L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANOCCHIALE ovvero Del vedere delle donne – Milena Nicolini

val corbett

van corbett.

Premetto che sarà una rubrica rapsodica, una “agenda” senza limiti di spazio e tempo. La curerò con la discontinua frammentarietà legata all’incontro, perché non sempre capita che quanto incontri sia davvero da descrivere, da riportare nella rubrica delle cose che stupiscono. Ma.

Ogni tanto incontro cose che mi sbalordiscono perché, pur comuni e consuete, non le avevo mai viste. Mai viste così. Non solo, ma spesso, sono cose dentro lo sguardo di donne. E spesso dentro le parole che mettono in arte. Ma – ancora – non solo. Anche in parole del concreto comune fare, vivere quotidiano. Perché lo stupore non viene solo dall’originalità della lettura diversa della parola letteraria: viene anche – o di più – da una differenza di radice che sta nell’occhio di una donna, a cui io, io donna, eppure non sono abituata. Vorrei, qui, ogni tanto, quando l’occasione mi investe, proporre lo sguardo che (mi) sbalordisce, che sta ‘alla fine del cannocchiale’ perché, in genere, è incredibilmente vicino alle cose, le mostra toccandole, le fa vive della propria vita: non una deformazione soggettiva tutta dalla parte dell’occhio dietro la lente, ma un con-sistere insieme dell’occhio alla cosa già oltre la lente. Come lo sguardo che mi accadde di incontrare quella volta che Olga, la madre della mia amica Loretta, mi raccontò in dialetto come aveva accompagnato sua figlia alla morte: mi sono stesa di fianco a lei, da scambiarci il fiato con la bocca, l’accarezzavo, me la sono goduta tutta, lei moriva, ma io l’ho nata ancora. La morte non rifiutata, non allontanata, non affrontata in disperata separazione, ma condivisa al punto da risorgerla in misteriosa vitalità. Da questo sguardo ho imparato molto. Da questi sguardi imparo molto. Li propongo per questo.

Maria Luisa Bompani  apre questa ipotetica teoria di sguardi con un’opera in cui le verdure/verzure dell’orto e limitrofo Incolto non solo sono osservate in una prossimità da lombrico, ma coinvolte in una condivisione che, da quel basso-terragno, si estende a sentire e discutere dell’occhio maschile del proprio compagno di vita, e financo dell’occhio di Dio.

Milena Nicolini

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Orto: rapsodia

 I                               

Posso amare tutto quel silenzio necessario al crescere delle piante?  quel piegarsi verso di loro, quel dover obbedire ai loro tempi, quel temere la pioggia e poi  il secco, quel rabbuiarsi per un improvviso raffreddamento dell’aria, quell’incupirsi per gli insetti nocivi che devastano? E desidero davvero staccare a uno a uno con calma i fili delle cosiddette erbacce, o strapparle con foga a mazzi per fermare la loro invadenza, delimitare zolle, orchestrare fiotti d’acqua, bestemmiare per la talpa che entra ed esce dalla terra, scorticarmi un dito, graffiarmi il dorso della mano, maledire le ortiche?

Ecco, tutto questo che è il fare, il farsi dell’orto, mi fa patire. Ma le frotte di amici parenti conoscenti che si informano dello stato, della quantità e qualità delle verdure, questo è il bello. Amo l’aspetto relazionale dell’orto. La clientela ruspante. E mi piacciono anche quei momenti panoramici del rigoglio, gonfi di rosso e di verde, quel guardare nel sole la cornucopia dei frutti, le bietole lucide mangiucchiate dalle lumache. E i cesti pieni, la raccolta, e il suo ammirarla.

Di questo eccesso e del suo sciogliersi nella distribuzione misurata e gratuita allo sciame allegro dei questuanti di verdure, io mi appago. Adolescente, ammiro. Anziana, dispenso. Bambina, rido della carota biforcuta, del pomodoro bicefalo. Non mai adulta, sfuggo il lavoro creatore. Amo la creatura, non chiedetemi la fatica di creare, non sono dio. Mi piace che a fare dio sia qualcun altro.

Non è che non voglio sporcarmi le mani, o sudare. E’ la pazienza della cura, la pazienza che occorre per passare dal brulichio al creato, dalla zolla al vivo, dal caos agli esseri, che è snervante. Non è facile saper attendere stando insieme al nulla, o al suo quasi essere. Ma chi vuol stare in un luogo simile? E’ come andare nei ripostigli della morte e dirle: psst, fatti in là che qui deve venirci la vita. Io non ho questo coraggio. Sto più in là, e mi distraggo coi viventi già accaduti e completi, non vado a visitare il lombrico, a sollevarlo compiaciuta, a rinterrarlo protettiva. Dio lombrico, fai il tuo lavoro, vai, macina la terra, fatti attraversare e rumina, defeca zolle nutrienti e crea buone piante. Posso io stringere accordi pazienti con un lombrico? Per non dire della pioggia battente e pregare il dio di essa di regolarsi ad arte? Posso io fermare il sole? Scendere a patti con lui e alla fine vivere arresa? Perché mentre fai dio ti arrendi a dio.

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II
                                                  

Adesso tu che ti prendi il compito di dio, mi racconti un’altra storia. La tua di maschio che forgia il nulla, che si trattiene fattivo tra le zolle arate e zappate e scruta il germoglio aurorale. Tu che ascolti impotente le mie nevrotiche esternazioni, cui contrapponi la tua fecondazione assistita, giorno dopo giorno, suggerisci che la terra è una splendida amante. Accarezzata, lei non si stanca mai di fare l’amore con te e sempre riceve accogliente le tue attenzioni. Non sa cosa sia il gelo nel cuore, lei che nel freddo sa proteggere i semi.

Ma io ti dico che puoi sposarla, se vuoi. Eccoli i figli che ti darà, la sua prole vegetale policroma di cui farai scempio nella tua cucina, col fuoco distruggerai le sfumature del verde e del rosso. Profumerà ovunque quella morte che ti appare leggera. Strizza l’aglio, soffriggi l’olio, a fette doloranti la cipolla immergi, chiama il pomodoro disfatto a questa estrema unzione delle tue creature. Poi mangia, vivi satollo.

Dico male? Dico storto? Dico, certo, molto al di là del bene di dio che ci è dato per vivere. Lo dico in lingua ombrosa, lo dico adesso che, sposa tradita con altra sposa, non so fingere. Malvagia come un diavolo scacciato dal paradiso insieme a te ingollo tutti questi morti gialli verdi rossi bianchi e dico addio alla madre terra. Non la conosco più, non capisco il dolore a cui mi ha chiamata, me figlia mangiata come ortaggio, sfiancata dal sole, dal troppo rivangare, dalle piogge battenti sui miei desideri di ragazza.

Una volta ero zucchina tenera, col mio fiore arancio in testa, delicato e fresco. Ondeggiavo con  la mia testolina pelosetta, felice come  ragazzina innamorata.

Ecco che tu ti sei messo fra me e la terra, fra me ortaggia e la mia madre terrestre. Non mi è rimasto abbastanza eloquio di zucchina perché tu mi veda? Non riconosci in me la figlia della tua nuova sposa e amante?

Mi arrampico, ora, pianta di zucca che cresce addosso all’albero, finché il frutto pesante cade. Sono caduta, ma ancora vivo e cresco, la mia polpa si addensa e profuma, dolce sarà al palato. Tu hai pesi, misure. Mi vedi a quintali, mi accatasti. Pisellina, mi rimuovi dal baccello e conti, una, due, trecento palline verdi che rotolano. Mi conservi sottovuoto, o mi disfi ben bollita. Sono in dispensa. Dispenso gusti, odori, a richiesta.

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III

Ma potrei cominciare a sentirmi un po’ anziana. Non molto, così, un po’ meno spocchiosa. Un po’ meno riottosa, tutto qui. Spolvero la zappa di dio, metto a posto i semi avanzati, apro il baule degli antenati che mi guardano semplicemente, con gli occhi attenti. Gli antenati hanno acceso piccoli orti preziosi, hanno parlato alle pietre, alle zolle, bestemmiato contro il tempo. Si ammalavano spesso. Morivano presto. Qualche volta erano anziani, temuti. Altre volte, lontano da casa, in città,  facevano orti di guerra, così li chiamava il potere.  

Gli antenati non sapevano giocare, non conoscevano l’essere sazi e il donare era accorto. Gli antenati avevano il fucile nell’orto. Guai a chi entrava. I bambini avevano bocche, denti e urla. Quanto dio c’è nella fame, nei pomodori divelti dalle spade che fanno la guerra, nelle cipolle coperte di sangue abbandonate tra stracci di carne umana ferita.

Una carota vecchia sfuggita allo scempio è guardata da mille occhietti insaziati, passata di mano in mano. Alla messa del suo sacrificio assistono quieti, la pentola bolle, la carota è in compagnia di una gamba di sedano mezza marcita. Gli antenati facevano brodi  leggeri, dietetici. Le calorie vagavano lievi.

Così, un po’ anziana, vedo gioielli sgranati e distribuiti nei giorni, come piccoli diamanti da nascondere in cantina per ladri di fame. Un bouquet di bietole, una collana di ravanelli. Agli antenati la fatica è una parte del corpo, non sanno essere in ozio. I pensieri sfiziosi o ribelli hanno bisogno di eccessi del gusto e non possono sorgere. Si risparmia su tutto.

Comincio allora a risparmiare anch’io, sulle parole, sul veleno che portano. Può far male, innanzitutto alle patate, poi a noi, che delle patate abbiamo bisogno.

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allison trentelman

allison-trentelman

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IV

Favolina 1

Ti racconto di un dio mite, tradito da un amico, in un delizioso orto di ulivi. Non si sa se questa bellezza lo interessava, era inquieto. Aveva cenato assieme a tutti i suoi compagni. L’amico suo caro l’aveva tradito. Non coltivavano, quei due, come te. Uno creava con poco pani e pesci, l’altro si suicidò. Il dio mite cercava di togliere i peccati dal mondo, l’altro era forse invidioso di questo progetto così ardito. La terra era coltivata da altri. Lei lo ha sempre saputo. Questa storia non ha il sapore dell’olio.

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Favolina 2

In un’altra storia c’è un dio rombante e giustiziere, il padre del mite. Anche qui c’è un giardino, bello rotondo in cui tutto è da sempre maturo, nulla cresce e nulla marcisce. Ogni frutto è un’ offerta perenne. Fast food, cibo pronto che nessuno cucina. Nel silenzio creato dal dio giustiziere la fatica non stava coi corpi, neppure aveva nome. Sembrava un supermercato, il giardino celeste. Un giorno il dio mise alla mensa del giardino un uomo e una donna, come me e te, a mangiare. Forse si divertiva a guardarli.

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V

Allora io e te abbiamo smesso di prendere a piene mani dall’industria divina, abbiamo voluto capire come uomini e donne riescono a vivere. Siamo andati più in là dell’orto degli dei, dove tutto cresceva senza fatica. Prima non capivamo, ci credevamo beati. Così abbiamo avuto un litigio tutto nostro, problemi di coppia e anche quelli digestivi. Quel che è mio e quel che è tuo, anche. Tutto per quei quattro radicchi che venivano fuori dalla terra che nessuno aveva creato, che voleva solo il nostro lavoro. Non ricordavamo antenati, bisognava inventare tutto. Nessun sapere avevamo, che venisse dall’aria, da respiri affannosi, da occhi assottigliati da rughe. Ci affaticavamo ogni giorno con le erbacce.

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VI

Sulle erbacce bisogna distribuire parole a parte. Ad esse  dedicare lo spazio che man mano alle loro vite si toglie quando si strappano via. Questo presunto essere -acce è tutto da dimostrare. Ancora adesso non so strapparle senza sentirmi un’assassina che soffre mentre uccide. Alle erbacce è da dedicare una poesia, almeno, e lunga, spaziosa, dove loro possano crescere e prosperare.

 

Fitte – nell’ordine compiuto del disordine –
nascete pian piano, dal desiderio dei semi

E tante siete da mietere ferocemente

Lasciarvi lì, invece, nel silenzio,
a farmi compagnia

Vi riconosco sorelle
di verità e bellezza

Erbacce mie
perdonate la furia che vi stanca e solca
e ricordatemi ogni giorno
la pazienza che richiede il dolore

Tenetemi per mano

E io di voi salverò in segreto, non vista,
la bimba nuova,
la nonna venuta da lontano
col vento e l’ape
a cavallo del sole

Nel ventre di mia madre
io ero bimbaccia

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yelena bryksenkova

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VII

Sull’orto, poi, alla fine è bello fare conversazione. Io l’ho sentita, tra uomini, o tra uomini e donne. E’ un discorrere come quello tra mamme che si incontrano davanti all’asilo. Chi parla dell’orto non si dà le arie dei pescatori i cui pesci  nei discorsi diventano sempre più grandi. Ne  parla un po’ come dei figli, quanto e come crescono, se vengono bene. La competizione non si sa cosa sia, ci si domanda e si ascolta con calma e fiducia. Cosa fai tu che io ti dico cosa faccio io. Diventa un parlare di noi che facciamo qualcosa per noi. Sono così rari un dire e un fare che abbiano a cuore il noi. Mi sembrano anzi fatti fuori dal mondo.

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VIII

Adesso sto buona e da sola e accudisco per un po’ il pensiero dell’orto. Lo accarezzo, fino a farlo sparire. Stringo gli occhi, mi concentro, non so se per pensarlo devo svuotare la mente o riempirla di terra, non so se devo aprire gli occhi per bruciarli di colore o chiuderli per fare un silenzio che abbia il profumo della pianta di pomodoro, forse devo correre ortogonale lungo i sentierini di terra battuta tra un seminato e l’altro o a balzi qua e là traversare come gazzella la selva degli ortaggi. O distratta, accucciarmi, a vedere come nascono crescono maturano marciscono muoiono e rinascono crescono maturano marciscono muoiono e così sentire l’Incessante, schiacciare bene la testa, piantarla, piantarmi fino alla cintura e fare lo struzzo, giù, o lasciarmi andare dentro cieca un poco come se fosse possibile l’Incessante visto di sfuggita e dentro di me sentito, anche per sbaglio, per un attimo che ha il sapore d’eterno.

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IX

E l’Incolto? Tu che coltivi, me lo lasci un poco, qui in chiusura? E’ nuova bellezza!  Nel respiro dell’Incessante, è lì che l’ho visto! Era felice! E l’orto tu sai cosa pensa? E’ suo nemico? Un inciampo? L’incolto è invadente! Non ben pettinato! Anche poco ortogonale! Tu non sai cosa fartene! Ma lui c’era prima dell’orto, e c’è ancora! Dappertutto! E’ la morte dell’orto? La sua vita? E’ il mare che lo nutre! E’ il signore delle erbacce! E’ il sempre stato, il sempre disponibile! E’ paradiso? E’ inferno? Cosa importa? L’orto non ne può fare a meno e nemmeno tu! Lo sa, lui sì che lo sa! Noi lo addomestichiamo con le nostre zappe moderne! L’Incolto è rischio! E’ madre dell’orto! Anche noi siamo incolti! Ci coltiviamo molto ma poi il vento ci spettina! L’Incolto ci guarda e ride! Lui è il cucciolo selvaggio delle stagioni! Bisogna arrendersi! E’ la verde bellezza di dio!

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Maria Luisa Bompani è stata insegnante di lettere in istituti di scuola media superiore della provincia di Modena, dove vive. Ha scritto poesie e romanzi e molte altre cose. Frequenta mercatini di cianfrusaglie, botteghe equosolidali, fa teatro e molte altre cose. Gattara impenitente, ha ospitato per molti anni, nel cortile della casa in cui abita spesso, una gallina, Marta, salvata dalle pentole del brodo. Fa parte del gruppo Donne di Poesia di Modena, ha pubblicato la silloge di poesie Protervie nel volume a più voci Vi son frecce, Il lavoro editoriale, Ancona, 1989; il romanzo Infanzia dea, Sironi Editore, Milano 2004; la raccolta di prose Quasi nessuna idea dell’amore, ExCogita Editore, Milano 2008.

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