PAESAGGI CON FIGURE- Elianda Cazzorla: si chiamava Emma Maestri.

 museo archeologico napoli- le danzatrici di ruvo

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Si chiamava Emma Maestri. Era una collega del Ruzza. Insegnava lingua e letteratura italiana nella sezione sarte per donna. Il più delle volte indossava gonne corte a pieghe. A ogni suo passo le pieghe dondolavano a destra e a sinistra. Aveva gli occhi nocciola.

Era tesa di gioia il giorno in cui mi disse, in sala insegnanti, che aspettava un figlio, da un uomo di cui non ricordo il nome. Nacque Giovanni e lei lo amò come può una donna che ha avuto un figlio da un uomo sposato che è sempre sul punto di divorziare, ma non lo fa.

Quando Giovanni compì diciotto mesi, andai a casa sua. Io non lo sapevo. Non potevo immaginarlo. Eppure avrei dovuto sospettarlo. Era mancata da scuola per sette mesi, è vero di mezzo c’era stata l’estate. Era malata e l’avevano operata. Nel salotto della sua casa eravamo una di fronte all’altra, ci confrontavamo sulle nostre classi. Le nostre alunne. I progetti da realizzare.

Giovanni nel carrozzino giocava con un pupazzo di gomma, stretto nel pugno faceva: Piiiiiiiiiiiii. Di colpo, nel bel mezzo del discorso, Emma si tolse la parrucca e rimase davanti a me con la testa pelata.

– Guardami. – Mi disse. – Questo è quello che ho. Adesso.
Mi mostrò la cicatrice dietro l’orecchio. Contai i punti.
Giovanni buttò per terra il pupazzo ed emise un gridolino.
– 
Mamma. Mam..
Emma rimise la parrucca in testa, si voltò verso di me, e mentre piegava la testa in avanti per sistemare i capelli dietro la nuca, alzò il viso e mi guardò con gli occhi di lacrime.
– Altrimenti non mi riconosce. Questa deve stare in testa. – Prese in braccio il piccolo.
– Vieni dalla tua mamma. – E baciò Giovanni.
Dopo nemmeno due mesi da quell’incontro, non vidi più Emma a scuola. Era a casa per malattia. Alla fine di febbraio, quando squillò il telefono, presi il cordless e mi avvicinai ai vetri della finestra: la forsythia era nel pieno della sua fioritura, nel giardino del condominio.
– Sì, sono io. – Dissi.
– Domani a Santa Sofia, alle 14,30. – Mi comunicò la segretaria del Ruzza .

Rimisi il telefono nella sua base, avevo la macchia gialla dei fiori negli occhi.
Emma non c’è più. Emma non c’è più. Emma non c’è più.
E dandomi ritmo, iniziai a muovere i passi. Saltando prima sul destro poi sul sinistro. Accelerando con il battito delle mani e ora su un piede e poi sull’altro. Girando su me stessa. E di nuovo. Con le braccia alte e il pollice che cerca il medio per scandire il ritmo.  E poi le mani che battono il tempo.

Emma non c’è più.

In quel muovermi senza senso c’era la ricerca di un senso, come un tempo tanto tempo fa, qualcun altro aveva agito.

Elianda Cazzorla

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3 pensieri su “PAESAGGI CON FIGURE- Elianda Cazzorla: si chiamava Emma Maestri.

  1. Ho letto la storia. Terribile. L’ho riletta con la musica che andava e il suo ritmo era quello delle parole che leggevo e la sua forza la stessa e il suo dolore e la sua bellezza le stesse. Bello, eliana, bello.

  2. Grazie Simonetta e Adriana! Scopro solo ora, che sono a casa malata, che quel dì avete letto il mio racconto. E il tempo cambia suono e senso. chissà quanti incontri sfuggono alla furia del tempo. Grazie!

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