L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE … ovvero… Del vedere delle donne – Milena Nicolini

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Ho incontrato queste donne dei tanti processi intentati dall’Inquisizione all’inizio del ‘500 in Val di Fiemme, nei brani di verbali che Muraro  ha pubblicato. Alcune forti e tenaci come figure leggendarie dei miti, alcune fragili e spaventate come capitate lì per caso, travolte da un’ondata di violenza cieca e stupida che moltiplica accuse e delatori quasi a ritmo infinito. Alcune poco più che fattucchiere a tempo perso, altre più o meno estranee, per quanto lo permetteva vivere gomito a gomito con tradizioni millenarie di ‘magia’. Alcune, poche, vere sciamane e capaci guaritrici, spesso levatrici. Già è il tempo che la figura positiva della Signora del Buon Gioco, che raduna i guaritori sciamani in conviti di canti e danze, nella luce di pallidi fuochi, che svela il futuro, dà le ricette delle medicine, si è oscurata, è diventata ‘brutta’, ‘nera’, fino a scomparire per lasciar posto al ‘diabolo’. Ma si ha l’impressione che per certe di loro sia ancora un riferimento importante. Che ci conduce direttamente alla figura della Grande Madre, che dal neolitico è arrivata fino a noi, vestendosi dei panni di ‘bianche signore’ che compaiono per lo più a pastorelle/i e semplici giovani persone. Le donne della Val di Fiemme, eccetto una incinta, furono tutte torturate a lungo e poi bruciate sul rogo. Alcune morirono in carcere.
Ho incontrato queste donne come se mi parlassero adesso, davanti agli occhi, perché i verbalizzatori a volte lasciano l’assurdo ripetitivo latino dei tribunali per riportare proprio le loro esatte parole. Così vive. E in alcuni casi, come questo che vi propongo, così stupefacenti. Leggete, se potete, questi verbali. Come fare una traversata del Mediterraneo sui barconi che poi affondano.

Martedì 25-2-1505

In un miscuglio di discorso diretto ed indiretto di chi teneva il verbale, Barbara, dopo avere a lungo negato di ‘segnare’(sottoporre a pratiche magiche di guarigione) dei bambini, pressata da varie testimonianze, infine “dixit”:
Quello che ho fatto, ho fatto per amor de Deo, et secondo che Dio è andato segnando per el mundo, cusì ancora ella (Barbara) ha voluto segnare in el nome del Padre, et Fiolo et Spiritu sancti, Amen. Et segnata a questo modo tolta una creatura sora una pala et calzata (cacciata, fatta entrare) in el furno e poi cavata fôra (un forno simbolicamente uterino, quindi, da cui il bimbo rinasce) in el nome del Padre, Fiolo et Spiritus sancti, Amen, de’ tali (alcuni) sono morti et tali guariti. Che volì che faza mi? Quel che ho fatto, ho fatto per bene. Nec aliud dicere voluit. Sic conductam ad torturam et ligata et levata dixit, quod relaxaretur, quod vult dicere veritatem; et relicta nichil dicere voluit. (E non disse altro. Allora fu portata alla tortura, legata e alzata (appesa per le braccia legate dietro la schiena, sollevata in alto con un peso ai piedi, strattonata –‘squasso’ – per incutere il massimo dolore). Chiese di essere messa giù, che avrebbe detto la verità. E messa giù, non volle dire nulla. Povera disperata tattica per avere un attimo di pausa, che si trova tantissime volte in tutti i verbali dei processi alle streghe.)
Di nuovo alzata e di nuovo messa giù:
nichil dicere voluit, nisi ut dixit, quod signavit pueros de mal de senega. (…) et interrogata, unde procedit istud malum Senega, dixit, quod in aqua reperiuntur vermiculi albi, tamquam filum, curvi, nominantur faschio, et quando ipse mulieres prengne obviant contra ipsum vermum capiunt istud malum et ipsam infermitatem, senegam dictam. Et sic e converso pueri a matribus capiunt et semper sunt debiles et non possunt crescere et sic exsiccant et moriuntur. Et istud receptum est contra istud malum senega, sicut dictum. Aliudt dicere noluit. (non volle dire niente, se non che aveva segnato dei bambini per il male della senega (probabilmente dal latino ‘senex’, per indicare un incresparsi della pelle simile a quello della vecchiaia).(…) Interrogata da cosa derivi questo male, rispose che nell’acqua si trovano dei vermicelli bianchi, come filo, ricurvi, chiamati faschio. Quando le donne gravide vanno contro (?) questo verme, prendono il male. Così a loro volta i bambini lo prendono dalle madri e sono sempre deboli, non crescono, si seccano e muoiono. E quella è la ricetta contro il male. Altro non volle dire.)
Bartolomea, moglie di Giuliano Del Papo, anch’essa travolta dalla stessa ondata inquisitoria della Marostega, rivela anche lei, sotto tortura, una ricetta per il mal de senega:
Se tu vol guarire il mal de la senega bisogna che tu vadi de nove vedoe (vedove) et domandare da cescaduna uno poco de farina, sia che farina che se voia (qualsiasi), et de quella farina far una forada (ciambella) a modo uno brazzadello, tanto largo che possa andare zo per la testa a una creatura (che ci possa passare la testa di un bambino), et coserlo sotto la cénera: et da poi tor quella creatura, o putto o putta, che ha mal de senega – non sa lor instesse (le madri stesse) che mal che la sia – et quelle femmine che vanno in compagnia (che partecipano al rito) non bisogna parlar uno a l’altra, et portar quella creatura fora, sora una crosara (crocevia) in nomine diaboli, appresso donde se trova che sia uno sambugo (sambuco), et tor quella creatura su in nel nome del diabolo, et metterla sotto o sora el sambugo in el nome del diabolo, et mettergli zo per la testa quella forada in el nome del diabolo, et picar (appendere) quella forada a quel sambugo in el nome del diabolo, et lassarla lì, et portar la creatura a casa. O vero muore o guarisce.
Bartolomea riporta un rito di cura che mantiene alcune affinità col rito della Marostega (la farina, la ciambella col foro, vagamente uterina, attraverso cui far passare il bambino), ma sembra però che ne sia rimasta solo una forma esteriore. Particolare anche l’ossessivo richiamarsi al ‘diabolo’, che era quello che ci si aspettava da lei, ma forse era anche quello che davvero lei credeva. Infatti il suo tentativo di difesa è che si è invischiata nella stregoneria solo perché era malata, quindi costretta a patti con ‘la Sporkita’, una interessante figura femminile. Che è il diavolo,però, come dice quando le chiedono chi sia, mantenendo poi questo nome e questo sesso. Invece la Marostega, continua per tutti i quaranta giorni di torture a sostenere che, se mai è stata nella compagnia delle streghe, c’è stata trascinata a forza; che continua a non confessare, attentissima a non farsi sfuggire troppo:
Che volì che diga? Ho io forse dicto massa? Hoio, sì… Tamen nichil aliud cum ea processum fuit. (Cosa volete che dica?Ho forse detto troppo? Ahi, sì… Tuttavia in nient’altro con lei si procedette.)
Pronta a ributtare l’assurdità delle domande in faccia agli accusatori, a portarli all’esasperazione:
Quello che ho dicto sia dicto. Sic prefatus dom. Vicarius ei proposuit, ut clare specificet utrum fuit in ipsa societate aut non, quod si fuit dicat quod sic, quod si autem non fuit dicat quod non fuit. (Quello che ho detto, ho detto. Allora il signor Vicario le ingiunse di specificare bene se in quella compagnia –di streghe – lei c’era stata oppure no: se c’è stata che dica di sì, se non c’è stata dica di no.)
Portata alla tortura, lei risponde:
Mal se dico de no, pezo se dico de sì.
Perché se confessa andrà al rogo, se non confessa continueranno a torturarla. L’unica speranza è resistere: segno, per le procedure processuali, di innocenza. Quel giorno nega ancora.
sempre scurlando caput in non (sempre scuotendo la testa a dire no)
Ma il giorno dopo, venerdì 4 aprile, dopo trentasei giorni di torture, qualcosa deve lasciar passare, ma sempre ribadendo la costrizione:
Nichil aliud dicere voluit, nisi ut dixit: Sia dicto; et se mi farì dir per forza bisongna dir per forza. Io non so altro. El fogo blavo (il fuoco pallido che vedevano le streghe ai convegni) ho io ben visto tre volte, in più logi (posti).
E più tardi:
Mo’ ben se la più parte (la parte più forte) vinze, bisognerà pur dire.
Ma quando le chiedono da quanti anni era nella compagnia delle streghe, eccola che sbotta:
Sì, ho altro da far adesso a numerare li anni!
Muore in carcere il 13 aprile, senza aver confessato. Non possono dire che è una strega. Il figlio Costanzo chiede di seppellirla in terra consacrata. Dopo un bel po’ di rimpalli e discussioni, si decide che sì, perché ha invocato la Vergine morendo, però senza il suono delle campane.

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Luciana Nora, di Carpi, ricercatrice etnografica, raccolse sul campo negli anni ’70 le ultime testimonianze di ‘guaritrici’ popolari attive nella ‘bassa’ modenese; ha incontrato una pratica per guarire ‘al mèl dal simiòt’ (il male dello scimmiotto, così chiamato perché rendeva rugosa e scimmiesca la faccia dei bambini colpiti, spesso neonati o nella primissima infanzia, male abbastanza presente nelle campagne e conosciuto comunemente dalla gente): il bambino veniva introdotto nel forno tiepido e buio, lasciato lì un po’ di tempo, poi estratto e ninnato. Spesso guariva. Il dr. Marco Vaccari, nel suo articolo “La strana cura per la malattia dello scimmiotto”, del 15-5-2015, presente tuttora nel sito Risonanza emotiva, parla di questa antica pratica di cura, di cui ha saputo, appunto da Luciana Nora. Innanzitutto ci viene spiegato di che malattia si tratta: atrepsia infantile, ipotrepsia o distrofia del lattante. Ne sono colpiti i bimbi piccolissimi (dai 3 ai 18 mesi); i sintomi sono la mancanza d’appetito, il calo di peso, la disidratazione, il pianto frequente, la secchezza della pelle che diventa rugosa. Quasi scomparso ai nostri giorni, era comune invece nella passata realtà contadina. Le cause erano certamente una carenza ed inadeguatezza del cibo insieme alla mancanza di cure e attenzione da parte della madre. La donna, nell’organizzazione del lavoro rurale, era pesantemente impegnata in ruoli importanti e faticosi, così che il tempo, l’attenzione particolare e la disponibilità  alla cura dei figli neonati, praticamente abbandonati a se stessi nei cestoni-culle, erano davvero pochi e relegati solo alle pause del lavoro agricolo. Vaccari, poi, ci fa notare che, in tempi di frequenti gravidanze non volute, poteva aggiungersi un’ostilità insofferente  più o meno inconscia verso il neonato, che portava a trascurarlo, se non –aggiungo io – a metterlo in pericolo di vita. E il neonato è incredibilmente sensibile, attento, ricettivo nel decifrare l’atteggiamento di cura che lo circonda. Le sue reazioni sono immediate e si manifestano nell’unico linguaggio a lui possibile, quello del corpo, attraverso i sintomi – nel caso in questione – che abbiamo visto. La pratica di guarigione è simbolica, una panificazione-concezione/gestazione del neonato, in cui tutti i passaggi sono simbolici, ma anche capaci di arrivare alla psiche del bimbo. Avviene così.  Si prendono tre piccole porzioni di lievito (qualcosa quindi che fa crescere) e li si immerge nell’acqua: le due parti –maschile e femminile – della concezione. Il bimbo viene lavato con quest’acqua e massaggiato (carezzato?) nei punti vitali del corpo, rivestito senza essere asciugato: è a tutti gli effetti ‘impastato’ per la lievitatura. Le formule della guaritrice che accompagnano il rito sono poco più che scongiuri, non ci sono riferimenti a idee miracolistiche o di possessione diabolica. Quindi, per tre mattine consecutive (tre è un numero sacro, ma moltiplicato per se stesso è anche il numero dei mesi della gravidanza)il bimbo è sistemato sulla pala dove si mettono le pagnotte, per introdurlo nel forno tiepido e buio: un utero a tutti gli effetti. E quando dopo un certo tempo è tolto, si tratta di una vera rinascita. A lui e alla madre è data un’altra possibilità di vita e relazione. Il dr. Vaccari si chiede, alla fine dell’articolo, da dove possa venire un tale rito, che dimostra una tale conoscenza della psiche e del potere d’incidere che hanno certi simboli. Per sottolineare ancora di più questa domanda rimando  a quell’innovativa eccezionale esperienza terapeutica, narrata dalla psicologa svizzera  Marguerite Sechehaye in “Diario di una schizofrenica” nel 1950, con cui riuscì a guarire una giovane paziente, Renee, con una sua regressione ai primi anni traumatici di vita, facendoglieli rivivere simbolicamente in modo positivo e recuperandola quindi alla salute mentale. In un documentario televisivo che riprendeva proprio i riti carpigiani del ‘mel dal simiot’, si dichiarava apertamente la sapienza psicanalitica sottesa a quella pratica di guarigione.

Da dove viene questa conoscenza che accomuna le lontanissime nello spazio e nel tempo streghe della Val di Fiemme cinquecentesca con le guaritrici della bassa carpigiana degli anni ’70 e con le cure sperimentali della psicologa Sechehaye?   

Milena Nicolini

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Bibliografia per chi fosse interessato:

Luisa Muraro, La Signora del gioco, La Tartaruga, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano, 2006
Pinuccia Di gesaro, Streghe,Praxis 3, Bolzano, 1988
Carlo Ginzburg, Storia notturna,Una decifrazione del sabba, Einaudi, Torino 1995
Carlo Ginzburg, I benandanti, Einaudi, Torino 1966
Marija Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008

 

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6 pensieri su “L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE … ovvero… Del vedere delle donne – Milena Nicolini

  1. Mi è capitato con una mia classe di partecipare ad un interessante incontro sulla figura della donna come guaritrice nel Medio Evo, precisamente all’Archivio Storico di Carpi. L’archivio custodisce documenti preziosi che testimoniano il filo rosso del sapere curativo femminile. E’ una specie di fiume carsico che passa attraverso i secoli ed arriva sino a pochi anni fa, quando ancora le donne lasciano ricette di guarigione naturale, in cui sono impiegate erbe della nostra zona. Le donne erano le uniche ad avere un contatto effettivo con il corpo del paziente perché i medici medievali non avevano bisogno di questo tipo di relazione, basando la loro pratica sull’osservazione distaccata dei liquidi come urina e sangue. La separazione definitiva tra mente e corpo avviene con l’istituzione del Collegio dei Medici e da quel momento le pratiche delle donne guaritrici vengono guardate con sospetto, se non addirittura come pratiche stregonesche. Le donne guaritrici spesso esercitavano per beneficenza, empatiche e compassionevoli. Grazie, Milena! Mi hai riportato anche un ricordo d’infanzia: negli anni sessanta mia madre mi ‘segnava’ i vermi passandomi sul corpo un filo che veniva tagliato in segmenti più brevi , messi poi in una tazza d’acqua , per vedere se i vermi si muovevano. Credo che infine l’acqua mi venisse data da bere. Mi rammento di una certa mia stupefazione di fronte a questo rito domestico. Bellissima l’immagine del bambino rinato dal forno-utero. In questi giorni sto anche rileggendo ” La strega”, prezioso testo dello storico francese dell’Ottocento Jules Michelet.

  2. In risposta alla domanda di Paolo: l’ho tratta da qui, dove la grandezza dell’immagine era buona. http://www.listal.com/list/surrealism-by-christian-schloe-dianad.
    L’artista in questione è un surrealista, Christian Schloe crea immagini d’arte in cui quasi ossessivamente ogni dettaglio è costruito in modo da produrre tensione emotiva, la sua arte digitale inoltre mette in risalto e in dialogo ogni più piccolo frammento. Il lavoro di Schloe è luminoso, colorato e meno dark, oscuro di molti altri surrealisti, anche se si vede con chiarezza come giochi con la nozione di nostalgia e usi molti elementi e motivi tipici di dipinti e fotografie del tempo vittoriano.
    Gli animali che appaiono, appartenenti al mondo degli insetti, delle farfalle e degli uccelli, che decorano il viso fornendo ritratti surreali riportano al senso di leggerezza e perdita di gravità. Le stampe d’arte hanno sempre qualcosa, un tocco vintage, che vuole riportare indietro il tempo ad un momento di contemplazione in chi guarda. Gli strati di significato, pur affioranti e visibili a tratti, rimangono in profondità, in una essenza multiforme e sfuggente e sembrano essere l’esplorazione di concetti legati al tempo che ognuno ha in sé.
    Molte sue opere le trovi qui: https://society6.com/christianschloe/prints?curator=jaygidwitz&utm_source=cj&utm_medium=affiliate&utm_campaign=2114&utm_content=2617611_7308065&utm_term=12788252

    Il titolo dell’opera in questione è Mystic Light

  3. Ringrazio Fernanda per le belle immagini che accompagnano le ‘mie’ amate streghe. Ormai sono arrivata a non poterne più di quelle immagini, anche in buona fede, che devono deformare ad un orrore di vecchiezza perfida o voluttuosità luciferina qualsiasi visualizzazione di ‘strega’. Anche la parola ‘strega’ – che loro, le donne accusate, rifiutavano – mi dà fastidio: preferirei ‘guaritrici’, o più genericamente ‘sciamane’. Grazie a Paolo Gera per avere ricordato il Museo Etnografico di Carpi, eccezionalmente ricco e interessante, che deve tantissimo alla caparbia ricerca di Luciana Nora. Che a sua volta ringrazio infinitamente per la sua preziosa opera di ricerca e salvataggio di tanti importanti documenti.

  4. conosco la tua passione per queste donne, sensibili, davvero compassionevoli nel senso più largo del termine e libere dalle chiusure che invece le culture sempre hanno tentato di fare diventare loro regola e legge. Queste immagini mi davano l’opportunità di collegarle ad altre modalità di guardare la natura e la vita attraverso il taglio di una diversa cultura. Grazie Per averci portato in questi luoghi, non tanto conosciuti e tema per la costruzione di simbologie ed icone assolutamente lontane dalla realtà di queste donne.

  5. STREGHE

    Fiumi eterni d’inestinguibile sete

    miniature imperfette

    nobilitate dai peccati

    ecco..profumate schiere da insozzare

    di superstizioni ,di prepotenze

    da bruciare con soddisfazione

    nelle piazze allegre delle virtù negate!

    ma il fuoco non spegne la cenere

    che conserva rinascita..

    e s’occorrono lacrime innocenti

    per finire l’ardore del fuoco profano.

    E forse ..chissà

    chissà un angelo distratto,

    malaccorto della ragione caduta,

    non sperimenti ristoro alle sue ali

    piangendo confuso sui tribunali

    delle chiome fluenti.

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