LA VASCA DEI PESCI ROSSI- Anna Maria Farabbi: intervista a Marco Ribani

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Continuo a mantenere viva l’attenzione sulla scrittura autobiografica che esige un profondo studio interiore e capacità letteraria per creare un’opera di qualità, priva di retoriche, sentimentalismi, inutili dettagli privati, invasi da un io eccessivo, dilatato e abbagliato.

Consegnare il passaggio di testimone a Marco Ribani, dopo aver ascoltato la narrazione di Alessandro Moscé nella mia precedente intervista, è per me un atto di buona gioia, non solo perché riconosco a questo poeta un’onestà generosa nel fare poesia quotidianamente oltre il segno grafico,  ma per condivisione di occhielli intensi a Bologna, all’osteria del Montesino, tra cibo, vino e parola.
L’ultima sua pubblicazione, Voci dal canto generale, edita nel 2016 da Kammeredizioni,  apre un coro di figure esistenziali  accese nella loro essenza, individuate nel loro accoramento drammatico. L’io lirico si congiunge a loro con riflessione  partecipata.   

Marco, narraci il tuo rapporto con l’arte e con la poesia, in   particolare, soffermandoti soprattutto in quella straordinaria attività artistica che hai creato a Bologna, nella splendida tana dell’Osteria del Montesino.

Sai la definizione e il mio rapporto con l’arte è un tema difficile, ma credo che se sostituiamo la parola aria con la parola arte in questa breve poesia di Tonino Guerra siamo vicini al mio pensiero: “L’aria (L’ arte) è quella cosa leggera/ che sta intorno alla tua testa/ e diventa più chiara quando ridi.”

L’avventura del Montesino cominciò nei primi anni ’90 quando frequentai un corso di poesia della Università del tempo libero Primo Levi. Avevo 50 anni e per merito del carisma di Guido Armellini c’innamorammo tutti della poesia e anche un po’ l’uno dell’altro, cosi alla fine del corso era molto difficile separarsi.  Traslocammo tutti nella mia Osteria del Montesino e continuammo a trovarci fondando “Il laboratorio di parole” che ancora oggi esiste. Venne poi l’esigenza di conoscere la voce di poeti già noti al pubblico della poesia e cosi ogni lunedì nel giorno di chiusura dell’Osteria cominciammo a invitare due poeti per volta a  leggere i loro testi e a parlare della loro poesia. Cosi nacquero i Lunedi del Montesino. Veniva abbastanza gente, equamente ripartita fra coloro che amavano la poesia e quelli che amavano il vino che era gratis.

C’è qualche episodio e qualche artista che ti ha toccato il cuore in questi incontri?   

Vedi Anna Maria, lungi da me l’intenzione di metterti in imbarazzo, ma credo che l’incontro più emozionante sia stato quello con te e con la tua poesia. Rimanemmo tutti fulminati. Il silenzio si era fatto profondissimo. Fu un incanto. Io dal fondo della sala piangevo e tremavo. Le tue parole venivano a stanare ogni angolo più recondito di me. Mi rivelavano a me stesso. Sotto quella luce, nell’angolo in fondo a sinistra, una donna bellissima, pronunciava parole antiche e nuove. Inaudite.

Che  cosa ti ha condotto a studiare l’autobiografia?

Fu Giancarlo Sissa, un altro poeta che in quegli anni mi fu particolarmente vicino, a consigliarmi la lettura del libro di Duccio Demetrio “Raccontarsi – l’arte di scrivere la propria autobiografia -”

Fu un colpo di fulmine, partecipai ad un primo seminario e poi mi iscrissi alla scuola della Libera Università dell’autobiografia di Anghiari diretta appunto da Demetrio che allora faceva corsi biennali per ottenere il titolo di “Esperto in tecnologie autobiografiche”. Si rivelò una  esperienza ricchissima sia dal punto vista umano che culturale.

Qual è stato il tuo percorso di studio nell’autobiografia e dove  l’hai praticato?

Per rispondere a questa domanda bisogna partire da una considerazione: se la memoria di ciò che abbiamo vissuto affluisse di colpo in noi, molto probabilmente impazziremmo . Occorre apprendere particolari tecniche per suddividere in tappe significative il racconto di noi. Cosi come bisogna apprendere alcuni “trucchi” per rimuovere i blocchi emotivi che ci impediscono di accedere ad alcuni luoghi della memoria ( ad esempio assegnando il compito di scrivere la colonna sonora della propria vita si ottiene molto di più di quello che  il soggetto aveva intenzione di dire, oltre che a importanti risultati sul piano della socializzazione).

Consiglieresti questa esperienza? A chi in particolare?

La consiglierei vivamente a tutti. Scrivere la propria autobiografia significa rivelarsi a sé stessi e allo stesso tempo avviare una rifondazione positiva di sé medesimi. Come ebbe a dire Umberto Galimberti  “Il ricordo in realtà riaccorda “ e nello scrivere di sé ci si riaccorda con il proprio passato fino a scoprire un nuovo Sé.

Hai mai pensato di scriverne la tua autobiografia?

L’ho scritta e giace negli archivi della Libera Università di Anghiari. L’ho scritta perché scrivere la propria autobiografia era il requisito necessario all’ammissione nella scuola.

In che modo la tua poesia si è trasformata da questa tua concentrazione retrospettiva?

La mia poesia fu travolta dall’esperienza autobiografica e scomparve.  Il desiderio di far vivere le storie degli altri prese il  sopravvento. Libri come “Il mondo dei vinti “ di Nuto Revelli e le forme diaristiche ed epistolari divennero i miei testi guida in particolare Etty Hillesum e ovviamente Anna Frank. Ma credo che l’esperienza fondamentale successiva  venne condotta poi assieme ad  Andrea Trombini ed Elio Talon in un piccolo paese della Romagna: Mordano. Lì conducemmo per alcuni anni un percorso della memoria per e con gli anziani che iniziò con la scrittura autobiografica e terminò con la messa in scena di un pregevole spettacolo teatrale e addirittura un film. Fu una esperienza fortemente poetica: riuscimmo a fare scrivere la loro storia a persone che non prendevano in mano una matita da sessant’anni, quando una di loro mi portò esitante un foglio dicendo: “ “Professore ho scritto una poesia”  la lessi e poi scoppiai a piangere. Ancora oggi piango quando la  rileggo nella mente. Fu una delle emozioni più intense e belle della mia vita e la provai per una poesia scritta da una contadina di quasi ottant’anni.
Dedicai la mia poesia per alcuni anni agli anziani, in poesie semplici didascaliche scrissi le “Cantate per la vecchiaia” una sorta di  filastrocche che fissavano alcuni protagonisti di questo mondo relegato ai margini della cosiddetta società civile.

Ci sono autobiografie di artisti che consiglieresti?

Ti sorprenderò forse, ma devo ammettere  che tolte la confessioni di S. Agostino  e di Rousseau non amo molto il genere autobiografico. Sono stato piuttosto attratta dai libri di Nuto Revelli “Il mondo dei vinti” e “L’anello debole” in cui erano raccolte sinteticamente delle interviste alla povera gente e nel secondo volume alle donne. Ho riservato una particolare attenzione a quella particolare forma di autobiografia che sono i diari e gli epistolari. Anna Frank, Etty Hillesum, gli epistolari di Rilke, solo per fare un esempio.

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Ho aperto la nostra conversazione indicando il tuo ultimo lavoro poetico, ce ne puoi parlare toccando liberamente aspetti, significati e scelte formali?

Vivo in Francia da 6 anni, in un territorio particolare, il Berry, fatto di piccoli paesi immersi nella vegetazione profonda . E’ terra di magia e di superstizioni, di leggende e credenze  popolari.
E’ stata la terra di George Sand, oggi è la terra di Patricia Darre nota scrittrice e medium con la quale convivo. Se volessimo fare un paragone grossolano potremmo dire che il Berry richiama alla mente la sopravvivenza di pratiche magiche popolari come nella nostra Lucania.
Trascorro buona parte del mio tempo in solitudine e tutte le mattine vado sulla riva del fiume a ringraziare per il mio essere QUI. Spesso da questa preghiera naturale che si svolge nella mia mente cerco di cogliere quell’istante che si fa poesia e con questo piccolo meraviglioso frutto me ne torno verso casa per trascriverlo e dare inizio ad una nuova poesia. Sono poesie d’amore per il tutto, che vengono da quel cerchio magico mentale che mi sono creato e all’interno del quale convoco poeti, amici e avi, alberi, fiori, e animali. Dal punto di vista formale, liberatomi da alcuni vincoli ideologici, do molto importanza al ritmo e alla bellezza delle immagini. In questa fase i miei poeti di riferimento sono stati P. Jaccotet, F. Pusterla, E. Jabès e molta molta poesia femminile notata sui social.

A che cosa stai lavorando attualmente?

Ora dopo anni di vicinanza con Patricia Darrè e i mondi che lei mi ha fatto percepire e talvolta intravedere, mi sento pronto per andare oltre ed esplorare altre dimensioni abitate da presenze che altre culture più antiche, hanno sempre saputo vedere. Ma noi queste culture le abbiamo uccise prima con le armi e poi con la negazione di un razionalismo ottuso divenuto a sua volta religione.
Quindi un viaggio ed ecco qui tre testi preparatori alla partenza   


I

Dunque ho constatato la mia morte
quella che chiamano il passaggio a miglior vita
ma mi vedo ancora qui sul fiume
trascorrere antichi istanti di bellezza
e viene dalla radura dei salici giganti
il suono originario che ci lega e ci allontana
Qui io sono  in un corpo di magia
che chiama e ascolta il mormorio del mondo  
e lo trasforma in invisibili segnali per le stelle

II

Dunque in questa nuova vita  io parlo  
una lingua generale un grande insieme
indivisibile per sole, piante, animali e uomini   
Dunque ci sono parole chiare oggi
qui  davanti a noi sono venute
con tutta la forza necessaria a penetrare
il nostro tempo spazio di  antenati
poiché le giovani parole sono nostre figlie
e ci guardando da dietro  posando furtive
a terra un qualcosa che somiglia ad una storia

III

E’ venuto questo nuovo antico mondo
con il suono del tamburo e della gioia
e la potente melodia di una rientranza
Quanta potatura dei ricordi c’é da fare
come se la memoria fosse un tronco
senza braccia.
Eppure con i piedi pesto l’universo.
Mentre sono lo sciamano di me stesso
e scandisco  con ossa cimbali e caviglie
un battito cardiaco che canta .

 

  Anna Maria Farabbi

   

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