TESTI E PRETESTI – Paolo Gera: PAROLE SOMMERSE E PAROLE SALVATE. “ARTICO NERO” di MATTEO MESCHIARI

immagine tratta dal libro artico nero

foto dal libro Artico nero

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“ Te ne stai lì a leggere questo libro. Mi fa piacere. L’ho scritto per me, per fare i conti con un’estate dolorosa, e l’ho scritto per te. Bene, allora. Eccoci qui. Parliamo di colonialismo, tu e io, da casa, dai nostri divani. Che cosa hai bevuto ieri sera? Aperitivo? Mangiato bene?28 Non c’è niente di quello che hai mangiato o bevuto, o che ho mangiato e bevuto io, che non sia fottutamente sbagliato. Carnivoro, vegano, equosolidale, responsabile, obeso, parco, sugar free, olio di palma, low fat, chilometro zero, crudista, junky, gourmet, normale. Non è carne di foca radioattiva. L’hai provata la foca radioattiva? Io no. Neanche tu. Il punto è tutto qui. La morte. C’è chi la incontra prima per colpa di qualcuno”

( M. Meschiari, Artico nero, exòrma, Roma 2016, p.49 )

 

Il rasoio di Matteo Meschiari è affilato. Come quello di Occam parte dal dato esperienziale per fare piazza pulita  di tutti i discorsi complicati e inutili. Ma la logica ai nostri giorni non può fare a meno di un faccia a faccia violento con l’etica. Un punteruolo, un arpione. Un urto, uno scontro, che colpisce e fa male. Il punto essenziale di ogni vita è la morte. E’ un fatto naturale? No, se chi la incontra prima , lo fa per colpa di qualcuno. Tutto qui. Essenziale e spietato, come l’ossimoro che dà il titolo al libro: artico nero. Sembra che la luce inesorabile riflessa dal ghiaccio artico illumini una verità che si era ritratta sino ai margini del mondo per non essere rivelata. Come una signorina di buona famiglia o una fashion blogger che per non bagnarsi le Louboutin si ritiri sull’unica zolla ancora asciutta  o su una tinozza che già inizia a galleggiare per la stanza allagata. Il ghiaccio si sta sciogliendo e le verità scomode tornano allo scoperto insieme alle responsabilità affossate. Il ghiaccio non è un’armatura di cemento. Pensavano fosse una cassaforte inviolabile in cui nascondere documenti mortali. Non avevano messo in conto, come ladruncoli  nell’imboscamento del bottino, che i loro comportamenti coatti li avrebbero denunciati, alla fine. Il surriscaldamento globale è un dato di fatto . Lo attestano, più delle inchieste delle associazioni ambientaliste, i database e i conti delle banche e delle compagnie di assicurazioni che devono affrontare un nuovo panorama di sinistri e di richieste di aiuti. La natura svelata , le divinità sorprese allo scoperto, – come insegna il mito greco – , possono arrecare disgrazie annichilenti all’uomo arrogante e alla sua cupidigia. Senza che lo si volesse lo scioglimento del ghiaccio  ha riportato in superficie le carcasse di animali in cui proliferano virus che sembravano domati o quelle di aerei che trasportavano ordigni nucleari che rilasciano plutonio. I primi ad essere colpiti sono i popoli artici, quelli più vicini all’antrace e alla radioattività. Non noi, per adesso.

Sono i Sami, i Nenet, gli Inuit, gli Yupik, i Ciukci, popoli a cui sono stati tolti la terra, modelli di vita ancestrali, pensieri, parole… Ci sono le loro parole e ci sono le nostre, gli elenchi, le tassonomie e le segnature delle scienze nate insieme al colonialismo, classificare e distinguere, sfruttare e depredare, la sete di sapere a raschiare la gola insieme a quella di potere e di ricchezza. La natura sconosciuta aveva bisogno di essere esplorata  e di nuovi linguaggi che definissero l’emersione dell’insolito, recinzioni di pensiero, proprio come quelli reali che sancivano attraverso le enclosures la nascita della proprietà privata.

 

“ Cose e parole sono rigorissimamente intrecciate: la natura non si dà che attraverso la griglia delle denominazioni, e proprio essa, che senza tali nomi resterebbe muta e invisibile, scintilla lontanissima oltre questi, continuamente presente di là della quadrettatura che pure la offre al sapere e la rende visibile interamente solo se gremita di linguaggio.”

( M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1978, trad. di E. Panaitescu, p. 178).

 

Le nostre parole e le loro. Ma le loro sono più vicine alla “ scintilla”  perchè è da millenni che vivono in quel territorio e ne sono parte integrante. E’ da millenni che  con quell’ambiente intrattengono rapporti che riguardano la vita quotidiana e i sistemi di sussistenza. I popoli artici semmai gremiscono meno di linguaggio l’ambiente in cui sono nati, si accontentano dei vocaboli essenziali. Così come non lo affollano di abitazioni: i kote, le tende di pelle di renna e caribù, gli igloo. Poche, quando servono, da far sparire e poi ricostruire in un altro luogo, senza fondamenta. Siamo noi occidentali che costruiamo città in Groenlandia e alteriamo folcloristicamente il modo di esprimersi di popoli che giudichiamo esotici, inventandoci favole belle sul loro rapporto con la natura, come la stupida storiella assolutamente infondata dei mille nomi che gli Inuit darebbero alla neve.

Ma ci stiamo avvicinando al nucleo pulsante del libro di Matteo Meschiari, al dito puntato contro la propria professione, allo scandalo. Prendo ancora a prestito le parole di Michel Foucault, che riguardano la costituzione del punto di vista scientifico nella società occidentale:

 

“ Il taglio tra il vivente e il non vivente non è mai un problema decisivo. Come afferma Linneo, il naturalista ,-  quello che egli chiama Historicus naturalis – “ distingue con la vista le parti dei corpi naturali, le descrive convenientemente secondo il numero, la figura, la posizione e la proporzione, e le nomina”. Il naturalista è l’uomo del visibile strutturato e della denominazione caratteristica. Non della vita”.

(ibid., p. 179)

 

Non della vita. Ma come si fa ?  Matteo Meschiari è un naturalista, ma si schiera dalla parte della vita. E allora bisogna tornare al problema dei nomi.  i Sami, i Nenet, gli Inuit, gli Yupik, i Ciukci. Nomi collettivi, va bene? No, non è abbastanza, non è questo. I nomi e le persone sono singolari. Bisogna raccontare di Aslak e Mons , i rivoltosi decapitati, le loro teste mai restituite perché conservate in un museo; del piccolo Minik, portato a New York dal glorioso esploratore Peary ed esposto come un animaletto da zoo. Sono i ragazzi suicidi della Groenlandia; è Irina , la dodicenne violentata dal padre ubriaco e troia dei soldati russi; è Kikkik, che deve consegnare alla morte avvolti in una pelle di caribù due dei suoi cinque figli, per poter andar avanti sul ghiaccio con gli altri. Cosa ne diresti se di tuo padre fatto fuori spazzassero via  il nome, ma dicessero:- è uno degli italiani?  Cosa penseresti se tua sorella  fosse un semplice numero e rimanesse indicata per sempre come ‘ una degli ebrei’?

A questo limite mai raggiunto prima si spinge la ricerca di Matteo Meschiari: dare testimonianza di singole storie, dare voce a chi la classificazione scientifica e la colonizzazione capitalista ha cancellato  dall’elenco delle vittime. Verso la fine di “ Artico nero”,  l’antropologo si pone sul volto una maschera. Non è più l’antropologo Matteo Meschiari.

 

“ La maschera è lo strumento di una trasformazione unificatrice: lo è in senso negativo in quanto essa elimina i limiti divisori, come (…) quelli fra i vivi e i morti, facendo apparire ciò che era nascosto; in senso positivo in quanto tale liberazione del nascosto, dimenticato o trascurato, comporta da parte del portatore della maschera, un’identificazione con esso”.

( K. Kerenyi, Miti e misteri, Boringhieri, Torino 1984, trad. di F. Jesi, p. 444 )

 

Per arrivare a questo processo di immedesimazione Matteo rinuncia alla probatorietà del documento originale, ma sulla ricerca elabora  una narrazione che è carne ferita e voce dolente, testimonianza diretta degi estinti perché i vivi possano ascoltare. Il suo è un compito antichissimo e sacro.

 

“ Il compito del poeta e dell’attore greco non era di modellare  un qualsiasi personaggio inventato, bensì di evocare quacuno che una volta era stato.

( ibid., p. 446 )

 

I documenti possono delineare una storia, ma è solo quando lo studioso accetta il rischio  di entrare nel territorio selvaggio della narrazione e della poesia, che in questa storia si riaccende la fiamma della biografia. Per salvare un popolo che si sta estinguendo bisogna ridare le parole a qualcuno che una volta era stato.

 

Io sono Irina.
Prima di nascere ero un cucciolo.
Prima di nascere ero una foca.
A dodici anni ero la troia di un Russo.
A dodici anni mio padre mi violentava.
Mi violentava mio zio.
Mi violentava chi voleva.
Poi sono morta.
Da morta non sono nulla.
Non sarò più un cucciolo.
Non nuoterò mai più.
Tre mesi fa sono andata.
Avevo dodici anni.
Appartenevo al popolo.
Il popolo non c’è più.
( op.cit., p. 106 )

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immagine tratta dal libro artico nero

foto2

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Che cosa ha maggiore forza ? Un’indagine precisa sulla condizione dei ‘mugiki’ nel periodo zarista o  il ritratto di Karatajev, il contadino prigioniero in “Guerra e Pace” di Tolstoj? E nella rievocazione di una catastrofe, cosa realmente colpisce allo stomaco ? Le cifre relative alla ecatombe di Hiroshima  o una piccola anima estinta che torna a parlare, come succede nella conosciutissima poesia  di Hikmet?

Matteo Meschiari chiama questo suo modo di scrivere “ antropofiction”, ma io aggiungerei che si tratta di antropologia mimetica o addirittura medianica.

 

Un giorno stavo viaggiando in barca.
Eravamo tutti sciamani.
Viaggiavamo sull’oceano.
A un certo punto si apre una falla.
L’acqua entra nella barca. Allora uno sciamano canta.
Canta il canto dello spirito delle alghe.
Lo spirito delle alghe chiude la falla.
Arriviamo vicino alla terra.
Lo sciamano riprende a cantare.
Lo spirito delle alghe se ne va.
L’acqua riprende a entrare.
Avanti chiudetela voi.
Chiudetela se siete capaci.
Lo sciamano ci sfida.
Ma noi non abbiamo il suo potere.
Non riusciamo a fermare la falla.
La barca affonda.
Il potente sciamano affonda.
Tutti affondano.
Muoiono tutti nel mare.
Ma lo sciamano mi afferra.
Mi tira a riva con sé.
Ecco perché sono qui.
Per raccontarvi la storia.
( op. cit., pp. 120-121 )

 

Ero un bambino solitario. Mia madre aveva paura che uscissi. Passavo ore e ore su un Atlante De Agostini. Andavo in posti lontanissimi e nessuno poteva trattenermi. Studiavo i nomi dei luoghi e quelli del nord, con tutte quelle consonanti messe in fila, mi piacevano molto. I suoni duri mi rendevano la consistenza del ghiaccio che ancora non si era sciolto. Mi aggiravo sullo stretto di Bering ed era facile attraversare, come un tempo avevano fatto gli uomini della Preistoria.

Matteo Meschiari conclude “Artico nero” in questo modo: invita i lettori a mettersi in cammino  con la fantasia e a completare un lunghissimo censimento che lui, per stanchezza, non è riuscito a finire.

 

Ieri notte ho comiciato dai popoli e sono passato ai luoghi. Sono partito dalla Lapponia, sono passato in Groenlandia e quindi nel Grande Artico Canadese. Ma a un certo punto mi sono fermato. Mancano l’Alaska, lo stretto di Bering e tutta la Russia. Era tardi. Sono stanco.  Fatelo voi però. Dico sul serio.Cercate i nomi che non ho messo, quelli che ho sbagliato a trascrivere. E pensate. Immaginate. Immaginate più che potete.

 

(…) Kangirsujuak, , Ivujuvik, Akulivik, Puvirnituq, Inukjuak, Arviat,Kugaaruk, Taloyoak, Umingmaktok, Kugluktuk, Paulatuk, Inuvik, Tuktoyaktuk, Aklavik…

( op.cit., pp. 145-146 )

 

Forse oggi l’imaginazione è anche impegno e militanza. E se uno di quei nomi di lassù lo tenessimo addosso e non lo dimenticassimo mai? Prima che tutto si sciolga, prima che tutto si contamini… Va bene Nutepelmen?

 

Paolo Gera

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cover

Matteo Meschiari,  Artico Nero. La lunga notte dei popoli dei ghiacci–  exormaedizioni 2016

 

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3 pensieri su “TESTI E PRETESTI – Paolo Gera: PAROLE SOMMERSE E PAROLE SALVATE. “ARTICO NERO” di MATTEO MESCHIARI

  1. è un saggio romanzato. Originale rispetto a tanti scrittori del nostro paese, del nostro presente. Indagine sul conflitto tra interesse e bisogno scritto creativamente. E’ giustamente tremendo come lo è il conflitto. E’ politico e quanto ne abbiamo bisogno di espressioni artistiche, in tempi come questi, dal taglio polemico che a volte solo una certa politica riesce a fare. E parla di come si può morire, specie in certe parti del pianeta, in che modo, per mano di chi.

  2. Pingback: TESTI E PRETESTI – Paolo Gera: intervista a Matteo Meschiari su “ARTICO NERO”. | CARTESENSIBILI

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