Raffaella Terribile: un italiano a Parigi. Federico Zandomeneghi- mostra a Palazzo Zabarella a Padova

in bicicletta al bois

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Figurine in bicicletta, su un sentiero che attraversa un parco. Non sono ragazzi ma giovani donne in pantaloni alla zuava stretti sotto il ginocchio, gambe in bella vista, con biciclette da uomo, e tanto di cappellino. Anno 1896, la bicicletta da donna ancora non esiste e indossare i pantaloni è il segno importante di un cambiamento epocale, di una libertà conquistata anche nella scelta di un passatempo all’aperto e di un abbigliamento idoneo, che lascia libero il corpo di muoversi e di mostrarsi. Una signora elegante, seduta nel salotto di casa, legge concentrata il giornale: l’emancipazione delle moderne donne parigine è anche questo, ciò che le rende diverse dalle semplici lettrici, numerose nella pittura italiana del Secondo Ottocento. Un percorso al femminile nella Belle Epoque è quello che ci offre la mostra dedicata a Padova, Palazzo Zabarella, a Federico Zandomeneghi, Zandò per gli amici francesi, forse il meno conosciuto degli Italiens de Paris, accanto a Giovanni Boldini e Giuseppe De Nittis. Qui la donna appare protagonista assoluta: non la donna sensuale e provocante di Boldini, non la cerimoniera intrigante, spregiudicata e salottiera dei riti mondani dell’alta società, fasciata nelle sete fruscianti di sontuosi abiti da sera, ma la donna borghese sicura di sé, civettuola quanto basta, regina di abitazioni solide e confortevoli, pronta a godersi la vita anche fuori dalle mura domestiche.
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l’incontro

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Gli scenari delle sue opere sono quelli delle gite in barca lungo la Senna, delle passeggiate al Bois e in Place d’Anvers, dei matinée e dei concerti, degli incontri galanti nei caffé, della folla dei bistrot, delle chiacchiere nelle sale da thé con le amiche, delle ombre complici dei palchi dell’Opera. La Parigi di Zandomeneghi è la Ville Lumière della Belle Epoque, la città degli artisti, dello champagne, dei caffé e della vita notturna, delle Esposizioni Universali e del mito di un progresso che sembra mettere alla portata di tutti il benessere e la gioia di vivere. La Parigi degli Impressionisti.
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a pesca sulla Senna

al caffé nouvelle athènes (1885)

coppia al caffè (1885)

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Tra le sue modelle la musa degli Impressionisti, Suzanne Valadon, conosciuta attraverso l’amico Degas, sua vicina di casa e ritratta in più occasioni, come nel magnifico interno del Caffè della Nouvelle Athènes, che a Place Pigalle fu il luogo di ritrovo dei pittori più innovativi. La vediamo mentre conversa briosa con il pittore, ritratto di spalle e riflesso nello specchio appeso sulla boiserie del locale. Il tema è lo stesso di opere celebri dei colleghi francesi, quasi un topos della poetica impressionista, ma qui il pittore sembra sfruttare al meglio gli effetti luministici ottenuti dal riflesso delle lampade a gas sullo specchio. La figura del pittore appare poi tagliata, come il tavolo sulla destra, con una bellissima natura morta di frutta e bottiglie. Un’opera dell’85 che riassume e compendia tutto il lavoro compiuto dall’Impressionismo sul rinnovamento dei soggetti e della tecnica, a piccoli tratti che rendono l’effetto vibrante del colore per l’effetto dell’illuminazione artificiale del local notturno. Così nella Coppia al Caffé, dove i due sembrano intenti a recitare una conversazione galante. Ma qui la luce è più chiara, l’immagine si alleggerisce grazie alla tecnica dei pastelli a olio, con il bellissimo dettaglio della piccola natura morta di vetri e metallo in primo piano. L’artista ha realizzato indimenticabili scorci di Parigi, rappresentati con un taglio fotografico nuovissimo e uno stile pittorico così moderno da anticipare il divisionismo di Seurat o il tratto nervoso di Tolouse-Lautrec, come in quei capolavori assoluti che sono “Le Moulin de la Galette” e “Place d’Anvers”. Il primo, diventato celebre per l’opera di Renoir “Bal au Moulin de la Galette”, del 1876, era una vera e propria balera di campagna, a Montmatre, e doveva il suo nome alle frittelle (galeties) servite con le consumazioni. II sabato sera (durante la settimana il locale era chiuso) veniva invaso da una massa di sartine e commessi di negozio cui si mescolavano alcuni pittoreschi bulletti venuti dai quartieri settentrionali della città. Da un punto della terrazza era possibile scorgere una bellissima veduta di Parigi. Gli edifici, scomparsi qualche anno fa, consistevano di alcune pensiline e di un capannone costruito in materiale leggero accanto a due mulini a vento, il Blute fin e il Radet — quest’ultimo, rimontato, proveniva da un’altra zona della Butte — che terminavano la loro carriera macinando radici di iris per uso di profumeria. Place d’Anvers era il cuore della Butte Montmatre, pittoresco centro di ritrovo degli artisti, luogo di incontro, di passeggiate, di concerti all’aperto, dominato dal bianco profilo della cupola della chiesa del Sacre Coeur, costruita proprio in quegli anni. Lo scorcio prospettico del panorama è quello che l’artista vedeva dalla sua camera. La pennellata veloce, tipica dello stile impressionista, e le ombre colorate fanno pensare a Renoir mentre la stesura del colore a puntini richiama la tecnica divisionista. Anche il Café de la Nouvelle Athènes ricorre come scenografia abituale di incontri galanti, artistici o intellettuali, e lo stesso pittore si ritrae come protagonista, muovendosi così nei luoghi degli Impressionisti da Impressionista, in maniera abile, con un gusto tutto personale per il colore, per la resa narrativa, per l’efficacia degli atteggiamenti. La maggiore intensità nella rappresentazione delle atmosfere parigine è raggiunta proprio nelle opere che riprendono il tema del Caffè, ritenuto da Degas essenziale per la pittura moderna e da lui proposto in opere rimaste celebri, come “L’Assenzio”.
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le moulin de la galette

place d’anvers (1880)

la terrasse

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Zandò è un abile indagatore della psicologia dei personaggi, che rappresenta con verve illustrativa, come si può vedere in “La Terrasse”, dove lo sguardo può spaziare divertito sugli atteggiamenti, sui volti, sulle dinamiche degli avventori del Caffé, cogliendo espressioni, sguardi, attitudini capaci di catturare l’osservatore e di portarlo dentro l’opera, fra gli avventori, e farlo prendere posto al tavolino in primo piano che sembra apparecchiato apposta per lui. Con lo sguardo del voyeur malizioso, il pittore ci porta poi dalle voci e dal movimento dei boulevards all’atmosfera ovattata delle camere da letto, nei boudoirs durante il rito mattutino della toilette femminile, dove si colgono brani di pittura che richiamano i compagni di Zandomeneghi che più influenzano la sua arte: un volto di porcellana, dalle gote arrossate, fa pensare a Renoir, un acquamanile, la brocca, il nudo di schiena o di tre quarti, eseguiti con tratto sicuro ed espressivo, riportano ai modi di Degas. Ma Zandò è tutt’altro che un epigono dei suoi più famosi amici francesi, capace di svelare con grazia e leggerezza seducente i piccoli gesti della bellezza quotidiana in scorci ristretti, tagliati come fotografie. I nudi femminili erano uno dei suoi temi preferiti, perché lo affermavano presso il grande pubblico e iniziò a dedicarsi a questo tema dal 1886, dopo l’ottava mostra degli Impressionisti. “La Tinozza” è uno dei tanti pastelli di donne che si lavano, che si dedicano alla toilette, e si inserisce nel filone ‘alla Degas’ di cui si notano richiami numerosi. Si tratta di un olio su tela ma il colore sembra quasi grattato, tanto da dare l’impressione di una colorazione a pastello. I segni di contorno della figura accentuano l’idea del disegno piuttosto che del dipinto. Numerose le opere con figure femminili, in ambienti piccolo-borghesi, colte in momenti di intimità, di abbandono, di lettura. La figura femminile è un soggetto preferito e nei dettagli dell’abbigliamento, dei cappelli, dei gesti tipici come guardarsi allo specchio, indossare i guanti, pettinarsi si nota l’influenza esercitata dall’eleganza delle riviste di moda di cui è stato disegnatore per molti anni. ”Il Risveglio” (1885) è un pastello considerato dalla critica l’opera in cui Zandomeneghi ha raggiunto il punto più alto della tecnica della “pittura a secco”. Si tratta di una scena di genere e di un racconto sociale, dove il risveglio della donna, in primo piano ma di spalle, si contrappone alla cameriera sul fondo, nascosta dall’anta dell’armadio. Il taglio dell’opera è fotografico e il punto di vista originale, inquadrato da due “ali” di stoffa che sembrano introdurre l’osservatore indiscreto in quello spazio di riservata intimità. Il colore è steso a più strati, come a filamenti sovrapposti. I pastelli usati dall’artista sono di diversa durezza per costruire dettagli e per dare lucentezza ai diversi colori. Zandomeneghi non ha usato fissativi in quest’opera. Nei ritratti femminili di Zandomeneghi si nota l’influsso di Renoir, nei contorni delicati e sfumati, negli incarnati di porcellana dai riflessi di pesca sulle gote. Soprattutto la donna pensosa è uno dei temi prediletti, raffigurata in molte pose: sulla poltrona, davanti al caminetto, con un libro in mano, vicino a una finestra, con dei fiori. Dalle serie di immagini femminili emerge anche il prototipo di bellezza femminile apprezzato dall’artista: pelle chiara e chioma fulva, sia nelle eleganti signore che nelle ragazze del popolo e nelle bambine.

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donna che legge il giornale

la tinozza (1886-1894)

il risveglio (1885)

giovane donna che si guarda allo specchio

coquetterie

cattura

il bagno

il thé (1892-93)


matinée musicale

sul divano

  

l’ultimo sguardo

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Zandò è figlio d’arte: il nonno Luigi, intimo di Canova, aveva realizzato il Monumento a Canova ai Frari di Venezia, dove di fronte si trova anche un’opera di Pietro, il padre, il monumento a Tiziano. Contravvenendo alla tradizione familiare, aveva mostrato inclinazioni per la pittura, iscrivendosi all’accademia di Belle Arti di Venezia e frequentando le lezioni di Pietro Selvatico che lo aveva spronato verso uno stile antiaccademico e di ispirazione realista. Alle sue lezioni aveva conosciuto Giuseppe Abbati e, dopo la comune esperienza garibaldina e la partecipazione alla terza guerra d’Indipendenza, aveva condiviso con lui l’esperienza macchiaiola, trasferendosi a Firenze e frequentando le sale del Caffé Michelangelo. Sono gli anni di Diego Martelli, di Telemaco Signorini, di Giovanni Fattori e di Silvestro Lega. Accanto a loro matura uno stile personale, di forte impronta realista, apprende la tecnica a macchia, si orienta verso la più schietta quotidianità, pensando a una pittura attenta più agli aspetti formali che alla scelta dei soggetti. Si lega di solida amicizia con Diego Martelli, di cui realizza due bellissimi ritratti, il quale lo ospitò più volte a casa sua a Castiglioncello. L’amicizia con Martelli durerà tutta la vita, consolidandosi quando Martelli fu suo ospite a Parigi e ne condivise la difficoltà ad inserirsi nell’ambiente artistico. Era stato proprio a Castiglioncello, un giorno del 1874, che Zandomeneghi aveva maturato d’improvviso la decisione di trasferirsi a Parigi, partendo senza quasi salutare gli amici per un viaggio dai contorni incerti. Sarà il viaggio di una vita, durato 43 anni: non farà più ritorno in Italia. Inizialmente furono tempi duri, vissuti nella quotidiana lotta contro la miseria. Martelli confidò a Fattori le fustazioni di Federico che «campa e guadagna facendo figurini, industria lucrativa, ma come ti puoi figurare impossibile ad esercitarsi da chi ha nervi di artista, per cui è continuamente tartassato da questo contrasto». Il lavoro di illustratore di moda gli consentì comunque di mantenersi decorosamente e di non cedere alle lusinghe dei mercanti e della pittura più facile, come fece Boldini, e di schierarsi, dopo un’iniziale diffidenza, dalla parte degli Impressionisti e delle loro coraggiose sperimentazioni, diventando amico di Degas. Fu quest’ultimo, con cui condivididerà ricerche formali e soggetti, ad introdurlo nel gruppo, facendolo partecipare a quasi tutte le loro mostre, a partire dalla quarta, nel 1879, presso lo studio del fotografo Nadar in Avenue des Capucines, e a quelle successive del 1880, 1881, 1886. Amato anche da Sisley, Pissarro, Renoir, Toulouse-Lautrec, non era invece compreso dagli altri italiani con la solita eccezione di Martelli, l’unico a riconoscere la rivoluzione dell’Impressionismo su cui terrà lo stesso anno della mostra una memorabile conferenza a Livorno, lodando Zandomeneghi come “il solo fra gli italiani che si sia aggruppato a questa falange di indipendenti” e in un ambiente come quello parigino, dominato dall’”arte vendereccia”, il quale ha “saputo salvare il suo robusto ingegno, che si assimila e si associa alla gente per bene, che fa l’arte per l’amore del vero e non per conio”. Uno degli aspetti più interessanti di Zandò è l’uso delle tecniche pittoriche. Alla consueta tecnica ad olio, utilizzata con una pennellata a linguette di colore denso tipicamente impressionista che, con il tempo, si ispessisce nella direzione di un marcato Divisionismo mutuato da Seurat, alterna liberamente l’uso del colore a pastello chiamato il ‘dipingere a secco’, mutuato da Degas. Questo metodo si era diffuso come alternativa all’olio negli anni Ottanta dell’Ottocento e molti artisti, tra i quali Toulouse-Lautrec, lo avevano fatto proprio. In Zandò gli effetti del pastello li vediamo anche quando usa la tecnica dell’olio con i colori stesi a striature, quasi filamentosi come nei divisionisti. Una flessibilità di tecniche in funzione dei soggetti prescelti, del formato dell’opera, degli effetti che vuole ottenere. In altre occasioni, invece, dopo aver steso a trattini il colore con più passaggi, il pastello viene in alcuni punti emulsionato con la frizione dei polpastrelli, creando un “effetto alone” che annebbia i contorni delle figure e smorza i toni, con un impasto cromatico finale di grande effetto e morbidezza. I tagli fotografici di quasi tutte le sue opere, poi, rendono particolarmente interessante il dialogo a distanza con altri artisti ben più famosi, che sembrano invece in alcuni casi aver tratto ispirazione da lui, e non viceversa. Così Henry de Tolouse-Lautrec, che da Zandò riprese la linea di contorno espressiva, i tagli obliqui delle inquadrature, il segno compendiario e la stilizzazione delle sue figure nelle opere degli anni Ottanta e Novanta.
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bambina con i capelli rossi che legge (1895)

il palco

visita in camerino

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L’artista ebbe in Francia un buon successo di pubblico e di critica soprattutto a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, firmando anche un contratto in esclusiva con il potente mercante d’arte Durand-Ruel, che gli aprì le porte del mercato americano facendogli raggiungere la definitiva sicurezza economica. Ma quando nel 1914 la Biennale veneziana gli dedicò un’importante retrospettiva ordinata da Vittorio Pica, che con Ojetti può considerarsi il suo primo vero interprete critico, la cosa non avvenne senza scandalo e la critica ufficiale, rappresentata da Thovez, tuonò contro la “miseria intellettuale e sentimentale”, la “pittura stentata e meschina di questi benedetti Impressionisti”, di cui il veneziano era stato l’ unico seguace italiano. Si deve a Roberto Longhi una prima importante riscoperta postuma, all’inizio degli anni Quaranta del Novecento, definendolo “l’unico degli Italiani a poter essere inserito tra gli Impressionisti”, ma per molto tempo la fama di Zandò è stata oscurata, forse anche per effetto di un carattere burbero e schivo e di una vita ritirata nella cerchia familiare, formata dalla madre e dalla sorella che l’avevano raggiunto dall’Italia, e per il non essere stato il personaggio salottiero dei suoi più estroversi connazionali: né un organizzatore di serate mondane, come l’esuberante De Nittis, né un protagonista del bel mondo, come il brutto ma fascinosissimo Boldini, che collezionava le sue amanti tra le donne più belle e desiderate dell’alta società internazionale di Parigi, corteggiatissimo per i suoi favolosi ritratti. Le ultime opere dell’artista ormai ultrasettantenne mostrano una voglia di rinnovamento che contrasta con l’idea di un pittore ormai affermato e ripiegato su un arte di autocitazione garantita dal contratto con Durand-Ruel: fino all’ultimo, Zandò cerca la sfida con se stesso, la possibilità di rinnovarsi, realizzando una serie di bellissime nature morte dove mostra il superamento della stagione impressionista e postimpressionista divisionista e la riconquista della solidità della forma attraverso l’accostamento a Cézanne, morto un decennio prima e consacrato da una grande retrospettiva parigina nel 1907. Ma c’è qualcosa che rimane e che lui si è portato dietro da quando, giovane artista pieno di speranze, si spostava tra Venezia, Milano, Firenze e, infine, Parigi: la passione per il colore, il gusto per il tonalismo: una memoria veneta, e veneziana, che sarà sempre presente. Come la duttilità a sperimentare modi e tecniche diverse in assoluta libertà. Un artista completo, dunque, che solo oggi forse si comincia a comprendere pienamente.

Raffaella Terribile

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mele su drappo azzurro (1917) 

natura morta con mele

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RIFERIMENTI IN RETE

http://www.blogdipadova.it/mostra-zandomeneghi-padova-2016/

http://ritaglidiviaggio.it/2016/10/12/zandomeneghi-limpressionista-italiano/

 

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Un pensiero su “Raffaella Terribile: un italiano a Parigi. Federico Zandomeneghi- mostra a Palazzo Zabarella a Padova

  1. L’ha ribloggato su donnenellastoria by Paola Chiricoe ha commentato:
    Sono le donne di Federico Zandomeneghi, Zandó per gli amici francesi!
    Figurine in bicicletta, su un sentiero che attraversa un parco. Non sono ragazzi ma giovani donne in pantaloni alla zuava stretti sotto il ginocchio, gambe in bella vista, con biciclette da uomo, e tanto di cappellino. Anno 1896, la bicicletta da donna ancora non esiste e indossare i pantaloni è il segno importante di un cambiamento epocale, di una libertà conquistata anche nella scelta di un passatempo all’aperto e di un abbigliamento idoneo, che lascia libero il corpo di muoversi e di mostrarsi

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