PROPOSTE DEI LETTORI- Un racconto di Francesca Cannavò: “La donna alla finestra”

antonella masetti lucarella

antonella-masetti-lucarella

La donna che guarda dalla finestra
vorrebbe avere delle lunghe braccia
per prendere il mondo
il suo Nord e il suo Sud
il suo Est e il suo Ovest

 nel suo grembo
come una tenera madre
vorrebbe avere grandi mani
per carezzare i suoi capelli
scrivere delle poesia
per alleviare la sua pena

Maram al-Masri

.

LA DONNA ALLA FINESTRA

La finestra è vecchia: quasi scardinata; di quelle finestre che offrono luce perenne alle stanze buie dei palazzi indifferenti , infatti è proprio lì, infissa sulla facciata di uno di quei palazzi anonimi e senza storia, che si ritrova la notte a cigolare.
Scricchiolano i suoi cardini arrugginiti ad ogni lieve soffio di vento , diventando nenia e conforto ai sonni quieti degli inquilini indifferenti, più del palazzo.
La donna è vecchia: quasi immemore ;talmente immemore , da apparire agli occhi degli indifferenti, ancora una ragazza incuriosita dagli eventi, che appunta sistematicamente sul taccuino di pelle ambrata fornitole alla nascita .
Riesce a dormire quanto basta a tenersi sveglia durante le ore dell’ultima notte, quando la finestra , incalzata dalla brezza di ponente, invade di sommesse grida le sue cedevoli orecchie.
Lasciata la sua orma tranquilla a riposare ancora un po’, si accosta alla finestra, compagna di quell’oltre notte che non è ancora giorno, quell’ora perfetta dove ognuno sta al proprio posto, dove nessuno è nei pensieri di nessun altro, quando la solitudine è quasi sola. Quell’ora che descrive la terra dei suoni senza rumore, il posto ideale dove parlare ed ascoltare le parole del mondo che dorme.
La finestra risulta ancora tiepida alla leggera carezza della donna, la vernice a tratti scrostata ne denuncia la manutenzione distratta, l’unica cura concessale è la liberazione dalla polvere a giorni alterni effettuata con sacramentale diligenza dalla mano inguantata di morbida lana colore d’arancia.
La notte invece, come piuma leggera, la mano sposta la polvere che soffoca i pori del legno ed il gesto automatico concede alla donna respiri ampi, oltre il limite dei propri polmoni, quasi la compagna della notte fosse la veste dell’aria concessale e finalmente liberata.
E respira, e respira sino ad ubriacarsi d’aria , d’aria notturna , umida, aria gialla di lampioni stanchi, aria di pane e sesamo, tiepida , e vortici d’aria confondono la mente fino ad oscurare la vista e dare galoppo alle tenaci arterie.
La strada bagnata dalla luce clemente di lampioni alti e costernati, baluginava a tratti, affondando e riaffiorando dal liquore secco che il sonno ancora lasciava fra le palpebre della donna.
Era, quella via, una sorta di venatura liberatoria fra la ressa dei palazzi, uno scampo, una condotta anomala, una disubbidienza alle edificazioni ordinate, pattuite, imposte a danno dei giardini d’arance. Si sentiva ancora l’odore delle zagare nella notte.
La strada, breve congiunzione di vicoli paralleli, si srotola finalmente libera d’intralci rutilanti, nella sua più autentica oscurità: lucida, impeccabile, sublime sfondo al calpestio di folle notturne.
Le figlie della notte arrivano piano, adagiate alle loro ombre, palesano presenze di storie passate , la strada fluisce di esseri indistinti, amorfi, inavvertitamente il respiro abbraccia gli odori del ricordo.
Fumo acre di bracieri pronti ad abbrustolire pannocchie, grida eccitate di bimbi impazienti e guance arrossate, l’odore del freddo a novembre rimane appena sulla pelle a raggrinzire le mani.
Ecco lì, seduta all’uscio, la ragazza che ricama al tombolo. Intrecci di fili e fusi, e risi e bisbigli, testa china e sospiri, e sogni; e ancora sogni che dipingono il viso, indiscreti, rilasciando immagini inconfessabili.
Sarà la madre dei suoi sogni futuri e verserà sorrisi raccogliendo i capelli alla moda delle dive, aspetterà, e che può volere di più, il marito a sera dentro una casa linda e sicura, accudirà dei figli in premio, li crescerà sani e forti e pregherà per loro, saranno belli di riccioli neri ed occhi furbi. Il fuso tradisce, s’inceppa il filo, non scorre, si perde il percorso dell’intreccio, togliere gli spilli, bisogna disfare. Era bello !
E’ freddo adesso, via la seggiola bassa, via il cuscino, via i fusi ed i fili, la ragazza che ricama in un guizzo tagliente d’occhi trapana l’uscio col suo essere stata, e svanisce oltre il ricordo. Schiamazzano di corse birbanti, invadono la strada irriverenti al silenzio quieto dell’ultima notte, arrivano cantando a volume basso; i calzoncini corti, pieni di gambe sporche e ginocchia sbucciate, giocano alla guerra, sempre; i colpi sparati sono lenti, ma arrivano e colpiscono e continuano il grido a volume ormai spento dalla polvere ed il sangue.
Venivano giù a quel tempo le bombe in primavera, quando i bambini saltano incontenibili, vengono giù a primavera le bombe, sempre sui bambini che saltano di gioia. Il vento fresco e lieve che sale dal mare quasi ha il colore delle pesche di prima estate, intenso e rosato.
La pioggia quel giorno di prima estate fu rossa, non piove mai in primavera, qui; pozzanghere di macerie riempirono le urla e le sirene e le corse concitate delle madri verso il rifugio. Strappati dalla guerra giocata i figli volavano lungo il percorso, le mani delle madri non lasciano i figli, la corsa affannosa offusca la vista e tutto pare come un film americano, lontano, leggero, leggero sempre più leggero, sempre più forti i botti, sempre più luce da sembrare notte accesa, alla festa dell’Assunta pensava Mimma per allontanare la paura.
I botti che scuotono il cuore, e la testa che si fa leggera .
Eccola! La porta del rifugio finalmente; chiude fuori i botti dell’Assunta e il film americano, il cuore pare che esca dal petto, Mimma riprende il fiato e la vista, gli occhi, tutti quegli occhi la guardano atterriti come un grido monco; Mimma si sente leggera sempre più leggera non lascerà la mano del suo bambino, la pioggia fu rossa quel giorno come le sue lacrime, non lascerà la mano del suo bambino piovere insieme alle macerie. Si disse poi che Mimma finita l’estate continuò ad essere sempre più leggera fino a svanire nell’inverno più nero.

Guarda! Talè, laggiù, guarda chi viene, è tornato… Maria quant’è bello!! Che gioia che è…

Avanza saltellando una figura come di cera, lucida e grigiastra, mezzo nuda, ai piedi ciabattine di gomma; penzolante al collo un cordone, che ad ogni qualche salto, la figurina prendeva in mano e sollevava alta sulla testa ricciuta, quasi a darsi slancio per il prossimo saltello.
Portava muto scompiglio quella corsa nel vicolo dormiente, la donna alla finestra si rese conto presto, dal sobbalzo forte nel suo petto, che la figurina avvicinandosi si trasformava nelle sembianze, via via che avanzava, da sagoma saltellante di bimbo diveniva più forte e possente di giovane uomo, dall’andare soltanto appena più contegnoso rispetto al suo esser prima bambino.
Il giovane camminava veloce tenendo sul capo col braccio ben teso la corda che gli cingeva il collo a mo’ di trionfale vessillo. La donna strizzando appena gli occhi dentro la propria memoria incredula riconobbe in quella figura imponente il giovane Diego.
Diego andò via dal vicolo come per una festa già da qualche anno; come andasse a sposare la sua bella, ancora il profumo forte dei fiori sparsi lungo la via in quei giorni già caldi di maggio inebriava la mente della donna alla finestra.
Erano già parecchi anni, si almeno cinque, s’impiccò, esausto, all’alba di una primavera troppo colorata, in campagna al suo albero di noce al centro dell’orto, finiti i lavori, il giardino ben sistemato, irrigato a dovere. Stella il suo fedele cagnolino ancora accucciata sotto ai suoi piedi, leggeri ormai, quando suo padre lo trovò al tramonto; inquieti erano i suoi giorni, Letizia nel cuore, Letizia negli occhi, Letizia in ogni sua parola, Letizia ossessione d’amore, Letizia la sua vita; Letizia, indifferente, giocava la sua giovinezza. Insanabile il dissidio. Letizia la sua morte!

Ma che vieni a fare adesso Diego, urlò la donna senza voce … Letizia è partita!

La finestra approfitta della brezza sottile per intonare una cantilena ferrosa, per ribadire la presenza sua, di occhio vorace, di pori inzuppati di luce e di tempi.
La donna adagia i suoi respiri su quella cantilena, il collo, le spalle seguono diligenti la nenia dei cigolii.
La strada già schiarita accenna una danza: ondeggiante, il nastro d’asfalto invita le case lungo i suoi fianchi a seguirla, un turbinio fantastico, un valzer ubriaco, damigella spumeggiante in lucide scarpette e gentiluomo in alta uniforme nera e gallonata, prima che sgorghi l’alba, l’ultima concessione alle storie viandanti.
Il compunto vecchio maresciallo dei carabinieri , cavaliere insignito per meriti di servizio, usciva tutte le sere alla medesima ora portando in giro il volto segnato dal disincanto di chi nella vita ha visto tutto, ma proprio tutto, senza aver guardato mai nulla, a protezione dei superbi baffi d’acciaio che l’ordinanza di figura pretendeva dal suo stare al mondo, ingessato dentro la divisa mai smessa, seppur passeggiasse ormai in abiti civili.
Lei, la vecchia donna alla finestra accarezzava, come tutte le sere alla stessa ora, la persiana cigolante, aspettava con l’incanto di chi nella vita non ha visto nulla, ma ha guardato tutto, ma proprio tutto quel che l’incavo dei suoi occhi potesse contenere, erano grandi i suoi occhi e profondi, illuminati da una sapienza torbida, rubata ai cento viandanti che il giorno le procurava.
Erano, lei ed il suo giorno, due complici ben affiatati, arraffavano tutto ciò che potesse capitare di un qualche valore negoziabile al mercato delle sensazioni, e quella vecchia finestra era il mandante, l’istigatore.
Le finestre hanno l’anima immanente fissa al muro del tempo, rimangono occhi aperti sul mondo anche quando sono chiuse, al servizio della Dea della Luce
Il vecchio maresciallo, benché in pensione da tempo, l’abitudine all’indagine ed i naso di segugio non riusciva a tenerli sedati; con fare discreto buttava l’occhio su ogni campanello o citofono che gli venisse a tiro per catalogare i cognomi e gli avvicendamenti del vicinato.
Lei, l’anziana donna neanche più un filo di voce, il volto pieno d’occhi, da giorni come un macigno sul cuore guardando fisso il balcone dirimpetto. La porta semiaperta e la tenda di pizzo impigliata nel rovo della spina-santa; un vero peccato quella tenda, orgoglio della signora Grazia, già lacerata dalla pianta, offriva la cornice dei ricami ai piccoli fiori rossi.
Sembrava gocciolasse sangue quella tenda, ed il macigno sul cuore sempre più grave. La donna spingeva con tutta la sua forza lo sguardo aguzzo sul cappello del vecchio maresciallo: non ti accorgi che gocciola sangue, non ti accorgi che ciò che non senti è muto, non ti accorgi che chi è muto non può chiedere aiuto? Da tre giorni non si affaccia, non esce, da tre giorni la tenda è lacera.
La tenda parla, la vecchia è muta. Lo sguardo è potente .
Per un momento il maresciallo alza gli occhi e incrocia uno sguardo che lo strizza fino in fondo all’anima, mai nella sua vita aveva provato nulla di simile, un bagliore di fiamma si sprigionava da quello sguardo avviluppando il suo, lasciandolo appena un attimo nell’indicargli il balcone.
Non riusciva a capire, non riusciva a capire cosa vi fosse da capire, la vecchia accennò col capo nuovamente al balcone. Il cenno bastò.
Le due rampe di scale mai videro tanta fretta. E gli occhi del maresciallo lo scempio di una vita. La signora Grazia sorrideva attraverso lo squarcio rosso alla gola, distesa: per sempre. La casa investita dalla furia funesta sembrava volesse fuggire, incapace a sostenere la violazione della propria intimità : ricami e gioielli spariti insieme ai ladri e alla vita.
Il teatro delle storie svolge il sipario, rosso. Divampa la volta notturna. Le dame dell’aurora arrivano col loro prepotente schiamazzo, le chiome accese in volute di fuoco.
Il cordone d’oro a momenti sfiorerà gli occhi chiusi delle finestre e sveglierà i sonni e darà tregua alle veglie.
La donna alla finestra, resa al pudore del giorno, si ritira portando con se le storie , la notte e le persiane.

Francesca Cannavò

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4 pensieri su “PROPOSTE DEI LETTORI- Un racconto di Francesca Cannavò: “La donna alla finestra”

  1. Che dire conoscendo l’autrice.Per una volta,forse non la prima,una poesia in forma di prosa.
    Ogni parola di ogni frase di ogni periodo,è di per sé poesia tutto è calibrato in funzione di una musica a volte nenia altre sussurro altre sinfonia.
    Ecco riportandola in musica,l’arte a me prediletta,direi in forma sonata nei suoi movimenti principali:
    Esposizione,Sviluppo,Ripresa e Coda.Incluse le ulteriori suddivisioni all’interno delle sezioni.
    Rimane solo la forma in grado di assumere qualsiasi carattere ed espressione.
    E poi la chiosa, la vecchia si ritira dopo che ha visto il frutto della sua opera,ad affilare nuovamente la sua falce.

  2. Vincenzo Guzzo
    1 Marzo 2017

    Che panorama sul tempo da una finestra che si apre su un indifferenziato senso di trapasso. La donna ormai vecchia ha smarrito il sorriso e ha confusa la memoria. Il sole per un attimo deve aver scaldato uno stipite ma è la notte a farla da padrona e la pioggia. Il respiro, lieve e pesante, porta ricordi, immagini passate, precise e confuse. E persone perdute allora sotto le bombe ma in un tempo che ormai è di nuovo vicino. Il ricamo, i bambini e sempre le bombe e la morte che può giungere improvvisa. Un volto pieno d’occhi. Quale aedo canta ancora così per l’immane sterminio della guerra? Quali tragici miti bisogna continuare a rivivere? Che con-fusione tra il prima e il dopo in una costanza di tenebra d’anima! In un dolore ormai muto nell’immenso grido. Ed ecco ancora, dalla finestra, occhi per una morte cruenta, frustrante per chi è deputato a prevenire o a scoprire. Infelice super-io di tempi di tenebra! Una intera vita di sguardi della vecchia signora dalla finestra sul cortile di un mondo cruento e feroce in cui clandestino e non pertinente si avverte, per un attimo, un notturno profumo di zagara. Poi la testimonianza si dissolve, essa stessa, nell’abbraccio confuso tra un presente e un passato in cui un sentimento tragico della vita si compendia, ad occhi chiusi, in una uscita dall’incubo-mondo.

  3. Ho letto il racconto, molto suggestivo, a tratti surreale e poetico…la ” colonna sonora” che , anche se non sempre “udita”, sappiamo essere il cigolio della finestra…le immagini che all’improvviso dai ricordi avanzano nel presente…questa finestra , logora , ma curata e “preziosa” …occhi spalancati sul mondo…Molto bello!

  4. Breve, intenso, denso e un crescendo che rapisce. La scrittura, appassionante e pregna di significanti. Brava Francesca!

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