IL CAPPOTTO RIVOLTATO- Adriana Ferrarini

robert doisneau

 Robert Doisneau

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Il pastrano

Un certo pastrano abitò lungo tempo in casa
era un pastrano di lana buona
un pettinato leggero
un pastrano di molte fatture
vissuto e rivoltato mille volteera il disegno del nostro babbo
la sua sagoma ora assorta ed ora felice.
Appeso a un cappio o al portabiti
assumeva un’aria sconfitta:
traverso quell’antico pastrano
ho conosciuto i segreti di mio padre
vivendolo cosi, nell’ombra.

 

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La mia maestra un paio di volte all’anno portava in classe un voluminoso e informe pacco chiuso dentro la carta marrone. In cattedra lo apriva, ne tirava fuori pantaloni, maglie, giacche – invariabilmente scure – chiamava due mie compagne alla cattedra, Donatella e Caterina, dava loro quella roba da portare a casa. Donatella, seduta nell’ultimo banco, aveva sempre il moccio al naso, se lo puliva con la lingua e la parte sopra al labbro era rossa e screpolata. In distanza pareva avesse un labbrone enorme. Caterina era selvaggia come una gatta e già in terza elementare smise di venire a scuola. Di suo padre si diceva fosse alcolizzato, che menasse lei e sua madre.
Nessuna di noi avrebbe voluto essere al loro posto. Tutti eravamo abbastanza poveri ma c’era miseria e miseria. Quella era la miseria senza speranza. Poi c’era quella dignitosa, quella comune. Fatta dei vestiti smessi da fratelli, sorelle, cugini. Di cappotti di seconda mano, lisi ai polsi e ai gomiti. Caldi, di buon tessuto, magari rivoltato, come si faceva allora, ma o troppo grandi oppure striminziti, ci infagottavano come creature senza sesso.
Ma Anna no. Anna, indomabile, continuò per tutto l’inverno della prima media a portare un giubbotto in similpelle lucida, tipo vernice, nemmeno foderato sopra ai jeans. I capelli corti e cotonati le davano un aspetto da rockabilly delle campagne.
Veniva a scuola trascinandosi dietro suo fratello poliomielitico, che aveva le gambe chiuse dentro un’armatura di cinghie e ferro e camminava come un robot. Erano in sei fratelli, lei era la seconda.
Fu un inverno freddissimo, venne la neve, i candelotti giù dai tetti lunghi un metro e lei con quel giubbottino!
In classe non aveva amiche e alla ricreazione stava con i maschi, che erano tutti nell’edificio di fronte.
Un giorno lei e Mariella, la mia compagna di banco, litigarono di brutto. Mariella l’accusò di essere tanto povera da non potersi permettere nemmeno un cappotto usato.
Valeria disse che di cappotti lei ne aveva quanti voleva e uno appena comprato in via Nuova.
Via Nuova a Verona era la via dei negozi. Per noi, ragazze di campagna, era come dire il lusso supremo. Molte non erano neanche mai state in città: Mariella, per esempio, che ci pativa perché sbavava dietro ai vestiti belli, alle immagini che si vedevano di attrici e cantanti su riviste come Gente. Ma sua madre era vedova, faceva i lavori nelle case dei più ricchi, di soldi non ce n’erano.
Quella domenica a messa quando vidi Valeria con un cappotto troppo grande per lei, di un colore triste, uguale a quello della carta da pacchi, rimasi male. Dov’era finita la Valeria impavida e fiera che ammiravo?
Mariella mi venne accanto e ancora in chiesa mi sibilò nell’orecchio:
– L’hai vista? Non è vero che l’ha comprato a Verona. E’ il cappotto di suo padre rivoltato. – la sua voce era esultante , gli occhi le brillavano.
Fu l’unica volta che Valeria si mise quel cappotto. E io quel giorno decisi che avrei fatto il diavolo a quattro ma avrei avuto anch’io un giubbotto come il suo.
In una foto di quell’anno, o di quello successivo, noi due in jeans e giubbotto guardiamo fiere nella macchina fotografica. Il mondo è davanti a noi. Il mondo è nostro.
Nessuna di noi metterà mai più tessuti rivoltati.
( da “La storia di Emilia”)

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keystone f.

foto2

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Mia madre non ha mai scritto un diario e quando iniziò a raccontarmi storie su di lei, spesso partendo da foto che la ritraevano giovane, era già malata. Io ero una ragazza e l’ascoltavo spesso distrattamente. Non prendevo certo nota delle sue parole. Ricordo tuttavia molto bene questa storia ma – ahi ahi, nella vita c’è sempre un “ma” – la foto di cui parlava è scomparsa, non so dove. Forse non esiste più. Un giorno mi è capitata tra le mani questa foto di due ragazze sconosciute e ho ripensato alla sua storia del giubbino, anche perché mia madre assomigliava abbastanza alla ragazza bionda. Valeria, invece, aveva solo i colori e i capelli cotonati dell’altra ragazza, perché il suo sguardo…oh, il suo sguardo! Altro che quell’espressione ombrosa e corrucciata! In una foto di scuola fissa spavalda e decisa l’obiettivo come se volesse incenerirlo. Avrei potuto fare un fotomontaggio, ma, no… Ho preferito lasciare così. Ciò che è perso, è perso.

Adriana Ferrarini

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6 pensieri su “IL CAPPOTTO RIVOLTATO- Adriana Ferrarini

  1. Se potessi metterei tre mi piace, ma non è possibile nemmeno rivoltando la pagina. Questo squarcio di vita mi ha riportato all’infanzia e alla realtà che mia madre e altre persone hanno vissuto negli anni del primo dopoguerra. Grazie.
    r.

  2. Più o meno era così ovunque in questo Stivale che ai quei tempi non aveva nemmeno scarpe
    Un interessante e bel ricordo..nonostante il vissuto, duro, di quegli anni.

    Grazie
    .marta

  3. sembra che sia nel passato la maggior condivisione di attimi della vita che si è fatta abitante delle nostre case, delle nostre storie, che ci ha avvicinato, diversamente da oggi, in cui la sovrabbondanza nullifica la condivisione di quanto ci appartiene come storia che si fa vita, non solo scorrere del tempo

  4. Si, vero.
    Ho terminato dei leggere il libro “Intervista a Maria” di Clara Gallini. Intervista ad una donna nata nel 1910 in un paese nel cuore della Sardegna.
    Nei ricordi di questa donna ci si trova catapultati in una comunità gioiosa, fatta di lavoro, sacrifici, poche cose…ma tanta forza e solidarietà.
    Non avevano nulla, e da quel nulla non mancava mai un pezzo di pane per chi era più povero del povero.

  5. è proprio come dici, ne ho una memoria chiarissima anch’io, pur appartenendo ad un’altra generazione, che comunque della guerra è riuscita a sentire comunque lo strascico di miseria e ricchezza di umanità, di voglia di fare e di ricostruzione, ma non solo di case e cose ma di relazioni.

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