E’ IL TEMPO DELLE DONNE – Vittoria Ravagli – E’ Il tempo di Patrizia Dughero

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V. – Cara Patrizia, non ricordo quando ti ho incontrata, questo è un problema che mi dà la vecchiaia, gli anni, i fatti, gli incontri si mescolano e di ciascuno mi resta il profumo denso della sua particolarità, il motivo della sintonia, che con te chiamo “sorellanza”.
Forse ci siamo conosciute quando tu cercavi di “…appoggiare i piedi a terra…” e frequentavi a Sasso il laboratorio di artigianato artistico con Monica e Patrizia?
Ci racconti un poco di quel periodo, del prima e del dopo, legati alla tua esperienza di “taglia e cuci…con i vecchi muri…”?

Mi hanno insegnato che esiste il taglia e cuci
anche per i vecchi muri: tecnica raffinata.
Io l’ho osservata e ora è quel che faccio,
che tento, coi gesti e le parole, se posso…(P.D.)

P. – Cara Vittoria, hai toccato il punto, e non avevo dubbi, quel punto in cui la donna che ero si è spezzata per la prima volta, come se il prima fosse una normale passeggiata, con salite dolci e pendenze naturali, il dopo una spaccatura dietro l’altra, un saracco che scivola a valle, tanto per usare metafore di montagna. Mi sto riferendo al periodo della separazione dal padre di mia figlia, un passaggio della mia vita (rivestito di sensi di colpa, tra i più forti tra i tanti riferiti alla mia educazione) di cui non parlo mai, ma che sto affrontando nuovamente e sulla cui riflessione credo usciranno nuovi componimenti. Dell’incontro con il dolore, pur nella forza granitica dell’essere madre, con un’attitudine ereditata dalla mia, di madre, a conservare sempre una certa felicità d’esistere e di esistere per l’altro/a. Il riferimento ai “tempi della meditazione”, che non mi facevano posare i piedi a terra (ma che non passeranno mai), è reale, un’innata attrazione per un mondo spirituale che ho cercato, praticato, studiato ed esperito a fasi alterne e con singolari combinazioni con le passioni/delusioni politiche degli anni settanta, vissute da giovanissima, in piena adolescenza, ma con grande fervore. Nei primi tempi, dopo la separazione, avvenuta nel 2001, mi sono adattata a molti lavori, conducendo un’esistenza singolare per una persona che verrà poi definita poeta: mi dividevo tra corsi di formazione per donne disoccupate (la passione per l’arte e l’architettura mi hanno portato a lavorare come restauratrice muraria e di affreschi in diversi cantieri bolognesi); e altresì ottimi corsi di naturopatia con lo scopo di curare e guarire prima le mie ferite e di mia figlia, poi quelle degli altri, se fosse stato possibile. Durante i fine settimana in cui Clara era da suo padre, la mia pratica, che non era solo naturista, s’intensificava frequentando un dojo della città, dove ho potuto apprendere quello che tu chiami rigore nella ricerca in quel terreno duro arido e certo che ricorre tanto nella mia poesia. Tutto ciò con la pratica, dello yoga prima, dell’aikido poi, di tecniche raffinatissime, craniosacrale ad esempio, che è più che un massaggio, e in parallelo con la frequentazione di sessioni di antroposofia e teosofia steineriana (da cui presto mi sarei allontanata, mantenendo sempre vivo l’interesse per certa medicina e alimentazione ecc.), ho fatto impunemente mia la teoria delle “Costellazioni familiari”, utilizzandola nelle Stanze del sale e di conseguenza in Canto del sale. Mi depuravo così da tanta materialità sia di muri e silicati, sia del mondo triviale e maschile dei cantieri edili. Non so dove sono riuscita a trovare tanta energia, ancora adesso a pensarci accorre una certa vertigine.

Il periodo dei laboratori di argilla e creta a Palazzo de’ Rossi, con Monica e Patrizia, è susseguente, un periodo dolce e ancora di grande crescita, successivo all’incontro col mio compagno, Simone. Sintetizzando in una frase che girava nel nostro dojo, “cercavo l’illuminazione e ho trovato… amore”. Ho imboccato così il sentiero dell’adultità (era ora!) con la grande fatica del diventare adulta a quarant’anni suonati.

Scavo dei buchi ai vecchi muri e poi li copro
L’ intesso con mattoni nuovi e poi li mostro. 
Vinco la vergogna, a volte, sperando
che sia utile e che serva… (P.D.)

L’incontro con te, che ricordo avvolto in una nebbia profumata, è precedente, quando ero una signorina con figlia e mi aggiravo da Pianoro, dove ho cresciuto la mia bambina, e le altre valli, cercando tra le iniziative scolastiche della zona (le nostre 5 valli) l’arte e la poesia per i più piccoli. Così sono capitata a una mostra in sala Mostre (ora Giorgi) a Sasso, dove erano esposti il lavori di bambini delle elementari e medie, se ben ricordo. Poteva essere il ’98 o il ’99. In quel periodo ti ho sentita nominare. Poi il ricordo dei tuoi occhi avvolti in una cortina, quella che è bello lasciare così, profumata di spezie, senza bisogno di diradarla.

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V. – Sei una bravissima poeta ma in questa intervista voglio raccontare di te, del tuo mondo, della tua vita, di chi sei come persona; inseriremo solo qualche tuo brano che dica di te, scelto insieme.
Tu per me sei una donna della montagna. Ti vedo in quei luoghi dove giri lo sguardo e vedi tutto intorno cime e prati a perdita d’occhio. Una che è abituata a camminare molto, alla durezza della vita, che guarda lontano ed ha una visione aperta, tanto che non le basta mai andare oltre, al di là dei confini, che pesano a volte, ma che danno un costante senso dell’altro e l’abitudine alla condivisone, all’accettazione.
Ci racconti di dove sei nata, del tuo rapporto con i luoghi d’origine?

P. Sono nata con la neve, anche se era il 30 aprile! Grazie Vittoria, io non mi sento una brava poeta, ma accolgo questa stima con grande felicità e come nutrimento. La poesia per me è nella neve, una scia nella neve, che è l’elemento poetico per eccellenza per me. Siccome la neve è l’elemento della mia nascita, la poesia è prima di tutto, vita, bios, e nella vita si svolge. È più importante fare della propria vita poesia che scrivere tante buone poesie, vivendone senza, nella sua assenza.
Sono contenta di questa tua intuizione che mi vede come donna della montagna, in effetti sono stata concepita e cresciuta per i primi mesi (da genitori non di montagna) nelle vicinanze di Trento, nella strada che va verso la Valsugana. Ma non è solo questo, ho vissuto spostandomi per ben 10 città entro i 20 anni, cambiando non so più quante case, e tra questi luoghi c’è il mare, tanto mare, quello di Genova, incombente, ancora, non so bene cosa mi abbia lasciato, di Rimini, bella durante la mia infanzia e soprattutto quello dell’Isola d’Elba, a cui ho dedicato una raccolta di haiku tradotti in sloveno dalla mitica Jolka Milič, isola in cui si è sviluppato un senso selvatico, imprescindibile per me, e molto altro. La necessità di questi due elementi si fa sempre più forte col passare degli anni, ma sicuramente per quanto riguarda la tua considerazione sul camminare, questa è cosa che svolgo ancora con devozione, ormai quando posso, ma in passato… ho davvero tante imprese epiche da raccontare su per le nostre Alpi e Dolomiti. Il sogno della mia vita, l’Anapurna, che vedo sfumare sempre più. E hai colto benissimo, quest’anno in particolare mi sono innamorata della valle dove ho trovato rifugio, a un passo da Bologna, l’alta Val di Savena, attorno a Monghidoro, al Borgo come lo chiamo, di Piamaggio. Questi luoghi recentemente mi hanno restituito tutto quel che dici e una dolcezza estrema, quella che mi consente di dire, perché a volte l’amore esce solo dalla voce, quella che consente la poesia e nella poesia vive, come “in quei luoghi dove giri lo sguardo e vedi tutto intorno cime e prati a perdita d’occhio.” Camminando sempre e molto, accetto la “ durezza della vita”, guardando lontano oltre gli altopiani, oltrepasso i “confini, che pesano a volte, ma che danno un costante senso dell’altro e l’abitudine alla condivisone all’accettazione.” Sì, mia carissima!

L’origine, che sta in un luogo preciso (come ben dichiarato in Canto del Sale) è altrove, e un altrove di confine resta, è in quel paese “tra rilievi dolci, com’è dolce il vino e l’aroma delle colline del cormonese, generoso con i suoi scrigni di vigneti. È il mio paese! Qui sembra che i corsi d’acqua scompaiano, l’Isonzo celeste è lontano, solo il Judrio (così si dice, non “lo Judrio”) con il suo letto magro a prova dei tipici flisch, arenarie, sabbie e marne in corrugamento contro il calcare e le dolomie alpine, a dire della prossimità del mare, di come la consistenza di terra e di acqua si possa incanalare in forma di rogge e risorgive.” (da un mio articolo sulle agane, D’acque e terre nel bosco delle Agane, in Aa. Vv. Sorgenti che sanno, Biblioteca dei Libri Perduti, 2016, dove ho molto attinto allo studio e al lavoro di Aldina De Stefano per la sezione sulle krivapete)

E l’Est e il respiro dell’Asia è appena al di là, e da di là tante volte ho sognato giungessero le mie origini che si mescolano in Slovenia, un sogno al suono e al timbro dei Balcani, mentre il senso del confine e della frontiera mi scorre dentro in un vissuto da “insilio” ereditato da mio padre.

Mi son fatta giardiniere
ho imparato a contare i fili d’erba
stecchita e distesa.
Ho sognato tra nuvole d’artemisia
e chicchi di melograno spaccato
d’entrare nell’antro conteso
e dividere il pane nel buio.

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da Canto di cura per Kore – nella lingua del padre e della madre in Canto del sale, qudulibri, Bologna, 2016

V. – Ti avvicino mentalmente ad un’altra donna-poeta-sorella non lontana dai tuoi luoghi d’origine, Aldina De Stefano: lei usa come simbolo il riccio. In qualche modo anche tu dai l’impressione di indossare una corazza, ma come lei, conoscendoti meglio, si avverte la dolcezza oltre al rigore, il bisogno di un piccolo spazio personale invalicabile da difendere, perché vitale.

Come ti senti nei confronti degli altri ed in questo mondo della cultura che frequenti?

P. – Aldina, straordinaria, grazie per il paragone, come ho accennato sopra, abbiamo in comune una passione per agane e krivapete, e se dovessi scegliere una tra le due figure, che più sento corrispondente, sceglierei la krivapeta delle Valli del Natisone: così come il riccio, al pari di rane e raganelle (mia piccola passione resa letteraria) parla del nostro insopprimibile selvatico interiore.
Lo hai detto tu, questa dolcezza, gentilezza matrilineare, è difficilissima da portare nel mondo, spesso mi ha provocato equivoci, ingiuste risposte, anche per una mia difficoltà comunicativa, è difficile dirimere il troppo e il pieno. Soprattutto in un mondo, quello della poesia ad esempio, dove fortissimo sento ancora un sottile dominio maschile.
Non solo, anche nel mondo dell’accademia o della cultura, ma pure nell’ambito dei diritti umani, dove il peso schiacciante del ruolo di avvocati, vie legali e relativo linguaggio, la competizione più sfrontata per l’ottenimento di giusti risultati non prevedono nicchie di riflessione e tantomeno di gentilezza. Un dualismo interiore anche questo che richiama al confine e che credo si rispecchi nei miei componimenti. Proprio per questo Madres e Abuelas de Plaza de Mayo rappresentano per me un riferimento costante, un grande impegno che porto avanti come militanza, unendo le formalità richieste ma concedendomi un modello che così ho personalizzato: le sento come sorelle, pur avendo l’età di mia madre, mentre per generazione potrei essere sorella delle loro figlie desaparecidas, ma a causa dell’assenza compio il salto e cerco un passaggio di testimone nella sorellanza, nella possibilità di mettere il mio “troppo pieno” a disposizione, anche di vuoti incolmabili. Non è stato facile farmi accettare con questi sentimenti, non canonici per una certa militanza che si svolge ora soprattutto nei tribunali.
Allo stesso modo nel mondo editoriale (su cui avrei da scrivere un articolo a parte e assai più crudo) riesco a farmi ascoltare, a volte, grazie a un’unione profondissima con il mio compagno, alla nostra intercambiabilità di ruoli, grazie a confronti, spesso accesi, sicuramente continui, e a una mia certa impronta maschile, che spesso ha generato distanze dai gruppi femministi, che oggi si stanno colmando in modo naturale. Ora che la corazza si è ammorbidita con l’usura di tanti combattimenti e molte delusioni (il 2016 me ne ha potate tante) ora che posso ricorrere alle risorse delle tante arti intraprese, e che prima mi definivano agli occhi degli altri dispersiva e dispersa, dopo la morte di mio padre che ha necessariamente fatto sì che tirassi fuori quel coraggio riposto in un’euforia di vitalità fanciullesca, ora mi aggiro in questo mondo con la risorsa che conosco meglio, quella della tenacia. Passo lungo e ben disteso come per camminare in montagna, non dimenticando mai di voltarsi indietro quando occorre e guardare avanti il cammino che si vuol percorrere, ascoltando gli elementi intorno, con tutti i sensi possibili. Ho rimpianto a lungo di non aver fatto studi giurisprudenziali, come mio padre avrebbe voluto, ho pure cercato di colmare questo rimpianto, ma ora so che ho un altro compito e il taglia e cuci dei muri posso farlo condividendo parole, trasportando linguaggi, creando progetti, piccole cose che servano e che spero siano utili. Ma quel che i muri sussurrano non smetto mai di ascoltare.

V. – La piccola casa editrice che con Simone hai creata da qualche anno, mi sembra sia particolarmente viva e già molto stimata, il taglio che avete dato al vostro lavoro è molto impegnato e riguarda non solo la storia ma la poesia, i bambini, i miti; i libri sono scelti con grande cura. Quali gli argomenti e perché la scelta?

P. – La casa editrice, che ha nome Qudulibri (amichevolmente detta Qudu, da un gioco sonoro e visivo sulle prime due sillabe dei nostri cognomi Cuva e Dughero) è di per se un’impresa che intende essere rappresentativa di un agire che in questo determinato periodo storico dovrebbe costituire una possibile via d’entrata (azzardo questa locuzione) di idee e contenuti indipendenti negli ambiti intellettuali che via via andiamo incontrando.
Si tratta di uno svolgersi di progetti che non sono solo editoriali e che nella costruzione del libro trovano sia il culmine che il pretesto per continuare a portare avanti e approfondire i temi del testo o della serie di testi. Così è accaduto fin dalla nostra prima pubblicazione, una traduzione di un saggio/intervista a Laura Bonaparte, una Madre de Plaza de Mayo (la narrazione della nascita di questo libro è oggetto di una articolo apparso in Carte Sensibili nel 2013): è stata ribadita più volte la nostre militanza nell’associazione 24marzo (una ONG che lavora a fianco sia di una Madre d’eccezione come Vera Vigevani Jarach sia di avvocati e p.m. che alla causa si sono votati e applicati). Non esistono molti editori che si siano rivolti a temi di diritti umani con questa costanza, ma noi continuiamo, anche oltre la partecipazione ai bandi, con il fiuto di chi crede fortemente in ciò che ha intrapreso e pensa di portarlo avanti e pensa che avrà un giorno un riconoscimento di memoria, nella sistematizzazione d’informazioni, di documentazioni attraverso traduzioni, di ricerca unita all’intuito. Nell’intuito è implicito un amore imprescindibile per il libro come oggetto e come mezzo anche politico, nel senso più autentico della parola.
A questa, chiamiamola collana, 24marzo Onlus, colonna portante, si sono unite, in questi 4/5 anni di lavoro sodo, anche le proposte degli amici poeti, perché pensiamo che attraverso il linguaggio evocativo e poetico si possano scardinare frontiere, si possa iniziare a parlare di temi quali quello della salute mentale, entrando nel vivo delle questioni e scorrendo tra i meandri che ogni argomento collettivo comporta.
A queste si aggiungono le passioni grandi e piccole che ci attraversano, come lo haiku e la sua diffusione, le geografia della letteratura per i ragazzi, dalla Svezia al Camerun a chissà quale altra regione del mondo, per ritornare poi con i bambini tra i canali secenteschi della Bologna della seta e dell’acqua, tra canti e filastrocche che sgorgano al fresco degli alberi del Parco Grosso di Bologna. Grande attenzione per le antologie ci portano altresì a rendere spaccati a nostro avviso importanti di movimenti letterari e gruppi, volando poi lontano alla poesia politica degli aborigeni dell’Australia.
L’incontro con studiosi e autori che hanno a cuore e nutrono passioni che si mescolano alle nostre, ci consente questo
Abbiamo perciò molte collane, per incanalare la varietà in canali dove la molteplicità argomentativa trovi il giusto letto. Porta Maggiore, collana dove confluisce la narrazione, attraverso poemi e, a breve, la prosa; Fare Voci, la nostra collana della poesia di confine, con particolare riguardo a Friuli Venezia Giulia e Slovenia, fin su alla Repubblica Ceca; per le monografie (difficile trovarne) di haiku abbiamo la raffinata collana Ku; la collana Noi per le antologie, invece, ad oggi poetiche, non escludendo che ci rivolgeremo anche al racconto come genere; è di quest’anno la partecipazione al Premio Teglio Poesia con la pubblicazione del vincitore; per i bambini e i ragazzi abbiamo la bellissima collana Locanda Redinoce, che vanta la partecipazione fin dagli albori al Premio Strega Ragazzi e Ragazze, in cui abbiamo raggiunto buone postazioni; e la già nominata 24marzo, in cui svisceriamo argomenti legati soprattutto al biografismo con interviste sui desaparecidos argentini. Non dimentichiamo i preziosi cataloghi d’arte, che arricchiscono visivamente e non solo il nostro fitto coté.

Quest’anno rivolgeremo l’attenzione alla narrativa per adulti e in siffatta varietà il filo conduttore è l’impegno che si svolge naturalmente tra situazioni e persone in cui c’imbattiamo per affinità d’ingegno e condivisa volontà.

Si distenderà
un velo d’erba chiara
una densa fluorescenza
attaccata alla materia.
sarà quest’acqua a rivelarci
un verde prato, il nuovo.
una forma nuova d’amore
. (P.D.)

da “Una nuova forma” in Canto del sale, qudulibri, Bologna, 2016

V. – Non deve essere facile fare questo, di questi tempi; eppure farlo insieme, come coppia, se il rapporto funziona, è un grande vantaggio, dà come senso alla vita tutta, non è lavoro e basta, è lavoro insieme, è vita insieme. Un po’ ci salva. Per me lo è stato. E’ così anche per voi?

P. – Il lavoro insieme, nella stessa abitazione e negli eventi di presentazione, rende un meccanismo oliato e consente un immediato confronto nel caso ci sia qualche mossa da modificare. Il non dover rendere conto e il controllo totale sulle attività consente di poterci praticamente alternare sia negli eventi di presentazione che nel lavoro di tutti i giorni. Anche se quotidianamente le nostre mansioni sono differenziate. Le mie più di contatto con il libro da realizzare, le sue più con la promozione, l’amministrazione e la redazione dei contratti, vero patrimonio di un editore professionale e scarsamente considerato come tale da coloro che di editoria hanno solo sentito parlare. Siamo infatti molto amareggiati con chi si inserisce in un mercato del lavoro senza competenza ma pretendendo di averne senza esperienza perché ritiene che in certi campi quest’ultima non serva.

Il rapporto quotidiano di lavoro e di vita diventa tutt’uno, cercando però di mantenere quei pochi spazi disponibili per fare altro, vivere ogni tanto (raramente per la verità…) senza lavoro in testa…

È vero ci salva, di questi tempi più che mai, e molto ci ha salvato… anche per noi è così.

A un certo punto, insieme, abbiamo dovuto piegare le nostre ascese: Simone lavorava da molti anni, fin da dopo la laurea, in una nota casa editrice che non ha avuto buona sorte (diciamo così) e io che avevo sempre scritto, lavorando nell’ombra come correttrice di bozze, ho pensato di utilizzare la mia parte creativa nella costruzione di libri. Un innato desiderio di buona e onesta costruzione è entrato in sintonia con le capacità della grafica, Sara, allora giovanissima, che con noi ha fatto la sua prima impaginazione del primo libro del catalogo qudu. Siamo ancora insieme, i rapporti con le

stamperie consolidati, svolgiamo una linea editoriale attenta a non strabordare mai dalle nostre possibilità, misurata quindi ma svolta con grande curiosità e amore per le arti quanto per il manufatto riproducibile, nel grande rispetto dei processi di produzione che i nostri percorsi ci hanno fatto conoscere. (L’attenzione al profitto ancora deve essere affinata, ma questo sarebbe un lungo discorso). A volte di tutto ciò mi manca l’ombra, assentarmi dalla ribalta virtuale, applicarmi quotidianamente, sì, ma con la giornata del buon artigiano, invece che tra mille sollecitazioni e tanti spostamenti.

V. – Ti seguo su FB e noto che presentate i vostri libri continuamente spostandovi in luoghi diversi ed impegnandovi quindi moltissimo nella diffusione; dovete davvero credere in quello che fate. Anche per questo vi ammiro molto. Spesso le vostre presentazioni sono eventi con letture, musica, mostre… Tutto questo rende più attraenti gli incontri e più impegnativo il lavoro. Ci racconti?

P. – La promozione è fondamentale per allacciare e consolidare i rapporti con i librai e i lettori. Anche se abbiamo iniziato un rapporto con un distributore per piccoli editori, che lavora in modo nuovo consentendo sconti finalmente accessibili, le presentazioni in libreria e in occasione di festival letterari o eventi culturali, così come le biblioteche, sono importantissime per le vendite e quindi per gli incassi che arrivano molto più velocemente che rispetto a quelli ottenuti grazie al distributore. Si tratta inoltre di un momento nel quale ci si confronta con il pubblico, unico destinatario dell’oggetto libro con la sua valenza anche sociale e non solo culturale. I librai inoltre, quelli indipendenti ma non solo, sono un ottimo viatico per l’evolversi della promozione. Alcuni, infatti, una volta conosciuti, ci hanno dedicato rassegne e ci hanno inseriti in importanti festival letterari. Muoversi, inoltre, supportati dall’invio di comunicati stampa alle pagine culturali dei giornali locali dove andiamo a presentare, consente anche la possibilità di ottenere interviste o recensioni, altra forma di visibilità. Certo questa modalità è gravosa e comporta molti chilometri in auto, spese che ogni tanto sono anche a fondo perduto, ahimè. Ma fa parte del gioco, del lavoro. Troppo comodo fare l’editore nel fine settimana e avere un lavoro posto fisso durante la settimana e potersi permettere eventi con 5 persone e senza vendite di libri. Cose fatte con poco amore, che rovinano la reputazione ad un mestiere con alta valenza sociale, come dicevo prima.

V. – La Bologna che conosco io – è un misto di giri chiusi – e di voglia di nuovo che però a volte – e presto – passa… La poesia – qui – resta un fatto di élite – secondo me – e questo mi pare vada contro il senso profondo della poesia stessa… Cosa ne pensi?

P. – Sono d’accordo con te, Vittoria, soprattutto col fatto che la poesia non debba restare un fatto d’élite, che abbia un potere peculiare, quello di muovere anima e coscienza anche senza bisogno di una preparazione, peraltro auspicabile in certi casi, e che sia il genere per eccellenza che può unire la strada all’accademia. Questo in teoria, perché di fatto questa unione resta spesso farraginosa e ricca d’insidie, quella dell’invidia e dell’ambizione in primo luogo. Mettersi in gruppo con l’idea di unire intenti e di creare manifesti cozza, nella realtà bolognese che conosco, con la presunzione di poter fare e accedere a tutto, anche con scarso studio, lavoro e quindi professionalità, con il solo sostegno della rete di relazioni. Non credo invece che ci sia a Bologna un grande desiderio di nuovo, visto che troppo spesso la lettura poetica si stempera, e s’affossa, in quel che sembra la priorità, aperitivi e mondanità dove non si mantiene nulla di quanto trasmesso e ascoltato. Quanti reading seguiti da almeno tre quarti dei presenti che ne scrivono, definendosi poeti e invocando la decadenza della cultura e il bello. Tra questi circoli chiusi si possono tranquillamente leggere o recitare versi sulla morte, poesie piene di sdegno contro il proprio tempo come intrattenimento aperitivo o digestivo, per poi abbandonarsi al pettegolezzo, come se la poesia non portasse a nulla, che è esattamente ciò che non vorremmo.

L’anno passato abbiamo intentato una rassegna sulla “poesia agita” per far conoscere i gruppi friulani che amano unire i generi, musica e poesia. Abbiamo scelto un luogo, il teatro, pensando che il luogo potesse diventare riferimento fondamentale, ma non essendo inseriti in alcun gruppo non abbiamo ricevuto riscontri, non è stato compreso il nostro intento di condivisione e diffusione. Un caso nostro, ma ne conosco molti altri, o peggio, con problemi di competizioni e accaparramenti di talenti. Per forza può sembrare che la poesia resti un fatto d’élite!

V. – Hai una giovane figlia: quale il tuo rapporto con lei?

P. – Mia figlia ha 25 anni, con un forte senso d’indipendenza e libertà ha declinato tutta la sua ricerca al movimento e alla danza, io l’appoggio con tutto il cuore, ma mi manca perché da più di tre anni vive in Argentina, troppo lontano per non sentirne costantemente la lontananza, nonostante il rapporto viscerale. E di questa mancanza, che tante volte tento di tradurre in versi, ancora non riesco a parlare.

...Stai qui con me, in grembo
e tutto quel che so te lo racconterò
stai qui in grembo, ninine
e non ti lascerò mai, sempre con me nella mia anima.
Stai qui in grembo, tutta la vita
da vivere ti voglio dare.
… (P.D.)

da “Novena poesie per il viaggio

V. – Ti chiedo – come faccio sempre – di regalarci la poesia più vicina al tuo sentire.

P. – Riporto la poesia di Ingeborg Bachmann che considero quella più pregnante per me, la scaturigine dei miei versi da un certo punto in poi. Qui ogni suo verso, impunemente o no, apparentemente o no, ritorna in ogni mia poesia…

VOLO NOTTURNO

Il nostro podere è il cielo,
coltivato col sudore dei motori,
al cospetto della notte,
con sacrificio del sogno –

sognato su calvari e su roghi,
sotto il tetto del mondo, da cui il vento
ha trafugato le tegole – e ora piove, piove, piove,
dentro la nostra casa, e dentro i mulini
aleggiano i voli ciechi dei pipistrelli.
Chi vi abitava? Quali mani erano pure?
Chi ha illuminato la notte,
da fantasma ai fantasmi?

Al sicuro tra piume d’acciaio, congegni
interrogano lo spazio, marcatempi e quadranti
la boscaglia di nubi; e sfiora l’amore
il linguaggio obliato del nostro cuore:
breve, e poi a lungo, lungo… Grandine
percuote per un’ora i nostri timpani,
rassegnati e distratti all’ascolto.

Né sole né terra sono sprofondati, hanno soltanto
proseguito l’astrale cammino, irriconoscibili.

In volo ci levammo da un porto,
ove non importa il ritorno
né carico né preda.
Droghe dell’India e sete del Giappone
spettano ai mercanti
come alle reti i pesci.

Eppure si avverte un sentore
premonitore di comete,
e il tessuto dell’aria
lacerato da comete cadute.
Chiamala pure la condizione dei solitari,
in cui lo stupore si compie.
Nient’altro.

In volo ci levammo e i conventi
sono vuoti, dal tempo del nostro patire
una regola che non ammaestra e non sana.
Agire non è faccenda da piloti: essi
hanno occhi alle basi, e distesa
sulle ginocchia la carta geografica
di un mondo in cui non vi è nulla da aggiungere.

Chi vive laggiù? Chi piange..
Chi perde la chiave della casa?
Chi è che non trova il suo letto, chi
dorme sulle soglie? Chi osa, quando viene mattina,
additare l’argentea scia: guardate, lassù…
Quando l’acqua morde di nuovo la ruota
del mulino, chi osa ricordare la notte?
.
Ingeborg Bachmann
Traduzione di Maria Teresa Mandalari

tratto da Poesie, Guanda, Parma, 2006
.

V – Ho scelto ed inserito qua e là alcuni brani da scritti di Patrizia, per fare conoscere a chi legge, almeno un poco, la sua poesia.
https://qudulibri.wordpress.com/ info.qudulibri@yahoo.it

Grazie Patrizia, è stato un grande piacere fare questo incontro con te..

P -Grazie a te, cara Vittoria, tu hai un grande dono e aprirsi con te è stato così semplice e naturale…
È questo che intendiamo per sorellanza? Anche questo speriamo sia utile e che serva… grazie

.

dughero

 

Patrizia Dughero, di origine friulana da parte paterna, è nata a Trento nel 1960 e si è laureata in Arti visive all’ateneo di Bologna, dove tuttora risiede. È presente in numerose antologie, di racconti, di poesie e con testi di prosa poetica in cataloghi d’arte. Sei le sillogi poetiche pubblicate: nel 2010 Luci di Ljubljana e Le stanze del sale, nel 2011 Canto di sonno in tre tempi, nel 2013 Reaparecidas, nel 2015 Filare i versi, nel 2016 Canto del Sale. Attualmente la sua attività si concentra su articoli e progetti editoriali. Recensioni sui suoi scritti sono inserite in riviste letterarie, in Italia e in Slovenia. Da qualche anno sta svolgendo studi sul linguaggio poetico dello haiku, culminati in articoli, progetti didattici e nella raccolta, Filare i versi /Presti verze, tradotta in sloveno da Jolka Milič; sulle mitiche figure friulane, le agane, è recentemente apparso un articolo, D’acque e terre nel bosco delle Agane, in Aa. Vv. Sorgenti che sanno, Biblioteca dei Libri Perduti, 2016. È stata capo redattrice della rivista “Le voci della Luna” e collabora tuttora con l’associazione per il Premio Giorgi. È responsabile editoriale di 24marzo Onlus, associazione attiva sui diritti umani, sul tema dei desaparecidos e la Rete per l’Identità. Le sue poesie sono tradotte in spagnolo e sloveno. Nel 2012 ha fondato con Simone Cuva la casa editrice qudulibri.

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