LE CALZE RAMMENDATE DI DOROTHEA LANGE- Adriana Ferrarini

dorothea lange

1 dorothea lange

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Le tue nobili gambe, sotto i volant che le nascondono,
tormentano i desideri oscuri e li accendono
come streghe che fanno
girare un filtro nero in un vaso profondo

Charles Baudelaire, Les fleurs du Mal

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Siamo nel pieno della Grande Depressione. Dorothea Lange, con la sua andatura zoppicante, gira per le zone rurali degli Stati Uniti, armata di una macchina fotografica. Vuole documentare le condizioni di vita nelle zone rurali, la povertà degli agricoltori e delle loro famiglie che si spostano in cerca di lavoro.
Tra le foto che scatta, questa delle calze rammendate.
In primo piano le scarpe dalla tomaia intrecciata, bicolore, il cinturino chiaro, una treccia scura che unisce il cinturino alla tomaia, il tacco basso. I piedi sono accostati uno all’altro, il sinistro a terra, il destro sollevato. La punta appoggiata al collo del piede a terra.
Seguo ogni particolare, voglio carpire il mistero di questa foto. Ma non sono le scarpe in primo piano il soggetto, bensì la parte più in ombra, le gambe di una donna con un paio di calze troppo vecchie e smagliate. Un paio di calze da buttare, che però lei continua a indossare con un senso di rassegnata stanchezza.
Scure e trasparenti, sono percorse da lunghi rammendi che dalla caviglia arrivano fino al ginocchio. I rammendi, a serpentina, risalgono zigzagando la gamba come una cicatrice. Nuove smagliature si aprono, una sbuca dal rammendo e si ramifica verso l’alto. Come un male che non si può fermare, che non si riesce ad arginare. Un altro buco si apre tra due cuciture, un buco che dovrà presto essere chiuso. Un’altra ferita. Un’altra sutura.
Chi è questa donna di cui vediamo solo le gambe, che pure ci dicono così tanto?
Siamo nel 1934. Il nylon doveva ancora essere inventato, le calze erano quindi di seta. Preziose. Costose. Una cosa di lusso. E tuttavia necessaria a chi svolgeva certi lavori o cercava di essere assunto. Così come è necessario il pennello a un pittore, il bisturi a un chirurgo. Attrezzi del mestiere.
Chi è questa donna?
Forse la ballerina di uno quei locali fumosi dove si ascoltava musica jazz bevendo un whisky?
O forse solo una donna disperata pronta a ballare per giorni e giorni in una maratona di ballo, come accadeva appunto in quegli anni di miseria?

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Sydney Pollack – “Non si uccidono così anche i cavalli?”-  dall’omonimo romanzo del 1935 di Horace McCoy

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In effetti, no. Né musica né danza, né ambienti equivoci. “Calze rammendate. Stenografa. San Francisco. 1934”, così recita la didascalia. Stenografa. Come dire segretaria.
Il chiaroscuro è stato forse fuorviante. In effetti lo scatto sottostante dove la luminosità è più diffusa mi mette sulla strada. La posizione delle gambe è appena diversa, le fenditure tra le assi dell’impiantito meno evidenti, ma la differenza maggiore è costituita dal cappotto: le gambe appaiono incorniciate, come da ali, dai lembi che cadono a terra. E della donna spuntano anche, in alto, le dita che sembrano stringere un paio di guanti.
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Il cappotto toglie un po’ di sensualità alle gambe, che nell’altra foto seducono proprio per quel mix di sfibrato e combattivo insieme che comunicano. In questa, invece, il cappotto e la luminosità conferiscono maggiore compostezza alla donna. Stenografa, segretaria. Uffici. Niente fumo né alcol, luoghi di perdizione. Niente di tanto attraente. Solo la ricerca di una vita normale.
Non cambia però lo struggimento che quelle calze rammendate comunicano, la fatica, la dignità e la miseria che rivelano. Il senso di mistero che circonda le nostre vita. Il nostro invisibile eroismo quotidiano.
Dorothea Lange aveva una gamba più lunga dell’altra. Conseguenza della poliomielite che contrasse da bambina. Non avesse sofferto di questo, sarebbe riuscita lo stesso a regalarci la bellezza di queste gambe desolate?

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“Essere zoppa è una cosa che mi ha formato, guidato, istruito, aiutato e umiliato. E’ una cosa che non ho mai superato e sono sicura della forza e del potere di questo”. Così ha detto di sé.

Adriana Ferrarini

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