TRASMISSIONI DAL FARO N. 81- Anna Maria Farabbi: Mangiando la luce del pane, Aldo Capitini

prima marcia della pace organizzata da Aldo Capitini-1961

prima-marcia-della-pace-1961

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Contro un processo di desertificazione spirituale e intellettuale, che quotidianamente polverizza, confonde, erige mura divisorie, pulsa una necessità urgente e allarmata di raccogliere umilmente le proprie energie, riqualificando la nostra interiorità.

Ci sono creature che in/segnano la luce del pane e ce la offrono per nutrirci: maestri e maestre che hanno lasciato e lasciano impronte fosforescenti per qualunque buio, attraverso la loro testimonianza di comportamento e di opera.

Incontrarli è un dono, un’eredità di cui acquisire consapevolezza e responsabilità.

Questo viaggio di versi che propongo si apre al mondo. Colgo solo alcuni frammenti intensi di questa voce, invitando a meditarla nel mantice del proprio respiro.

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La mia nascita è quando dico un tu.

Mentre aspetto, l’animo già tende.

Andando verso un tu, ho pensato universi.

Non intuisco dintorno similitudini pari

                     a quando penso alle persone.

La casa è un mezzo ad ospitare.

Amo gli oggetti perché posso offrirli,

Importa meno soffrire da questo infinito.

Rientro dalle solitudini serali ad incontrare occhi viventi.

Prima che tu sorridi, ti ho sorriso.

Sto qui a strappare al mondo le persone avversate.

Ardo perché non si credano solo nei limiti.

Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo

                                                                    i bimbi stravolti.

Il giorno sto nelle adunanze, la notte rievoco i singoli.

Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi trovo

                                                 in ardenti secreti di anime.

Torno sempre a credere nell’intimo.

Se mi considerano un intruso, la musica mi parla.

Quando apro in buona fede l’animo, il mio volto

                                                      mi diviene accettabile.

Ringraziando di tutti, mi avvicino infinitamente.

Do familiarità alla vita, se teme di essere sgradita ospite.

Quando tutto sembra chiuso, dalla mia fedeltà le persone

                                                   appaiono come figli.

A un attimo che mi umilio, succede l’eterno.

La mente, visti i limiti della vita, si stupisce della mia

                                                 costanza di innamorato.

….

 

Ho colto questo cuore lirico da Colloquio corale, ristampato da l’ancora del mediterraneo nel 2005 con introduzione di Goffredo Fofi, e edito  per la prima volta nel 1956.

Non sono qui a narrare l’atomica potenza del fare e dell’essere di Aldo Capitini. Non sono qui a stendere i suoi versi in una prosa dentro cui leggere i registri e i fondamenti del suo pensiero e della sua pratica. Sono qui a portare pochi schizzi della sua corrente elettrica che ridistribuisce orientamento e fiducia.

Pochi segni di riflessione.

La forza dell’io si coniuga con l’accogliento gioioso del tu,  concependo la necessità di una comunità solidale aperta e dialogante, fondato sul rispetto.  Con consapevolezza prosciugata, priva di qualunque sentimentalismo, concepisce il ponte relazionale, non il muro separativo. Il pensiero e la vita di Capitini propongono la tenacia, la serenità tensiva non pacificata contro ogni ignoranza, ogni autoritarismo e integralismo,  la nonviolenza (che è parola intera perché non ammette separazione alcuna neanche verbale), indicando la via laica in cui accogliere i fili e la tessitura di tutte le religioni.

Capitini crea la marcia della pace da Perugia verso Assisi il 24 settembre 1961, come testimonianza di un cammino culturale che assimila a sé l’identità di Francesco.  

Il poetafilosofo trama la democrazia dal basso come pratica di azione permanente nell’arare la città ascoltando ogni tu muovendolo verso la consapevolezza, accendendo così la sua energia esistenziale e politica.

 

La marcia della pace continua   ogni giorno   con i piedi di ognuno di noi.

Ho cantato questi versi agli ergastolani di Terni: si sono avvicinati al libro e li hanno riletti silenziosamente. Poi abbracciandomi, commossi.

Ho porto questi versi agli ospiti di un manicomio. Mi hanno invitata a rileggerli e mi hanno abbracciata emozionati.

Così in altri luoghi del mondo.

Come fermarsi in un crocicchio dentro la nebbia e ricevere sul palmo un viario lucente.

Capitini nasce e muore a Perugia 1899/1968.

I maestri nella loro opera non muoiono: vivono intensamente, ovunque, al presente, nel qui e ora.


Anna Maria Farabbi

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cover-capitini

Aldo Capitini, colloquio orale- l’ancora del mediterraneo editrice 2005

 

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4 pensieri su “TRASMISSIONI DAL FARO N. 81- Anna Maria Farabbi: Mangiando la luce del pane, Aldo Capitini

  1. Grazie Anna Maria per aver testimoniato la presenza sempre attuale di Aldo Capitini e il suo messaggio di speranza e di lotta. Forse perché all’inizio scrivi di ” desertificazione”, forse perché anche nel tuo ” Dentro la o” ci sono riferimenti precisi al cammino nel deserto, mi è ritornato alla mente il testo di uno scrittore che come Capitini ha rivolto la bussola della sua scrittura alla costante ricerca del tu. Si tratta de ” Il libro dell’ospitalità” di Edmond Jabès e sono passati 25 anni dalla sua uscita. Jabès era ebreo, nato in Egitto, poi trasferitosi in Francia e in lingua francese ha scritto tutti i suoi libri più importanti. Ne cito un altro perché ha un titolo bellissimo e terribilmente significativo : ” Du désert au livre”, dal deserto al libro. Ma ne ” Il libro dell’ospitalità” racconta una storia che vorrei brevemente riportare qui. Lui ed un suo giovane amico rompono l’auto in pieno deserto. Devono procedere a piedi, esauriscono in breve le scorte di acqua, hanno davanti la distesa silenziosa delle dune,si sentono perduti. La classica storia di uomini risucchiati dal Sahara. Un nomade solitario infine li salva e li conduce sotto il suo rifugio. Queste le sue parole, riscritte da Jabès: ” Colui che si presenta a voi in modo inatteso, ha sempre un posto riservato sotto la tenda. E’ l’inviato di Dio”.
    I due tornano poi alla cosiddetta civiltà, ma qualche tempo dopo incontrano di nuovo nel deserto il nomade che li ha salvati : senza in apparenza riconoscerli, li conduce ancora alla sua tenda e offre loro il tè. Non una parola su quanto sia successo prima. Jabès riflette e scrive:” Se il nostro ospite ci aveva ricevuto fingendo di non conoscerci, era per sottolineare che noi due restavamo ai suoi occhi gli anonimi viaggiatori che in nome dell’ancestrale ospitalità della sua tribù egli aveva dovuto onorare in quanto tali”.
    Mi sembra molto bello. Il viaggiatore sconosciuto deve essere accolto come il nostro più caro amico.
    Non conosco con precisione la sua storia, ma forse questo non è successo ad Amri , il ragazzo arrivato a Lampedusa cinque anni fa ed ucciso in questa vigilia di Natale di fronte alla stazione di Sesto San Giovanni. Il fatto di non essere semplicemente e fraternamente riconosciuto come tu lo ha portato a uccidere altri tu. Lo so, la storia è molto più complicata di così: ognuno è responsabile delle sue scelte, ma la violenza non può avere altro che una successione di catena. Forse una parola di pietà la si potrebbe sussurrare anche per Amri.
    ” Un’ombra nel deserto è sinonimo di vita”. ( E. Jabès ).

  2. Pingback: TRASMISSIONI DAL FARO N. 81- Anna Maria Farabbi: Mangiando la luce del pane, Aldo Capitini | SESTOSENSOPOESIA feliceserino's blog

  3. Capitini era affezionato a questo libro poetico che non era stato recepito come sperava ;

    esso apre qualche squarcio sul suo privato che comunque rimane alquanto misterioso a me che l’ho consultato per il tempo della mia adesione a un’associazione per la pace quando abitavo l’Appennino.La poesia di Leopardi ha dato l’innesco al suo civile eroismo,religioso,ma non confessionale, perchè nell’AGGIUNTA vedeva un valore che la morte non poteva estinguere, così dopo la “persuasione”di Micheldstatter si è inventato la COMPRESENZA, che fa sì che nulla vada perduto , che la morte non sia l’ultima parola,per cui il coraggio di non temere ci faccia eroici come gli antichi cui guardava Giacomo.Profeta di un nuovo che vedeva nel già della FESTA in cui tutti si rapportano allo stesso livello, nel BAMBINO,che è”figlio” della festa. Poco valutata la sua attività e teorizzazione di pedagogo che nell’attenzione alla diversità e all’ aggiunta del valore dell’altro nel segno dell'”onnicrazia”,ha aperto le porte all’ intercultura così necessaria oggi. La festa unisce vivi e morti nelle diverse culture tradizionali , in modo che si possa:
    “Amare, rinascere assieme, cielo aperto”.(da Colloquio corale)

  4. E’ davvero tempo che ritorniamo (o andiamo per la prima volta) a quanto Capitini ci indicava. Da ripensare profondamente, farne proposta personale e corale, ramificare, fruttificare. Mai come l’adesso, mi sembra il tempo a cui è necessario la ancora assoluta novità delle sue indicazioni. Segnalo di Aldo Capitini, Un’alta passione, un’alta visione. Scritti politici 1935-1968, Il Ponte 2016, e
    Attraverso due terzi del secolo-Omnicrazia: il potere di tutti, Il Ponte 2016, a cura di Lanfranco Binni e Marcello Rossi. Consultabili gratuitamente, per liberalissima scelta dell’Editore, nella sezione Biblioteca del sito http://www.fondowalterbinni.it .

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