“AI PIEDI DEL FARO” di Maria Lenti- recensione di Paolo Gera

john sanei

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La poesia/ va da tutte le parti/ e così fo io./ Laudata sia”
Giulia Niccolai

Il  faro è un locale angusto che pulsa la sua luce a grandi distanze. E’ un segnale di direzione, a volte una garanzia di salvezza. Un tempo si diceva ‘faro di civiltà’ per   indicare personaggi o enti che con il loro operato suggerissero un corretto ed ispirato modo di pensare ed agire in tempi difficili. Le parole sono ambigue, si sa. Quello che era ‘ faro di civiltà’ ai tempi della barbarie nazista in Europa, è diventato simbolo  di oppressione e di sfruttamento nei paesi colonizzati dell’Africa, ad esempio. Le parole di Maria Lenti sono lontane da questa prospettiva magniloquente, ma si pongono per scelta ai piedi del faro, nella zona mista dove la visione spettacolare dell’orizzonte diventa acuta e rileva un pericolo per la condizione umana. Si risale in fretta nella stanzetta dove si è appena terminato di cenare e si mettono in azione le lenti e la lampada per mandare messaggi preziosi e necessari ai naviganti. A tutti noi.
L’incipit  della raccolta è “Torna a trovarmi/ cuore fedele” e i versi successivi che completano la poesia delineano la ricostruzione di un corpo , conosciuto un tempo ed ora desiderato come nuovo. Ma la prospettiva soggettiva  tipica di un componimento lirico, con il soggetto psicologico al centro della ricerca affabulatoria, subito deraglia nel secondo componimento e il cuore diventa già una  una specie di bussola da gettare per apprendimento a chi crea confini e barriere.

 

Gli Stati, stolti, hanno confini,
non il cuore
tenero in tutte le persone del mondo,
il cuore, che va oltre le montagne
e al di là del mare e degli oceani
e da ogni orizzonte vola
verso qualsiasi orizzonte.

( A Siamak Goudarzi, settembre 2013 – Shiraz ( Iran), p. 12 )

 

Il percorso poetico è già dunque immediatamente delineato: si va da uno spazio intimo, domestico, quotidiano, direi addirittura pratico, a quello vastissimo del mondo, delle sue consuetudini, delle sue asprezze, dei suoi orrori. Ci sono note tenere come quando la poetessa scopre in terre lontane giochi che riecheggiano quelli della sua infanzia  e il ritorno a casa si attua nella memoria.

in un quartiere di Phnom Pen
bambine e bambine sulla ” campana”
su canne-cerbottana con semi di frutti tropicali
e intrecciano bambù per farne pesci
( cinque per un euro )

io, metà ghianda spinta a stantuffo
nella canna del sambuco
rametti di ginestra-casa per grilli
in gara a chi più ne imprigionava.

( Paese che vai ricordi che trovi, p. 15, vv.  43 -51)

 

Altre volte lo sguardo è attonito e registra le deformazioni della realtà, con la richiesta liturgica  di un’ acqua di fonte, di una speranza non ancora raggelata.

parola nuova che respinga il vuoto
               il vuoto della lingua intorbidata
da torbide ripetitività TV-mediate

( Spostamenti apparenti, p. 21, vv. 9 -11)

 

Ma la parola nuova , quella assoluta e vibrante, alla cui ricerca si consumarono Rimbaud e Rilke, ritrova invece la sua forza suggestiva nelle radici del dialetto. A denunciare la desolazione antropologica che ci circonda non sono necessarie le revisioni critiche di uno specialista e del suo linguaggio affilato, ma l’ amaro sbotto di una nativa di Urbino. La denuncia  è più vera, più forte la constatazione dello strappo.

En me di’, en me di’ gnent.
                                So tutt.
de st’aria impoverita
              strascinata
dle strade inabitate
               ghjatite

di questa cavità che assorda
en s’ne pò più

( Sparizioni, p. 23, vv.1-8 )

Non me lo dite. Non mi dite niente.  Non se ne può più. Un intercalare ovvio, una cantilena diventata ossessiva come le parole incatenate di un reduce di guerra.

Maria Lenti si aggira per il piccolo mercato di Urbino e si ritrova, per scelta e per coraggio, nel grande mercato del mondo. Si viene, si va, si guarda, si compra il bello, si torna a casa e si scopre la fregatura del brutto. Ci si prende a cuore il dolore e  si scopre  la consolazione di  una piccola gioia. A quanto li mette oggi gli ossimori? Aspra dulcedo.

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benjamin grant

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Ai piedi del faro” è diviso in 6 sezioni e il bilanciamento delle due intenzioni – quella intima e quella critica – le segna tutte, sino al conclusivo ” Invito”. La progressione dal personale al globale non comprende un’unica direzione: la poesia di Maria Lenti è costruita su scarti, brusche sterzate, ritorni repentini, imbizzarrimenti, in modo tale che lo scorcio  previsto è sempre smentito da una nuova prospettiva, sia contenutistica che formale.  La coscienza deve trovare mille modi di dire, altrimenti la sua voce diventa retorica. “Parlare in poesia significa spingere ogni cosa verso la sua forma non attuata”, scriveva Corrado Costa. La poesia di Maria Lenti  incarna precisamente questa vocazione antiretorica, audace, creaturale. Non si sceglie un unico registro espressivo, ma una lingua polisemica ricchissima, che va dalla tradizione poetica di Pascoli e Dino Campana nella sezione  ” Mia città”, alla ricerca di possibilità linguistiche adeguate a nuovi tempi e nuove denunce; si recuperano le filastrocche  e gli elenchi in rima, di cui Maria Lenti aveva dato una magnifica testimonianza in ” Versi alfabetici”, forme amatissime d’altra parte, per il loro primitivismo, la loro giocosità e il loro rispecchiamento fonetico/ semantico dai poeti dell’avanguardia,  da Palazzeschi a Edoardo Sanguineti.

Nei versi sottostanti l’incanto dell’indovinello trova la sua risposta  nella vocazione/ dannazione dello scrittore. All’origine di questo fluire d’inchiostro e di questo pulsare di parole c’è soltanto l’essere soli.

Indovina indovinello
si taglia col coltello…
               alberello
              bindello
              girello
             passatello
             salamello
            culatello
            spinello
            zolfanello
(…)
            ci rinuncio.
        …un aiutino…

Habitus…abitudine…

          Ah. Be’. Solitudine.

( Indovinello, pp.36-37, vv.1-11 e 26-29 )

 

Partendo da questo dato ontologico e aprendosi progressivamente verso l’altro da sè, tutto  diventa poetabile se lo si sente e lo si vive in prima persona, se la poesia dunque è reale testimonianza. Esco e vedo gli appuntamenti domenicali degli stranieri, i loro traffici gioiosi; torno a casa  e scopro la mia felicità in un filo d’olio. Anche un filo d’olio o una pianta che resiste al freddo può fare compagnia. E ci sta tutto: ecco rivelata la propensione  curiosa della poeta. La curiosità, l’apertura verso la conoscenza dell’altro da sè, non può infine che sfociare nella poesia della denuncia e dell’impegno civile. Non è un a priori che Maria Lenti si è data in partenza ed è per questo che la sua voce è così sincera e si distingue dai denunciatori di professione.

Esistono ancora i mettiloro?
mi chiede un bambino sgranata la parola dalla TV
( un programma d’arte, penso, su un quadro del passato
vero quell’oro)

No, rispondo. Invece sì,
gli incensatori di parole
i battitori cottimisti mani spellate
i dispensatori di lodi a piena voce
                         s’ignorano i motivi
gli urlanti i declamanti gli osannanti i titolanti
i timpani-rompenti
i debordanti oltre lo schermo
gli scriventi quotidiane righe su più pagine

( Mettiloro, p. 24, vv. 1- 13 )

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benjamin grant

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Il recupero della appartenenza alla comunità è tema centrale, ma se la comunità familiare e quella sociale si sfocano e raggiungono un principio di indeterminatezza non facilmente controllabile, allora  anche il problema della riconoscibilità personale  che nel gruppo cerca una certificazione di rapporti, presenta nodi difficili da sciogliere. Come mi vedo e mi sento io? Come invece mi percepiscono gli altri? Maria Lenti risolve con ironia la compilazione dei documenti. Pirandelliana.

Nome, cognome, luogo e data di nascita?
Inalterati ( Scriverei: beneamati)
Professione e stato civile?
Omessi per la privacy ( Scriverei : affetto)
Segni particolari?
N.N. ( Scriverei: indignazione)
Altezza? Ancora quella.
( Scriverei: bassa e alta, per relatività)

( Carta d’identità ( sottratta e rinnovata), p. 28, vv. 1- 8 )

 

Maria Lenti ora si affaccia al balcone dove tiene le sue piante, ma dal balcone si intravede la piazza e si aguzza la vista a cercare un corteo che purtroppo non c’è più. E’ il momento di scendere , di arrivare sino là per controllare di persona  e quando ci si rende conto che le mani al posto delle bandiere  impugnano smartphone e reggono sacchetti con gli ultimi acquisti, non si può fare a meno di  denunciare il vuoto in un accorato appello che assurge ad altissima poesia civile.

Io vado alla marina grande di spazi
e idealità dove pensieri ancora valgono
e amici ancora attendono al giro in tondo.

Tu dove vai, tu a innalzare ponti sul niente
a postare rotaie triple iperlucenti
a rimestare ciò che non è, nel mio Paese.

Io vado ad attingere acqua al fiume
a sentirmi in sintonia con le sue pietre
a rimettermi in cammino sulle mie gambe.

Tu dove vai, tu nel tuo schermato ballo.

Io vado ad aprire botteghe di lavoro
e scuole, cinema, musei,
e case in cui stare senza crolli
e…
( Io vado – Tu dove vai, pp.50-51, vv. 13 -26)

 

Maria è tornata ai piedi del faro. Deve preparare una cena lassù, ma non sa se ci staranno tutti. Si ferma a guardare le onde che si gonfiano e siccome il sole è tramontato, il faro ha già iniziato la sua intermittente opera di illuminazione. Anche Maria è agitata, perché parecchi ospiti devono arrivare proprio dal mare. Si siederanno stretti con quelli di Urbino. Giada con Rashid e i tigli tagliati dall’amministrazione. Il barcone.  Li vede da lontano, alza un braccio per salutarli  e la luce cane per uno strano effetto arriva a lambirle la mano e a proiettarla laggiù più grande che mai.

Paolo Gera

 

**

 

Maria Lenti, Ai piedi del faro– La vita felice Editore 2016

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