ANGOLI DI BELLEZZA PERDUTA: lo Storione a Padova – Raffaella Terribile

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L’entrata era imponente: due enormi lanterne inquadravano un portale strombato, quasi da cattedrale, con ricche decorazioni dipinte nella parte superiore. Ogni volta che la varcava, la prima impressione era di meraviglia, intrecciata a un’eccitazione che qui, solo qui, provava.
Si sentiva in un luogo diverso dagli altri, avrebbe potuto essere Londra, Vienna o Parigi, chissà… uno dei quei luoghi in cui perdi la tua identità nazionale per sentirti parte di quella società internazionale che ovunque esprime allo stesso modo il suo gusto per il lusso, l’eccentrico, il nuovo. Una volta entrata, l’accoglievano il bagliore delle lampade a gas, moltiplicate dal riflesso nelle specchiere, e i lampi di luce che si accendevano sui cristalli dei bicchieri, sui vetri delle bottiglie, colorando di riflessi le pareti su cui figure di donne intrecciavano una danza sfrenata, un inno pagano alla vita. In quelle stesse specchiere soleva indugiare con lo sguardo, studiando il suo viso dai tratti delicati, confuso tra quelli degli altri avventori e ombreggiato dal grande cappello con le piume viola, il collo sottile, sottolineato dai riccioli scuri sfuggiti alle forcine, il decolté candido, la vita flessuosa, stretta in una cintura di raso nero. Quella specchiera le rivelava, già prima di sedersi, se il batticuore che le aveva tolto per un attimo il respiro entrando nella sala avrebbe trovato la sua ricompensa in uno sguardo che la veletta del cappello le consentiva di cercare e di sostenere, con un sorriso appena accennato, in un muto dialogo a distanza, tra le note discrete dell’orchestra, le sommesse conversazioni degli avventori, l’acciottolio di piatti e posate, i passi rapidi dei camerieri. E le parole di suo marito.

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Padova 1905. Davanti al Bo’, sede storica del prestigioso ateneo cittadino, apre le sue porte agli avventori un albergo ristorante del tutto particolare: lo Storione, che non avrebbe sfigurato a Parigi o a Vienna. Costruito a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, era presto diventato il luogo d’incontro del ceto politico laico e liberale che il fascismo avrebbe poi cancellato, mentre il caffè Pedrocchi rimaneva il tempio dell’aristocrazia accademica e degli studenti goliardi. Nel 1904, eretta l’ultima porzione dell’edificio, in puro stile liberty, ad angoli stondati, con eleganti ringhiere in ferro battuto, fu affidato all’artista Cesare Laurenti l’incarico di decorare le sale principali del ristorante all’interno. Sabato 3 giugno 1905 l’inaugurazione. Un inno alla bellezza, alla raffinatezza “internazionale”, espressione della joie de vivre della Belle Epoque, come puntualmente registrarono le cronache del tempo: “il più noto restaurant della città, costruito a spese del Comune nel luogo stesso di preesistenti catapecchie, vergogna di quel centro…. E’ una vittoria del buon gusto, in tempi così grigi… La grande sala terrena, lunga venti metri, è tutta una festa del colore: sul lato delle pareti veleggiano con grazia squisita dieci figure di donna più grandi del naturale. Esse avvolgendosi in seducenti pose e con grazia squisita nelle vaporose e capricciose lor vesti; esse tutte rammenti di vita, che balza fuori dalla loro spalle, dai loro seni ignudi, trattengono con non minor grazia il serico velo che allungandosi fra corpo e corpo per tutta la lunghezza del prato primaverile, su cui prodigano il sorriso della giovinezza” (“La Libertà”, 15 gennaio 1905).

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“Cesare Laurenti ha qui celebrato la giocondità del pennello, da sette mesi il geniale artista lavora a questa opera principesca in cui ha esplicato magnificenza d’arte” (Arnaldo Fraccaroli, “La Provincia di Padova”).
“La decorazione ricorda la cosiddetta sala delle Asse nel castello di Milano attribuita a Leonardo o lo sfondo del Banchetto di Psiche, dipinto a Mantova, sotto gli occhi del maestro, dagli allievi di Giulio Romano nel palazzo del Tè…” (Arturo Moschetti, “il Veneto”, 11 febbraio 1905).
Qui passò anche Guido Piovene, che raccontò la sua visita a Padova e allo Storione nel suo Viaggio in Italia (1957):
“Giungo a Padova la sera tardi, il giorno dell’Immacolata, prendo possesso della camera allo Storione, e scendo per pranzare. La sala maggiore del ristorante è occupata da un grande pranzo di macellai. Siedo nella sala accanto ma, più che mangiare, sbircio attraverso una tenda. Centinaia di macellai, come ne ho visti solamente a Chicago, intorno a molti preti e frati; il padre rettore del santo, calvo, grasso, occhialuto, seduto a capotavola, è fatto segno a riguardi reverenziali. I macellai di Padova detengono un privilegio; portano in processione per l’Immacolata il mento e la lingua di sant’Antonio; la sera, si uniscono a tavola. Fu un pranzo padovano, con pasticcio di maccheroni, bolliti e faraona arrosto; si pronunciavano discorsi faceti in un dialetto, il ruzzantino, incomprensibile anche ai veneti”.
Migliaia di vite sono passate in quegli ambienti dai soffitti altissimi: il ristorante al piano terra, con le sue sale, e le camere dell’albergo, ai piani superiori. Vite di passaggio, ma anche vite di Padovani, habitué con il rito dell’aperitivo o del pranzo con gli amici. Borghesi danarosi, intellettuali, nobiltà locale, facoltosi commercianti. Ma il passare degli anni non avrà modo di scolorire le tappezzerie, brunire gli argenti, opacizzare gli specchi con la picchiettatura del tempo che le vecchie dame ancora vanitose sottraggono agli sguardi indiscreti con guantini in filo. Non sbiadiranno i colori dei dipinti di Laurenti, non passeranno in quelle sale le stagioni dell’oblio: come per le attrici giovani, bellissime e famose cui il destino non diede il tempo di conoscere rughe e decadenza, consegnandole così al mito e all’immortalità nell’immaginario comune, così i fasti di questo locale non conobbero l’abbandono, lo sfregio che comunque il tempo lascia anche quando apparentemente mantiene intatta la superficie delle cose, svuotandole però dentro, nell’anima. Lo Storione semplicemente cessò di esistere, quando nel 1962 l’Amministrazione comunale a guida democristiana Crescente stabilì che in quel luogo dovesse sorgere la sede di una banca, sia pure su progetto di Giò Ponti. Furono gli anni della cementificazione selvaggia, dell’interramento dei canali che facevano di Padova una città d’acque, stravolgendone il volto e le attitudini, gli anni della distruzione di altri edifici storici legati alla memoria dei Padovani e rimpiazzati da cubi di cemento, prime cattedrali del consumo. Cessò di esistere, lo Storione, ma rimase nella memoria e nel cuore delle generazioni di Padovani che ebbero la fortuna di affollarne le sale per godere delle prelibatezze gastronomiche e della vista di uno dei più incantevoli cicli pittorici liberty mai realizzati. Un lutto difficile da elaborare quello della perdita di un luogo come questo: se è vero che la città è un organismo vivo che cresce, si modifica, costruisce il nuovo su se stesso come un essere vivente, è anche vero che la perdita è davvero lacerante quando interessa una parte tanto significativa: è perdita di identità, di memoria. All’epoca ci si era posti il problema almeno della salvaguardia dei dipinti della sala interna, il ciclo pittorico a tempera su gesso di Cesare Laurenti: un maldestro tentativo di strappo dalle pareti finì però con la distruzione quasi totale della decorazione (ora conservata in quel po’ che ne resta nella Collezione – ironia della sorte – della Banca Antonveneta).

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Qualche anno fa Padova ha ricordato questo tesoro perduto in una mostra dal titolo “Novecento Privato”, con opere di artisti importanti del Novecento italiano presenti a Padova nei primi 30 anni del Novecento e provenienti perlopiù da collezioni private, come Campigli, Sironi, Boccioni, De Pisis. All’inizio del percorso di visita un video presentava la ricostruzione virtuale dell’Albergo Storione, possibile attraverso i frammenti di decorazione conservatisi e le foto d’epoca, un’occasione preziosa per entrare, sia pure virtualmente, negli ambienti gaiamente rumorosi e luccicanti di una Padova che non c’è più.
Ma chi era Cesare Laurenti? Nativo di Mesola (1854), studiò privatamente con Luigi Ceccon a Padova, dal 1876 si perfezionò all’Accademia di Belle Arti di Firenze dove seguì i corsi di Giuseppe Ciaranfi. Trasferitosi in seguito a Napoli conobbe Filippo Palizzi e Domenico Morelli, tornando poi a Padova nel 1881, per stabilirsi definitivamente a Venezia a partire dal 1884-5 sino alla morte, avvenuta nel 1936. La sua era all’inizio una pittura animata da figure e scene di vita veneziana di ispirazione favrettiana, che gli daranno immediata notorietà; al volgere del secolo si orientò verso soggetti allegorici, svolti fra decorativismo e simbolismo, in linea con il raffinato gusto internazionale. Presente stabilmente alle Biennali di Venezia, espose anche a Milano, Monaco, Dresda, Parigi, lavorando oltre che come pittore, come architetto, ceramista, scultore incisore, restauratore, consulente museale e urbanista. Rimane uno fra più famosi maestri a Venezia, nel periodo a cavallo fra i secoli Ottocento e Novecento, soprattutto nello studio delle  figure  e del ritratto, conosciuto non solo in Italia anche all’estero. Numerosissimi sono i premi vinti nei concorsi nazionali ed internazionali. Figura poliedrica di artista fatalmente internazionale, sua è la trasformazione della pescheria di Rialto da “Stallon” in ferro a struttura muraria secondo i dettami dell’architettura neogotica veneziana d’inizio secolo. Sul soffitto del grande salone da pranzo dello Storione, Laurenti immagina un graticcio popolato di vegetazione, foglie e arance, da cui si intravede il cielo azzurro, facendosi emulo della pittura rinascimentale e della Maniera. Il graticcio è sostenuto da esili tronchi, dipinti sulle pareti laterali ad inquadrare delle nicchie in cui si muovono in una danza sinuosa le figure languide di dieci fanciulle, avvolte in abiti candidi, trasparenti e vaporosi, a seno scoperto, intente a svolgere un nastro rosso i cui due capi si congiungono nelle mani dell’unica figura sul lato corto della sala, una sorta di sacerdotessa pagana dei riti del piacere (tavola compresa) e della bellezza. Nella sala d’ingresso, luminosissima per il soffitto in vetro e ghisa, la parete opposta accoglie gli avventori con la scena della pesca allo storione da parte di un tritone e di una nereide, colti di spalle nello spumeggiare delle onde. Tutta la decorazione dipinta era inquadrata inferiormente da una doppia cornice in stucco dipinto, con eleganti motivi floreali policromi, da cui pendevano, sostenuti da nastri, medaglioni in stucco decorati. Enormi specchiere, cristalli, vetri opalescenti, marmi dalle tenui venature rosate, una boiserie di legno completavano la decorazione degli ambienti con un’eleganza che possiamo oggi solo immaginare, con la nostalgia per tutta quella bellezza che non è più. Una pagina di storia che forse, più di altre, ci dispiace sia stata strappata.

 

Raffaella Terribile

 

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