismo. La Wilderness primaria, invece, ha a che fare con il “non-oltre” della morte. Punto. È qualcosa di inintelligibile, di alieno, di inumano, e il ghiaccio del Grande Nord ha cantato da secoli questa avventura oscura.

Il popolo da studiare non è fortemente collegato al territorio da conquistare? L’obiettività scientifica non può essere la veste pulita di cui si ricopre la rapacità capitalista? I meccanismi d’inclusione/esclusione studiati da Foucault o le teorie di Edward Said per cui la definizione di Oriente elaborato dalla civiltà occidentale è solo un modo per costruire antiteticamente la propria identità, hanno influenzato il tuo approccio di studioso?

A dire il vero no. Ovviamente siamo debitori di Foucault e Said. Io in particolare mi sento debitore di Deleuze. Ma ritengo che esista un modo più intuitivo per riconoscere il binomio capitalismo-colonialismo senza andare a leggersi i libri di intellettuali immensi. Nelle mie lezioni di antropologia potrei citare agli studenti delle pagine bellissime e complesse, ma trovo più efficace raccontare loro delle storie. Prima racconto come vive un popolo cacciatore-raccoglitore. Poi racconto come vive un popolo agricoltore. Infine racconto il clash culturale tra queste due antropologie. Il discorso su colonialismo e capitalismo emerge dai fatti, non dalle teorie. Non hai bisogno di Marx per capire il concetto di surplus, basta riflettere sul rapporto numerico che esiste tra un chicco di grano e la spiga che nasce dal chicco. Cosa ci fai con l’eccesso di cibo? Ad esempio ci stratifichi la famiglia e la società. Crei classi di guerrieri e sacerdoti professionisti. Ridisegni il rapporto uomo-donna attraverso il patriarcato. Costruisci mura di difesa. Fai guerre. Occupi terre. Distruggi popoli. Oggi nelle università non si racconta quello che preoccupava Foucault e Said. Oggi si fa esegesi dei loro testi. Allora, come ho fatto in Artico nero, io preferisco raccontare storie, storie di persone che avremmo potuto essere noi.

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chukchi – indigeni dell’estremo nord-est dell’asia, sparsi su un vasto territorio dal mare di bering al fiume indigirka
 e dal mar glaciale artico al fiume anadyr e anuy

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A proposito di storie, mi ha colpito quella del sedicenne groenlandese che si uccide con lo stesso fucile con cui ha ammazzato la sua prima foca. Ho in classe ragazzi e ragazze pakistane di prima e seconda generazione che accanto ai valori tradizionali della famiglia e della religione hanno un altare invitante con tutti i simulacri consumistici della nuova società in cui si sono inseriti. Vedo ogni giorno i loro dubbi, il loro straniamento. È un meticciato culturale difficile da risolvere con esiti a volte deflagranti. Diverse coordinate geografiche, stessi problemi?

Ogni problema va guardato da vicino e, se adottiamo il metodo comparativo, è sempre meglio registrare le differenze, non le affinità. Ma per rispondere alla domanda, direi grosso modo di sì. Il neoliberismo (di cui il consumismo è solo l’aspetto più eclatante) è un modello globale che offre alle società cosiddette tradizionali dei sogni nuovi. Non sono il frullatore elettrico o il motore a scoppio i veri responsabili del grande danno, è il nuovo immaginario veicolato dalla televisione e dalla rete. È insomma tutta questione di desiderio, di cosa desideravi prima e di cosa sei spinto a desiderare oggi. Prima o poi questa specie di schizofrenia arriva a sbocchi violenti.

Ogni capitolo è iniziato da una citazione musicale e da una voce di Wikipedia. Qual è la ragione di questi inserimenti?

Wikipedia potrebbe sembrare un piccolo dispetto alla scrittura accademica e ai colleghi bacchettoni, ma mi sono accorto che potevo fare bricolage. Tagli via una frase dalla rete e la usi come una citazione dotta. Non è dotta ma a volte è semplicemente bella. Così ho scelto frasi che per me riescono ad essere abbastanza evocative nonostante la loro provenienza “illegittima”. Per quanto riguarda la musica, Artico nero va nella direzione della visibilità. Addirittura in alcuni punti avevo in mente una successione cinematografica delle immagini. La musica la immagino dunque come una sorta di colonna sonora introduttiva, una soglia emozionale al capitolo. In alcuni casi è proprio solo questo. In altri casi c’è un vero e proprio nesso tra brano e contenuto. Ad esempio nel primo, Animes de sal dei Cadira introduce un capitolo dove si parla di animismo. Nel secondo la musica è apocalittica. Nel terzo Frank Zappa parla di Eschimesi e del fatto di non mangiare la neve gialla (e io ho ovviamente pensato alla neve inquinata dalla radioattività). Diciamo che il nesso è più o meno allusivo. Ma alla base c’è il fatto puramente musicale, una soglia emotiva, appunto.

Il merito indiscutibile del libro è di essere un atto di accusa verso i troppi plurali usati dall’antropologia, nel nome di una indispensabile attenzione verso la singola storia di vita (un episodio veramente commovente è quello di Irina, che risolvi stilisticamente come un doloroso poema epico in cui le parti di descrizione ed ambientazione sono affidate a didascalie di uno straniante dramma teatrale).

Come dicevo poco fa, io mi fermo prima dell’atto di accusa. Racconto un doppio sgomento, o almeno ci provo. Il mio. Il loro. Comunque sì, ho cercato uno stile per ogni storia. Perché sono tutte storie vere. Io non aggiungo nulla. Ma dare visibilità e parola a quelle storie per me era l’unica strada per non rimanere incartati nel giustizialismo ipocrita di chi non sa un cazzo ma si scarica la vescica in pubblico.

Vorrei che commentassi questa profetica citazione di Elias Canetti da Massa e potere: “I potenti oggi tremano in modo diverso per la propria vita, come se fossero uguali agli altri uomini. La struttura primordiale del potere, il suo cuore e il suo nucleo – la difesa del potere a spese di tutti gli altri – si è spinta all’assurdo e giace in frantumi. Il potere è più grande ma è anche più fuggevole che mai. Tutti sopravvivranno o nessuno”.

Una frase molto escatologica no? Tipo quella di Einstein: “ Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza Guerra Mondiale, ma la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”. “ Siamo nel secolo delle mode apocalittiche. Abbiamo un gran bisogno di sognare una tabula rasa perché la matassa cognitiva è così aggrovigliata da imprigionarci come un bozzolo. Poi c’è anche la speranza di una qualche forma di giustizia semplificativa. O tutti o nessuno. Per me non sarà così. Per me chi ha i mezzi economici sopravviverà. Gli altri si aggiungeranno alla polvere di miliardi di individui marciti rompendosi la schiena per la ricchezza altrui.

Paolo Gera

 

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Matteo Meschiari è nato a Modena nel1968.

Insegna Antropologia e Geografia all’Università di Palermo. Studia il paesaggio in letteratura, la wilderness, il camminare, lo spazio percepito e vissuto presso varie culture di interesse etnografico. Ha pubblicato le sue ricerche con Sellerio, Liguori e Quodlibet.Nel 1997 ha fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique, creato dal poeta scozzese Kenneth White. Scrive testi di saggistica, narrativa e poesia.

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Riferimenti fotografici in rete:

http://bloghistapercaso.blogspot.it/2013/06/yuri-kozyrev-yamal-peninsula.html

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2 pensieri su “TESTI E PRETESTI – Paolo Gera: intervista a Matteo Meschiari su “ARTICO NERO”.

  1. Diceva, a proposito, Louise Michel (cosa che giustamente è stata posta a titolo di una scelta di suoi testi recentissimamente pubblicata, a cura di Anna Maria Farabbi): “è che il potere è maledetto e per questo io sono anarchica”. Ho letto Artico nero solo dopo che Paolo Gera l’ha presentato in gennaio, qui su Cartesensibili. E voglio dire solo questo: quando al telegiornale annunciano che è affondato un barcone di clandestini, forse 200 o 300; oppure che ne hanno smistati 30 di qua, 58 di là, 12 più su; oppure quando gli stati europei litigano sulle ‘quote’ da spartirsi – notizie quotidianissime e di tragicità indicibile -, ebbene io sento che si sdegna la testa, la ragion logico-critica, quella che ti fa fare bene i conti e ordinare una struttura sintattica. Il cuore, chiamiamolo così, come una volta, il cuore del sentire, zitto, impalato, lontano. Perché è anche così, Matteo Meschiari, che ci disarmano: con la ripetizione dell’astratto. Quando invece mi è capitato di sentire dalla badante di mia mamma un pezzo della sua atroce fatica ad arrivare qui e a cambiar pelle per diventare di qui, allora sì, ho potuto anche piangere, e non da coccodrillo. Artico nero è perfetto per piangere davvero, nella carne che si sente sorella di Irina perchè, da come le viene detta, la sente come ci vivesse dentro, sente l’atrocità dell’altro come deve essere sentita – neuroni della pancia davvero a specchio-: propria e insopportabile. Non so niente di antropologia accademica o altro; capisco, però, che se vogliamo uscire da un sapere che si è staccato dalla cosa, tra le strade da imboccare, c’è questa di Matteo Meschiari, di Artico nero. Cosa fare? Per cominciare: dite a tutti che esiste, questo libro, e di leggerlo.

  2. sono d’accordo con Milena: dire a più persone che esiste questo libro ” di lotta e di poesia” . Fa incazzare e maledire perchè politico e contro il potere che si chiama ancora colonialismo. Lo rileggerò.

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